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La leggenda diventa realtà: dopo trentatré anni, i Fugazi pubblicano le storiche registrazioni con Steve Albini. L’incantesimo di un weekend a Chicago, la delusione nel viaggio di ritorno, e ora un atto d’amore per una delle figure più importanti dell’indie rock.
Era l’autunno del 1992 quando i Fugazi caricarono le attrezzature su un furgone e partirono alla volta di Chicago.
Destinazione: il seminterrato di Steve Albini, quello che allora era l’embrione del suo Electrical Audio. Un’amicizia nata da incroci e ammirazione reciproca stava per produrre uno dei capitoli più mitologici della storia del punk rock.
L’idea iniziale era modesta: un weekend, due o tre canzoni, un cambio di prospettiva. I Fugazi cercavano di uscire da un vicolo cieco creativo dopo mesi di lavoro sui nuovi brani.
Ma quando il nastro cominciò a girare, la magia fece il resto.
In tre o quattro giorni, Ian MacKaye, Guy Picciotto, Joe Lally, Brendan Canty e Albini registrarono e mixarono dodici tracce: l’intera ossatura di quello che sarebbe diventato “In on the Kill Taker“.
Non fu solo lavoro. Le cronache di quei giorni parlano di un’atmosfera familiare, quasi surreale.
Albini, cuoco provetto, preparava pasta fresca per i ragazzi. Poi tutti intorno al tavolo della cucina a giocare a Corickey, un gioco di dadi che la band gli aveva insegnato a Londra un paio d’anni prima.
E ancora: proiezioni di video “fuori di testa” dalla collezione privata di Steve e lunghe chiacchiere sul punk rock. Risate continue, raccontano oggi i membri della band.
Durante gli ascolti in sala, l’entusiasmo era alle stelle. Sembrava tutto perfetto.
Poi arrivò il viaggio di ritorno verso Washington.
I due gruppi viaggiavano separati: Ian MacKaye e Joe Lally su un furgone, Guy Picciotto e Brendan Canty sulla station wagon.
Si fermarono in un’area di sosta in Ohio. Le cassette dei mix grezzi erano state ascoltate durante il viaggio.
Il verdetto, maturato indipendentemente da entrambe le parti, fu unanime: qualcosa non funzionava.
Difficile da spiegare a parole. Quelle registrazioni che sembravano vibranti in studio, una volta ascoltate fuori contesto, risultavano piatte.
Albini stesso, qualche giorno dopo, scrisse alla band condividendo le stesse perplessità. Le sessioni furono archiviate.
Poche settimane più tardi, i Fugazi entrarono agli Inner Ear Studios con Ted Niceley e registrarono la versione definitiva di “In on the Kill Taker”. Nel giugno del 1993, quell’album sarebbe diventato il loro vero breakthrough, il primo a entrare nelle classifiche Billboard.
Da allora, quei nastri di Chicago sono diventati materiale per collezionisti e appassionati. Oggetto di bootleg di qualità scadente e di un alone di leggenda che solo i dischi “sbagliati” dei grandi artisti sanno avere.
Oggi, a quasi tre anni dalla scomparsa di Steve Albini (avvenuta nel 2024), quei fantasmi tornano a vivere.
I Fugazi hanno deciso di ripescare i master originali, farli masterizzare da T.J. Lipple e pubblicarli in digitale per la prima volta in assoluto.
Un regalo per i fan, certo. Ma soprattutto un gesto concreto.
Tutti i proventi delle “Albini Sessions” saranno devoluti a Letters Charity, l’organizzazione no-profit fondata da Albini e da sua moglie Heather Whinna per sostenere le famiglie in difficoltà economica di Chicago.
L’operazione è stata lanciata in un Bandcamp Friday, permettendo che il 100% degli incassi finisse direttamente all’ente benefico.
Due anteprime, “Facet Squared” e “Smallpox Champion“, sono già in streaming per dare un assaggio di come suonava quel weekend magico e imperfetto.
Non è la prima volta che il mondo della musica si mobilita per Letters Charity.
Solo lo scorso anno, i Rye Coalition si erano riuniti per coverizzare “Wingwalker” degli Shellac in un singolo benefico con i Drive Like Jehu.
Queste dodici tracce rappresentano molto più di una semplice curiosità discografica.
Sono il suono di un’amicizia. Di un’occasione sfumata. Di una scelta artistica coraggiosa, quella di accantonare un lavoro per ricominciare.
E infine, sono un omaggio doveroso.
La prova che a volte i fallimenti creativi possono trasformarsi nei regali più preziosi. Soprattutto quando servono a fare del bene.
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Albini Sessions (Benefit for Letters Charity) by Fugazi
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Negli ultimi giorni il web è andato in tilt: una reunion delle Hole sembrava imminente. A innescare le voci, un post criptico di Courtney Love che lasciava intendere un possibile ritorno sulle scene insieme all’ex compagna di band Melissa Auf der Maur. I fan hanno iniziato a sognare, ma la realtà – almeno per ora – è decisamente diversa.
A spegnere sul nascere l’entusiasmo ci ha pensato la stessa Love, con un commento secco e in pieno stile Courtney sotto un post di Spin dedicato al presunto ritorno delle Hole. La sua replica non lascia spazio a interpretazioni: “Nessuna reunion delle Hole. @xmadmx suonerà alcuni show, canzoni nuove, 

C’è un’ombra che aleggia sull’ultimo capitolo della storia degli At The Gates, un’ombra che dà il titolo al nuovo, attesissimo album: The Ghost of a Future Dead (Century Media Records). Un fantasma che, purtroppo, è diventato fin troppo reale.
Lo scorso settembre, la scena metal mondiale ha perso una delle sue voci più iconiche. Tomas Lindberg, leggendario frontman degli At The Gates, ci ha lasciati all’età di 52 anni dopo una battaglia contro il cancro. Una perdita devastante che sembrava aver chiuso per sempre il libro della band svedese. E invece, quella che poteva essere la fine si è trasformata in un commiato epico e toccante.
Oggi, la conferma che tutti speravano ma che nessuno osava aspettarsi: Tomas è riuscito a completare tutte le tracce vocali del prossimo album prima di spegnersi. Quel disco, intitolato The Ghost of a Future Dead, vedrà ufficialmente la luce il 24 aprile via Century Media, e rappresenta molto più di una semplice uscita discografica: è un testamento musicale, un sigillo di cera su una delle carriere più influenti del death metal melodico.
A rendere questo album ancora più speciale è la reunion della formazione che ha scritto le pagine più gloriose della band. Per la prima volta dagli ultimi due album, torna alla chitarra solista e alla composizione Anders Björler, ricomponendo il sestetto che nel 1995 partorì il capolavoro assoluto Slaughter of the Soul e che nel 2014 ci regalò il possente ritorno At War with Reality.
Prodotto dal fidato collaboratore Jens Bogren, The Ghost of a Future Dead suona come un testamento fedele alla loro eredità. Come racconta Anders Björler:
“Tomas ha completato gli ultimi brani nel gennaio 2024, il giorno prima di entrare in ospedale. Abbiamo iniziato a registrare l’album, il suo intervento è andato bene ed eravamo in contatto costante mentre eravamo in studio. Era entusiasta di sentire tutto. Non avevamo un progetto preciso per il disco, ma è stata un’idea di Tomas: voleva qualcosa che ricordasse At War with Reality o Slaughter of the Soul. Non è la stessa cosa, ma in alcuni punti ci si avvicina molto! Eravamo concentrati nel creare un album molto duro, quello era l’obiettivo di Tomas. Un album che colpisse duro.”
Il titolo scelto, oggi, risuona con una potenza e una tristezza inaudite. “The Ghost of a Future Dead” (Il Fantasma di un Futuro Morto) era un’idea di Lindberg, e come spiega Anders, sembra quasi una premonizione:
“Il titolo riflette la sua situazione, il fatto che potesse non sopravvivere alla malattia. […] Non so se fosse una premonizione di ciò che stava per accadere. Ma ora è un titolo inquietante, perché lui non c’è più. In qualche modo, lo rende ancora più vero.”
Ad anticipare il disco è il brano di apertura, “The Fever Mask”, un pezzo che sintetizza alla perfezione l’essenza degli At The Gates. C’è il riffing brutale ma melodico di Anders, la corteccia feroce e inconfondibile di Tomas, e la sezione ritmica inarrestabile. È tutto ciò che un fan può desiderare: pura, catartica energia.
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Qualcosa, nel lungo e meticoloso percorso artistico di Bill Callahan, è cambiato. Non è una svolta improvvisa, né tantomeno un tradimento della poetica che lo ha reso una figura di culto dagli anni ’90 a oggi. Se con YTI⅃AƎЯ del 2022 lo avevamo lasciato intento a smontare con pazienza monastica i concetti di tempo e dell’ Io, con il suo nuovo capitolo, My Days of 58 (Drag City records), Callahan compie un passo ulteriore: non si limita a teorizzare il distacco, ma lo abita. Il risultato è un disco che vive nella rarefazione, nell’improvvisazione controllata e in una sincerità così disarmante da risultare, paradossalmente, più impenetrabile che mai.
Fin dall’incipit di “Why Do Men Sing?”, ci troviamo di fronte a un cantautore che ha smesso di cercare risposte. “Driving through the dark / arriving in the rain / to sing my song / all over again”: la metafora del viandante notturno diventa il pretesto per interrogarsi sulla natura ciclica, quasi assurda, dell’esistenza e del fare arte. La domanda del titolo resta in sospeso, e Callahan, da consumato osservatore qual è, lascia che siano le sovrapposizioni vocali e le trame di chitarra a creare un paesaggio sonoro che è pieno ma mai invadente. È l’inizio di un viaggio che procede per sottrazione, in cui la voce baritonale si fa carico di un minimalismo lirico che mette i brividi.
L’album procede come una raccolta di appunti da un diario da campo dell’anima. In “The Man I’m Supposed to Be”, l’oscillazione tra modo minore e maggiore rispecchia il dondolio interiore di chi cerca di fare i conti con le aspettative e la mortalità. “From now on, I start living my life / like the next day I’ll be dead” è una risoluzione zen, e Callahan la consegna con quel suo consueto humour arido. È l’arte di essere profondi senza mai diventare pesanti.
Un capitolo a sé merita “Lonely City”, una dichiarazione d’amore per Austin che travalica la geografia per diventare mappa interiore. “I go all around the world / first thing I do / when I get back to you / is walk around and see what’s new”: il trillo della chitarra si mescola al folk più classico, e ci si chiede se sia nostalgia, curiosità o la semplice accettazione del fluire delle cose. Forse tutte e tre, forse nessuna. È questa ambiguità a rendere il disco così magnetico. E quando su “West Texas” riflette sul fatto di essere ormai prossimo ai sessant’anni, lo fa con una leggerezza che trasforma l’inconsistenza ultima della vita in un dato di fatto, non in un lamento.
Se c’è un filo conduttore che lega queste nove tracce, è il concetto buddista di annata: l’assenza di un sé permanente e indipendente. Callahan sembra aver interiorizzato l’idea che l’identità sia un’illusione, e da questa consapevolezza trae una libertà espressiva rara. In “Highway Born”, con il pianoforte tintinnante e la pedal steel a creare un’aura sognante, il touring diventa metafora di una nascita perenne (“Feels like I was born there and am being born still”). La ricerca di saggezza, qui, non è più un vezzo intellettuale, ma la ragione stessa dell’esistere.
E poi c’è la musica, magnifica e imprevedibile. L’improvvisazione la fa da padrona, con la band che suona come se stesse scoprendo i brani in diretta. Jim White, alla batteria, tesse trame inventive che dialogano con le chitarre e con i backing vocals di Eve Searls, creando un tappeto sonoro che a tratti evoca il calore di un Van Morrison ai tempi di Tupelo Honey. La title track è un gioiello di arrangiamento, ma è in “Stepping Out For Air” che l’album tocca forse il suo apice, una gemma assoluta che da sola varrebbe l’ascolto.
In un’epoca di iper-consumismo e autocelebrazione ossessiva, un disco che parla di cancellazione del sé, di ascetismo e di accettazione potrebbe sembrare un controcanto fuori dal tempo. E forse lo è. My Days Of 58 è un disco meraviglioso, che si colloca agilmente tra i migliori della sua sterminata discografia. È la prova che, a quasi quarant’anni di carriera, Bill Callahan non ha bisogno di alzare la voce per essere ascoltato. Basta che sussurri.
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My Days of 58 by Bill Callahan
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Nel bene e nel male, Morrissey non smette mai di far parlare di sé. Con Make-Up Is A Lie (Sire/Warner), quattordicesimo album solista, l’ex frontman degli Smiths torna carico di contraddizioni. Il disco arriva a quattro anni di distanza da I Am Not a Dog on a Chain, in mezzo all’ennesima tempesta mediatica: album bloccati come il chiacchieratissimo Bonfire of Teenagers, litigi social con Johnny Marr e una deriva politica che lo ha visto avvicinarsi, con dichiarazioni a sostegno, al partito For Britain. Ma chi lo conosce sa anche che le sue sono provocazioni che ha sempre fatto e non sono queste cose che allontanano i fans, specie i più vecchi.
Nonostante tutto, i concerti vanno sold out. La macchina del morrisseysmo sembra inarrestabile. Ma la domanda che aleggia su questo nuovo lavoro è: cosa resta dell’icona che negli anni Ottanta”santo patrono” dei ragazzi pallidi e bullizzati?
Ascoltando Make-Up Is A Lie conferma che la macchina delle rimostranze di Morrissey è sempre in perfetta salute. L’iniziale “You’re Right, It’s Time” è una dichiarazione d’intenti: su beat spogli e groove di basso, Morrissey si scaglia contro tecnologia e censura. Peccato che questa presunta libertà di espressione si scontri con una visione del mondo cristallizzata in un loop di lamentele.
Il cantante che un tempo dava voce agli ultimi oggi sembra preoccupato soprattutto di ristabilire una propria verità, spesso scomoda. È il caso della controversa “Notre-Dame“, in cui riecheggiano teorie complottiste sull’incendio della cattedrale di Parigi. Ecco ci mancava il complottismo!
Dal punto di vista musicale, il disco è un ibrido interessante ma discontinuo. La produzione di Joe Chiccarelli cesella trame sonore variegate: ci sono echi Pet Shop Boys nei synth di “Kerching Kerching” e atmosfere oniriche nella title track.
“Boulevard” è il brano che più si avvicina al repertorio classico morrisseyano, con quel piano malinconico che ricorda Strangeways, Here We Come. Ma accanto a questi momenti, ci sono cadute di stile. La cover di “Amazona” dei Roxy Music suona piatta e fin troppo reverenziale. “Lester Bangs” trasforma l’omaggio al celebre critico rock in un ennesimo esercizio di autocommiserazione.
Eppure, a tratti, il vecchio Morrissey riaffiora. “The Night Pop Dropped” è un gioiellino new wave che avrebbe meritato le sorti di singolo. “Zoom Zoom The Little Boy” recupera quella vena di pop malinconico che da sempre contraddistingue i suoi inni animalisti. “Headache” è un divertissement nichilista che dimostra come l’umorismo nero non lo abbia ancora abbandonato.
Quando la musica funziona, il peso dei testi rischia comunque di far deragliare tutto. La sensazione è che Morrissey non riesca più a trovare un equilibrio tra arguzia e livore, tra poesia e prosa di un anziano signore che guarda con sospetto al mondo che cambia.
Make-Up Is A Lie è il disco di un uomo che si sente incompreso, solo dalla parte sbagliata della storia. Un artista che non può più cambiare, continuando a credersi l’ultimo depositario di una verità scomoda in un mondo di finzioni.
La domanda per chi lo ha amato resta: questa verità ha ancora qualcosa di nuovo da raccontare? O è solo il disco rotto di un giradischi che continua a suonare la stessa canzone?
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L'articolo Morrissey – “Make-Up Is A Lie”: il santo patrono dei tormenti (e dei complotti) proviene da Freak Out Magazine.
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