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Negli ultimi quindici anni, l’Australia è diventata uno dei laboratori più fertili per la musica chitarristica: un ecosistema in cui il jangle — quella combinazione di chitarre luminose, malinconia gentile e immediatezza melodica — ha trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuove comunità. È un’eredità che parte dagli anni ’80, attraversa i sobborghi di Brisbane e Melbourne, e arriva fino alle camere da letto di una generazione cresciuta tra streaming, precarietà e un desiderio quasi ostinato di sincerità emotiva.
Nel loro secondo album, Again, i The Belair Lip Bombs si inseriscono con sorprendente naturalezza nella lunga tradizione del jangle australiano, un’eredità che affonda le radici nei Go-Betweens e nei Lucksmiths e che negli ultimi anni ha trovato nuova linfa nella scena di Melbourne. La band sceglie di non replicare la malinconia ombrosa del jangle neozelandese targato Flying Nun, preferendo un approccio più luminoso, più pop, più emotivamente accessibile. E lo fa con un disco che parla di cicli emotivi, di ritorni, di fragilità quotidiane — ma lo fa con una luce tutta australiana, una luminosità che non cancella l’ombra, ma la rende vivibile.
I The Belair Lip Bombs raccolgono un’eredità lunga quarant’anni: dal jangle letterario ai sobborghi contemporanei. Per capire Again, bisogna tornare oltrea ai già citati Go-Betweens, anche ai Triffids, ai Church: band che negli anni ’80 hanno definito un’estetica chitarristica capace di essere malinconica senza essere cupa, introspettiva senza essere claustrofobica. Era un jangle diverso da quello neozelandese: meno minimalista, meno ombroso, più narrativo, più legato alla luce e agli spazi aperti.
Negli anni ’90 e 2000, questa tradizione si è trasformata in qualcosa di più intimo e domestico: i Lucksmiths, gli Even As We Speak, i Cannanes hanno portato il jangle nelle case, nei piccoli gesti, nelle relazioni quotidiane. Poi, negli anni 2010, Melbourne è diventata il nuovo epicentro: Twerps, Dick Diver, Rolling Blackouts Coastal Fever, The Ocean Party. Chitarre intrecciate, ritmiche elastiche, un senso di comunità che si rifletteva nella musica.
I Belair Lip Bombs arrivano dopo tutto questo, ma non sembrano schiacciati dal peso della tradizione. Again non è un disco che guarda indietro con nostalgia museale: è un album che usa il jangle come linguaggio vivo, come strumento per raccontare un presente emotivo complesso.
La prima cosa che colpisce di Again è la sua luminosità. Le chitarre di Bradvica non cercano la dissonanza o la ruvidità lo‑fi: sono pulite, brillanti, quasi trasparenti. È un suono che rifiuta l’oscurità come estetica, ma non come tema. Mentre la voce di Maisie Everett porta in primo piano una scrittura che esplora cicli emotivi, memorie ricorrenti e fragilità quotidiane. Again and Again è il centro tematico del disco, un brano che riflette sulla ripetizione affettiva con una delicatezza che evita il sentimentalismo. Cinema osserva la distanza emotiva attraverso una lente quasi cinematografica, mentre Burning Up introduce una tensione più cupa, e presenta il testo più oscuro: parla di consumarsi, di sentirsi sopraffatti, di emozioni che diventano troppo intense. È anche il brano più metaforico, meno narrativo. suggerendo una possibile evoluzione futura.
In Back Of My Hand con una leggerezza sorprendente, si parla dell’intimità che perde smalto quando diventa routine, della conoscenza profonda che si perde in quella prevedibilità che diventa stanchezza.
Don’t Let Them Tell You (It’s Fair) presentaIl testo più assertivo del disco. Parla di pressioni esterne, giudizi, aspettative sociali. È un invito a non accettare narrazioni imposte.
La malinconia c’è, ma è una malinconia che respira.
In questo senso, i Belair Lip Bombs si distanziano nettamente dal jangle neozelandese: niente atmosfere spettrali, niente minimalismo motorik, niente cripticità. Again è un disco che vuole essere capito, che vuole essere condiviso, che vuole essere vissuto.
La poetica della ripetizione: emozioni che tornano, relazioni che si riaprono
Il titolo non è casuale. Again è un album costruito attorno all’idea di ciclicità: relazioni che ritornano, pensieri che si ripresentano, abitudini emotive difficili da spezzare.
Non c’è dramma, non c’è catarsi: c’è un movimento circolare, quasi mareale.
È una poetica che appartiene profondamente alla generazione attuale e diversa da altre band contemporanee: non c’è la rabbia politica di Camp Cope, nemmeno il diarismo brutale dei Goon Sax, e neanche la narrativa geografica dei Rolling Blackouts Coastal Fever.
Qui tutto è interiore, ma mai chiuso. Un disco che appartiene a un luogo, ma non lo nomina. Una delle caratteristiche più interessanti di Again è la sua capacità di essere profondamente australiano senza mai dirlo esplicitamente. Non ci sono strade, quartieri, riferimenti geografici.
Eppure, la luce, il ritmo, la spazialità del suono parlano chiaramente di Melbourne, di un certo modo di vivere la musica come comunità, come condivisione, come continuità.
È un disco che sembra nato in piccoli club, in case condivise, in pomeriggi assolati. Un disco che porta con sé la tradizione senza imitarla.
Se il jangle australiano degli anni ’80 era letterario, quello dei ’90 era domestico, quello dei 2010 era comunitario, Again rappresenta una nuova fase: il jangle emotivo, il jangle relazionale, il jangle della ciclicità interiore.
È un disco che non vuole essere rivoluzionario, ma significativo. Non vuole essere rumoroso, ma chiaro. Non vuole essere perfetto, ma vero.
E in un panorama musicale globale che spesso premia l’eccesso, la saturazione, la performance, questa scelta di misura, di luce, di sincerità è forse la cosa più radicale che i Belair Lip Bombs potessero fare.
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Se c’è un titolo che nelle ultime settimane sta attirando l’attenzione degli appassionati di musica, è “Billy Idol Should Be Dead”.
Perché questo interesse? Semplice: racconta di un tipo che avrebbe davvero dovuto crepare almeno una mezza dozzina di volte, e invece è ancora qui, con quel sorriso beffardo e il ciuffo perfettamente in piega, a raccontarcela. E chi meglio di lui potrebbe farlo?
La regia è firmata Jonas Åkerlund, lo svedese che ha letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo la musica (sì, quello dei video più iconici dei ’90 e non solo). E si vede: “Billy Idol Should Be Dead” non è il solito documentario celebrativo con le frasi fatte. È un viaggio che parte dal fango del punk londinese, quando il giovane Broad era solo uno dei tanti ragazzi incazzati dei Generation X, e ti porta dritto dritto sugli schermi di MTV, dove quel ragazzo è diventato il volto (e la voce) di un’epoca.
Ma la parte che ti prenderà alla gola è un’altra. Åkerlund ha avuto il coraggio di raccontare anche il lato oscuro: l’eroina, l’alcol, quel maledetto incidente in moto che per poco non lo cancellava per sempre. È la storia di uno che è caduto in tutti i modi possibili, ma ha sempre trovato la maniera di rialzarsi.
E il bello è che non lo dice solo lui. Nel documentario trovi un parterre di gente che di rock ne capisce: Steve Stevens, ovviamente, ma anche i vecchi compagni dei Generation X, e poi Billie Joe Armstrong, Miley Cyrus (che qui sorprende), Duff McKagan, i Sex Pistols Steve Jones e Paul Cook, Pete Townshend, John Taylor dei Duran Duran. Gente che con Billy ha condiviso palchi, eccessi o semplicemente lo ha guardato da lontano imparando qualcosa.
“Billy Idol Should Be Dead” è uno di quei documentari che non ti dicono solo “com’era bello il rock una volta”. Ti raccontano come si sopravvive al rock. E a se stessi. Da non perdere.
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Ci sono dischi che si ascoltano. Poi ci sono dischi che si scalano. “The Mountain”, nono capitolo nella già leggendaria discografia dei Gorillaz, appartiene categoricamente alla seconda categoria. Non è un caso che Damon Albarn e Jamie Hewlett abbiano scelto questo titolo: siamo di fronte a un’ascesa, faticosa ma necessaria, verso una vetta da cui il panorama cambia radicalmente. E se la base di partenza di questa scalata è il lutto, la vetta è la rinascita.
Pubblicato il 27 febbraio 2026 sulla nuova etichetta indipendente KONG, “The Mountain” arriva a tre anni di distanza da “Cracker Island” e trova la band in uno stato di grazia creativa che non si vedeva dai tempi di “Plastic Beach”. L’ispirazione nasce da un viaggio in India del 2023, un pellegrinaggio personale prima ancora che artistico per Albarn e Hewlett, segnato dalla perdita dei rispettivi padri a distanza di pochi giorni. Ma se la scintilla è il dolore, l’incendio che ne divampa è un’esplosione di colori, suoni e spiritualità che abbraccia l’induismo e la sua visione ciclica dell’esistenza.
L’album si apre con la title track, cinque minuti di strumentale classico indiano – sitar, bansuri e tabla – che agiscono come una purificazione delle orecchie. Quando la voce di Dennis Hopper, campionata da una collaborazione del 2005, sussurra le sue meditazioni, capiamo subito il gioco dei Gorillaz: qui i confini tra i vivi e i morti sono labili. E i fantasmi sono invitati d’onore. Tony Allen, Bobby Womack, Mark E. Smith e il rapper Proof (in un “The Manifesto” semplice devastante) tornano a popolare l’universo della band, non come semplici campioni, ma come presenze vive che dialogano con il presente. È un modo elegante e toccante per ricordarci che la morte, in questo contesto, è solo un passaggio.
E nonostante il tema, “The Mountain” è tutt’altro che un disco cupo. Anzi. “The Moon Cave” è un groove synth-pop irresistibile, con archi vellutati e la voce pitch-shifted di Jalen Ngonda a guidare il ballo. “The Happy Dictator” è una di quelle canzoni che ti entra in testa e non ti molla più, nonostante parli di manipolazione e totalitarismo. È la classica maestria di Albarn: vestire di pop riflessioni amare.
Il cuore pulsante dell’opera, però, batte all’unisono con l’India. L’inserimento di strumenti e strutture raga non è mai folkloristico o di maniera. In “Damascus”, un riff ispirato alla musica classica indiana si dipana come un serpente impazzito, mentre “The Shadowy Light” vede la leggendaria Asha Bhosle, 91 anni, duettare con Gruff Rhys su una base di elettronica spirituale che è pura magia. L’operazione riesce perché la band non snatura mai il proprio Dna: l’hip hop, l’elettronica, il pop di Albarn rimangono saldamente al centro, mentre i nuovi elementi li arricchiscono senza sovrastarli.
C’è spazio anche per la malinconia più pura, quella che solo Damon sa trasformare in melodia. “Casablanca” e “The Sweet Prince” (qui troviamo anche Johnny Marr) sono momenti di intimità straziante, con la sua voce che si avvolge attorno a accordi minori. Ma è in “Orange County” che il concept si fa più chiaro: un fischietto allegro e il twang del sitar accompagnano un testo che parla della cosa più difficile, il dire addio a chi si ama. È la dimostrazione che si può piangere sorridendo, o forse sorridere mentre si piange.
“The Mountain” è un’opera corale, forse anche più di “Cracker Island”, ma qui le collaborazioni non appesantiscono mai il flusso. “The Manifesto” porta una verve latina che si sposa perfettamente con i sarod dei fratelli Bangash e l’irruzione finale di Proof. Ogni ospite è funzionale alla scalata, un compagno di cordata che aiuta a raggiungere la vetta.
E in vetta, si sa, si sta soli. La chiusa è affidata a “The Sad God”, un congedo amaro e profetico in cui una divinità si pente di aver donato all’uomo gli atomi, usati per costruire bombe, e vede la spiritualità sostituita dagli schermi. Un monito potente che riporta il viaggio con i piedi per terra.
Dopo venticinque anni di carriera, i Gorillaz potevano permettersi di vivere di rendita. Invece, con “The Mountain”, dimostrano di essere ancora una delle realtà più visionarie e coraggiose del panorama musicale globale. Non è solo un disco sulla morte, è un inno alla vita. E come tutte le vette, una volta raggiunta, vi lascerà senza fiato.
Per quanto riguarda i concerti i Gorillaz hanno annunciano – oltre a un esteso world tor – due date in Italia a giugno e luglio. La prima vedrà band tra gli headliner del festival La Prima Estate a Lido di Camaiore (27 giugno), la seconda sarà a Trieste (25 luglio).
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Ci sono voluti cinque lunghi anni, ma il silenzio è finalmente stato rotto. I danesi Iceage, una delle realtà più viscerali e imprevedibili uscite dalla scena hardcore di Copenaghen, tornano a farsi sentire con un nuovo singolo. “Star” è il primo brano inedito della band dal 2021, e segna un nuovo capitolo dopo l’era di Seek Shelter.
Ad accompagnare il ritorno sulle scene, un video curato da Thinh T. Petrus Nguyen, già noto per il suo sguardo crudo e poetico. Il filmato è già disponibile e restituisce l’atmosfera sospesa e magnetica che da sempre contraddistingue la band.
Per ora, nessuna traccia di un album imminente, ma una data live è già stata annunciata: gli Iceage saliranno sul palco del locale Syd for Solen il 14 agosto, nella loro Copenaghen. Un concerto che profuma di casa e di rinascita.
Nel lungo intervallo successivo a Beyondless (2018) e al suo seguito Seek Shelter, la band non è certo rimasta con le mani in mano. Oltre alla raccolta Shake the Feeling: Outtakes & Rarities 2015–2021, che includeva alcuni b-side delle sessioni di Beyondless, il frontman Elias Rønnenfelt ha intensificato la sua attività solista. Nel 2024 ha pubblicato Heavy Glory, seguito a ruota l’anno successivo da Speak Daggers. Sempre nel 2025, Rønnenfelt ha prestato la sua voce inconfondibile a un brano dell’EP Lucre di Dean Blunt, confermando ancora una volta il suo istinto per le collaborazioni laterali e fuori dagli schemi.
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In un panorama musicale spesso saturo di ripetizioni e mode passeggere, ci sono progetti che brillano come supernove in una galassia lontana. The Claypool Lennon Delirium, l’incontro (speri)mentale tra il genio bizzarro dei Primus, Les Claypool, e la raffinata eccentricità di Sean Ono Lennon, è uno di questi.
Dopo averci deliziato con viaggi psichedelici come Monolith of Phobos e South of Reality, il duo ha annunciato il suo terzo capitolo in studio. Il titolo è già di per sé un viaggio: The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy. L’uscita è prevista per il 1 maggio via ATO Records, e se c’è una cosa che possiamo aspettarci, è che non sarà un ascolto banale.
La band descrive il disco come un concept album che riflette su moralità, mortalità e, in modo quasi profetico, sui pericoli dell’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di tecnologia, ma di una favola dark che funge da monito sulla sostenibilità e su quel pendio scivoloso che è l’ottimizzazione senza empatia. In un’epoca in cui l’IA inizia a scrivere canzoni e a generare arte, i Claypool Lennon Delirium ci ricordano che il cuore (o un uovo d’oro magico) potrebbe essere l’unica difesa che abbiamo.
Les Claypool ha definito questo album come il più laborioso della sua carriera:
“The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy ha richiesto oltre tre anni di lavorazione ed è stata la registrazione più intensa in cui io sia mai stato coinvolto. Il risultato è qualcosa di cui io e Shiner [Sean] siamo estremamente orgogliosi: un’opera concettuale rilevante accompagnata da un fumetto colorato e fantasmagorico.”
E di fumetto non si tratta di una metafora. L’album sarà disponibile in una versione fisica che è un vero e proprio oggetto del desiderio per collezionisti e amanti del vinyl.
Per i veri appassionati, segnaliamo un’occasione da non perdere. Abbiamo una variante esclusiva in vinile 2LP chiamata “Yellow Jacket”, limitata a sole 500 copie. Oltre al vinile colorato, questa edizione include un fumetto di 24 pagine realizzato dal storico collaboratore della band, Rich Ragsdale. Un’opera nell’opera, perfetta per immergersi completamente nella storia che la musica racconta.
Ma di cosa parla, esattamente, questo nuovo mondo? La storia è puro Claypool-Lennon.
Siamo nella gloriosa terra di Cliptopia, un tempo rigogliosa, ora ridotta a un deserto di cancelleria. Qui regna incontrastato Cliptron, un’IA senziente che, con il suo esercito di robot, sta trasformando ogni risorsa (inclusi gli esseri umani) in graffette Clipnex. Il nostro eroe è il giovane artista Hippard O. Campus Jr., che si ribella al padre, Hippard Sr., il magnate creatore di Cliptron.
Con l’aiuto di un vecchio lupo di mare, il Colonnello O’Coren, Hipp salpa verso l’Isola della Lucidità. Qui, il saggio Ministero dei Manati lo guiderà fino al mitico Grande Bue-Pappagallo, la cui creatura custodisce il Golden Egg of Empathy (l’Uovo d’Oro dell’Empatia), l’unica arma in grado di infondere emozione e comprensione nel freddo cuore di acciaio di Cliptron.
Il primo assaggio di questo mondo lo avevamo avuto a gennaio con il singolo “WAP”. Niente paura, niente cardi B: qui la sigla sta per “What a Predicament”, un brano che mescola il groove tipico di Claypool con le armonie eteree di Lennon.
Ma la novità è il secondo estratto, la title track “The Golden Egg of Empathy”, che vede la partecipazione speciale di WILLOW. La giovane artista presta la sua voce alla “sacra dea piumata” che custodisce l’uovo, aggiungendo un ulteriore strato di fascino e modernità al sound della band. Il video, che potete vedere qui sotto, è un tripudio di animazioni e artwork di Rich Ragsdale, perfetto compagno visivo per l’epopea musicale.
Se tutto questo non bastasse, i Claypool Lennon Delirium porteranno la loro musica dal vivo in un tour che attraverserà l’America da maggio a luglio. Ma attenzione: non saranno soli. Si tratterà di una vera e propria rassegna del genio di Les Claypool, condividendo il palco con due dei suoi altri progetti storici: i Primus e la Les Claypool’s Flying Frog Brigade. Un’occasione imperdibile per vedere dal vivo tre facce diverse della stessa, immensa, medaglia musicale.
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