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Si sono accesi i riflettori sul nuovo capitolo della carriera degli Interpol. La band newyorchese ha ufficialmente dato il via al proprio tour mondiale 2026, con una prima data infuocata tenutasi al James L. Knight Center di Miami lo scorso 7 marzo. Una serata speciale, non solo per il ritorno dal vivo per le icone dell’indie rock, ma anche per la prima uscita ufficiale del nuovo batterista dal vivo, Urian Hackney.
La notizia che ha scaldato il pubblico in attesa del concerto è però un’altra: nuovo materiale in arrivo. La band ha rotto il silenzio con un post sui social, criptico ma chiaro: “Siamo entusiasti di annunciare che presto pubblicheremo nuova musica. Non vediamo l’ora di condividerla con voi“. Una dichiarazione che ha fatto il giro del web in poche ore, alimentando l’attesa per quello che sarà il successore di The Other Side of Make-Believe (2022).
Ma andiamo con ordine. La data di Miami ha rappresentato anche il debutto sulle scene di Urian Hackney alla batteria. Il musicista, noto per le sue collaborazioni con Iggy Pop e con la sperimentale band The Armed, è stato chiamato a sostituire Sam Fogarino per la tornata di concerti in Nord e Sud America. La situazione di Fogarino è nota ai fan più attenti: nel 2023 il drummer storico (in gruppo dal 2000) era stato costretto a fermarsi per un delicato intervento chirurgico alla colonna vertebrale. Dopo un primo periodo di pausa in cui era stato sostituito da Chris Broome, Fogarino aveva fatto sapere di dover ancora fare i conti con “problemi di salute persistenti”, nonostante l’operazione fosse riuscita.
Ora la scelta è caduta su Hackney. La band non ha nascosto l’entusiasmo per il nuovo innesto: “Cercatelo, è fantastico”, hanno scritto sui profili ufficiali presentandolo ai fan.
Ma c’è un dettaglio cruciale che getta luce sul futuro prossimo della band: nonostante l’assenza dal palco, Sam Fogarino è comunque parte attiva del processo creativo. Gli stessi Interpol hanno confermato che il batterista ha suonato e co-scritto i brani del nuovo album in uscita. Un segnale importante, che testimonia come il cuore pulsante della band batta ancora all’unisono, in attesa di poterlo rivedere sui palchi.
Quel che è certo è che i prossimi mesi del 2026 si preannunciano come un anno di rinascita per gli Interpol, pronti a intrecciare nuovamente le loro ombre elettriche con la luce dei riflettori di tutto il mondo.
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La band di Isaac Brock rompe il silenzio discografico con un brano fulmineo e graffiante, e annuncia un nuovo blocco di concerti per il loro trentennale.
Non si può certo dire che i Modest Mouse amino stare con le mani in mano per festeggiare il loro trentesimo anniversario. A poche settimane di distanza dalle precedenti comunicazioni, la band guidata dall’inconfondibile Isaac Brock torna alla carica con un doppio annuncio di una canzone inedita e una serie di date nordamericane per il 2026.
Il nuovo singolo si intitola “Look How Far…” ed è la prima release ufficiale del gruppo dopo The Golden Casket del 2021. Il brano è un pugno nello stomaco di appena due minuti: un’urgenza sonora fatta di chitarre nervose e un’atmosfera che oscilla tra l’ansia e un sano, vecchio caos.
È Brock, come sempre, a mettere i puntini sulle i. Nel chorus, la sua voce sferza l’ascoltatore con un’amara presa di coscienza: “Look how far we haven’t come” (“Guarda quanto poco siamo andati lontano”). Un lamento graffiato che diventa presto un’invettiva contro l’incapacità umana di imparare dalla storia, culminando in un esplicito e disarmante “Oh my God we’re so fucking dumb!”. Un inno alla frustrazione collettiva che suona più attuale che mai.
Ma il 2026 non sarà solo l’anno del ritorno in studio. I Modest Mouse si preparano a calcare i palchi di tutto il Nordamerica con una tornata di concerti che si infila tra le date dei festival e gli show già annunciati per l’estate.
In promavera inizieranno il 12 maggio dal Knitting Factory di Spokane, WA per proseguire in 12 tappe fino al Bonnaroo Festival inaManchester, TN il 14 giugno. Successivamente ci sarà i live estivi che prenderanno il via il 2 luglio da Bellingham, Washington, per poi snodarsi attraverso città chiave come Vancouver, Chicago, Milwaukee e Filadelfia. Il calendario estivo si chiuderà in bellezza il 28 agosto alla Alaska State Fair di Palmer, per poi regalare un’ultima, imperdibile apparizione il 20 settembre allo Shaky Knees Festival di Atlanta.
L’anno appena trascorso era già stato intenso per Brock e soci. Oltre ai tour celebrativi per i 25 anni di The Moon & Antarctica, la band ha inaugurato un’avventura decisamente originale: la prima edizione del cruise “Ice Cream Floats”. Una crociera di quattro giorni verso la Repubblica Dominicana in compagnia di artisti del calibro di Portugal. The Man, Kurt Vile and the Violators e Mannequin Pussy, a dimostrazione che lo spirito irrequieto e visionario del gruppo è più vivo che mai.
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La regina incontrastata della musica africana, la beninese Angélique Kidjo, non smette mai di stupire e di abbattere barriere. Dopo averci regalato la meraviglia di Mother Nature nel 2021, la leggendaria cantante è pronta a tornare sulle scene con un nuovo progetto carico di energia positiva e collaborazioni scintillanti. Il nuovo album si intitola Hope!! e vedrà la luce il prossimo 24 aprile via Warner.
Un titolo, Hope!!, che è già un programma e un testamento spirituale. L’album è infatti un omaggio alla madre di Kidjo, una donna che l’artista ricorda per il suo incrollabile ottimismo e la sua forza interiore. Non a caso, la chiusura del disco è affidata a una toccante reinterpretazione di “Malaika“, la celebre canzone d’amore in swahili che era la preferita di sua madre.
Ma se il cuore di Hope!! batte all’unisono con i ricordi familiari, la sua anima sonora è un vero e proprio crocevia di stili e generazioni. Kidjo ha riunito attorno a sé un parterre di stelle che spazia dal pop al funk, dall’hip-hop all’R&B. A dare corpo a questa “speranza” ci pensano niente meno che Pharrell Williams (che ha prodotto tre brani nel suo studio parigino), la leggenda del funk Nile Rodgers, la giovane promessa della musica nigeriana Ayra Starr, il rapper dei Migos Quavo e l’inconfondibile voce di Charlie Wilson, storica anima dei Gap Band.
Il primo assaggio di questa esplosiva miscela è il singolo “Fall on Me”, un brano che vede la collaborazione di PJ Morton e che è già disponibile all’ascolto. Un pezzo che, come gran parte dell’album, incarna la filosofia di Kidjo: unire le forze per riaccendere la scintilla della gioia.
“Ho iniziato a cantare quando avevo sei anni, e sono grata ogni giorno di poter ancora vivere la mia passione e fare ciò che amo”, racconta Angélique in una nota. “Allo stesso tempo, so che molte persone faticano a trovare la gioia, specialmente in un mondo pieno di motivi di preoccupazione come quello di oggi. Con questo album ho voluto riaccendere un po’ di fuoco nei cuori della gente, mostrare quanto abbiamo bisogno di quella gioia e di quella speranza per mantenere viva la nostra umanità”.
E per portare questo fuoco dal vivo sui palchi di tutto il mondo, Kidjo ha già annunciato un tour che toccherà Nord America ed Europa (non l’Italia per ora). L’avvio è fissato per il 26 marzo da Ann Arbor, in Michigan, per poi attraversare l’oceano e concludersi a luglio nella suggestiva cornice di Vienne, in Francia.
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Ci sono ristampe che servono a rimettere in circolo un oggetto raro, e ristampe che riscrivono la percezione di un disco. Questa edizione Area Pirata appartiene alla seconda categoria. Pubblicato originariamente nel 1989 per l’etichetta della band Apples & Oranges, To Make A Romance Out Of Swiftness è sempre stato un album‑fantasma: celebrato da chi l’aveva incrociato, invisibile per tutti gli altri.
È uno di quei lavori che sembrano esistere in una zona liminale, sospesi tra ciò che la scena italiana era e ciò che avrebbe potuto diventare. La nuova edizione del 2026, in tiratura limitata a 300 copie e confezione digipack tri-fold , non solo lo rende nuovamente disponibile: lo ricolloca nel suo giusto posto, come uno dei lavori più singolari e visionari del garage‑psych italiano. Non è un’operazione nostalgica: è un invito a riascoltare con orecchie nuove un disco che, per ragioni storiche più che artistiche, era rimasto ai margini.
All’epoca della sua uscita, la scena italiana oscillava tra post punk tardivo, primi fermenti indie e un garage più “classico”, spesso derivativo. Loro invece proponevano un ibrido che non aveva un pubblico naturale: psichedelia pastorale, garage obliquo, folk acido, indie rock ante litteram. Erano troppo morbidi per il garage, troppo visionari per il rock alternativo, troppo artigianali per il pop. Il disco nasceva come gesto spontaneo, quasi privato, e infatti l’edizione Apples & Oranges era minuscola, fragile, destinata a circolare in cerchie ristrette.
La tracklist — da Wild Winwaters a Falling Nights — attraversa garage rock, psichedelia, folk acido, blues sghembo, indie rock primordiale. Ma ciò che colpisce è la coerenza emotiva: un senso di movimento, di vento caldo, di malinconia luminosa. È un disco che non cerca l’impatto, ma la risonanza.
La produzione lo‑fi di allora, più che una necessità, appare oggi come una scelta di campo: un modo per lasciare che le canzoni respirino, per mantenere intatta la loro fragilità, per far sì che ogni brano sembri registrato in un luogo reale, con la luce che entra da una finestra. È un suono che oggi dialoga sorprendentemente bene con certo indie psichedelico contemporaneo: dai primi Woods ai dischi più acustici dei The Clean.
Riascoltato oggi, il disco rivela una sorprendente capacità di dialogare con genealogie lontane. C’è la malinconia sospesa dei Rain Parade, quella psichedelia che non ha bisogno di saturazioni per essere visionaria. C’è la leggerezza inquieta dei Clean e della scuola Flying Nun, con quel modo di far scorrere le chitarre come se fossero linee di matita su un taccuino. C’è il folk psichedelico britannico più lirico — Nick Drake, Kevin Ayers — nella capacità di tenere insieme vulnerabilità e apertura. E c’è, sullo sfondo, un’eco del primo indie americano, dai Feelies ai R.E.M. più pastorali, in quel senso di movimento continuo, quasi naturale.
Ma ciò che colpisce è che nulla suona derivativo. I Peter Sellers non imitano: assorbono, filtrano, restituiscono. È un disco che sembra nato più da un immaginario che da una scena.
Riascoltare To Make A Romance Out Of Swiftness significa riconoscere che certe intuizioni — l’ibridazione, la vulnerabilità, la ricerca di un suono “aperto” — erano già lì, più di trent’anni fa. È un disco che non appartiene al passato: appartiene ai margini, ai luoghi dove le scene si formano senza saperlo. Una ristampa che non è un’operazione nostalgica, ma un atto di giustizia culturale. Un disco che respira di nuovo, e che oggi sembra quasi più contemporaneo di ieri.
All’interno dell’underground italiano, il secondo album dei PS&HP occupa una posizione singolare. Non appartiene al garage revival, pur condividendone la spontaneità. Non appartiene al post‑punk, pur ereditandone la sensibilità introspettiva. Non appartiene al cantautorato, pur avendone la delicatezza.
È un disco che anticipa, senza proclamarlo, molte delle sensibilità che emergeranno solo negli anni Duemila: la psichedelia gentile, il folk elettrico, il lo‑fi come linguaggio emotivo, l’indie che non teme la vulnerabilità.
La ristampa Area Pirata, in questo senso, non recupera un oggetto raro: ricolloca un tassello mancante. E l’inclusione dei tre brani dell’EP Swiftness (all’epoca allegati nella edizione limitata del disco)— più ruvidi, più diretti, quasi live — aggiunge una dimensione ulteriore, mostrando la band nella sua fase più istintiva, meno meditata, ma non meno significativa.
Ascoltare To Make A Romance Out Of Swiftness nel 2026 significa riconoscere che certe intuizioni, certe atmosfere, certe fragilità erano già presenti nell’Italia sotterranea di fine anni Ottanta. Significa accorgersi che la storia dell’underground non è fatta solo di scene riconoscibili, ma anche di deviazioni, di percorsi laterali, di dischi che hanno avuto bisogno di decenni per trovare un contesto.
È un album che non torna, è un disco che oggi trova finalmente il suo tempo. E forse è proprio questo il suo destino.
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To Make A Romance Out Of Swiftness by PETER SELLERS & THE HOLLYWOOD PARTY
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Se c’è una band che ha fatto della longevità e della prolificità la propria ragione di vita, quella è sicuramente la creatura di Robert Pollard. Nonostante chiunque, a questo punto, abbia smesso di contare, i Guided By Voices sono pronti a infrangere ancora una volta ogni record con l’annuncio del loro 44esimo album in studio. Il nuovo parto si intitola Crawlspace Of The Pantheon e vedrà la luce il prossimo 29 maggio via GBV Inc., l’etichetta di proprietà della stessa band.
La notizia arriva a pochissima distanza dal precedente Thick, Rich & Delicious (2024), e come il suo diretto predecessore, anche questo capitolo è stato registrato in presa diretta in studio, fedeli a quella filosofia del “live in the studio” che da sempre contraddistingue il songwriting istintivo del gruppo dell’Ohio.
Ad anticipare il disco è il singolo “We Outlast Them All”. Un titolo che suona come una dichiarazione di intenti, quasi una risposta sorniona a chi, negli anni, ha ipotizzato più volte un possibile epilogo della corsa. Ma, come spesso accade con i testi ermetici e affascinanti di Pollard, le interpretazioni sono molteplici. Intervistato da Rolling Stone, il frontman ha tenuto a chiarire: “Il brano non parla necessariamente di noi. Potrebbe riguardare qualsiasi coppia, gruppo di persone o organizzazione che resiste per un lungo periodo di tempo. Se proprio vogliamo trovare un riferimento alla band, è in realtà un titolo autoironico: l’obiettivo non è la gloria eterna, ma semplicemente ‘cercare di occupare lo spazio strisciante del pantheon’”.
Un’immagine potente e volutamente dimessa, che racchiude tutto l’universo estetico di Pollard: eroi senza volto, semidei dell’underground che scalano il Monte Olimpo strisciando, non certo marciando trionfanti. Dal punto di vista squisitamente musicale, “We Outlast Them All” è un inno rock classico, sporco e diretto, con quel marchio di fabbrica GBV che fonde melodia pop e distorsione lo-fi.
E sul fronte live? Per ora, silenzio. I Guided By Voices non calcano un palco dal novembre del 2024 e al momento non risultano date all’orizzonte. Dopo 44 album, la speranza è che la macchina dal vivo si rimetta in moto al più presto. Perché se è vero che il pantheon è pieno di divinità silenziose, i loro sudditi hanno ancora voglia di sentirle urlare.
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L'articolo Guided By Voices, la leggenda continua:: annunciato il 44esimo album “Crawlspace of the Pantheon”. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
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