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Lo scorso novembre è uscito su store e piattaforme di streaming “25”, album best of dei Perizona Experiment, band tutta italiana e tanto sperimentale e di suoni accattivanti e aggressivi, che celebrano così i 25 anni di attività della band, pubblicato da Vina Records e rieditato da Molecola.
La storia dell’esperimento Perizona nasce nel 1998, con l’incontro dei due chitarristi Lorenzo Capisciotti “L’ex Lutor” (ex Vorago e Sistema Informativo Massificato) e Andrea Moscianese “Il Mughen” (ex Giuliodorme), ai quali si unisce il batterista El Kote (Lou X-Costa Nostra, ora AIKIRA).
Dopo un primo demo di 8 brani, le Mar Caspio Sessions e nel 1999 l’album omonimo, Perizona Experiment, registrato da Marco Insider Ranalli, segue l’ingresso in band anche del basso, prima di Cristiano Blanco e successivamente di Alessandro Gabini “Gaben” (ex Giuliodorme). Infine arriva il batterista Mino Herbert Vitelli (ex Interzona e Vorago) e registrano nel 2000 un EP di 5 brani, le Shiva demo Sessions.
Nel 2001 esce il secondo album, un doppio, Hunab Ku e Kuxan Suum, registrati da Molecola e con le partecipazioni vocali di Cuba Cabbal (già Loux-Costa Nostra) e Pino Silveri (ex Replicants).
Dopo l’addio alla band di “Il Mughen” esce nel 2006 Ora è Sempre, registrato da Piero Pineal Ranalli (ex Insider e Unimother 27) per la Lizard records. Le partecipazioni vocali qui sono di Giulio Corda (Giuliodorme) e Antonio Nua Vitale (Jester at Work ed ex Warm Morning). E’ del 2009 pubblicato l’ultimo album inedito Fine e Nuovo Inizio, mixato da Molecola e pubblicato da BenKa Records, con le collaborazioni di Pablosax (artista, poeta e pittore psichedelico) e Giulio Corda.
Il best di oggi, in occasione del 25ennale dalla nascita, rieditato da Molecola, masterizzato da Enrico Mantini, è dunque il primo disco da 16 anni a questa parte, ed è una ovvia celebrazione del passato, ma anche una svolta verso il futuro, visto che la band sta progettando di ricostituirsi e pubblicare nuovamente inediti.
La loro musica è stata da sempre caratterizzata da una matrice psichedelica, con melodie rock e post-punk, ma i primi due brani di 25 hanno anche una forte componente Metal. Mein Kampf (M.K.) e Lochness, testimoniano peraltro che gli esordi della band erano solo strumentali, con aggiunte di sovraincisioni e loop vari, (nei concerti supportate da proiezioni di immagini a tema), e appunto particolarmente aggressivi. Degli 8 brani del greatest hits, restano forse quelli più convenzionalmente Hard rock e quindi immediatamente appetibili per l’ascoltatore.
Mein Kampf cerca di portare in musica il concetto di guerra partendo da una chitarra ritmica graffiante e una batteria incidente, seguita da riff cattivi, e sfociando in distorsioni rock a tutta forza e potenza, di natura stoner, Così pure Lochness, che ha un intro ancora più aggressivo e una componente ancora più coerentemente metal, entrambi del resto tratti dal disco omonimo.
Seguono quattro brani tratti dal doppio album, e la musica cambia, segno dell’evoluzione del tempo della band: Orgon Blunt (Part 2), anzitutto, introduce una voce soffusa, di Pino Silveri, che esplora universi onirici ed oscuri, e che poi si apre ad acuti sofferti e distorti, mentre il ritmo lento sembra sempre sul punto di esplodere laddove questo non succede e anzi il pezzo si placa.
15 Grammi mantiene l’innovazione della voce, scandita stavolta dal Rap di Cuba Cabbal, con schitarrate surf rock mischiate a una veloce sferzata di energia hypno-punk,
Medical Marjuana (part 1) è condotta dalla batteria,ed è una cavalcata rock dall’inizio alla fine, con ritmo intensissimo, con assoli e riff in stoner.
Fin qui il greatest hits si muove in maniera molto coerente di stile, omaggiando la carriera dei P.E. e mostrandone l’intima coerenza di scelte strumentali e musicali, anche se Full Moon Vibe, pur essendo tratto dallo stesso disco dei precedenti tre hits, è giocato su un design di riff e una ritmica hypno-dub di basso e batteria che disegnano, soprattutto grazie agli arpeggi potentemente ecoizzati, ambienti psichedelici che richiamando evocazione di scenari lunari al notturno, come suggerito dal titolo.
Con Politicheis (part 1), estratto da Fine e Nuovo Inizio, cambia radicalmente lo stile, segno di evoluzione storica della band alla fine del suo percorso: allegoria musicale del mondo della politica, la struttura della canzone è ancora incentrata sullo stoner, con batteria cavalcante, ma con melodie più specificamente prog-metal, la cui direzione si evinceva anche da precedenti composizioni ma qui è più palesemente dichiarata, soprattutto con quel radicale e ostentato momento di pausa a due minuti circa dalla fine.
Il disco conclude la rassegna con la ballata L’Infingarda Pescara, pezzo completamene diverso dagli altri: atmosfere trip hop, e coro femminile stregato per introdurre un racconto del poeta e scrittore italo canadese John Mura, che in poche frasi riassume le caratteristiche della città che si bagna sull’ Adriatico. La musica porta l’ascoltatore in atmosfere alla Litfiba dei primi dischi, dove la voce ispiratrice femminile e il coro in soprano cullano e inquietano mentre conducono a una immaginaria esplorazione della città.
8 brani sono decisamente pochi per raccogliere una carriera di pochi anni ma anche di 7 lavori fra EP e LP, e soprattutto per una band che mescola stili diversi come lo stoner, il prog-metal, il kraut, il post-punk. Ma l’esplorazione di 25 è sufficiente a portare l’ascoltatore curioso ad approfondire la storia di questa band, caso unico più che raro in Italia, per coerenza di sperimentazione e capacità di muoversi liquidamente nel circuito alternative di ultra nicchia diventando, meritatamente, una sorta di leggenda.
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C’è un momento in cui i luoghi che attraversiamo iniziano a parlare la nostra stessa lingua. Per Stefano Bruno, in arte DESSAI, quel momento è durato esattamente settantadue ore, o forse una vita intera. Il suo album d’esordio, “72 Ore”, fuori ora per Suonivisioni records con il contributo di Nuovo IMAIE, è la colonna sonora di un film che non esiste, ma che nella testa di chi ascolta prende forma nitida come un ricordo improvviso.
Napoletano doc, polistrumentista e produttore con un passato nei RIVA e collaborazioni varie Dessai firma qui il suo primo vero atto solista. E lo fa da nomade: il disco nasce tra i continui spostamenti dell’artista, assorbendo le luci di Napoli, la calma di Amendolara, le atmosfere di Bordeaux e l’umidità salmastra di Porto. Ne viene fuori un crogiolo di suggestioni cinematiche, un cut-up emotivo che cuce insieme la scrittura folk, il minimalismo acustico e il respiro freddo dei sintetizzatori analogici.
Il risultato è un affresco ibrido e potentemente evocativo, che sembra uscito dalla filmografia di una regista giapponese mai esistita, capace di mescolare l’intimità di una stanza in disordine con la vastità di un paesaggio costiero. Chitarre, mandolino e ukulele dialogano con macchine e riverberi, in un equilibrio precario e volutamente imperfetto che ne costituisce il fascino più autentico.
Anticipato dal singolo “Bella morning Carousel”, il viaggio di “72 Ore” si muove tra le crepe del quotidiano: entusiasmi fulminei, depressioni striscianti, riflessioni sulla fede e sulla ricerca di sé. Niente è patinato, tutto è vivo. E le influenze, più che dichiarate, si respirano: la fragilità di Elliott Smith, la spiritualità laica di Sufjan Stevens, lo sguardo poetico di un Devendra Banhart, ma anche il cinema sospeso di Wim Wenders, la luce di Terrence Malick e la sensualità malinconica di Luca Guadagnino.
«Questo disco rappresenta un ritorno al mio passato – racconta Dessai – ai primi strumenti che mi hanno appassionato e alle canzoni che ascoltavano i miei genitori. È stato prodotto velocemente, quasi in presa diretta, con un’attitudine più da campionamento che da registrazione tradizionale, per essere funzionale negli arrangiamenti, libero e vero, con le giuste imperfezioni».
Un ritorno alle origini che è anche un passo in avanti. Dopo l’esperienza electro-chillwave del progetto JUNO// nel 2014, Dessai riscopre la dimensione personale, quella fatta di corde strofinate e voci in primo piano. “72 Ore” non è solo un album: è un diario di bordo, un rullino fotografico sviluppato in fretta, un viaggio di tre giorni (o forse una vita) che merita di essere ascoltato a occhi chiusi.
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Le parole di Wim Wenders alla Berlinale hanno scatenato un dibattito che fa riflettere sul rapporto tra arte e politica. E ora, a raccogliere il testimone, è arrivato Nick Cave con una risposta che è già un manifesto artistico.
Il regista Wenders aveva osato dire l’indicibile in un’epoca iper-politicizzata: “I filmmaker devono stare fuori dalla politica. Noi siamo il contrappeso, l’opposto della politica. Facciamo il lavoro delle persone, non quello dei politici“. Parole che hanno fatto discutere, ma che hanno trovato in Nick Cave un alleato inaspettato e appassionato.
Sulle sue Red Hand Files, Cave ha spiegato di conoscere Wenders da 40 anni e di essere stato “profondamente commosso” dalle sue dichiarazioni. Secondo il musicista, il regista stava cercando di “salvare la Berlinale dal diventare un festival vittima di un’unica ideologia monolitica“.
Ma è andato oltre, regalandoci una definizione potentissima del ruolo dell’arte:
“La grande arte esiste puramente per se stessa. Nel suo momento più trasformativo, si rivela in modo sottile, ambiguo e curioso. Ci umilia mentre ci dilata il cuore, guidandoci verso ciò che è buono, bello e vero. La sua generosità? Ricordarci che la vita merita di essere vissuta.”
Non è la prima volta che Cave prende posizioni scomode: già in passato ha criticato la cancel culture per la sua “mancanza di misericordia” e ha rivendicato il diritto dell’arte a esplorare anche il lato oscuro dell’umano. Perché, come ha detto lui stesso, “non c’è metrica che dice che la virtù produce buona arte“.
In un mondo che chiede a tutti di schierarsi, Cave e Wenders ci ricordano che il compito più rivoluzionario dell’arte è forse proprio quello di non servire a nulla se non a renderci più umani.
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C’è chi dice che i supergruppi siano spesso operazioni commerciali prive di anima. Poi ci sono i Tomahawk, pronti a dimostrare il contrario. La band guidata dal camaleontico Mike Patton (Faith No More, Mr. Bungle, Fantômas) ha appena annunciato, con somma incredulità, il loro primo tour in 13 anni.
Nella band, tra le più rispettate band della scena alternative rock, troviamo, oltre a Patton: il chitarrista Duane Denison (The Jesus Lizard), il batterista John Stanier (Helmet, Battles) e il bassista Trevor Dunn (Mr. Bungle). Un quartetto che, quando si riunisce, sa di poter scrivere pagine di storia.
Il tour celebrerà il 25° anniversario della band, un traguardo importante che merita di essere festeggiato a dovere. E quale modo migliore se non condividere il palco con vecchi compagni di avventura? Ad accompagnarli in questa traversata musicale ci saranno i leggendari Melvins, pilastri indiscussi dello sludge e dell’alternative rock.
La line-up dei Melvins per questa occasione sarà quella composta da Buzz Osborne, Dale Crover, Steven McDonald e Coady Willis. Un sestetto di fuoco che promette di trasformare ogni data in un vero e proprio rituale sonico.
Lo stesso Duane Denison ha commentato l’evento con l’ironia che contraddistingue la band: “Nello spirito delle Olimpiadi, il Team Tomahawk ha deciso di rialzarsi e andare a caccia dell’oro un’altra volta – in gara con noi ci saranno anche i nostri colleghi Melvins.”
Una sfida amichevole, ma dal potenziale distruttivo, come conferma Buzz Osborne: “Questo tour è un’ovvietà. Non vedo l’ora. Un tour dei Melvins con i Tomahawk sarà un groove pazzesco.”
Con il tipico sarcasmo, la tournée è stata ribattezzata “A Huge Waste of Your Time and Money” (Un’enorme perdita di tempo e denaro). Un titolo che, tradotto, suona più come un invito a non perdersi quello che si preannuncia come uno degli eventi live dell’anno.
Il tour prenderà il via il 18 luglio da Nashville per concludersi il 15 agosto a Los Angeles. l calendario di date prevede stop a Austin, Brooklyn, Dallas, Atlanta, New Orleans, Washington, Philadelphia, Albuquerque, Kansas City, St. Louis, Buffalo, Boston, Cleveland, Detroit, Chicago, Minneapolis, Denver, Salt Lake City, Portland, Seattle e San Francisco.
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Chi segue Peaky Blinders fin dagli esordi lo sa bene: la serie non è mai stata solo questione di cappelli alla moda, lamette da barba e sguardi di ghiaccio di Cillian Murphy. Gran parte dell’anima oscura e magnetica della famiglia Shelby è stata cesellata dalle sue musiche. Dai primi accordi minacciosi di Red Right Hand di Nick Cave & The Bad Seeds, passando per le incursioni di Arctic Monkeys e Queens of the Stone Age, la saga di Birmingham ha sempre avuto un orecchio di riguardo per la scena alternative.
Ora che la banda si prepara a varcare la soglia del grande schermo con il film Peaky Blinders: The Immortal Man, la tradizione continua, e lo fa con un cast musicale che farà battere il cuore dei fan del rock contemporaneo.
In uscita nelle sale il 6 marzo e su Netflix dal 20 marzo, il film non si limita a riportare in vita Tommy Shelby (Cillian Murphy) in una Birmingham devastata dalla Seconda Guerra Mondiale. Lo fa accompagnandolo con le voci e le chitarre di alcuni dei nomi più interessanti della scena britannica e internazionale.
Se Antony Genn e Martin Slattery (già autori della colonna sonora della serie) tornano a firmare le musiche originali, la tracklist ufficiale si arricchisce di collaborazioni inedite e di un paio di cover che profumano già di culto.
Il nome che farà più discutere è senza dubbio quello di Grian Chatten, frontman dei Fontaines D.C., che presta la sua voce magnetica e graffiata al brano “Puppet”. Un pezzo oscuro, viscerale, che sembra uscito direttamente da una seduta spiritica in un pub di Liverpool. Ma non è tutto: con lui ci sono anche i compagni di band Carlos O’Connell e Tom Coll, a suggellare un legame sempre più stretto tra la nuova scena post-punk e l’estetica della serie.
E se “Puppet” rappresenta il nuovo corso, il film rende omaggio ai maestri del trip-hop con due reinterpretazioni dei Massive Attack. La prima è Angel, che vede ancora una volta la collaborazione di Grian Chatten, pronta a trasformarsi in un lamento ipnotico perfetto per le lande desolate dell’animo di Shelby. La seconda è Teardrop, affidata al progetto Girl in the Year Above.
Completano il quadro la vulcanica Amy Taylor degli Amyl & The Sniffers, i sempre imprevedibili Mclusky e le atmosfere folk oscure degli irlandesi Lankum, capaci di evocare gli spettri del passato con la sola potenza di una cornamusa.
Il contesto sonoro è perfetto per ciò che ci aspetta sullo schermo. Siamo a Birmingham, nel 1940. Mentre il mondo è a ferro e fuoco, Tommy Shelby viene strappato dal suo esilio forzato per affrontare quella che potrebbe essere la sua resa dei conti definitiva. Non si tratta solo di salvare la famiglia o il paese, ma di fare i conti con se stesso: “decidere se affrontare la sua eredità, o ridurla in cenere”. Un tema che, con una colonna sonora del genere, promette scintille.
https://uk.peakyblinders-film.com/
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