Mensile di informazione musicale, sempre aggiornato, notizie e curiosità dal mondo musicale.
http://www.freakoutmagazine.it
Nel 2024 avevamo salutato l’infernale bellezza di “The Love It Took To Leave You” di Colin Stetson con queste parole: ‘“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”, recita il Canto III dell’Inferno di Dante Alighieri… e Colin Stetson con “The Love It Took To Leave You” (Invada Records UK/Envision Records) ha degnamente celebrato la sua catabasi’ (scrivemmo).
Per l’occasione, per quanto possibile, tracciammo anche una sua “biografia” di Stetson artistica che ritengo opportuno riproporre: ‘Tracciare una rotta della ricca carriera discografica di Stetson è impresa ardua avendo, in circa un quarto di secolo, toccato svariati porti, ora solisti, ora in gruppo (come con i Ex Eye – da segnalare il bell’omonimo disco ai confini con il “Metal”), ora fatti di collaborazioni/partecipazioni illustri (come con Mats Gustafsson, BadBadNotGood, The Chemical Brothers, Tom Waits, Arcade Fire, Animal Collective, Bon Iver, TV On The Radio e persino David Gilmour…), ora come compositore di (tante) colonne sonore. Alcuni suoi dischi hanno poi visto la presenza di nomi noti quali ad esempio Laurie Anderson in “New History Warfare Vol. 2: Judges” del 2011, secondo volume della nota trilogia composta da “New History Warfare Vol. 1” del 2007 e “New History Warfare Vol. 3: To See More Light” del 2013, spina dorsale della produzione di Stetson. Quello che è certo (ed è anche una costante), è che Stetson abbia contribuito a reinterpretare ed estendere la tecnica del sassofono codificando un linguaggio proprio e peculiare’.
Oggi, Stetson firma con Greg Fox (già con Stetson nei citati Ex Eye) e Trevor Dunn, “Nethering” (Invada Records), lavoro “recorded in 2018, the friends improvised and let their creativity go wild” (come si legge sul sito https://colinstetson.bandcamp.com/album/nethering – consultato il 14.2.26).
Inaugura l’ascolto il brano omonimo (“Nethering”), lancinante e violento in cui il sax di Stetson dilania, su una ritmica feroce, l’ennesimo inferno sonoro.
“Reclaimer” rallenta in rarefatto sabba; il sassofono traccia la strada alla narrazione ritmica di un malefico conciliabolo: calderone ribollente di mefitica pozione.
I giri continuano a frenare la corsa nell’introspettivo “soliloquio” di “Swamp Swin”.
“Moleman” è brano di pregio… in cui la preghiera e il lamento pagano di Stetson si elevano su di una ritmica che da cadenzata diviene mitragliatore.
Con “Molemoss” si ritorna a un momento più riflessivo, con il sassofono ancora a soffiar lamento e la “ritmica” a disegnare rade melodie.
“Molemantis”, per la sua prima metà, è il brano che si mostra (apparentemente) più accessibile, con gli strumenti inquadrati a dare una qualche “forma” a un contenuto che resta “visionario” per poi trasfigurare in (in)forme “noise” e morire nella breve, impalpabile “Parlour”.
Terminato l’ascolto… “Nethering” è dannazione scritta secondo il credo di Colin Stetson, Greg Fox e Trevor Dunn.
https://www.colinstetson.com/
https://colinstetson.bandcamp.com/album/nethering
L'articolo “Nethering”: la dannazione secondo Colin Stetson, Greg Fox e Trevor Dunn proviene da Freak Out Magazine.
C’è un’onestà quasi d’altri tempi nel modo in cui Amy Macdonald abita il palco. Al Fabrique di Milano, la cantautrice scozzese mette subito in chiaro le cose: puntualità britannica (ore 21:00 spaccate) e una schiera di chitarre acustiche pronte a essere alternate quasi a ogni brano, supportata da una band solida (chitarra elettrica, basso, batteria, tastiere e un banjo elettrico fondamentale nell’economia del sound).
L’apertura è un “uno-due” collaudato: le venature folk-rock di Is This What You’ve Been Waiting For e Dream On scaldano i motori, ma è con The Hudson che il concerto imbocca la sua strada maestra. Siamo nelle coordinate care al folk delle Highlands, un territorio che Amy domina con una naturalezza disarmante. Su Spark, la Macdonald dimostra di saper calamitare l’attenzione senza dover ricorrere a effetti speciali: basta la sua voce, una spanna sopra la media per timbro e tenuta live.
Quando arriva la prima hit storica, Mr. Rock n’ Roll, l’atmosfera cambia: il Fabrique si trasforma idealmente in un pub di Glasgow. Le influenze sono chiare, dalla musa Emmylou Harris alla tradizione dei The Waterboys che riecheggia in Pride.
Il cuore pulsante del live tocca l’apice emotivo con la doppietta Don’t Tell Me That It’s Over (cantata senza chitarra) e la struggente Run, dove la performance vocale raggiunge vette di rara intensità. C’è spazio anche per le atmosfere malinconiche alla Sinéad O’Connor in alcuni passaggi del nuovo materiale, prima di tornare a far saltare il pubblico con l’incedere di I’m Done.
Se episodi più pop come Slow It Down o Can You Hear Me scorrono via senza scossoni, è il finale a incendiare la serata. Statues profuma di whiskey e polvere, mentre Barrowland Ballroom scatena un’attitudine punk-folk degna dei migliori The Pogues. Immancabile la chiusura del set principale con This Is the Life: un inno generazionale cantato all’unisono da tutto il locale.
I bis regalano ancora sorprese: un rullante montato in prima linea trasforma We Survive in una marcia trascinante grazie a un banjo in gran spolvero. Dopo il gran finale affidato a The Glen e alla storica Let’s Start a Band, Amy saluta il pubblico con la genuinità che la contraddistingue, promettendo di scendere tra la folla per una foto e una birra.
Bella, brava e con una voce che non ammette repliche. Se all’inizio della serata c’era qualche dubbio, alla fine del concerto la certezza è una sola: il biglietto per vedere Amy Macdonald sono soldi benedetti.
https://www.amymacdonald.co.uk/
https://www.facebook.com/amymacdonaldmusic
https://www.instagram.com/amy__macdonald/
Per la foto si ringrazia Fabio Izzo per Fabrique Milano. Guarda la gallery
https://fabriquemilano.it/it/eventi/amy-macdonald/
L'articolo Amy Macdonald e quella onestà d’altri tempi: al Fabrique di Milano è magia folk proviene da Freak Out Magazine.
Dopo il silenzio, l’azione. Gli American Football, pionieri del post-emo e del rock, hanno finalmente svelato i piani per un tour estivo che unirà Nord America ed Europa in un’unica, lunga narrazione musicale. Non è solo una serie di concerti, ma un vero e proprio viaggio che partirà da Denver il 15 maggio per concludersi il 18 agosto a Minneapolis, toccando la cifra record di ben 31 tappe.
La notizia più calda per i fan italiani? Il gruppo, celebre per il sound malinconico e le complesse tessiture strumentali, suonerà dal vivo a Milano il 19 giugno, sul palco dell’Alcatraz. Un appuntamento imperdibile per rivivere dal vivo i brani che hanno definito un genere. Support band Marconi Union.
Ciò che rende questo annuncio ancor più significativo è l’impegno sociale che lo accompagna. In collaborazione con Plus1, gli American Football devolveranno 1 dollaro, 1 sterlina o 1 euro per ogni biglietto venduto a favore di Safe Passage International e della Illinois Coalition for Immigration & Refugee Rights. Ogni nota suonata sarà quindi un sostegno concreto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, trasformando la passione della community in un gesto tangibile di solidarietà.
Il viaggio sarà arricchito da una selezione di artisti di supporto d’eccezione, tra cui le atmosfere sperimentali di Mei Semones e Ian Sweet, i panorami ambientali dei Marconi Union e l’indie-folk intimo di Afternoon Bike Ride. Ogni data promette di essere una scoperta, una serata unica.
https://www.americanfootballmusic.com/
https://www.instagram.com/americfootball/
https://www.facebook.com/americanfootballmusic
L'articolo Gli American Football in tour a sostegno dell’Illinois Coalition for Immigration & Refugee Rights. C’è anche Milano proviene da Freak Out Magazine.
Si chiama Arise il quarto album collaborativo del collettivo di Glasgow Helicon che per l’occasione pubblica insieme al DJ/produttore di Los Angeles Al Lover, pubblicato il 13 febbraio scorso per Fuzzclub records, lanciato dal singolo omonimo. il disco è prodotto da Tony Doogan già produttore dei Mogwai, e The Jesus & Mary Chain, e vede gli Helicon in pieno schieramento (9 membri) con anche Chris Geddes dei Belle & Sebastian al piano in Goodbye Cool World.
Mezza Glasgow musicale insomma è schierata per lanciare questo disco intenso e dal ritmo incisivo, che stratifica trip-hop, basse frequenze profonde e texture dub. Il progetto è nato da un continuo scambio di demo tra Helicon e Al Lover, da una sponda all’altra dell’Atlantico. In seguito, la band si è riunita ai Castle Of Doom Studios per registrare i primi strati sonori e per poi accogliere Al Lover, che li ha raggiunti per lavorare con drum machine, synth e sampler.
“Arise mette a confronto una cultura individualista alla mercé di graffianti opportunisti”, dice il frontman John-Paul Hughes, “offrendo un promemoria di empatia, compassione, autenticità”.
Il leader degli Helicon prosegue: “per me la psichedelia serve a rompere cose per aprirle e vedere cosa ne viene dopo, quanto possono essere stirate e ancora vibrare vive. Lavorare con Al Lover ci ha fatto torcere la nostra musica e ci ha portato in questo senso a un livello nuovo che può ancora evolvere, significando qualcosa di diverso in un mondo dove il conformismo sembra rendere tutto un suono similare”.
Al Lover ha aggiunto che “il processo di lavoro con gli Helicon è stato nient’altro che gioia. E’ davvero bello avere musica che sia condotto per connessione umana di menti. Spero che questa connessione attraverso la musica che si è creata raggiunga gli ascoltatori, facendoli sentire partecipi e non solo passivi osservatori”.
Il risultato è un sound dirompente, fortemente industrial e a tratti apocalittico, pieno di tessuti sonori elettronici, come in Adjust the Dosage, nella cantata onirica Backbreaker, dal ritmo hip hop feroce che ricorda da vicino i “cugini” londinesi Fat Dog, e in Not a Thought, con un groove baggy e ipnotico, fusione tra la psichedelia degli Helicon e l’elettronica pura di Al Lover.
Ma vi sono anche pezzi puramente post-rock, dove l’elettronica di Al Lover si lascia prevalere da texture di chitarre basso e batterie, in piena lezione Mogwai, come nella title track Arise, o in Tabula Rasa, o in Goodbye Cool World, giocata su atmosfere e beat lenti, o ancora nella conclusiva We Don’t Belong, al contrario molto dinamica, il cui titolo sembra alludere all’incapacità di classificare questa canzone e in fondo l’intero disco e l’intera discografia degli Helicon in un solo genere.
Del resto, pezzi ancora diversi, in cui la psichedelia si fonde col dream pop, sono Midnight Mass e It Won’t Stop, anche questo cantato in coro,, cosa rara in un disco prevalentemente strumentale e in cui le liriche trovano poco spazio, altra caratteristica che li accomuna ai Mogwai.
Le sonorità del disco insomma mettono in gioco tutto quello che l’industrial e la techno-elettronica possono concepire per far sembrare Arise un disco che viene dal futuro, un futuro però che suona distopico e cupo: la rivista The Skinny indovina bene la definizione di “psych-rock”, definito “mesmesizzante” da Louder Than War, o incredibilmente “trippy, con suoni da oltremondo” per Clash Magazine.
Un successo assoluto in Gran Bretagna, come mostra anche la data a Londra all’ Oslo Hackney, che sicuramente sarà bissato nelle date di Edimburgo, Sheffield, Manchester programmate per fine febbraio.
Una sequenza di appuntamenti live che portano sicuramente valore aggiunto al disco e alla musica da effetto degli Helicon, che si potrebbero definire un crocevia tra il post-rock dei Mogwai e l’alternative music dei Mercury Rev e anche la potenza esplosiva trip-hop dei Fat Dog.
Un crocevia che gode di ottima salute in territorio britannico, sempre aperto a sperimentazioni e alla concezione di una musica post-moderna, al passo coi tempi oscuri e incerti attuali
https://www.heliconglasgow.com/
https://www.facebook.com/HeliconGlasgow/
https://www.instagram.com/heliconglasgow1/
L'articolo Helicon & Al Lover: Glasgow si conferma capitale del post-rock proviene da Freak Out Magazine.
Il ritorno dei Foo Fighters non è mai solo un semplice “ritorno”. È un evento, una scossa tellurica che attraversa l’oceano e arriva dritta alle cuffie di milioni di fan. E questa volta, la scossa ha un nome preciso: “Your Favorite Toy”.
Dopo l’intensità emotiva e catartica di But Here We Are del 2023, la band di Dave Grohl è pronta a voltare pagina e a guardare dritto verso un futuro che profuma di gomma bruciata e riff distorti. Il nuovo capitolo discografico si intitolerà proprio “Your Favorite Toy” e arriverà nei negozi e sulle piattaforme digitali il 24 aprile via Roswell/RCA.
Non è solo il primo album dopo l’ultimo tour, ma è un disco che segna un passaggio di consegne importante: è il primo lavoro in studio con il nuovo batterista Ilan Rubin ufficialmente in formazione. Rubin, che si unisce al già solido nucleo di Dave Grohl, Nate Mendel, Chris Shiflett, Pat Smear e Rami Jaffee, porta con sé una nuova linfa, e se il primo assaggio è questo, la direzione è più chiara che mai.
“‘Your Favorite Toy’ è stata davvero la chiave che ha aperto la porta al tono e alla direzione energetica del nuovo album. Ci siamo imbattuti in questo brano dopo aver sperimentato con suoni e dinamiche diverse per oltre un anno. Il giorno in cui ha preso forma, ho capito che dovevamo seguirne la scia. È stata la miccia che ha innescato la polveriera di canzoni che abbiamo finito per registrare per questo disco. Sembra qualcosa di nuovo.”
Un’ammissione preziosa che lascia intendere un lavoro di cesello durato mesi, in cui la band ha cercato e infine trovato la propria bussola. Il risultato è un brano che definire “una bomba” è riduttivo: è un tripudio di chitarre abrasive e una ritmica che non lascia scampo.
Oltre al singolo apripista, la tracklist di Your Favorite Toy includerà anche un altro pezzo già noto ai fan più attenti: la grintosa e cupa “Asking For A Friend”, pubblicata lo scorso anno, che promette di inserirsi perfettamente in questo mosaico sonoro fatto di distorsione e attitudine.
Registrato in casa (un “home recording” che sa di jam session e di spontaneità), il disco è stato co-prodotto dalla band insieme a Oliver Roman, che ne ha curato anche l’ingegneria del suono. Il mix è stato affidato alle mani esperte di Mark “Spike” Stent, garanzia di un sound potente e cristallino.
Se la notizia di un album in arrivo non fosse abbastanza, i Foo Fighters sono già pronti a calcare i palchi di tutto il mondo. La band ha recentemente annunciato una serie di date che li vedrà protagonisti, con un parco di opening act da far invidia a qualsiasi festival.
Ad accompagnarli in questa nuova avventura live ci saranno band del calibro di IDLES, Queens of the Stone Age, Mannequin Pussy, Gouge Away, Die Spitz, Otoboke Beaver e Fat Dog. Un mix esplosivo che conferma ancora una volta la generosità e lo sguardo sempre attento di Grohl e soci verso il meglio della scena rock alternativa.
La band intraprenderà un lungo tour che partirà l’8 maggio dalla Florida per concludersi, dopo 27 tappe, a Las Vegas il 29 settembre.
https://foofighters.com/
https://www.facebook.com/foofighters/
https://www.instagram.com/foofighters/
L'articolo Foo Fighters, la nuova era ha un nome: “Your Favorite Toy”. Ecco il nuovo album. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
... | 245 | 250 | 255 | 260 | 265 | 270 | 275 | 280 | 285 |...
AgoraVox Italia