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Marina Serafini

Dottore in filosofia e dottore in scienze della formazione, ho conseguito diversi master e corsi di specializzazione in comunicazione, formazione, selezione del personale e project management. Affascinata dal mondo del web marketing e dello storytelling management. Da anni impegnata nella gestione di Risorse Umane, in area didattica e nel problem solving aziendale. Mi piace dire qualcosa parlando di altro, mi piace parlare dell'uomo...
 

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  • Primo articolo venerdì 08 Agosto 2016
  • Moderatore da domenica 09 Settembre 2016
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Ultimi commenti

  • Di Marina Serafini (---.---.---.235) 3 aprile 22:33
    Marina Serafini

    Questo discorso dovrebbe essere, a mio avviso, esteso in direzione di molte organizzazioni, non solo delle P. A. Necessità fa virtù, recita un famoso meme, e infatti la situazione attuale, una situazione di necessità, ci ha mostrato come sia possibile, in molto casi, procedere in maniera differente da quella cui siamo abituati. La tradizione va svecchiata, bisogna comprendere le trasformazioni culturali avvenute e quelle in corso, e viverle con vantaggio comune. Sono molti mesi che sentiamo parlare di smart job e di lavoro agile. Ovunque è possibile leggere articoli che descrivono "paesi avanzati" che ne fanno uso, con guadagno di tutti: di spese personali, di spese aziendali, di inquinamento ambientale, di stress.... Paesi così avanti da sembraci vivere nello spazio... Ma l’Italia no: paese conservatore e tradizionalista, paese pigro e trasandato. Ci accoccoliamo nel senso di sicurezza che trasmettono le abitudini, verace o illusorio che sia, e restiamo lì, impalati, intanto che il mondo tutto intorno cambia. Oggi in molti lavoriamo da casa, e dopo una strana fase di assestamento, scopriamo che è una realtà praticabile e che ha i suoi vantaggi. Con molti benefici. E allora speriamo che questa stravolgente esperienza, che sta accomunando così tante persone, sia in grado di lasciare in noi, oltre al diffuso malessere, un pò più di saggezza.

  • Di Marina Serafini (---.---.---.235) 30 marzo 20:25
    Marina Serafini

    Carissima, un abbraccio di incoraggiamento, un abbraccio di solidarietà..Un po’ di calore umano, sia pure in modalità telematica...

  • Di Marina Serafini (---.---.---.235) 30 marzo 01:29
    Marina Serafini

    Carissimo, ringrazio io lei per la disponibilità costante al dialogo. Dialogo che, spero, continuerà a farci incontrare. Un saluto

  • Di Marina Serafini (---.---.---.235) 29 marzo 03:20
    Marina Serafini

    Carissimo, il termine trauma, etimologicamente parlando, riporta alla lesione, alla ferita. Un incontro, certo, ma di tipo particolare. Un incontro che si apre alla possibilità estrema, che è la morte. Proprio quello che sta avvenendo in questi giorni terribili. Parlare di un nemico sconosciuto non è certo un modo semplicistico di descrivere la violenza cui siamo attualmente soggiogati: é uno dei modi, ed è anche appropriato. L’incontro aiuta, agevola e a volte forza la necessità di cambiamento. Spesso la impone. In questi tempi il trauma impone il cambiamento radicale: acceso/spento. Concordo con lei nel sostenere, alla lunga, che il cambiamento é vita, che le appartiene costruttivamente, ma il cambiamento definitivo, quello che impedisce ogni altro possibile cambiamento non lo é. Non si tratta più di vita, ma della sua esclusione: una uscita dal gioco, una posizione che é addirittura altro dallo spettatore. È silente assenza. E se é vero quanto dicono certuni filosofi, che la morte é sempre la morte degli altri, una esperienza che possiamo comprendere soltanto per via indiretta, io penso che invece la esperiamo sul campo anche attraverso gli altri. Attraverso l’assenza dei nostri cari, che da un giorno ad un altro - con o senza preavviso - spariscono, non ci sono più. Esclusi dal gioco. Ecco un aspetto del trauma che resta lesione, che impone una variazione, ma una variazione che nei vivi - laddove non hanno le forze - si muta nel cambiamento estremo , sia di carattere fisico piuttosto che mentale. Ho personali esperienze di un trauma che ha imprigionato la mente di un uomo, rendendolo vivo solo al passato trascorso, e morto al presente: assente. Stiamo vivendo ogni giorno esperienze di vita che in pochissimi giorni si muta in assenza totale, una assenza fisica di chi cade, e spirituale in chi ha vissuto la caduta di altri. In questi ultimi rimane un vuoto che nemmeno il ricordo riesce a colmare. Ha ragione nel sostenere che non è facile dar senso alla vita umana, ma dico per certo che non tutti hanno o trovano la forza per reagire ad eventi sconvolgenti che la attraversano. Per questi, dunque, non si dá evoluzione ma dolore, stasi, regressione, se non addirittura la fine del viaggio. Certamente lei si riferiva all’umanità, ai grossi numeri, ma io oggi vedo solo grossi numeri di una infinità di individui, ognuno con la propria storia, connessa con la singola storia di altri. Il termine astratto che allude all’umanità mi rimanda a un futuro infinito, che si imbarca verso un tempo che non potrò mai conoscere, perché io sono adesso.

  • Di Marina Serafini (---.---.---.235) 28 marzo 18:39
    Marina Serafini

    Qui si muore, e lí ci si esercita ad uccidere. Una grande prova di civiltà evoluta.

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