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Bannon, Dugin, Salvini e il Gran Disegno Reazionario

Non sono un giornalista d’inchiesta, sia chiaro. Anzi, a dire il vero non sono affatto un giornalista. Sono semplicemente uno che legge, si informa, si fa domande e cerca risposte nella ricerca il più possibile ampia di quel “quadro complessivo” – politico, sociale, culturale, economico - che costituisce la realtà in cui vivo. E che poi ne scrive.

Per questo motivo non mi ha affatto stupito la poderosa inchiesta di Report, andata in onda lunedì scorso (e tassativamente da vedere fino in fondo), sul Gran Disegno Reazionario che vede legati da un patto strategico l’ultradestra americana ad ambienti russi vicini al presidente Putin, alle formazioni dell’estrema destra europea e, soprattutto, a una Lega guidata da Salvini fuori dalle secche di un localismo padano ormai asfittico fino alle vette della grande politica internazionale.

Non mi sono stupito (almeno in parte! Report ha sicuramente fatto un lavoro d’inchiesta che io potevo solo sognarmi) per il semplice motivo che le coordinate di quel Gran Disegno Reazionario le avevo già individuate da anni (probabilmente insieme ad altri che però non conosco). In particolare da quando, come molti, non riuscii a capacitarmi di come poteva diventare presidente degli Stati Uniti una specie di “cavallo pazzo” come Donald Trump.

E come molti a quei tempi, mi fu chiaro l’apporto probabilmente fondamentale dell’area di ultra destra guidata da Steve Bannon (a parte la sciagurata decisione dei duri e puri del Green Party di Jill Stein che nei tre stati in bilico ottenne quella manciata di voti che sono stati del tutto irrilevanti per loro e per la causa ambientalista, ma nello stesso tempo decisivi per consegnare la vittoria al meno ecologista dei presidenti americani).

Bannon, già personaggio di primo piano dei Tea Party (la componente di estrema destra del Partito Repubblicano) aveva messo a disposizione la piattaforma Breitbart News (oggi crollata da 17,3 milioni di contatti mensili a 4,6) a tutta l’area composita e multiforme dell’anima reazionaria americana.

Ne usufruirono perciò i suprematisti maschilisti, avversari di ogni conquista civile delle donne, gli omofobi, i suprematisti bianchi (compresi numerosi esponenti di spicco del KuKluxKlan), i neonazisti (dichiaratamente a favore dello sterminio degli ebrei), gli islamofobi e gli xenofobi anti-immigrati di tutti i tipi, frange consistenti dei movimenti religiosi più tradizionalisti e così via elencando in odio a ogni idea di diritti civili delle minoranze, delle alterità, delle diversità.

Grossomodo quello che oggi sta accadendo in Italia sulla scia del movimento di Salvini.

In questo magmatico movimento spiccava la Alt-right, un gruppo di ispirazione nettamente neonazista guidata da Richard Spencer (i cui componenti festeggiarono la vittoria alle presidenziali con un tripudio di braccia tese e di “Heil Trump!”).

E notevole curiosità suscitò il fatto che la (ex) moglie russa di Spencer aveva tradotto in inglese il libro di un filosofo russo, tal Alexandr Dugin, il cui titolo era particolarmente interessante (dopotutto eravamo ancora nel pieno del dibattito sui Quaderni neri): Martin Heidegger: the Philosophy of Another Beginning. 

Fu così che, seguendo le tracce di Dugin, già noto per aver fondato con Limonov il partito nazibolscevico russo (capostipite dei tanti rossobrunismi contemporanei) trovai vari articoli sia di testate nazionali che internazionali, oltre ad alcuni siti internet, che ne avevano parlato nel corso degli anni, talvolta accurati, ma spesso anche frammentari e parziali oltre che incapaci di comporre un quadro ampio delle sue connessioni politiche e culturali. Ma scoprii anche il think tank Katehon, di cui il filosofo era l’anima pensante (più tardi ne è uscito); ambiente che era decisamente interessante anche per i componenti del suo direttorio: economisti, militari, esperti di relazioni internazionali e così via in un vago sentore di “servizi” e di tresche. Il tutto sotto la guida di quel Konstantin Malofeev, intervistato da Report, fondatore e presidente di Katehon così come della Fondazione San Basilio il Grande da cui partivano, oggi lo sappiamo, correnti di finanziamenti qui e là nel mondo.

Scoprire che Malofeev era stato un grande finanziatore dei movimenti dell’estrema destra contrari al progetto di unificazione europea (oggi li chiamiamo “sovranisti”) permetteva di connettersi immediatamente, anche senza avere gli strumenti investigativi di Report, alle associazioni leghiste strettamente legate, apparentemente per innocenti interessi commerciali, con la Russia di Putin: l’ormai nota Lombardia-Russia di Gianluca Savoini – coinvolto nell’affaire Metropol – il cui presidente onorario è quel Alexey Komov presente al convegno di Verona sulla famiglia (anche lui intervistato da Report) e la meno nota, e – chissà - forse anche meno attiva, Piemonte-Russia, il cui presidente onorario è, nientemeno, lo stesso Alexandr Dugin.

Ma non andava dimenticato Bannon, la cui presenza in videoconferenza, all’incontro organizzato nel 2014 dall’Istituto Dignitatis Humanae Vitae con il fine di promuovere un’azione interna alla Chiesa contraria al papato di Bergoglio - era già stata resa nota da un articolo del New York Times. In quell’occasione aveva citato la Quarta teoria politica di Dugin (che propone "il socialismo senza materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo") così come lo stesso Spencer avrebbe fatto un paio di anni dopo.

La connessione tra estrema destra americana, ambienti russi e formazioni antieuropeiste dei paesi europei non era affatto invisibile se solo si fosse guardato con un po’ di attenzione. Né era invisibile quel progetto “eurasiatico” di non nuova origine, che oggi affascina molti antiglobalisti di varie coloriture. Ivi compresi movimenti e personaggi venuti dall’area marxista come Giulietto Chiesa o Diego Fusaro con le sue "idee di sinistra e valori di destra".

Ma era anche necessario capire che la Lega era andata incontro a una vera e propria trasformazione antropologica, trasformandosi nella forza politica che conosciamo accreditata di un 30% abbondante di voti. Di tutti questi aspetti ho scritti e pubblicato, grazie ad Agoravox, nel corso di questi ultimi tre anni (ovviamente con molte ripetizioni e tratti ormai datati). Troverete tutti i miei articoli, in ordine cronologico in fondo a questo testo.

Il quadro complessivo era quindi già chiaro da anni, e oggi – dopo la trasmissione di Report e dopo quello che sappiamo dalle intercettazioni del Metropol – è impossibile chiudere gli occhi come gran parte della stampa e della politica italiana hanno fatto per troppo tempo.

Il pregio dell’inchiesta di Report è, naturalmente, di suffragare le ipotesi con “pezzi di carta”; le email, i bonifici, le foto, i video che sanciscono quanto raccontato con la forza delle prove incontrovertibili, così come le inchieste dell’Espresso, a cui si deve la pubblicazione delle intercettazioni del Metropol (prova, a sua volta, che qualche servizio europeo si sta dando da fare per contrastare il Gran Disegno Reazionario che ci avvolge tutti come una ragnatela nera).

Ma più che le prove fattuali delle connessioni politiche (o della corruzione internazionale), specifiche del giornalismo d’inchiesta, che io non avrei mai potuto trovare, mi interessavano gli aspetti “culturali”: vale a dire quel progetto reazionario, fondato sulla proposta di un ritorno alla “tradizione sacra”, in una lettura neo-heideggeriana del superamento della modernità, che ha come scopo ultimo la distruzione sistematica del sistema liberale a favore di un assetto dichiaratamente illiberale, pubblicamente vantata da Bannon (e insinuata da Putin) di cui Dugin è, indiscutibilmente, il nuovo vate.

Un vate a cui guardano con ammirazione e rispetto, oltre a taluni transfughi di sinistra, ai leghisti e ai postfascisti di oggi, anche i vecchi esponenti del neofascismo anni ’70 come Maurizio Murelli, intervistato da Report, fondatore della rivista Orion con Alessandra Colla ((immortalati in una foto con il filosofo russo già nel 1994, pressoché agli inizi della vicenda politico-culturale nazibolscevica di Dugin) o Claudio Mutti, ex ordinovista, oggi direttore, convertito all’Islàm, della rivista Eurasia. Esponenti di primo piano dell’avanguardismo nostalgico che, con ogni probabilità, è stato quello più sensibile ai richiami duginiani a Guènon e, soprattutto, a Evola.

Quello che emerge con estrema chiarezza è la capacità dell’estrema destra di connettersi in una rete globale transnazionale e transcontinentale, la sua capacità di elaborare un progetto filosofico e culturale in grado di produrre ricadute sociali e politiche forti e di proporre una sua antropologia non nuova (in fondo si tratta del solito “Dio, Patria e Famiglia” trito e ritrito), ma convincente per certi strati sociali (quelli “molto bassi” socialmente e culturalmente, secondo Malofeev).

Cosa che a sinistra, diciamolo a chiare lettere, non è riuscito. Per certi versi non ha saputo elaborare una via originale di superamento del comunismo. Per altri non ha saputo rinnovarsi dopo la pessima performance della Terza via blairiana nata per tentare di governare da sinistra la globalizzazione neoliberista. E tanto meno ha saputo proporre una nuova antropologia opposta al classico, banale refrain di destra, ma capace sia di sfuggire alle trappole dell’homo oeconomicus, che anche alla limitatezza del marxiano homo faber.

Di fronte all’inquietante quadro emerso dalle inchieste più che meritorie di Report e dell’Espresso, restano pochi dati consolatori: la mancata vittoria dei sovranisti alle ultime europee ad esempio, o l’incomprensibile (per ora) suicidio politico di Salvini ad agosto; o la speranza che l’inchiesta giudiziaria sull’ipotesi di corruzione internazionale faccia chiarezza sul “caso” Savoini.

Ma nel frattempo si attende una risposta politica forte dai partiti che formano l’attuale maggioranza di governo o di quelli che, pur essendo all’opposizione, si sono chiaramente espressi in senso antisalviniano. In una parola si aspetta una mossa dal mondo antireazionaria (nel senso più ampio del termine) sia nazionale che europeo.

Se non riescono a uscire dall’impasse del tran tran della politichetta da giorno per giorno e dalla rigidità di una visione solo economica del progetto europeo, per affrontare la politica di ampio respiro di cui c’è bisogno, i rischi per la democrazia - con questa destra ultrareazionaria e agguerrita in fase espansiva - saranno evidentemente elevatissimi.

Non c'è più da perdere tempo. Speriamo che la classe politica se ne renda conto.

 

I miei articoli precedenti sull’argomento in ordine cronologico.

Il Nuovo Ordine Mondiale Russo (e islamo-fascista). 

Geopolitica: dai massimi sistemi alla svolta di Beppe Grillo. 

Heidegger, Dugin e la fine della democrazia. 

Putin-Trump: due presidenti, unico totalitarismo. Parte prima. 

Putin-Trump: due presidenti, unico totalitarismo. Parte seconda. 

USA: il vero pericolo si chiama Bannon. 

USA: i fratelli coltelli di casa Trump. 

Neofascismo: un vero progetto reazionario, non folklore. 

Da Heidegger a Dugin: dal nazismo al neonazismo. 

Il duginismo italiano di des-sinistra. 

Dalla Lega all’allarme neonazista: non è folklore. 

Antifascismo | La sinistra e la trappola rossobruna: disarmati allo scontro antropologico. 

Elezioni: l’Italia vira a Destra. 

Scoprire l’Ur-Antifascismo. 

Verona, capitale dell’oltranzismo reazionario. 

La critica al neoliberismo e il successo delle destre. 

 

 

Commenti all'articolo

  • Di Tanto per sputtanare un po’ (---.---.---.177) 23 ottobre 17:09

    Giusto per sputtanare gli avversari politici e nient’altro.

    Tanto nessuno verifica e controlla se le illazioni siano vere o meno. Poi quando di scoprirà che sono tutte palle a nessuno interesserà smentirle. Il loro sporco lavoro però l’hanno fatto.

    Fossi in Salvini farei partire una bella raffica di querele.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.225) 23 ottobre 17:27
    Fabio Della Pergola

    Fosse in Salvini non farebbe partire proprio niente perché non c’è niente, ma proprio niente, di offensivo. Solo critica (ancora legittima nel nostro paese) culturale e politica. tranne che per certi idioti da tastiera (così coraggiosi da non avere nemmeno il coraggio di firmarsi con nome e cognome come il sottoscritto).

  • Di paolo (---.---.---.49) 24 ottobre 18:11

    Che la Lega targata Matteo Salvini rappresenti un rischio per la democrazia non c’è alcun dubbio, non fosse altro per la statura politica del soggetto in questione e del suo circondario. La Lega secessionista di Bossi con Salvini si è riscoperta forza nazionalista, ma medita ancora un federalismo che in sostanza la riporta, seppure in forma più soft, all’obiettivo di partenza. Ovvero l’obiettivo rimane il Nord come regione mitteleuropea, saldata all’economia più forte e fiscalmente distaccata dal resto del paese. L’ironia è che cerca di rastrellare voti al Sud per affrancare il Nord. Come dire che Carles Puigdemont cercasse i voti dei cittadini di Madrid per separarare la Catalogana dalla Spagna. I primi a cadere nella trappola saranno gli umbri, ai quali il mago del Papeete, sta promettendo un mondo da sogno, peraltro non difficile dopo i disastri del PD in questa regione. La Lega riempie, bisogna convenire legittimamente, dove la sinistra o pseudo tale fallisce. 

    Siccome comunque l’obiettivo generale è essenzialmente di tipo economico, è del tutto evidente che Salvini/Savoini batta tutte le strade utili allo scopo e una di queste è certamente la Russia di Putin, in barba alla concertazione politica della UE, che per la Lega non ha alcun significato.

    Poi che la Lega di Salvini sia anche una forza reazionaria estremista saldata organicamente ad ambienti nazifascisti nazionali ed internazionali, personalmente ho qualche dubbio. Credo che in questa fase si tratti più di una esigenza funzionale alla conquista del potere che di una condivisione ideologica. Insomma Salvini, che non accredito di una visione strategica fondata su una elaborazione culturale, cerca voti da portare a casa e non gli frega un tubo di chi siano o da dove provengano.

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