Vincitori materiali e Vincitori morali
La fine della Seconda guerra mondiale non ci ha solo “regalato” 50 milioni di morti e la devastazione di ampie regioni del pianeta. Il dono più importante di quella guerra spaventosa fu la nascita, nell'ottobre del 1945, delle Nazioni Unite e di quello che noi oggi chiamiamo Diritto Internazionale.

Già durante la fase finale del secondo conflitto mondiale, le potenze vincitrici iniziarono a pensare a regole ed istituzioni in grado di evitare il ripetersi di quella immane tragedia.
Da quelle riflessioni nacquero le Nazioni Unite, un'organizzazione internazionale deputata alla composizione pacifica delle controversie tra gli Stati e orientata a sviluppare relazioni di amicizia e cooperazione tra le nazioni.
A tal fine fu scritta la regola aurea del Diritto Internazionale, scolpita nel comma 4 dell'articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite, che recita: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.
L'uso della forza contro l'integrità o l'indipendenza di uno Stato, pertanto, è proibito e la sua proibizione dovrebbe valere per tutti gli Stati che hanno ratificato la loro adesione all'ONU.
Purtroppo, a distanza di ottant'anni, siamo ancora costretti a usare il condizionale “dovrebbe”, perché l'ONU non dispone di un suo apparato militare per reprimere le condotte contrarie ai suoi principi messe in atto da qualcuno dei suoi membri. E' come se uno Stato non disponesse di una sua polizia per reprimere le condotte sanzionate dal suo codice penale.
A questo limite strutturale, e forse ineliminabile, l'ONU tenta di ovviare facendo leva sulla collaborazione dei suoi Stati membri. La più riuscita repressione di una violazione dell'indipendenza di uno Stato è stata la coalizione internazionale creata nel 1990-91 per liberare il Kuwait invaso dalle truppe di Saddam Hussein.
Di solito, però, gli Stati membri sono poco propensi ad impegnarsi militarmente per difendere uno Stato aggredito. Per questo, al posto della reazione militare, sono più frequenti la condanna dell'aggressione da parte dell'ONU, l'irrogazione di sanzioni economiche nei confronti dell'aggressore e la fornitura di aiuti non solo umanitari alle popolazioni aggredite.
Per corroborare la cogenza dei principi dello Statuto dell'ONU, è stata istituita, nel 2002, la Corte Penale Internazionale (CPI), cui è stato affidato il compito di processare, giudicare e condannare i responsabili di genocidio, di crimini di guerra e contro l'umanità, e del crimine di aggressione. Tali crimini, infatti, sono intimamente connessi con le violazioni dell'integrità e dell'indipendenza di uno Stato censurate dallo Statuto dell'ONU.
Il progenitore della Corte Penale Internazionale è stato il Tribunale militare internazionale di Norimberga, istituito nel 1946 per giudicare e condannare i capi nazisti sopravvissuti al crollo del regime imperialista e genocida di cui avevano fatto parte.
Molte critiche sono state rivolte al Tribunale di Norimberga. Fu accusato di giudicare crimini non ancora codificati e di essere espressione delle potenze vincitrici. Accuse non infondate, ma sicuramente poco lungimiranti, perché distolgono l'attenzione dal nobile tentativo fatto a Norimberga di trasformare in imputati e colpevoli gli attuatori di politiche imperialistiche di dominio. È stato questo il seme piantato a Norimberga: considerare dei delinquenti giuridicamente perseguibili i fanatici esecutori degli abomini cui conduce la fedeltà alle ideologie nazionalimperialistiche. Da quel seme è germogliata la pianta della Corte Penale Internazionale. È una pianta sempre più radicata e rigogliosa, innaffiata dall'adesione di 125 Stati.
Purtroppo, tra gli aderenti alla CPI non figura nessuna delle grandi potenze militari del pianeta. USA, Cina, Russia e India se ne tengono alla larga. E se ne sta alla larga anche lo Stato d'Israele, il massimo beneficiario delle azioni riparatorie delle atroci ingiustizie naziste.
Tralasciando la censurabile politica del piccolo Stato d'Israele, bisogna rimarcare l'incoerenza e le contraddizioni dei russi e degli americani sull'adesione alla CPI. Furono loro, soprattutto gli americani, a volere il Tribunale militare internazionale di Norimberga, ma si rifiutano oggi di far parte della CPI, che del Tribunale di Norimberga è il legittimo erede. La loro assenza dalla CPI li fa sempre più apparire come meri vincitori materiali del secondo conflitto mondiale. Non possono e non potranno, infatti, fregiarsi del titolo di vincitori morali di quella guerra fino a quando non avranno condiviso la necessità di reprimere penalmente gli immancabili e disumani eccessi in cui sfociano gli imperialismi.
Ad eccezione dell'India, le altre tre grandi potenze non aderenti alla CPI costituiscono una seria minaccia alla pace. Della Russia è persino inutile parlare. È guidata da uno spietato nazionalimperialista ossessionato dal desiderio di ricostituire il defunto impero sovietico. Sta massacrando gli ucraini da 4 anni proprio per questo motivo. Gli USA sono guidati da una persona con evidenti disturbi neuropsichiatrici, il cui modello di riferimento è James Polk, l'ultimo presidente americano conquistatore, nel lontano 1848, di territori (Texas, California, Nuovo Messico, Nevada, Utah e parte del Colorado) facenti parte degli attuali Stati Uniti d'America. La Cina mira alla conquista di Taiwan perché vuole impossessarsi delle sue preziose fabbriche di semiconduttori e sfidare l'egemonia americana.
Per motivi diversi, tre delle quattro maggiori potenze, oltre a non aderire alla CPI, minacciano la pacifica coesistenza dei popoli, mentre nessuna minaccia sembra provenire da quelle medie potenze, in larga parte a ordinamento democratico e non casualmente aderenti alla CPI, cui si è rivolto il primo ministro canadese, Mark Carney, durante il suo illuminante discorso tenuto a Davos il 20 gennaio 2026.
Carney ha invitato le medie potenze a fare blocco e sistema contro i pericoli e le minacce espansionistiche dei grandi Stati, anziché correre a sottomettersi a questa o a quella grande potenza. L'orizzonte geopolitico delineato da Carney serve sia a definire i veri interessi delle medie potenze, sia a dare forza e gambe alla pacifica convivenza tra i popoli che il Diritto Internazionale vuole preservare.
Il suo appello è sicuramente un manifesto di strategia delle relazioni internazionali, ma è anche un'iniezione di orgoglio e di autostima per tutti i vincitori morali della Seconda guerra mondiale, ossia per tutti quegli Stati che, aderendo all'ONU e alla CPI, hanno pienamente compreso la Lezione della Storia impartita all'umanità dall'immane tragedia della Seconda guerra mondiale.
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