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Turchia, gli undici giorni di Nazim

Undici giorni undici ad aspettare la vita. Undici giorni undici ad allontanare le cesoie di Átropo. Il raggio di luce è giunto in piena notte: “Sotto una luna bellissima” dice ai microfoni televisivi nell’ospedale di Gaziantep e sorride. 

Sorride sebbene attenda l’amputazione di un arto inferiore che non si può salvare. Sorride nonostante abbia il cuore disfatto dalle macerie che inghiottivano i genitori dentro la stessa abitazione. Aveva visto tutto, poi buio e silenzio. Per ore, per giorni. Nazim comprendeva e si teneva in vita cantando. Di tutto, anche "Bella ciao” e la ripropone, disteso sul letto bianco che l’accoglie, al cronista della Rai. Localizzato, sotto le macerie d’un palazzo trasformatosi come tanti in un ammasso informe, grazie a parenti scampati ai crolli che sapevano della sua presenza in casa, ha aspettato e pregato. Poteva non farcela dopo 278 ore di veglia e sonno, di digiuno e disperazione, di soffocamento, incastrato sotto un tramezzo non facile da rimuovere anche quando era stato individuato. Ha cantato e sperato, Nazim sopportando il dolore fisico, quello dell’anima distrutta dall’ipotizzata scomparsa dei familiari che poi s’è crudelmente confermata. Comunque ha creduto che tanta disgrazia l’avrebbe graziato da una fine ingiusta, doppiamente beffato dal destino e dall’incuria. Conferma che quell’edificio aveva quattro anni e si è polverizzato non solo per la furia del terremoto. E’ convinto delle responsabilità umane, di chi ha lucrato sulla costruzione usando materiale scadente, di chi non ha garantito controlli adeguati, nonostante le leggi già vigenti, di chi con incuria e corruzione ha preparato un disastro immane per gente già piegata da un’economia distorta. Deve tutto alla buona sorte, Nazim, ai volontari dell’Ong spagnola Intervención Ayada y Emergencias che l’anno estratto e riportato in vita, alla sua tempra di uomo di fede e d’ideali. E alle canzoni. Compresa l’intramontabile "Bella ciao".

Enrico Campofreda

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