Se non Monti, chi?
Le contestazioni al governo Monti hanno il sapore, anzi la puzza, del populismo. Chi contesta è in grado di avanzare alternative credibili?
Forse nella storia della repubblica mai governo è stato così insistentemente contestato, da tutti i fronti. Già, perché il governo Monti è nato da una alchimia del presidente Napolitano, dall’idea cioè di trasformare il ferro, anzi la ruggine, in oro. Detta in altri termini si è cercato di estrarre da una situazione politica impresentabile e delegittimata, il classico coniglio dal cilindro, cioè lo spiraglio di luce che permettesse al nostro paese di ripresentarsi sul palcoscenico internazionale con una qualche credibilità, dopo anni di bunga bunga, barzellette e bandane. Questo per il semplice fatto che lo spread è sempre lì, minaccioso, il prezzo della fiducia che il nostro paese deve pagare per finanziarsi sul mercato. Inoltre l’Italia è la terza economia dell’Euro, e l’Unione non può certo accettare che sia guidato da burattini o saltimbanchi, forse anche pedofili. Proprio no, il rischio di un danno collettivo è troppo alto. L’unica via è stata la garanzia personale di Monti, ben noto negli ambienti internazionali per serietà e concretezza.
Ma la classe politica, quella cacciata con monetine ed insulti, proprio non ci sta. Non contenta di aver portato il paese sul baratro, alza la voce, contesta, minaccia di “staccare la spina”, strilla allo scippo della democrazia dal momento che Monti, con i relativi ministri, non è stato votato dai cittadini, come si diceva, bensì “nominato”. A voler ben guardare, proprio come nel governo precedente, del resto, chi mai avrebbe dato il voto alla Carfagna o alla Brambilla, giusto per fare qualche esempio. Ma la cosa più preoccupante è che non ci sono segnali di salvezza. Il baratro in cui è piombata la politica è sempre più profondo. Non si vedono volti nuovi, idee diverse, personalità credibili che possano continuare il risanamento della finanza pubblica del nostro martoriato paese, saccheggiata per troppi anni dal clientelismo di tutte le componenti sociali, dalla politica, ai sindacati, agli imprenditori. Proprio come ha detto Feltri “in questo Paese non è cambiato nulla: né le chiappe, né le lingue pronte a leccarle”. Se non è un autocritica è senz’altro una buona sintesi.
La vera colpa di Monti è di aver osato poco, di aver cioè cercato la mediazione al ribasso sui problemi atavici del nostro paese. I lavoratori hanno ancora sulla schiena un esercito di nullafacenti fra pensionati, assenteisti e burocrati, una montagna di sprechi nella cosa pubblica, un’evasione fiscale e una corruzione da record mondiale, una rigidità del lavoro che non ha eguali. Un mare di risorse che se liberate potrebbero portare sviluppo, ricerca, cultura, crescita, servizi, benessere insomma. E se Monti ha difficoltà, figuriamo gli altri. Ed è questo che preoccupa non solo i cittadini ma anche gli ambienti internazionali, quelli cioè che dovrebbero finanziare il nostro debito pubblico. Cosa succederà quando il prossimo anno dovremo votare? Anche a noi miseri “uomini della strada”, non interessano le discussioni filosofiche. Chi contesta non perda tempo a starnazzare, faccia nomi, cognomi e metta programmi nero su bianco. Ma soprattutto si prenda la responsabilità di andarsene a piè sospinto. Questa è la concretezza che ci serve, il resto o è la sceneggiatura del “Gattopardo” o è solo “politica” da bar.
Commenti all'articolo
Lasciare un commento
Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina
Se non sei registrato puoi farlo qui
Sostieni la Fondazione AgoraVox






