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Rotta Balcanica | 4 eurodeputati italiani inseguiti nei boschi tra Croazia e Bosnia (Video Storia)

Il titolo completo dovrebbe essere 4 EUROPARLAMENTARI ITALIANI INSEGUITI NEI BOSCHI TRA CROAZIA E BOSNIA TUTTI GLI ALTRI IMBOSCATI NEL PARLAMENTO...E che ci faranno loro lì? Se vi interessa, questo post è lungo e ha necessità che chi lo legga, trovi il tempo e l'umanità per farlo. Grazie

 

Alessandra Moretti scrive nel video inviato: "La nostra delegazione di eurodeputati è stata bloccata da una decina di agenti della polizia croata a meno di un chilometro dal confine tra Croazia e Bosnia. Cosa sta nascondendo la polizia per non voler farci vedere il Check Point dove ogni giorno arrivano centinai di rifugiati? Se vengono rispettate le norme internazionali, come viene dichiarato dal governo croato, perché ci hanno impedito di passare? Un atto gravissimo nella storia dell’Unione Europea. Mai mi sarei aspettata che un Paese europeo come la Croazia arrivasse a un atto così grave verso 4 parlamentari europei: impedire loro di svolgere il proprio ruolo."

Quattro europarlamentari Brando Benifei, Pietro Bartolo, Alessandra Moretti e Pierfrancesco Majorino, sonostati inseguiti nei boschi per impedire loro di raggiungere e visitare il check point tra Croazia e Bosnia.

Ma poi la delegazione è riuscita ad arrivare al campo di Lipa, grazie all'aiuto delle ambasciate italiane di Zagabria e Sarajevo.
 
Le parole di Pietro Bartolo, ex medico a Lampedusa ed europarlamentare del PD: “Siamo arrivati in questa radura, un freddo glaciale, neve ovunque. Davanti a noi abbiamo visto un recinto metallico con all’interno delle tende. In fila indiana, uno dietro l’altro, c’erano un centinaio di persone che aspettavano di ricevere un tozzo di pane. Alcuni di loro erano senza vestiti, con indosso solo una copertina che lasciava parti del corpo scoperte; altri erano senza scarpe, con le infradito. Mi sono tornate alla mente le immagini dei campi di concentramento. È stato un pugno nello stomaco così forte che ho vomitato. Il campo è un inferno. Ci sono tende (completamente innevate), che potrebbero ospitare tre o quattro persone, che però al loro interno ne contengono anche 40. Sono ammassati gli uni sugli altri, perché cercano in questo modo di scaldarsi a vicenda. Si tratta per lo più di giovani uomini, la maggior parte pachistani, ma ci sono anche indiani e afghani. All’interno delle tende hanno costruito dei letti a castello in ferro: ci guardavano muovendo solo la testa. Quell’immagine ci ha fatto pensare ad Auschwitz. E – non mi vergogno a dirlo – ho pianto."

 

"Dopo una serie infinita di disavventure, ritardi e blocchi armati, 4 eurodeputati Pd sono arrivati e sono riusciti a entrare nel “lager” di Lipa al Confine tra Bosnia e Croazia dove migliaia di profughi pakistani, afghgani, siriani. indiani, sono ammassati in condizioni disumane, in mezzo alle neve, alloggiati in tende, alcune della Croce Rossa, altre di fortuna, in baracche, costruzioni diroccate di un ex impianto industriale e vecchie case coloniche abbandonate. Molti non hanno nemmeno un paio di scarpe."
 
Scrive Brando Benifei su twitter: "Ai tanti che mi stanno scrivendo dopo aver visto quanto accade sulla #RottaBalcanica, voglio dire chiaramente che non ci fermeremo. L'Europa ha il dovere di essere presente, giusta, unita. E noi europarlamentari abbiamo il dovere di controllare ciò che accade ai confini. Ieri bloccati al confine croato con polizia armata, oggi testimoni di una situazione insostenibile al campo di Lipa, centinaia di persone sotto una montagna di neve con le scarpe rotte. Non possiamo non agire per cambiare la situazione. #RottaBalcanica #RestiamoUmani"
 
https://www.youtube.com/watch?v=vzM...
 
"E’ vero, la situazione dei disperati di Lipa ricorda quella dei lager nazisti, lo abbiamo scritto anche noi, su queste colonne, il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria. Si tratta di una emergenza umanitaria e di una vergogna nel cuore dell’Europa. Non lontano dai nostri confini nazionali. Proprio lì dove all’inizio degli anni ’90 si combatté una guerra fratricida sulle spoglie della ex Jugoslavia, con operazioni di pulizia etnica inimmaginabili.
E l’Europa resta in silenzio incapace di fare qualcosa, di intervenire per porre fine a questa vicenda, alla vergogna. Più facile evidentemente esportare la democrazia coi bombardieri che andare a recuperare 2.500 migranti-profughi scalzi e in canottiera in mezzo alle neve della Bosnia. L’Italia stessa sembra cieca e sorda, troppo impegnata a star dietro alle bizze di Renzi e e alla conta di quanti parlamentari potrebbero soccorrere un governo e una maggioranza in crisi…m.l.
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(A cura degli europarlamentari del Pd, Pietro Bartolo, Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti)

E così, la polizia croata l’abbiamo sperimentata anche noi, in modo fermo ma, riflettiamo, sicuramente più cortese di quanto capiti a uomini, donne e bambini intrappolati in quello che chiamano “The game”, il gioco crudele che costringe i migranti ad attendere la notte per cercare di attraversare la linea ambigua che fa da confine fra l’Unione europea e la Bosnia. Coloro che riescono a passare in Europa sperano di poter chiedere lo status di rifugiati o di richiedenti asilo. Coloro non riescono a passare vengono respinto a decine di chilometri dal confine, in mezzo alla neve, spesso senza più cellulare né denaro, di cui subiscono il sequestro immotivato e illegale.

Siamo quattro eurodeputati italiani in missione sulla rotta balcanica. Vogliamo vedere con i nostri occhi. Il bosco è quasi più difficile da monitorare del mare. Ieri a Zagabria, nell’unico centro di permanenza ufficiale della Croazia, in quell’Hotel Porin dove non hanno consentito l’ingresso ai giornalisti che erano con noi - non proprio un segno di trasparenza - abbiamo avuto conferma, dalle persone che vi sono accolte, della veridicità di tanti racconti fatti puntualmente in questi mesi nei reportage di stampa e nei resoconti delle Ong che cercano di dare una mano sul campo. Le condizioni dignitose delle persone che risiediono all’Hotel Porin non bastano a far loro dimenticare quello che hanno vissuto e visto sul confine. 

È anche per questo che in una delle tappe del nostro viaggio ci addentriamo nella foresta di Bojna, verso il punto dove avvengono molti attraversamenti, lontano dai riflettori. Ma lì ci attende la polizia croata, che ci ferma. Un drone ci ronza sopra la testa. Centinaia di metri prima del confine, un nastro di cellophane, evidentemente improvvisato, ci blocca la strada. A piedi incontriamo gli agenti e discutiamo a lungo con loro, spiegando che verificare la situazione sul territorio europeo è una delle nostre responsabilità e prerogative.

Intervengono per telefono gli ambasciatori, quello italiano in Croazia e quello croato in Italia, ma invano. Gli agenti si irrigidiscono. Allora ci incamminiamo pacificamente per forzare il blocco e proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei. Gli agenti ci inseguono e ci fermano di nuovo, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti.

Si tratta di un fatto gravissimo, e piuttosto raro, che non depone certo a favore della trasparenza della gestione croata sul confine esterno dell’Unione. Avevamo comunicato per tempo le nostre intenzioni. La nostra libertà di movimento come cittadini europei su suolo europeo è stata negata. E siamo rappresentanti eletti di cittadini europei. Non dimentichiamo poi che il bilancio di Frontex, l’agenzia europea che collabora con tutti i governi nazionali per la gestione dei confini, viene approvato proprio dal Parlamento di Bruxelles, cioè da noi. Come parlamentari europei, abbiamo il dovere di ispezionare e verificare cosa accade ai confini d’Europa. E ognuno di noi quattro, insieme all’eurodeputato Massimiliano Smeriglio che si unisce a noi sul versante italiano, sente fortemente la responsabilità morale del benessere e della sicurezza di uomini, donne e bambini che hanno la sola colpa di tentare la sorte, correndo molti rischi e spesso arrivando da molto lontano - Afghanistan, Kurdistan, Bangladesh - per cercare un futuro migliore. 

Le autorità croate sostengono da tempo che i racconti drammatici dal confine siano solo montature. Ma allora perché negarci il passaggio, anche scortati lungo il tracciato della strada? Riprendendo il nostro viaggio, che ci porta a Bihac e poi verso il campo di accoglienza di Lipa, non possiamo non chiederci cosa ci fosse che non dovevamo vedere, oltre le spalle di quegli agenti croati. E che destino riservano quegli agenti a chi, a differenza di noi, non ha alcuna protezione. Quello che ci è chiaro senza ombra di dubbio è che le politiche europee in materia di migrazione vanno cambiate radicalmente. Basta appellarsi all’emergenza, basta scaricare responsabilità, basta esternalizzazione continua delle frontiere. La responsabilità è corale, e un nuovo quadro di regole, di libera circolazione e di accoglienza di qualità, va costruito con la collaborazione di tutti. Più che mai, come ci ha detto un giovane volontario, qui “c’è bisogno di Europa”.

A me viene in mente la canzone dei Maneskin Torna a casa chissà a quelle povere persone al freddo, tante giovani...quale musica passerà loro per la testa a scaldargli il cuore: "Torna a casa che il freddo qua si fa sentire che ho paura di sparire anche gli angeli, a volte, han paura della morte Che mi è rimasto un foglio in mano e mezza sigaretta Corriamo via da chi c'ha troppa sete di vendetta Da questa Terra ferma perché ormai la sento stretta..."
 
Facciamo Rumore, con tutti i mezzi.
 
 
 
 

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