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Ponte Morandi e funerali di Stato | All’ombra d’arcivescovi e dentro l’urne

Le sciagure fanno spesso scattare il fideismo più sprovveduto laddove la ragione suggerirebbe l’esatto opposto. Anche il crollo del ponte Morandi sul Polcevera ha dato la stura a scongiuri di vario segno, dei quali gli organi d’informazione si sono fatti volentieri tramite acritico. Per chi è fortunosamente scampato alla morte si è gridato al miracoloso, al miracolo e al doppio miracolo, persino quando sono stati portati in salvo due gattini. Per i caduti l’arcivescovo di Genova Bagnasco, più volte incalzato come un oracolo, ha prescritto con premura apposite preghiere. Per tutto il resto, spiegazioni e responsabilità comprese, si è invece schermito demandando alle autorità competenti di questo mondo, così come giustamente ha fatto anche qualsiasi altro passante a caso interpellato dai giornalisti.

Forse sono solo modi di dire senza importanza, come le esclamazioni fuori campo nel filmato che ha ripreso il crollo in diretta: “O Dio, Dio santo!” Nessuno, a parte l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi e qualche altro nostalgico amante del mistero, sembra credere davvero ai miracoli. E nessuno prende troppo sul serio neppure le banalità e le false modestie dei presuli. A parte i nostri politici, vecchi e nuovi. Già, perché il sedicente “governo del cambiamento” non ha cambiato un bel niente nel cerimoniale dei funerali solenni. A officiarli è stato chiamato proprio Bagnasco, riproponendo la consueta violazione della laicità dello Stato per mezzo dei funerali di Stato. Si dirà che lo si fa con lo stesso pigro conformismo con cui tanti si sposano in chiesa solo perché questa offre scenografie multicolori rodate da secoli. Stavolta però la sobria eleganza prelatizia strideva troppo col contesto, come ha osservato anche il capo di uno dei partiti della maggioranza di governo, restituito per l’occasione almeno per un attimo all’antica consuetudine con la satira. Se non altro certi eventi ufficiali, pubblici e gravi andrebbero affrontati con maggiore sensibilità e consapevolezza.

Tra l’altro fingere che ci sia una religione di Stato è grottesco in una società sempre più pluralista e secolarizzata. Le famiglie coinvolte, com’era prevedibile, non sono tutte cattoliche. Ai parenti di una delle due vittime albanesi è stata allora graziosamente concessa una benedizione a cura del Centro Islamico genovese in conclusione di cerimonia. Supponiamo che, per par condicio clericale, se domani una tragedia collettiva dovesse colpire in prevalenza dei musulmani, l’orazione funebre toccherebbe all’imam, mentre l’arcivescovo si dovrà accontentare di benedire al più qualche sparuto cattolico in disparte. Sempre che per l’occasione sull’arroganza della maggioranza non prevalga quella ancora più oscura della tradizione. In ogni caso la normativa finora vigente non pare prevedere pratiche di culto di alcun genere.

L’omelia di Bagnasco, come la messa di cui era parte, non poteva che rivolgersi ai fedeli e agli eventuali proseliti. Faceva però parte del pacchetto, ne era condizione irrinunciabile, così che le famiglie, cattoliche o meno, potevano solo prendere o lasciare, in blocco. Qualcuno ha magari dovuto rinunciare a malincuore al saluto dell’arcivescovo, solo per fare un dispetto alle autorità. Qualcun altro ha dovuto rinunciare alle esequie di Stato, anche perché non si sentiva rappresentato dall’arcivescovo. Molti, meno della metà invero, hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Lo spazio consacrato al protagonismo cattolico è stato peraltro talmente debordante da far apparire la partecipazione delle istituzioni al lutto un mero pretesto servile.

Bagnasco non conosceva nessuno dei morti, per cui ha dovuto mantenersi sulle generali. Ha infarcito il suo discorso di cuori squarciati e feriti, di onde di preghiera e di altre stucchevoli metafore. Ha fatto appello alla solidarietà umana, come imponeva la circostanza. Ha reso nota una telefonata di Bergoglio, che però non è una gran notizia. Ha approfittato del cordoglio condiviso per una vieta propa­ganda sentimentalistica: “la consolazione che solo Dio può dare”, “la Madonna sotto la croce del Figlio… l’immagine e il segno più evidenti che il Signore non ci abbandona, ma ci precede”, “la Madonna Assunta al cielo ci invita anche in questo momento a guardare in alto, verso Dio, fonte della speranza e della fiducia”. Ha pure alluso ai “perché incalzanti”, ammettendo che “non sempre ci sono chiare le vicende umane”: almeno i vecchi richiami al peccato originale e all’ira divina, come abbiamo già notato, sono ormai fuori moda. Tutto lecito, sia ben chiaro, ma in altro luogo e momento magari.

Molte famiglie, pur professandosi cattoliche, hanno optato per esequie diverse, in genere col proprio parroco. I quattro ragazzi di Torre del Greco hanno avuto dei funerali nella loro città, celebrati da Crescenzio Sepe, altrettanto arcivescovo e cardinale. I principi della Chiesa dunque si possono anche spacchettare. I funerali saranno certo un’occasione che non capita tutti i giorni, ma dovrebbe essere anomalo anche per la Chiesa, se intende rivendicare una propria missione di natura superiore e spirituale, che i suoi prelati si sentano tenuti a mobilitarsi su richiesta delle autorità civili. Bagnasco non si è mostrato geloso se qualcuno gli ha preferito un collega, spesso di rango inferiore al suo, ha parlato di “una scelta dei familiari ai quali va tutto il rispetto” e “di una scelta delle famiglie che fa pensare”. Nondimeno è stato tra i protagonisti di quella che essi hanno definito una “cerimonia farsa” e ha sfilato con solennità lungo la “vergognosa passerella”.

Colpisce infine la dichiarazione del fratello di Stella Boccia, la ventiquatrenne morta nel crollo col fidanzato: “la nostra scelta di celebrare i funerali in forma privata non è polemica come hanno scritto alcuni organi di stampa nazionali, ma solo per tenere il nostro dolore privato e perché noi abbiamo un altro culto”. Senza alcun tono polemico, è stato così l’unico a far notare che la partecipazione alla sofferenza manifestata dalle istituzioni pubbliche finisce per espropriare ed escludere proprio chi ne è toccato più direttamente quando è ceduta in monopolio a una parte per i suoi scopi.

Resta da capire che fine facciano in questi frangenti i non religiosi. Poiché tutte le statistiche li stimano da anni a ben oltre il dieci per cento della popolazione italiana, sotto le macerie del ponte ne saranno rimasti come minimo quattro o cinque. A meno di non voler credere che la capricciosa provvidenza di don Zuppi ogni volta preferisca salvare proprio quanti non credono in essa.

Andrea Atzeni

Questo articolo è stato pubblicato qui

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