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Napoli e la questione militare

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il golfo di Napoli è stato occupato dalle forze militari americane. Quasi settant'anni di dominio che hanno fatto della città il più importante avamposto degli Stati Uniti e della NATO dell'Europa meridionale. Nonostante la guerra fredda sia finita da un pezzo, le installazioni militari alleate continuano a presidiare il territorio italiano, soprattutto meridionale, ed anzi si tende a rafforzarle in funzione "antiterrorismo" e di sorveglianza del Mediterraneo. Equilibri che ovviamente hanno un prezzo da pagare, sul quale nessuno però sembra essersi posto più di tanti interrogativi. 


Sui costi storici di questa imposizione - più che la politica o il giornalismo - è la letteratura ad accendere un faro.
 
"Mistero Napoletano" di Ermanno Rea indaga sull'influenza americana nei destini della città durante gli anni '50. Nel libro la vicenda macropolitica è la cornice nel quale si inserisce il dramma personale, e a sua volta politico, di Francesca Spada (al secolo Francesca Nobili), giornalista e critico musicale dell'Unità, che si uccise nel 1961 con una dose letale di barbiturici. Il teorema dello scrittore si fonda sulla ricostruzione delle vicende della città di quegli anni e dei personaggi che ne furono i protagonisti: mentre Napoli si mobilitava contro i massicci licenziamenti nelle fabbriche operati dal governo democristiano, gli Stati Uniti insediarono il Quartier generale mediterraneo della flotta sulla nave Uss "Mount Olympus" di stanza nel porto di Napoli (era il 20 giugno 1951) e favorirono l'ascesa di uomini politici come il sindaco Achille Lauro. L'installazione del comando militare congelò ogni possibilità di riscatto sociale e collettivo nei decenni a venire, secondo la logica della guerra fredda: 

Tutto avvenne in un processo di regressione impercettibile. Le lancette [dell'orologio, nda], per restare abbarbicati a questa immagine, si fecero via via più pigre, salvo momenti di improvvisa freneticità subito seguiti però da una nuova fase di collasso. Poi, in un momento imprecisato, credo a metà degli anni cinquanta o poco prima (alla fine del '54? del drammatico '54?), la pietrificazione di quell'eternità chiamata Napoli. 

Il porto viene così occupato dalle navi militari americane, a discapito di qualsivoglia sviluppo commerciale ed economico. La presenza dei soldati favorisce il contrabbando, la prostituzione, germi sui quali di lì a poco sarebbe risorta una camorra famelica e sanguinaria.

Lo scandalo vero, tuttavia, risiede non tanto nell'opera di silenziamento delle coscienze da parte della potenza atlantica, quanto nella rimozione della "questione militare" anche all'interno degli ambienti dell'opposizione cittadina.

Negli anni successivi il PCI napoletano non ne tratterà quasi mai, mentre l'Unità si limiterà ad occuparsene nella cronaca locale, se non nel giorno stesso dell'insediamento (era il 22 giugno 1951) dedicandovi la prima pagina nazionale:

 

Mentre a bordo della nave trasporto si svolgeva la vergognosa cerimonia dell'insediamento in un porto italiano di un comando militare straniero, in quasi tutti i grandi stabilimenti cittadini ed in un numero grandissimo di opifici minori e di cantieri si è manifestata in forma aperta la collera e l'indignazione dei lavoratori napoletani. Sospensioni di lavoro della durata di quindici minuti hanno avuto luogo alla FAMA, alla Pellegrino, alla Gioppetti, alle Vetrerie Ricciradi, al Cantiere Carola, dove lo sciopero è durato mezz'ora, e in altre fabbriche. In tutte inoltre si sono svolte assemblee alle quali ha partecipato la totalità delle maestranze. Assemblee e ordini del giorno di protesta si sono avuti in tutti i depositi dell'Azienda Tranviaria, tra i ferrovieri, tra gli ospedalieri, tra i dipendenti della SME, nei cantieri edili, nelle aziende molitorie. Nessuna categoria di lavoratori è stata assente oggi da questa prima forte risposta data da Napoli all'arrivo del gauleiter statunitense.

Ma si tratta di una prima pagina non centrale, a margine delle altre notizie. Proprio quell'oblio è il mistero napoletano - o meglio quello dal quale scaturiscono tutti gli altri misteri - sul quale Ermanno Rea decide di indagare dopo essere tornato a distanza di decenni dal suo allontanamento da Napoli.

La tesi, una delle tesi, è la seguente. Il male non è rappresentato dalla presenza americana: gli Stati Uniti esercitano semplicemente il loro ruolo di superpotenza, applicando un modello culturale verso i loro clientes che in fin dei conti è il meno peggio di tutti quelli che sono stati storicamente imposti nel panorama italiano, a cominciare dal fascismo. Il male è piuttosto altrove, ed è rappresentato da quel mondo del comunismo partenopeo descritto da Rea come cinico, dispotico e maschilista, specialmente nella sua dirigenza, dove vige un clima da caccia alle streghe a danno dei militanti meno conformi alla rigida disciplina stalinista, da cui uscirà a pezzi la stessa Francesca Spada, e in maniera più indiretta ma altrettanto traumatica, il matematico Renato Caccioppoli, morto anch'egli suicida. Un partito impaurito dal contatto con la plebe brulicante nei vicoli immondi, il vituperato Lumpenproletariat, considerato da sempre amico dei tiranni, nei cui confronti è meglio non averci a che fare. Impossibile che da un tale contesto possa sorgere un'analisi lucida della realtà dei fatti.

Anche dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell'Unione Sovietica rimane molto da interrogarsi su cosa è oggi Napoli, e in generale l'Italia, alla luce del perpetuo dominio americano. Come si declina e che impatto ha sulle nostre istituzioni, e in ultima istanza sulle nostre vite?

Risulta difficile credere che la fine della guerra fredda abbia fatto venir meno l'interesse americano per l'Italia, soprattutto per quanto riguarda il Meridione: se così fosse, i militari statunitensi avrebbe smobilitato già da un pezzo, restituendoci le attrezzature e più autonomi spazi di manovra nello scacchiere mondiale. Invece la macchina bellica dello Zio Sam va avanti con il potenziamento delle reti di radiocomunicazioni del MUOS in Sicilia, mentre è in cantiere l'ampliamento della base aerea di Sigonella. Sul fronte dell'Alleanza Atlantica, il comando NATO ha abbandonato da alcuni anni l'ex Costanzo Ciano di Bagnoli per spostarsi nei nuovissimi moduli della JFC realizzati dalla Interplan2 degli architetti Camillo e Alessandro Gubitosi nei pressi del Lago Patria, sempre in provincia di Napoli, che possono ospitare più di 2500 persone. Dal 2017 il centro è diventato Hub antiterrorismo (Nsds Hub - Nato strategic direction south), sede strategica il cui compito è quello di "raccogliere informazioni e analizzare una serie di questioni che includono il terrorismo, la migrazione e i temi degli allarmi ambientali."

 

Il nuovo centro si concentrerà sulle regioni meridionali per includere il Medio Oriente, il Nord Africa e il Sahel, l’Africa subsahariana e le aree adiacenti, i mari e lo spazio aereo compresi. Uno dei ruoli dell’hub sarà quello di collaborare anche con diverse agenzie al di fuori della Nato e delle strutture militari nazionali per raccogliere il maggior numero di informazioni possibile e diffonderne la conoscenza.

 

Cyberguerra, spionaggio, droni teleguidati, movimentazione della flotta nel Mediterraneo. Tutto funzionale alla strategia dell'accerchiamento che da sempre le potenze marittime perseguono verso i loro avversari, che oggi rispondono ai nomi di Russia e Cina. Il silenzio, l'acquiescenza al "dato di fatto" della presenza militare americana è il corrispettivo con cui, a detta di alcuni analisti, pagheremmo la sicurezza interna nel nostro Paese secondo la formula basi militari in cambio di sicurezza. Formula che consentirebbe ai governi italiani di ogni schieramento di poter sfoggiare la presunta robustezza dei nostri apparati e di tenere stabile un Paese altamente conflittuale come il nostro, tramite il consociativismo delle classi al potere e la mediazione del Vaticano. La guerra dei dati è oggi la nuova frontiera del conflitto globale, in cui le infrastrutture nevralgiche vengono potenziate in vista di questo obiettivo. Ecco perché la minaccia di Donald Trump di sospendere la collaborazione tra i servizi di intelligence italiani e americani nel caso in cui il nostro Paese sottoscriva il memorandum d'intesa con la Cina sulle "nuove vie della seta" potrebbe essere gravida di conseguenze.

In città l'avvento dell'amministrazione de Magistris sembra aver riportato in auge alcune parole-chiave dell'antimilitarismo. La dichiarazione di Napoli "città della pace" all'interno dello Statuto comunale e la delibera che definisce la baia prospiciente area denuclearizzata si muovono in questa direzione, pur trattandosi di mere dichiarazioni di principio e di atti senza alcuna effettività. Ben più concreto, ed in forte contraddizione con tale linea politica, è invece l'accordo che il sindaco de Magistris strinse nel 2014 con il ministero della Difesa per la cessione allo Stato della caserma "Nino Bixio", di proprietà comunale e attualmente occupata dalla polizia, in cambio di un edificio demaniale nel Pallonetto di Santa Lucia, affinché potesse insediarsi la Scuola Militare Europea, quale propaggine della vicina Nunziatella dedicata alla formazione degli ufficiali. Un accordo che al momento rimane inattuato (i locali della polizia stanno sempre là) nonostante sia stato formalizzato attraverso una delibera del consiglio comunale, e che ultimamente ha riacceso un forte dibattito in città, dal quale si spera di poter ripercorrere i fili di una questione rimossa bruscamente dalla vita politica cittadina.

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