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Le giornate francesi del 5-6 ottobre 1789

Nei primi mesi della Rivoluzione Francese, in una Parigi surriscaldata, i lavori dell’Assemblea Costituente subivano una costante pressione della piazza. Le tribune erano aperte e i partecipanti non perdevano occasione di mostrarsi ai deputati ora le picche, ora un coltello, ora i pugni in tono minaccioso. Le voci circa una possibile fuga o trasferimento del Re, eccitavano ancora di più la fantasia e le azioni. Gli aristocratici di Corte parlavano apertamente di piani sensazionali e di fuga del Re verso Metz.

Intanto, le diatribe sulla ratifica dei primi decreti e sulle annotazioni del Re spingeva avanti il malcontento e, a complicare la situazione, i diversi corpi in armi (guardia nazionale, guardia francese) non si fidavano delle guardie del corpo del Re. La mancanza di pane completava il quadro del disastro.

In questo contesto ai primi di ottobre, durante un banchetto offerto alle guardie del Re, si spargeva la voce che la coccarda tricolore fosse stata calpestata. La rabbia popolare aumentava, per loro si trattava di una prova della congiura degli aristocratici e della Regina. 

Le varie notizie correvano di bocca in bocca, di gazzetta in gazzetta, in una Parigi sull’orlo di un crisi di nervi si decideva di marciare su Versailles per salvare la Nazione.

Le fazioni si mettevano in moto nelle giornate del 5-6 ottobre. Le azioni erano ben coordinate, più che al caso i tumulti sembravano organizzati. Si pensava all’immancabile Palazzo Royal e agli agenti del duca d’Orleans. Nella prima giornata una folla di donne, chiamate la processione delle giuditte, si dirigeva verso Versailles e una parte verso l’Assemblea. Quando il presidente veniva avvertito dell’imminente arrivo del popolo di Parigi, rispondeva: “Tanto meglio. Ci ammazzino tutti, ma tutti! Lo Stato ci guadagnerà”.

 La prima invasione avveniva in Assemblea dove i rivoltosi denunciavano, tra le altre cose, la mancanza di pane, altri gruppi, invece, si dirigevano a Versailles dal Re. Luigi XVI era impegnato in una battuta di caccia, quando veniva avvertito della marcia delle popolane. Il Re rientrava e presiedeva il Consiglio con i suoi ministri.

Luigi XVI, veniva spinto dal suo Consiglio a partire per Rambouillet, si presentavano piani per sbarrare la strada alle “giuditte”. Il Re decideva di non partire e rimaneva fisso sul suo principio di non dare ordini di sparare sulla folla. Non voleva lo spargimento del sangue francese. Nel pomeriggio del 5 ottobre, una delegazione di popolane, accompagnate da una deputazione dell’Assemblea, rappresentata da Mounier, venivano ricevute dal Re. Alla notizia che la città di Parigi fosse alla fame il Re disponeva di aprire i magazzini per approvvigionare la capitale.

Mounier, intanto, chiedeva la ratifica dei decreti asserendo che avrebbe calmato il popolo. Il Re firmava. Nel frattempo giungeva la notizia che il generale La Fayette stesse marciando alla volta di Versailles con circa ventimila guardie nazionali.

Tutto sembrava rientrare, ma nelle prime ore del nuovo giorno avveniva l’assalto al Castello. I ribelli entravano nei vari saloni e cercavano la Regina, una guardia gridava: “salvate la Regina”. Il suo gesto gli sarebbe costato la vita. Le guardie nazionali tra mille problemi e oscillazioni riuscivano a contenere la folla. I sovrani erano salvi. La folla chiedeva che il Re e la Regina si mostrassero al balcone, cosa che avveniva su consiglio di La Fayette. Il Re veniva accolto tra silenzio e rispetto, mentre la Regine si affacciava con i principini. La folla le urlava che voleva vedere solo lei. La Regina allontanava i principini e si mostrava loro. In mezzo alla folla che urlava insulti, qualcuno in armi puntava il proprio fucile verso la sovrana, Maria Antonietta mostrava un grande coraggio facendo un inchino e, poco dopo, La Fayette appariva sul balcone e baciava la mano della Regina. La folla a gran voce chiedeva il trasferimento a Parigi.

Il Re era costretto con la sua famiglia a trasferirsi nella capitale. Luigi XVI rivolgendosi al popolo affermava: “Amici miei, verrò a Parigi con mia moglie e i miei figli: affido ciò che ho di più prezioso all’affetto dei miei buoni e fedeli sudditi. Le mie guardie del corpo sono state calunniate. La loro fedeltà alla nazione e a me deve conservagli la stima del mio popolo”. 

Il corteo che accompagnava i sovrani era preceduto da due uomini che portavano sulle punte delle loro picche due teste mozzate, erano le guardie del corpo che avevano difeso i sovrani.

L’entusiasmo tornava tra i popolani, ma ad uscire depotenziata era l’autorità di Luigi XVI e della stessa Assemblea che mostrava di non saper resistere alle pressioni della piazza.

Salvatore Falzone

 

 

 

 

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