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LEO MIDDEA alla Fenice

Il giovane cantautore brasiliano entusiasma il pubblico delle Sale Apollinee

Non lo conoscevo, ed è stata una piacevole scoperta, grazie all’organizzazione della veneziana Zen Production, ascoltare il recital di Leo Middea (Taquara, Rio de Janeiro, 27 aprile 1995) in una Sala Apollinea pressochè al completo. Presenti molti brasiliani, i quali come sempre accorrono, spinti forse dalla Saudade, ad ascoltare un loro concittadino.

E proprio di Saudade ha parlato nella breve introduzione al concerto, Alberto Zen, ideatore di una minirassegna che prevede altri due appuntamenti.

C’è una parola in portoghese che nessuno è mai riuscito a tradurre, Saudade. E’ la nostalgia di qualcosa che ami e che è lontano. E' quando il cuore abita in due posti nello stesso momento.

Dopo averne sintetizzato la carriera – è iniziata in Argentina a 18 anni ; è proseguita a Lisbona, dove si è stabilito e dove nel 2024 si è classificato al secondo posto, primo artista brasiliano, al Festival da Cançao Portuguesa ; e poi Montreaux e la Salle Pleyel di Parigi – Alberto Zen lo ha invitato a salire sulla pedana.

A Venezia, ultima tappa italiana del Tour, ha presentato – scusandosi per la voce, essendo reduce da una costipazione con febbre a 40 gradi, che in verità è apparsa del tutto a posto – 13 canzoni originali, tranne un omaggio all'Italia prima di andare in scena, La voglia, la pazzia, l’innocenza, l’allegria, inciso nel 1976 da Ornella Vanoni con Toquinho e Vinicius de Moraes, eseguita in un italiano lodevole, a dimostrazione della apertura di certi artisti, capaci di misurarsi con la cadenza e la pronuncia di lingue diverse.

Con la chitarra acustica a tracolla e un sorriso che cattura la platea, ha eseguito una serie di canzoni, ritmicamente sulla scia del Samba-Reggae creato dal bloco afro-brasileiro di Salvador de Bahia, Olodum, - dalla parola del popolo Yoruba Olodumare, che nella religione nigeriana del Candomblè e nella cultura tradizionale significa “il Dio di tutti gli Dei (Orixàs), il Signore dell’Universo, il Dio Creatore – fondato nel 1979, inizialmente per gli abitanti dello storico quartiere della capitale di Bahia, Pelourinho, ispirato alla musica e alla cultura africana.

Nonostante mancasse l’incessante propulsione dei tamburi, Leo è riuscito a trasmetterla attraverso lo strumento, suonato senza plettro, alla voce e alla capacità di trascinare e coinvolgere la platea, inducendola, con successo, a ripetere fraseggi vocalici di facile costruzione (ad esempio O – OOO - OOOO, nella Medley Meu Publico/Freguesia/O Baile).

Oltre agli Olodum, le strutture e l’accompagnamento di alcuni brani ne hanno ricordato alcuni di Jorge Ben. E infatti in Lisbon Lisbon, Leo ha inserito il grande successo Mas que nada.

Caricatissimo e invitando il pubblico ad alzarsi e a ballare, l’ultimo brano, Atabaque. Anche in questo caso, Leo fa ripetere un semplice riff vocale A/ AAAA.../AAA---AA/ AAA.

Il titolo della canzone fa riferimento ad un tamburo essenziale nel Candomble e nella Capoeira, - la celebre danza-lotta nata a Bahia, giunta in Brasile attraverso la tratta degli schiavi – che esegue ritmi tipici nella percussione afro, in primis l’Ijexà.

Applausi e richieste di continuare si sprecano. Leo, affaticato, concede i due bis previsti in scaletta : Balanço de Amor e Praia Vermelha do Sul.

La rassegna prosegue il 2 novembre alle 20 e 30 con la cantautrice e scrittrice Patrizia Laquidara. La sua musica, poetica e visionaria, intreccia canzone, letteratura, teatro e ricerca sonora.

Conclusione il 16 dicembre, sempre alle 20 e 30, con Gaia Banfi, cantautrice, produttrice e musicista milanese, nel cui universo sonoro si assiste ad un incontro tra il Pop, la canzone d’autore e l’elettronica.

 

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