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Je suis Willy

(Perché) serve la morte di un ragazzo per interrogarci sul tema della violenza?

La morte di Willy Monteiro Duarte sta rinvigorendo il dibattito, antico e ancora irrisolto, circa il ruolo della violenza nella società. E nei mass media la discussione scivola facilmente sul tema delle palestre di arti marziali (se incentivino la litigiosità), sui videogiochi (se amplifichino l'aggressività), sul cinema e sulla TV (se elogino la delinquenza). E cresce il movimento di chi pretenderebbe di rimuovere la violenza dalla società: contrastarla, annullarla, combatterla... cioè usare la violenza (legittima o moralizzata) contro la violenza (illegittima o immorale); che è un paradosso, se non proprio un controsenso, o addirittura una cosa impossibile; perché sempre di violenza si tratta; sempre di una voce più autorevole rispetto a un'altra; o di una più legittimata (o più accreditata) dell'altra.

Ciò che sfugge ai dibattiti e alle analisi è il tema che ho cercato di spiegare in un libro del 2018, Violenza ↔ Società, dove ho dimostrato innanzitutto che la violenza è onnipresente nella società perché struttura le agenzie sociali (le istituzioni, le amministrazioni, le professioni, ecc.) e il patto sociale stesso (anche per l'aspetto paradossale riferito al paragrafo precedente); inoltre, ho spiegato perché la violenza sia un intermediario che interpreta i rapporti sociali, conferendo significato (dando senso) alle relazioni sociali.

Rifiutare la violenza in sé è impossibile, innanzitutto perché lo Stato stesso necessita di esercitarla (legittimamente) per imporre l'ordine sul proprio territorio; cioè per evitare che gli individui la esercitino e instaurino "regni del terrore" personali, per quanto piccoli (come quelli circoscritti alle mura domestiche). Del resto, tollerare la violenza è altrettanto insensato, proprio perché la Storia ci insegna quanti e quali danni producano innanzitutto i regimi politici che traggono la propria autorità e la propria autorevolezza (soprattutto) dalla loro capacità di esercitare la violenza sulle persone. Così, discutere gli usi della violenza e la legittimazione a usarla sarebbe altrettanto sterile.

Invece, un'analisi costruttiva andrebbe condotta discutendo e criticando i rapporti — o meglio la qualità dei rapporti — che la violenza esprime. Ecco perché negli ultimi 20 anni è cresciuta (ma ancora non abbastanza) la cultura della nonviolenza: perché consente di discutere i nostri rapporti sociali, ricordandoci che possiamo convivere pacificamente e soddisfacentemente finché pensiamo la convivenza come una serie di rapporti simmetrici, in cui, per il bene comune, chi ha più capacità può metterle al servizio di chi ne ha poche o, almeno, evita di utilizzarle per aggravare gli squilibri interni del sistema; e, ancora, chi si sente offeso da un comportamento altrui apre un dialogo verbale, anziché aggredire l'altro con le mani, perché i malintesi comunicativi possono essere risolti nella comunicazione tra pari.

Gli assassini di Willy e tutti i teppisti attaccabrighe e rissaioli non vanno criminalizzati perché agiscono violentemente o perché agiscono solo violentemente o troppo violentemente o perché agiscono violentemente troppo frequentemente (questo è il tema sottolineato dalla cronaca di questi giorni); bensì vanno criminalizzati — insieme a chi ha insegnato loro come stare al mondo — perché hanno l'abitudine di pensare i rapporti sociali come rapporti asimmetrici, in cui un certo cittadino ha il privilegio (e quasi il dovere) di prevaricarne un altro, fino ad ammazzarlo, se il più forte lo vuole (Gilles Deleuze ricordava che nel mondo latino il servus era il nemico graziato, anziché ucciso in battaglia): in questo quadro, la violenza del combattimento fisico è solo uno strumento come tanti altri. Già lo spiegava Pier Paolo Pasolini nella sua ultima intervista (poco prima di essere ammazzato in un pestaggio): "Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù". Gli assassini di Willy e la teppaglia ragionano proprio come certe grandi imprese che danneggiano i risparmiatori, i lavoratori, i consumatori, ecc.: tanto i picchiatori quanto i truffatori intendono la società come un luogo in cui intensificare lo squilibrio relazionale. Questa è la colpa che danneggia tutta la collettività, al di là del dramma vissuto dalla vittima e dai suoi familiari. E se non riusciamo a criticarci, come società, in questi termini (ma solo nei termini più superficiali della violenza pura, dibattutti nei mass media) è perché siamo assuefatti allo squilibrio.

Sembrerebbe che Willy intendesse sedare una rissa per salvare un amico in difficoltà, cioè intendesse ristabilire un rapporto sociale simmetrico tra certi individui: evidentemente Willy capiva il senso della società, che serve (a tutti noi) proprio per portare uguaglianza (culturale) nelle differenze (naturali); e funziona fintantoché tutti agiamo in favore della simmetria dei rapporti; come ha detto Giuseppe Conte, chiedendosi se stiamo insegnando ai giovani che è meglio non cercare di sedare una lite (forse intendendo che intervenire per ristabilire la pace sarebbe un dovere civico).

Willy aveva un senso civico perché cercava di fare ciò che lo Stato avrebbe dovuto fare in quel momento; ma lo Stato non poteva farlo perché era assente; e neanche Willy poteva farlo perché era solo...

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