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Ius culturae: la continuità regna sovranista

Il prossimo 3 ottobre la Commissione Affari costituzionali della Camera riprenderà l’esame del disegno di legge sulla cittadinanza (ius culturae), presentato nel marzo 2018; solo qualche mese prima era naufragato un testo sul medesimo tema.

di di Vitalba Azzollini

 Al momento sarebbe inutile soffermarsi su specifiche disposizioni, e non solo perché è stato annunciato che vi saranno proposte da parte di forze politiche diverse, dunque è da attendersi che il contenuto sia modificato; ma soprattutto perché già si dice che questo provvedimento non è una priorità per il Paese.

Ancora una volta sembra sottovalutarsi l’importanza di una legge che affronti la situazione in cui si trovano gli appartenenti a quella che viene definita come “seconda generazione”: i figli degli immigrati, nati in Italia oppure arrivati qui da piccoli, che sono cresciuti in modo integrato con i coetanei italiani, dei quali condividono istanze, aspirazioni e interessi, in termini di studi, occupazione e qualità della vita, ma che sono privi di cittadinanza. La nuova legge dovrebbe porre rimedio al fatto che fino alla maggiore età essi non possano avere una “identità italiana” ufficiale e poi debbano affrontare onerose procedure burocratiche, aspettando anni per acquisire quanto è già nella loro quotidianità. Peraltro, il non essere cittadini può essere fonte di problemi per diversi profili.

Sono note le obiezioni provenienti dalla parte sovranista in relazione alla legge in discorso: in particolare, quella secondo cui l’Italia concede un numero di cittadinanze più elevato rispetto ad altri Paesi dell’Unione Europea e, pertanto, non ci sarebbe bisogno di norme che rendano più agevole acquisirla. Ma se oggi l’Italia riconosce più cittadinanze ciò è conseguenza del fatto che, rispetto ad altri Paesi, essa è diventata più tardi destinazione di arrivo di migranti e proprio in questi anni essi stanno maturando i requisiti necessari per divenire italiani.

Tra il 2006 e il 2017 Germania, Spagna, Francia e Regno Unito hanno superato l’Italia. Peraltro, solo ora hanno potuto fare istanza i figli degli stranieri che fruirono della grande sanatoria del 2002, che coinvolse circa 700.000 persone. E se più soggetti stanno diventando cittadini italiani, ciò non dipende dal fatto che la normativa nazionale sia più favorevole di altre, anzi: essa è tra le più restrittive in Europa, nonché palesemente irragionevole.

Forse qualcuno non si aspettava che esponenti della nuova alleanza di un governo nato per opporsi a sovranisti/populisti, dopo aver annunciato la ripresa dell’iter della legge sulla cittadinanza, facessero retromarcia perché serve «ritornare in sintonia con il “popolo”», il quale mostrerebbe di non gradire questa legge: in altri termini, serve fare esattamente ciò che predicano i sovranisti/populisti.

Eppure la retromarcia era prevedibile: già dal programma del nuovo esecutivo si evinceva che esso si sarebbe attestato sulle posizioni di quello precedente, con buona pace di qualunque discontinuità di facciata. Nel programma, infatti, in tema di immigrazione – a parte la revisione del regolamento di Dublino e la lotta al traffico di persone – si dice soltanto che “la disciplina in materia di sicurezza dovrà essere rivisitata, alla luce delle recenti osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica”. Ma quest’ultimo ha sollevato rilievi solo su una disposizione (in tema di sanzioni) della seconda legge Sicurezza, mentre circa la prima non ha indicato alcun profilo da modificare.

Dunque, non solo nel programma non è prevista l’introduzione dello ius culturae, ma il governo non interverrà su una serie di norme – contenute nel primo decreto Sicurezza – che ostacolano proprio l’acquisizione della cittadinanza. Le norme in questione sono improntate a una sorta di “burocrazia discriminatoria“, che rende un percorso a ostacoli l’iter per divenire italiani. Basti pensare a quella che ha raddoppiato i termini previsti per il relativo procedimento amministrativo (dai 730 giorni sanciti dal Dpr 362/1994 agli attuali 48 mesi).

Nel primo decreto Sicurezza c’è pure una disposizione che prescrive l’aumento del costo per la pratica di acquisizione di cittadinanza italiana da 200 a 250 euro; e un’altra che indica in sei mesi dalla presentazione della richiesta il termine “per il rilascio degli estratti e dei certificati di stato civile occorrenti ai fini del riconoscimento della cittadinanza”, anche se si tratta di documenti che gli italiani usualmente ottengono a vista. Da esponenti della nuova alleanza di un governo che aveva dichiarato sin dall’inizio che non sarebbe intervenuto su queste disposizioni, ci si poteva forse aspettare il riconoscimento di un diritto essenziale come lo ius culturae?

 

Le norme sopra indicate, oltre a molte altre, sono espressione dell’atteggiamento dell’esecutivo precedente, che “ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità”: e ciò è avvenuto non solo mediante dichiarazioni, slogan e tweet, ma – come visto – si è anche tradotto sul piano giuridico in regole, tra cui quelle sopra esposte, tese a sfavorire gli immigrati, a gravarli di particolari oneri burocratici o addirittura a discriminarli.

Pure per questo sarebbe stata necessaria una “svolta” che si sostanziasse nell’approvazione di una legge sulla cittadinanza dei minori stranieri, oltre che nell’abolizione delle citate norme della prima legge Sicurezza. Tuttavia, come può pretendersi una “svolta” con un esecutivo (che si dichiara di “svolta, ma”) di cui è a capo lo stesso Presidente del Consiglio dell’esecutivo precedente il quale, in quanto responsabile degli atti normativi del governo, è “padre” anche dei due decreti Sicurezza?

Un’ultima considerazione: nel corso del governo giallo-verde ci si è talora lamentati del fatto che il Paese fosse sprovvisto di anticorpi per contrastare certe derive “razziste”. Oggi coloro i quali affermano che una legge sullo ius culturae non è una priorità per il Paese dovrebbero riflettere sul fatto che forse gli anticorpi non si creano per legge, ma la legge può favorire un atteggiamento culturale che oggi serve rafforzare.

Foto:Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di pv21 (---.---.---.64) 5 ottobre 19:30

    STOP > La cittadinanza non è una “medaglia” da conferire per interposta persona (genitori), da esibire pro-tempore e da poter ricusare appena maggiorenni. Il legame dinastico investe la famiglia d’appartenenza del compito/dovere di trasmettere cultura, regole e valori a retaggio di tradizioni che accumunano e “identificano” le generazioni passate e future. Per un giovane immigrato la cittadinanza è complemento della maggiore età. Come traguardo “meritato” di un percorso sviluppato e implementato scientemente nel corso di anni. Anche perché ricevere lo “status” di cittadino oltre ai “diritti” implica dei sostanziali “doveri” (v. ad es. Art 52 Costituzione). Nel frattempo basta una Tessera identificativa da detenere e far valere per tutte le eventuali esigenze (assistenza, benefit, partecipazione, sanità, ecc). Con la maggiore età il/la titolare potrà chiedere e ottenere (superate le appropriate verifiche) lo “status” di cittadino in pochi mesi. Dovrà comunque dimostrare di non essere titolare di altra cittadinanza.

    Per analogia. Dare il diritto di voto a 16 anni non è come consegnare una catenina d’oro di “ornamento”. Implica da parte del giovane l’acquisizione di una serie di conoscenze storiche e istituzionali, di nozioni economico/sociali e di rapporti comunitari che facciano maturare il senso, il valore e la scelta del voto. Al pari delle altre varie cose che coronano e sostanziano responsabilmente il traguardo della maggiore età.

    Stop a proposte tanto accattivanti quanto “lesive” del futuro di una Generazione senza Bussola che ….

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