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Il clima: un acceleratore di tutte le crisi

Un diplomatico e un fisico del clima condividono la stessa visione del mondo flagellato da disastri umanitari e ambientali, con un ottimismo giustificato.

di silviquaio 

Antonello Pasini è il climatologo del CNR noto per gli studi di attribuzione, come si calcola la quota attribuibile alla tendenza climatica negli eventi meteorologici estremi, e per “Il Kyoto fisso“, il blog di Le Scienze. Grammenos Mastrojeni è il diplomatico della Farnesina coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo sviluppo. Insieme, hanno scritto per l’editore Chiarelettere Effetto serra Effetto guerra – Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea, un saggio breve e gentile fatto di tre cerchi concentrici.

Il primo è una rassegna delle scienze del clima, di facile lettura. Il secondo annoda un po’ lo stomaco. Racconta degli eventi estremi, con qualche testimonianza di chi ne è vittima, aggravati dal riscaldamento globale, un maledetto “acceleratore di crisi” umanitarie, ambientali ed economiche nei paesi dove già imperversano miseria, corruzione, repressioni, scontri etnici o religiosi e che accolgono il maggior numero di migranti: Sud-est asiatico, Medioriente, Africa centro-orientale.

Il terzo cerchio, il più interno, è il Mediterraneo nel quale l’Italia fa da ponte o da saracinesca tra due continenti, tra profughi, rifugiati e migranti e gli europei preoccupati da “esodi biblici”, agitati da populisti e nazionalisti xenofobi (onnipresenti, va detto), dimentichi di aver colonizzato e di strappare tuttora ricchezze ai paesi poveri, e di discendere quasi tutti da emigrati dalle campagne nell’Ottocento.

Eppure gli autori sono davvero gentili, ci risparmiano le atrocità dei campi in Libia. Sono addirittura ottimisti. L’umanità – suggeriscono – ha superato disastri naturali contro i quali non potevamo far nulla se non pregare Tutatis che il cielo non ci caschi in testa, come Astérix.

Invece i cambiamenti climatici sono causati da attività umane e queste sì che si possono modificare. Tant’è che le modifichiamo da millenni.

Frenare la deriva del clima è una questione morale, di diritti umani. Così concludono non con un vago invito alla speranza, ma con una fiducia “evidence-based”. Un italiano attraversa il Sahara in moto, per un rally e una vacanza. Con amici, conoscenti e tanto buon senso, fonda «Bambini nel deserto», un’Ong come ce ne sono a milioni (oltre due milioni stando a una stima dell’Onu). Torna e con poche centinaia di abitanti, su un altipiano ormai arido del Burkina Faso, innalza una piccola diga, insegna a restaurare terreni agricoli degradati, organizza un ciclo di produzione ortofrutticola.

Giovani che migravano per sei mesi ogni anno restano a casa, d’altronde c’è una scuola adesso, una clinica, un mulino, un mercato, del lavoro.

L’etica della convivenza e della solidarietà tra generazioni è il tema del libro, sotto le righe. Non predica, mostra l’intreccio di geopolitica miope e di previsioni “allarmiste” ignorate per mezzo secolo. Ora si avverano e seminano un caos senza frontiere perché nella biosfera tout se tient in una catena di retroazioni, di flussi di persone e di scambi che s’inabissano e riemergono come correnti oceaniche. Alluvioni in Bangladesh, in India o in Pakistan, siccità in Siria, in Sudan o in California. Paesi ricchi che finanziano e armano governanti osceni, ragazzi umiliati che credono di rifarsi una dignità compiendo una strage in nome di un’ideologia che disumanizza loro per primi.

Ma il mondo non è loro. Appartiene anche a quelli «che s’imbarcano nella follia della gratuità», della cooperazione internazionale, dicono Mastrojeni e Pasini, armati del proprio sapere.

Non c’è muro che li possa fermare.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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