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Il Grande Sonno dell’Impero (mentre il conto lo paga il mondo)

C’è una potente poesia tragicomica nella foto che sta rimbalzando sulle reti sociali in queste ore. Donald Trump, sprofondato su una sedia alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, crollato in un sonno placido, quasi infantile. Le palpebre pesanti, la maschera di trucco arancione immobile, mentre attorno a lui la politica americana sfila tra tartine e lustrini.

Dorme, Donald. Dorme il sonno dei giusti, o più semplicemente quello dei miliardari che non hanno bollette da pagare a fine mese.

Nel frattempo, la fuori, la stanza brucia. La sua geopolitica a colpi di dazi incrociati, ricatti finanziari, deregolamentazioni selvagge e guerre commerciali a geometria variabile ha finito per crollare sul groppone dell’economia globale. Ma se per le famiglie e le piccole imprese della classe media il risultato di queste manovre si traduce in inflazione, costi d’importazione alle stelle e mercati finanziari sulle montagne russe, per il "Clan Trump" la storia è decisamente diversa.

Perché la vera magia dell’estremismo liberista applicato al potere personale sta proprio qui: trasformare le tempeste finanziarie del pianeta in un immenso generatore di cassa per le aziende di famiglia, tra club esclusivi, speculazioni immobiliari, licenze d'accesso e criptovalute sponsorizzate tra un comizio e l'altro. Un'ingegneria del conflitto di interessi così spudorata da far impallidire qualsiasi oligarca della storia recente. Quando metti a soqquadro i mercati mondiali, solo chi possiede le chiavi di casa sa esattamente dove posizionarsi per speculare sulle rovine.

Mentre gli economisti cercano di calcolare le perdite aggregate e i listini azionari tremano, il Presidente si concede il riposino. È il supremo disprezzo del potere che ha superato persino la fase della giustificazione: non c’è neanche più bisogno di fingere di lavorare per il bene comune o di mostrare empatia per chi affonda. Basta mettere le politiche economiche in pilone automatico verso i propri conti bancari e poi chiudere gli occhi, lasciando che il resto del mondo affatichi i propri per tentare di restare a galla.

"Sleepy Joe" era l’insulto che amava lanciare al suo predecessore. Ma la storia, si sa, ha un senso dell'umorismo crudele. La differenza è che oggi non abbiamo soltanto un leader che ronfa in pubblico: abbiamo un sistema intero che sta andandosi a schiantare, mentre il pilota se la dorme beato, con le tasche ben piene.

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