Gaza: il conflitto più letale per i media
10 agosto 2025: un raid dell’esercito israeliano mirato contro giornalisti e operatori di Al Jazeera.
di Bruno Lai

Anas Al-Sharif, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa, Mohammed Qreiqeh
10 agosto 2025: un raid dell’esercito di occupazione israeliano assassina i giornalisti Anas Al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, ed i tre cameramen Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. Oltre ad eliminare testimoni scomodi, l’esercito israeliano prova a diffamare Anas Al-Sharif, affermando – come sempre senza alcuna vera prova – che sarebbe stato a capo di una cellula terroristica ed affiliato ad Hamas.
Le vittime sono giornalisti ed operatori di Al Jazeera uccisi in un preciso attacco israeliano contro una tenda usata dai reporter nei pressi dell’ospedale al-Shifa, a Gaza City. Il loro assassinio costituisce, per il diritto internazionale, un crimine di guerra.
È noto che le informazioni sulla guerra israeliana contro la popolazione civile della Striscia di Gaza provengono unicamente da giornalisti palestinesi, oppure dalla propaganda israeliana.
Per impedire l’accesso indipendente della stampa estera ed internazionale alla Striscia di Gaza, il governo e l’esercito israeliano, IDF, hanno impiegato diversi pretesti giuridico-militari. L’IDF ha sostenuto che l’area fosse troppo pericolosa per consentire l’ingresso a civili e reporter non accompagnati, affermando di non poterne garantire l’incolumità fisica all’interno di una zona di guerra aperta. L’esercito ha anche dichiarato che la presenza di cronisti indipendenti ed equipaggiamenti di trasmissione avrebbe potuto compromettere la segretezza delle operazioni tattiche sul campo o rivelare in tempo reale le posizioni e i movimenti dei soldati israeliani al nemico. Con la chiusura e il controllo militare dei valichi di confine, in particolare Erez e successivamente Rafah, le autorità israeliane hanno invocato lo stato di emergenza per bloccare i permessi d’ingresso, autorizzando esclusivamente visite brevi di giornalisti scortati dall’IDF e sottoposti alla censura militare, quindi non liberi di raccontare la verità.
Le principali redazioni internazionali, tra cui Associated Press, Reuters, BBC, CNN, AFP, la Foreign Press Association, FPA, e organizzazioni per la tutela della stampa come il CPJ e Reporters Sans Frontières hanno ripetutamente respinto queste pretestuose motivazioni. I reporter di guerra operano da sempre in contesti ad alto rischio accettandone le responsabilità; l’argomento della “protezione dei giornalisti” è stato giudicato una scusa per impedire la documentazione indipendente. Le associazioni hanno denunciato il divieto come una misura deliberata per impedire la verifica autonoma delle perdite civili, delle devastazioni delle infrastrutture e delle accuse di crimini di guerra e genocidio, scaricando l’intero rischioso carico della copertura sui soli reporter palestinesi locali.
Nella stragrande maggioranza dei conflitti moderni i giornalisti internazionali – corrispondenti di guerra, fotoreporter, troupe televisive – sono presenti e operano sul campo. Sebbene l’accesso alle zone di guerra presenti sempre rischi fisici ed ostacoli burocratici o militari, il blocco totale e sistematico dell’ingresso ai media esteri indipendenti attuato da Israele su Gaza rappresenta un’anomalia quasi unica nel panorama dei conflitti contemporanei [1].
Anas Al-Sharif con i figli Sham e Salah
Anas Al-Sharif era corrispondente e reporter per “Al Jazeera Arabic”, divenuto uno dei volti più noti dell’informazione dal nord della Striscia di Gaza, in particolare dal campo di Jabalia e Gaza City. La famiglia di Anas Al-Sharif è originaria di Al-Majdal, occupata dagli israeliani e diventata l’attuale città israeliana di Ashkelon. Da Al-Majdal la famiglia Al-Sharif fu cacciata durante la Nakba del 1948. Anas è nato nel 1996 all’interno del campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza. Era sposato con Umm Salah Bayan e avevano due figli: Sham e Salah, che Israele ha reso orfani. Durante il conflitto ha raccontato più volte la difficoltà di conciliare il lavoro d’inviato al fronte con la preoccupazione costante per la sopravvivenza e la fame della propria famiglia rimasta nel nord di Gaza. Aveva compiuto gli studi in comunicazione e giornalismo presso l’Università Al-Aqsa. Nel dicembre 2023 suo padre novantenne, Jamal Al-Sharif, è stato ucciso da un attacco aereo che ha distrutto la casa di famiglia a Jabalia, episodio avvenuto a seguito di minacce ricevute da ufficiali israeliani per via delle sue dirette televisive. Quando è stato assassinato, il giornalista Anas Al-Sharif aveva appena 28 anni.

Anas Al-Sharif
Proprio perché minacciato, Anas Al-Sharif sapeva che testimoniare la verità avrebbe potuto costargli la vita. Ci ha lasciato un testamento pubblico, redatto prima della sua morte e diffuso sui social media nel momento in cui è stato confermato il suo omicidio. Dal testo traspaiono la sua religiosità e l’amore per il suo popolo e la sua terra, la Palestina [2].
L’esercito di occupazione israeliano, IDF, ha diffamato, da vivo e da morto, Anas Al-Sharif, sostenendo che fosse a capo di una cellula di lancio di razzi di Hamas e un suo operativo attivo, divulgando quelli che ha definito estratti di documenti e presunti fogli paga interni trovati a Gaza. Tuttavia, le modalità con cui tali informazioni sono state presentate e la mancanza di verifiche terze hanno portato la comunità internazionale e le organizzazioni indipendenti a contestare la validità di queste accuse.

Irene Khan, Relatrice Speciale ONU sulla libertà di opinione e di espressione
Irene Khan, Relatrice Speciale ONU sulla libertà di opinione e di espressione, ha definito le accuse del tutto infondate e prive di prove credibili, sottolineando che, se l’esercito israeliano avesse avuto elementi certi, li avrebbe messi a disposizione per una verifica internazionale trasparente anziché limitarsi ad affermazioni di parte.
Già prima dell’uccisione di Anas Al-Sharif, il CPJ, Comitato per la Protezione dei Giornalisti, aveva denunciato le campagne diffamatorie dei portavoce militari israeliani come «illazioni e tentativi di delegittimazione» volti a mettere a rischio la vita del reporter. A seguito dell’attacco, il CPJ ha ribadito che Israele non ha fornito prove verificate in modo indipendente per giustificare l’attacco ad operatori dell’informazione.
L’emittente Al Jazeera ha respinto categoricamente le accuse, definendole una «fabbricazione di pretesti» da parte dell’IDF per giustificare l’eliminazione sistematica di giornalisti che documentavano le operazioni militari sul campo. Molti osservatori ed esperti di diritto internazionale hanno evidenziato come l’esibizione unilaterale di screenshot o presunti registri attribuiti ad Hamas da parte dell’IDF non costituisca una prova giuridica o una verifica indipendente, specie all’interno di un conflitto in cui la protezione dei giornalisti è garantita dal Diritto Internazionale Umanitario.

Mohammed Qreiqeh
Mohammed Qreiqeh era un fotoreporter, media worker e artista visivo di Gaza. Prima e durante il conflitto si è distinto per la documentazione visiva della vita quotidiana, dell’infanzia e delle condizioni dei civili sfollati. Originario di Gaza City, ha spesso documentato nei suoi reportage e nelle sue opere d’arte il tragico impatto dell’aggressione israeliana sulle famiglie e sui bambini.

Ibrahim Zaher
Ibrahim Zaher era fotografo e operatore media locale e lavorava nel nord di Gaza, impegnato nella copertura delle operazioni di soccorso, dei bombardamenti e delle condizioni negli ospedali. Veniva da una famiglia residente nel nord di Gaza.
Mohammed Noufal era giornalista/fotoreporter indipendente e collaboratore di diverse testate e piattaforme locali per la copertura dell’emergenza umanitaria nel nord di Gaza. Padre di famiglia, risiedeva con la propria cerchia familiare nell’area di Gaza City/Jabalia.

Mohammed Noufal
Moamen Aliwa era operatore video e tecnico dei media attivo nell’area urbana di Gaza, impegnato nel supporto tecnico e nella trasmissione di immagini e servizi giornalistici dalle zone di crisi. Era originario di una famiglia locale di Gaza City.
I giornalisti nella Striscia di Gaza si trovano in una condizione unica e drammatica nel panorama del giornalismo di guerra: sono gli unici a poter raccontare cosa succede sul campo, poiché l’ingresso ai reporter stranieri è quasi totalmente bloccato. Questo significa che sono cronisti del conflitto, ma anche vittime dirette del genocidio che si trovano a documentare.

Moamen Aliwa
Molti reporter non hanno più una redazione né una casa. Lavorano all’aperto, dentro le auto, in tende di fortuna montate nei cortili degli ospedali o vicino a ripetitori per captare un minimo di segnale. Tra blackout continui e distruzione delle infrastrutture elettriche, caricare batterie di reflex, droni e smartphone è una sfida quotidiana. Usano piccoli pannelli solari portatili, batterie di auto o generatori di emergenza quando c’è carburante. Per inviare un video o fare una diretta, i cronisti devono spesso spostarsi in punti rialzati ed esposti o usare e-SIM internazionali per collegarsi alla rete israeliana o egiziana, con connessioni lente e costantemente a rischio interruzione.
Moltissimi giornalisti palestinesi sono freelance che lavorano per testate internazionali o agenzie. Non hanno alle spalle grandi organizzazioni media che forniscano loro assicurazioni, stipendi stabili o supporto logistico ed evacuazioni mediche.
Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists, CPJ, e Reporters Sans Frontières, RSF, definiscono Gaza come il conflitto più mortale della storia recente per i media. Oltre al rischio di bombardamenti indiscriminati, molti giornalisti e i loro sindacati denunciano il rischio di attacchi mirati. Storicamente, il giubbotto antiproiettile e l’elmetto con la scritta PRESS azzurra servivano da scudo legale e visivo per identificarsi come civili secondo la Convenzione di Ginevra. Oggi molti reporter locali riferiscono che indossare quella veste li rende fisicamente più visibili ed esposti sul campo senza garantire alcuna reale sicurezza.
I giornalisti condividono le medesime privazioni del resto della popolazione: scarsità di cibo e acqua potabile; mancanza di attrezzatura di protezione – molti giubbotti antiproiettile sono vecchi, danneggiati o non reperibili a causa del blocco delle merci -; continua necessità di evacuare e spostarsi con le proprie famiglie da una zona all’altra.
A differenza degli inviati di guerra stranieri, che a fine missione tornano a casa, i reporter gazawi vivono la guerra a 360 gradi. Molti hanno continuato a trasmettere in diretta a poche ore dalla notizia della morte di familiari, colleghi o dalla distruzione delle proprie abitazioni [3].
Il bilancio dei giornalisti e degli operatori dei media assassinati dalle forze armate israeliane rivela un massacro sistematico. Tra il 7 ottobre 2023 ed il 7 ottobre 2025 si è avuto il più alto tasso di mortalità mai registrato per gli operatori dell’informazione in un singolo conflitto. I conteggi delle principali organizzazioni internazionali riportano cifre che variano da più di 180 ad oltre 240 giornalisti assassinati da Israele. Molti sono vittime di attacchi ritenuti mirati ed intenzionali, cioè crimini di guerra. La maggior parte di queste vittime si è concentrata nella Striscia di Gaza, con casi documentati anche nel Sud del Libano e in Cisgiordania.
Dopo il 7 ottobre 2025, quando è cominciata la presunta tregua, organizzazioni internazionali come il CPJ e Reporters Sans Frontières, RSF, hanno continuato a registrare decine di ulteriori uccisioni di giornalisti nel corso dei raid, bombardamenti e attacchi con droni sulla Striscia di Gaza e nelle aree di operazione contigue.
Le principali organizzazioni per la libertà di stampa (RSF, CPJ, IFJ) hanno reiterato denunce presso la Corte Penale Internazionale, CPI, definendo l’elevato numero di giornalisti uccisi un attacco sistematico e una serie di potenziale crimini di guerra volto a limitare la copertura mediatica sul terreno.
Secondo i dati forniti dalle già citate organizzazioni internazionali indipendenti per il monitoraggio dei diritti dei media e della libertà di stampa (RSF, CPJ, IFJ) le forze armate israeliane, IDF, sono state la principale causa di morte per i giornalisti nel mondo negli ultimi tre anni.

Dal 7 ottobre 2023 in poi, il conflitto a Gaza ha fatto registrare la più alta concentrazione di uccisioni di giornalisti e operatori dei media mai documentata nella storia del monitoraggio moderno del CPJ dal 1992. Negli ultimi anni, tra la metà e i due terzi di tutti i giornalisti uccisi a livello globale nell’esercizio delle loro funzioni o a causa del loro lavoro sono stati colpiti da attacchi israeliani nei Territori Palestinesi, a Gaza e nel sud del Libano.
Non risulta che alcun soldato o comandante dell’IDF sia stato incriminato o condannato per l’uccisione di giornalisti od operatori dell’informazione a Gaza. L’esercito di occupazione israeliano dispone di un meccanismo interno di valutazione, il Fact-Finding Assessment Mechanism, guidato dalla Magistratura Militare per esaminare quelli che definisce “incidenti eccezionali” o sospette violazioni. Nessuno dei fascicoli aperti internamente riguardanti attacchi che hanno causato la morte di reporter o tecnici dei media, inclusi casi di forte rilevanza mediatica internazionale, ha portato al rinvio a giudizio di militari.
Rapporti di organizzazioni per i diritti umani, come Yesh Din e Action on Armed Violence, mostrano che, tra le centinaia di segnalazioni di civili uccisi durante le operazioni a Gaza, solo una piccolissima percentuale sfocia in indagini penali vere e proprie e quasi nessuna in condanne formali. La stragrande maggioranza dei casi viene archiviata con la motivazione che l’attacco rientrava in una “legittima azione di combattimento” diretta contro obiettivi militari vicini o presunti.
L’IDF risponde alle accuse con due pretesti. L’uccisione del giornalista viene fatta rientrare nelle perdite civili non intenzionali derivanti da attacchi sferrati contro operativi o infrastrutture di gruppi armati situati nelle vicinanze. In diversi casi di alto profilo, come per Anas Al-Sharif o Hamza Al-Dahdouh, l’IDF ha dichiarato che i giornalisti colpiti erano in realtà operativi o combattenti sotto copertura di gruppi come Hamas o la Jihad Islamica, accuse categoricamente respinte dalle emittenti di appartenenza, come Al Jazeera, dalle Nazioni Unite e dalle ONG per la libertà di stampa per mancanza di verifiche terze e indipendenti.
A causa della sostanziale assenza di procedimenti o condanne da parte dei tribunali militari israeliani, le principali organizzazioni internazionali e ONG per la tutela della stampa hanno promosso iniziative legali all’esterno. Organizzazioni come Reporters Sans Frontières, RSF, il Committee to Protect Journalists, CPJ, e ONG legali hanno depositato molteplici denunce formali presso la Procura della CPI a L’Aja. Le denunce chiedono di indagare specificamente sui raid mirati e di valutare le responsabilità individuali dei vertici militari e di governo israeliani per crimini di guerra e attacchi diretti contro il personale dell’informazione.
Rapporti di relatori speciali dell’ONU e dell’OHCHR denunciano un clima di impunità quasi totale per le violazioni commesse dalle forze armate e classificano la situazione a Gaza come il contesto più letale della storia recente per i giornalisti.
COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 3 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega
NOTE
1) Ecco come funziona la presenza della stampa internazionale in altri scenari bellici recenti e passati.
Durante l’invasione russa dell’Ucraina, conflitto ad alta intensità, centinaia di reporter e troupe internazionali provenienti da tutto il mondo si sono recati liberamente sul campo. Il governo ucraino richiede un accreditamento militare, ma una volta ottenuto, i giornalisti possono muoversi nel paese, documentare i bombardamenti sulle città, raccogliere testimonianze di civili e persino recarsi vicino alle linee del fronte, spesso con una guida locale o nei settori autorizzati. Anche le forze armate russe consentono l’ingresso ad alcuni giornalisti esteri, principalmente attraverso tour organizzati/stampa accreditata, oltre che ai media di stato.
Nei conflitti mediorientali degli ultimi due decenni, la stampa estera è sempre stata ampiamente presente. Nonostante l’estrema pericolosità della guerra in Siria, con rischi di rapimento da parte di gruppi jihadisti come l’ISIS, centinaia di giornalisti internazionali sono entrati in Siria durante la guerra sia attraverso visti rilasciati dal governo di Damasco, sia entrando clandestinamente o con l’appoggio di forze curde/ribelli dai confini turco o iracheno.
In Iraq ed Afghanistan, gli eserciti occidentali, USA ed alleati NATO, hanno ampiamente utilizzato il sistema dell’embedding, giornalisti aggregati alle unità militari, consentendo però contemporaneamente l’accesso a reporter “unilateral”, indipendenti, che si muovevano fuori dal controllo dell’esercito per raccontare il punto di vista dei civili.
Anche in contesti dove i governi o le fazioni locali cercano di limitare l’informazione, come in Sudan o in Yemen, sebbene ottenere visti sia estremamente complesso a causa dell’instabilità istituzionale, i reporter internazionali riescono periodicamente a entrare attraverso corridoi umanitari, confini terrestri o con l’assistenza di ONG. Nel Nagorno-Karabakh (2020 e 2023), i giornalisti internazionali hanno potuto coprire gli scontri sia dal lato armeno che da quello azero.
Negli altri conflitti mondiali esistono quasi sempre più punti di accesso, confini terrestri lunghi e porosi, porti, valichi controllati da fazioni diverse. Nel caso della Striscia di Gaza, invece, c’è un assedio totale dei valichi. Tutti gli accessi alla Striscia, Erez a nord, Rafah a sud, i valichi commerciali e la costa marittima, sono sotto il rigido controllo militare di Israele, e in misura minore dell’Egitto a Rafah, che ha coordinato la chiusura con le autorità israeliane. I tentativi fatti dalla Global Sumud Flotilla hanno mostrato al mondo che le forze armate israeliane non esitano a compiere atti di pirateria in acque fuori dalla loro giurisdizione, pur di impedire il legittimo approdo di imbarcazioni umanitarie e persone disarmate in Palestina.
Nella Striscia di Gaza, un giornalista non può semplicemente “varcare il confine” a proprio rischio e pericolo come avviene in Ucraina o in Siria, poiché chiunque si avvicini ai valichi o alle recinzioni senza autorizzazione militare preventiva viene colpito.
Nonostante i ricorsi legali presentati dalla Foreign Press Association, FPA, alla Corte Suprema israeliana, le autorità di Tel Aviv hanno mantenuto il divieto categorico per oltre due anni di guerra, concedendo solo brevissime visite guidate e blindate a piccoli gruppi di reporter scortati dai carri armati dell’IDF, con il materiale filmato sottoposto a censura militare prima della trasmissione.
2) «Se queste mie parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce.
La pace sia su di voi, la misericordia e le benedizioni di Allah.
Allah sa che ho esercitato tutto lo sforzo e la forza che avevo per essere un sostegno e una voce per il mio popolo, da quando ho aperto gli occhi sulla vita nei vicoli e nelle strade del campo profughi di Jabalia. La mia speranza era che Allah mi concedesse una lunga vita in modo da poter tornare con la mia famiglia e i miei cari nella nostra città natale originaria, l’occupata Asqalon “Majdal”. Ma la volontà di Allah è stata più rapida e il Suo decreto ha prevalso.
Ho vissuto il dolore in tutti i suoi dettagli, ho assaporato la perdita e il dolore più e più volte, ma non ho mai vacillato nel trasmettere la verità così com’è, senza distorsioni o falsificazioni, sperando che Allah fosse testimone di coloro che sono rimasti in silenzio, coloro che hanno accettato la nostra uccisione e coloro che hanno assediato i nostri respiri, impassibili davanti ai resti dei nostri figli e delle nostre donne, che non hanno fatto nulla per fermare il massacro che il nostro popolo ha subito per oltre un anno e mezzo.
Vi affido la Palestina, il gioiello della corona musulmana, il cuore pulsante di ogni anima libera di questo mondo.
Vi affido il suo popolo, i suoi piccoli bambini oppressi, ai quali non è stato dato il tempo di sognare e di vivere in sicurezza e in pace.
I loro corpi puri sono stati schiacciati da migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi, i loro resti sparsi sui muri.
Vi esorto a non lasciare che le catene vi mettano a tacere, né che i confini vi trattengano. Siate ponti verso la liberazione della terra e del suo popolo, fino a quando il sole della dignità e della libertà sorgerà sulla nostra patria rubata.
Vi affido la cura della mia famiglia,
Vi affido la mia amata figlia, Sham, la pupilla dei miei occhi, che il tempo non mi ha permesso di vedere crescere come avevo sognato.
Vi affido il mio caro figlio, Salah, che ho voluto sostenere e accompagnare fino a quando non si sarà rafforzato, perché prenda il peso da me e continui la missione.
Vi affido la mia amata Madre, le cui preghiere hanno benedetto il mio cammino e mi hanno condotto dove sono arrivato. Le sue suppliche erano la mia forza, la sua luce la mia guida.
Prego Allah di concederle pazienza e di ricompensarla per mio conto con la migliore ricompensa.
Vi affido anche la mia compagna di una vita, la mia amata moglie, Umm Salah Bayan, che la guerra ha separato da me per giorni e lunghi mesi. Eppure è rimasta salda, incrollabile come il tronco di un ulivo, paziente e fiduciosa in Allah, portando la responsabilità in mia assenza con forza e fede.
Vi esorto a stringervi attorno a loro, ad essere il loro sostegno dopo Allah, l’Eccelso.
Se muoio, muoio saldo nei miei principi e rendo testimonianza davanti ad Allah che sono contento del Suo decreto, fedele nell’incontro con Lui e certo che ciò che è presso Allah è migliore e eterno.
O Allah, accoglimi tra i martiri, perdona i miei peccati passati e futuri e rendi il mio sangue una luce che illumina il cammino verso la libertà per il mio popolo e la mia famiglia.
Perdonami se sono venuto meno e prega per me per avere misericordia, poiché mi sono attenuto saldamente al patto, senza cambiarlo né alterarlo.
Non dimenticate Gaza…
E non dimenticatevi di me nelle vostre giuste preghiere per il perdono e l’accettazione».
3) Va ricordato che nel diritto internazionale umanitario, DIU, e nel diritto penale internazionale, l’uccisione intenzionale o indiscriminata di civili durante un conflitto armato costituisce una delle violazioni più gravi ed è classificata come crimine di guerra. I giornalisti sono civili, protetti dal diritto internazionale.
Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 costituiscono il nucleo del Diritto Internazionale Umanitario, detto anche Diritto di Guerra. In particolare, la Quarta Convenzione di Ginevra è interamente dedicata alla Protezione delle persone civili in tempo di guerra. L’Articolo 3 comune a tutte e quattro le Convenzioni stabilisce una protezione fondamentale in qualsiasi tipo di conflitto, anche non internazionale, proibendo in ogni momento e in ogni luogo «le violenze contro la vita e l’incolumità corporale, specialmente l’assassinio sotto tutte le sue forme». L’Articolo 147 classifica l’omicidio intenzionale, wilful killing, di persone protette, i civili, come una «violazione grave», grave breach, della Convenzione, ossia la forma più seria di illecito internazionale. (Link 1; Link 2; Link 3; Link 4)
Il Protocollo Aggiuntivo del 1977 si applica ai conflitti armati internazionali. L’Articolo 51, Protezione della popolazione civile, proibisce di fare della popolazione civile o dei singoli civili l’oggetto di attacchi. Proibisce espressamente gli attacchi indiscriminati, cioè quelli non diretti a uno specifico obiettivo militare o che impiegano metodi i cui effetti non possono essere limitati. L’Articolo 57, Precauzioni nell’attacco, impone alle parti in conflitto l’obbligo di adottare tutte le precauzioni praticabili per evitare o ridurre al minimo la perdita di vite umane tra la popolazione civile. (https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/protocollo-i-addizionale-alle-convenzioni-di-ginevra-del-12-agosto-1949-relativo-alla-protezione-delle-vittime-dei-conflitti-armati-internazionali-1977)
Lo Statuto di Roma del 1998 definisce i crimini su cui la Corte Penale Internazionale, CPI, ha giurisdizione e fornisce definizioni giuridiche dettagliate per il perseguimento dei singoli individui responsabili. L’Articolo 8, Crimini di guerra, definisce crimine di guerra l’omicidio intenzionale di persone protette dalle Convenzioni di Ginevra e punisce il fatto di «dirigere intenzionalmente l’attacco contro la popolazione civile in quanto tale o contro singoli civili che non prendono direttamente parte alle ostilità». Inoltre, configura come crimine di guerra il lancio intenzionale di un attacco sapendo che esso causerà perdite accidentali di vite umane tra i civili o ferite ai civili in misura sproporzionata rispetto al concreto e diretto vantaggio militare complessivo atteso: Principio di Proporzionalità.
Se l’uccisione di civili non avviene solo come episodio isolato di guerra, ma è commessa nell’ambito di un «attacco esteso o sistematico lanciato contro una popolazione civile», si configura la fattispecie ancora più grave di Crimine contro l’umanità (Articolo 7, comma 1a: Sterminio od Omicidio), a prescindere dal fatto che ci si trovi o meno in uno stato di guerra formale. (https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/statuto-della-corte-penale-internazionale-1998)
Oltre ai trattati scritti, esistono principi consuetudinari vincolanti per tutti gli Stati e gruppi armati del mondo, come i principi di distinzione, di proporzionalità e di precauzione.
Principio di Distinzione: le parti in conflitto devono sempre distinguere tra civili e combattenti, e tra beni civili e obiettivi militari. Gli attacchi possono essere diretti solo contro i combattenti e gli obiettivi militari. Principio di Proporzionalità: è vietato l’uso di forze o metodi che causino danni collaterali ai civili eccessivi rispetto al vantaggio militare diretto e concreto previsto. Principio di Precauzione: devono essere adottate continue precauzioni per risparmiare la popolazione civile nelle operazioni militari.
SITOGRAFIA
https://www.dirittiglobali.it/2025/08/il-testamento-e-il-messaggio-finale-di-anas-al-sharif/
https://tg24.sky.it/mondo/2025/08/11/gaza-reporter-al-jazeera-uccisi
https://tg24.sky.it/mondo/video/2025/08/11/guerra-medioriente-a-gaza-idf-uccide-sei-reporter-1028648
Uccisi come terroristi: i giornalisti che documentano l’orrore a Gaza fanno paura a Israele
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