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Come si costruisce la narrazione dominante?

 The Think Tank Racket, un saggio di Glenn Diesen ci offre una risposta illuminante.

di Ray Man

Il libro ruota attorno a una tesi di fondo molto chiara: il dibattito occidentale sulla Russia non è un processo puramente neutrale di analisi dei fatti, ma un ecosistema di produzione narrativa in cui think tank, media, finanziatori e ambienti politici contribuiscono a orientare il modo in cui il pubblico interpreta gli eventi.

Diesen, giornalista noto, non sostiene semplicemente che esistano errori o pregiudizi occasionali; la sua argomentazione è più radicale. Infatti esiste una struttura sistemica che tende a premiare determinate letture della politica internazionale e a penalizzarne altre, soprattutto quando si tratta di Russia, NATO, sicurezza europea e rapporto tra guerra e diplomazia.

Un primo punto importante è la critica alla presunta neutralità dei think tank. Diesen li descrive come istituzioni che spesso vengono presentate come centri di competenza indipendenti, capaci di fornire analisi oggettive ai decisori politici e ai mezzi di comunicazione.

In realtà, però, il libro insiste giustamente sul fatto che questi organismi operano dentro reti di finanziamento e di influenza che possono condizionare fortemente i risultati delle loro analisi. Il problema, nella sua lettura, non è solo che i think tank abbiano delle preferenze ideologiche; è che sono diventati parte di un circuito in cui la ricerca, la consulenza politica e la comunicazione pubblica finiscono per convergere verso una stessa direzione strategica.

In questo senso, l’autore riconosce i think tank non come osservatori esterni del potere, ma purtroppo come moltiplicatori del consenso per determinate linee politiche. Da qui deriva il secondo nucleo dell’argomentazione: la narrativa sulla Russia viene costruita e mantenuta attraverso filtri istituzionali. Diesen sostiene che, soprattutto nelle società occidentali, la rappresentazione di Mosca tende a essere semplificata in chiave di minaccia permanente.

Questo non significa che ogni critica alla Russia sia infondata, ma che il quadro complessivo viene sempre reso manicheo: da una parte il campo della sicurezza, della libertà e dell’ordine; dall’altra quello dell’aggressione, della manipolazione e dell’autoritarismo. Il risultato, secondo l’autore, è che il margine per analisi più sfumate si restringe molto. Le interpretazioni che cercano di spiegare le cause strutturali dei conflitti, le dinamiche di sicurezza reciproca o le opportunità diplomatiche rischiano di apparire “deboli” o politicamente inopportune. Quindi vengono rifiutate dai media.

Un terzo argomento centrale riguarda la funzione politica della guerra dell’informazione. Diesen afferma che il racconto sulla Russia non serva soltanto a descrivere la realtà, ma anche a rendere più accettabili certe scelte strategiche: sanzioni, aumento della spesa militare, rafforzamento della NATO, ampliamento delle politiche di contenimento. In altre parole, il modo in cui si parla del nemico contribuisce a preparare il terreno per ciò che si farà contro di esso. Questa è una tesi importante perché sposta l’attenzione dal contenuto delle analisi al loro uso politico.

Non si tratta soltanto di chiedersi se una specifica affermazione sia vera o falsa, ma anche di osservare come un insieme di affermazioni costruisca un clima psicologico favorevole a una certa agenda. Un altro passaggio rilevante del libro è la critica alla marginalizzazione del dissenso. Diesen sa bene il fatto che, in questo ambiente, le voci che invitano alla prudenza, alla distensione o a riconoscere anche le ragioni di sicurezza dell’altra parte vengono spesso trattate con sospetto.

Non necessariamente vengono confutate nel merito; più spesso vengono bollate come ingenue, “utili al nemico”, filorusse o comunque non affidabili (putiniani!). Il punto dell’autore è che questo meccanismo impoverisce il dibattito. Se ogni proposta alternativa viene subito delegittimata, la discussione pubblica perde profondità e si trasforma in una gara di conformità. Il risultato finale è un clima nel quale la complessità viene sacrificata a favore della coesione narrativa e del riarmo.

Infine, il libro non parla solo della Russia in senso stretto. Diesen usa questo caso per formulare una critica più ampia alla struttura della produzione di conoscenza in politica estera. La sua e la nostra preoccupazione è che il sistema degli esperti, dei commentatori e delle istituzioni di ricerca finisca per selezionare non tanto le idee migliori, quanto quelle più compatibili con il consenso dominante. Questo rende il libro interessante anche oltre il tema russo: in filigrana c’è un lavoro di indagine su come si forma l’opinione pubblica nelle democrazie contemporanee e su quanto spazio resti davvero per un dissenso informato, quando sicurezza nazionale, media e apparati di policy tendono a rinforzarsi a vicenda.

In sintesi, l’idea guida di Diesen è che il conflitto con la Russia non sia raccontato soltanto come uno scontro geopolitico, ma anche come una battaglia per il controllo del significato (guerra mentale o psicologica). Chi definisce il quadro interpretativo influenza ciò che il pubblico ritiene possibile, accettabile o inevitabile. Il libro invita quindi a guardare con attenzione non solo ai fatti, ma anche agli attori che li selezionano, li interpretano e li trasformano in narrativa politica, perché troppo appartengono ad un campo ben definito e manipolatorio.

Per non parlare dell’invasione di chatbot sionisti e fascisti sui social per farci credere che sono la maggioranza, mentre non è vero.

Ray Man

Questo articolo è stato pubblicato qui

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