L’ipocrisia dei soliti noti : perchè l’editoria ha davvero paura di A.I.
L’ultimo scandaletto che fa tremare i salotti buoni dell’editoria internazionale si chiama Jerry Falade. Uno studente texano scova una storia da due milioni di dollari, ottiene l’attenzione di quattordici editori, firma per Minotaur Books e HarperCollins, ma poi la macchina si inceppa. Il sospetto? Aver usato l’Intelligenza Artificiale per scrivere o perfezionare il manoscritto. Apriti cielo. L’agenzia frena, il circo mediatico punta il dito e la casta dei "puri" grida al sacrilegio.
Ma facciamo un passo indietro e togliamoci la maschera. Da cosa è dettato davvero questo panico morale dei grandi gruppi editoriali e della cricca di scrittori a ripetizione? Dal rispetto per l'Arte con la A maiuscola, o dal terrore che crolli un oligopolio consolidato da decenni?
Per anni ci hanno raccontato la favola dell’Autore Solitario che sputa sangue sulla macchina da scrivere. La realtà dei fatti è ben diversa. L’industria del bestseller “un tanto al chilo” si fonda da sempre su un segreto di Pulcinella: la catena di montaggio. Come pensate che certi “soliti noti” – nostrani o d’oltreoceano – riescano a sfornare due, tre, quattro romanzi all’anno, tutti puntualmente piazzati in cima alle classifiche e venduti come capolavori di genio individuale?
Dante Alighieri ha consegnato alla storia la Divina Commedia e poco altro. Alessandro Manzoni ha scorticato la lingua italiana per decenni intorno a un unico, monumentale romanzo. Negli Stati Uniti, Harper Lee ha scritto Il buio oltre la siepe e si è fermata; Emily Brontë ha consegnato Cime tempestose ed è entrata nell'eternità. La storia della letteratura dimostra che la vera urgenza espressiva, la visione viscerale di una vita, si condensa in poche, dense opere.
I mostri sacri delle classifiche moderne, invece, funzionano come marchi registrati. Alexandre Dumas impiegava una squadra di ghostwriter capitanata da Auguste Maquet per sfornare volumi a gettone. Negli USA, il modello James Patterson è una vera e propria azienda: lui fornisce un'idea di dieci pagine e una legione di co-autori scrive il resto. Per non parlare dei franchise alla Tom Clancy o delle sigle editoriali nate a tavolino. Chi ha davvero prodotto centinaia di libri nella propria esistenza ha quasi sempre diretto un'officina di braccia e menti altrui.
Oggi, l’Intelligenza Artificiale irrompe in questo sistema e fa una cosa imperdonabile: democratizza la catena di montaggio. Rende accessibile al ragazzo qualunque la stessa potenza di fuoco sintattica e strutturale che prima era appagaggio esclusivo dei grandi nomi dotati di staff, budget e coperture editoriali.
Ed è qui che nasce l'isterismo. Alla casta dei soliti noti non dà fastidio la tecnologia; dà fastidio che chiunque possa usarla. Hanno paura di perdere il monopolio dello scaffale.
Tuttavia, la vera partita non si gioca sugli algoritmi, ma sulla sostanza. L’IA può coordinare la trama, lucidare lo stile, velocizzare la stesura, ma è un guscio privo di midollo. L’algoritmo non ha mai vissuto. Non ha mai conosciuto la rabbia, la sconfitta, il sudore della terra, le cicatrici di un’esistenza reale o le intuizioni maturate sul campo. Non ha una vita da raccontare perché non ne possiede una.
Se un autore non ha nulla da dire, la macchina produrrà soltanto un impeccabile, chiarissimo nulla. Ma se un individuo il vissuto ce l'ha, se possiede un'idea polemica, forte, controcorrente, e usa la tecnologia per bypassare i guardiani del tempio e farsi strada, allora il re è nudo. L'editoria industriale non teme la mancanza di qualità: teme che il pubblico si accorga che il genio dei suoi beniamini risiedeva soltanto in una catena di montaggio che oggi chiunque può installare sul proprio computer.
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