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Gaza all-in

La situazione era già stata chiarita dal dibattito aperto su Repubblica attorno al termine “genocidio” quando Benny Morris, uno dei primi “nuovi storici”, ha detto che la grande maggioranza degli israeliani, pur volendo che “Netanyahu venga cacciato”, non è più disposta a tollerare la presenza di Hamas. Anzi “la maggior parte degli israeliani concorda con Netanyahu sul fatto che Hamas debba essere distrutta”.

Questa è l’aria che tira nel paese e Netanyahu da animale politico quale è ha fiutato l’aria. Un’aria molto utile per lui se vuole rimanere aggrappato alla poltrona di Primo ministro. Poltrona che, a sua volta, gli è indispensabile per salvarsi dalla galera e dalle troppe domande che gli verrebbero fatte da una Commissione parlamentare d'indagine sul 7 ottobre.

Ma non c’è solo questo: distruggere Hamas, a qualsiasi costo, gli permetterebbe di partecipare alla prossima campagna elettorale con la corona d’alloro del vincitore sulla testa. Una campagna sulle note di “avevo promesso di distruggere i terroristi e l’ho fatto” avrebbe la capacità di ribaltare gli attuali sondaggi molto sfavorevoli? È possibile. Forse non probabile, ma possibile lo è, se davvero gli israeliani vogliono in massa la distruzione di Hamas. L'elettorato di qualsiasi paese è grato a chi porta a casa risultati veri, non solo chiacchiere.

Per questo oggi, sfidando tutto e tutti, ha dichiarato di aver dato l’ordine di completare l’occupazione totale di Gaza.

Si va avanti, se la gioca fino in fondo. O la va o la spacca. Tanto ormai la battaglia mediatica è ampiamente persa, quella militare vinta ma non del tutto, resta aperta la partita più strettamente politica. E per vincerla deve salvare la faccia portando a casa, dietro al carro del vincitore, il corpo dell’islamismo sconfitto (possibilmente ma non necessariamente insieme a qualche ostaggio liberato).

Sull’altro fronte c’è Hamas. Che avrebbe potuto già mollare tutto in un momento qualsiasi di questi ventidue mesi. Liberare gli ostaggi, deporre le armi in cambio magari di un salvacondotto per i suoi leader, giusto per risparmiare al suo popolo il martirio più drammatico. Ma figuriamoci. Non mollano dovesse venire giù tutto. Prendendo un abbaglio storico per proprio strabismo si sono identificati con Sansone anziché con i Filistei. E muoiono come mosche sotto le macerie che si sono tirati addosso sapendo che se le sarebbero tirate addosso.

Ma perché non mollano nemmeno adesso che l’intera Lega araba e perfino la Turchia li hanno scaricati, sancendo così la loro sconfitta politica?

Per un motivo speculare a quello di Netanyahu: se riescono a fare in modo che Israele fermi le operazioni militari per avere indietro gli ultimi ostaggi vivi rimasti – non a caso le pressioni sull’opinione pubblica sono aumentate con la pubblicazione dei video impressionanti di due ostaggi ridotti a pelle e ossa – possono ancora cantare vittoria attribuendosi la capacità di sconfiggere Israele avendo ottenuto oltretutto il riconoscimento occidentale dello Stato di Palestina, come ha già dichiarato uno dei suoi residui membri di alto livello, Ghazi Hamad, intervistato da al Jazeera: “Perché tutti i paesi riconoscono la Palestina ora? Prima del 7 ottobre c’era un solo paese che osasse riconoscere lo Stato di Palestina? Adesso i frutti del 7 ottobre hanno fatto sì che il mondo intero aprisse gli occhi sulla causa palestinese”.

E poco importa che la cosa sia falsa: solo qualche stato europeo e, forse, il Canada si aggiungeranno alla lunga lista dei paesi che già riconoscevano la Palestina come Stato.
Rivendicano comunque la bontà del loro massacro indiscriminato e della loro resistenza (a spese del popolo di Gaza).

Specularmente potremmo dire: se la battaglia mediatica è vinta, quella militare è ampiamente persa, ma è ancora aperta la partita più strettamente politica. E per vincere la battaglia politica Hamas deve almeno salvare la faccia potendo sbandierare la capacità di imporre uno stop alle operazioni militari di Israele. Questo significherebbe sfuggire alla sconfitta politica anche se fosse poi costretta all'esilio da Gaza come Arafat lo fu da Beirut.

I due interessi contrapposti non sono poca cosa, ne va del futuro politico di entrambi: dell’islamismo radicale e della destra sionista nazionalistico-messianica.

C’è un particolare tipo di poker che si chiama Texas Hold'em, dove i giocatori si giocano tutto quello che hanno, fino all’ultimo spicciolo. È la mossa più aggressiva in assoluto. Chi perde, perde tutto quello che ha. A questo siamo, all'ultima mano. Ed entrambi sembrano essere decisi a giocarsela fino in fondo.

 

 

 

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