Il campo largo e l’illusione del riformismo
Da qualche mese il termine riformista è tornato improvvisamente di moda. Esponenti del Partito Democratico, a partire dalla Pina Picierno che ha giustificato la sua fuori uscita dal PD perché non sufficientemente riformista , ne fanno largo uso, quasi che bastasse richiamarsi a quella tradizione per qualificare una proposta politica. Ma è davvero così? O il riformismo è diventato una parola svuotata di significato?
Storicamente il riformismo nasce alla fine dell'Ottocento all'interno del movimento socialista. Turati, Kuliscioff, Bissolati in Italia, Bernstein in Germania, contrappongono all'idea della rivoluzione una strategia di trasformazione graduale della società. L'obiettivo era chiaro: migliorare le condizioni materiali delle classi lavoratrici, estendere i diritti sociali, democratizzare lo Stato e governare lo sviluppo economico.
Per oltre un secolo il termine riforma ha significato proprio questo: dare una forma nuova alla società, correggendo gli squilibri prodotti dal capitalismo attraverso un forte intervento pubblico.
Con la svolta neoliberale degli anni Ottanta tutto cambia.
Da Thatcher e Reagan in poi il concetto di riforma viene progressivamente capovolto. Non indica più l'estensione dei diritti sociali, ma la riduzione dell'intervento dello Stato, le privatizzazioni, la flessibilizzazione del lavoro, la compressione della spesa pubblica e l'espansione del mercato in ambiti che fino ad allora erano considerati diritti universali.
Anche in Italia, soprattutto dagli anni Novanta, quasi tutte le cosiddette riforme si sono mosse in questa direzione. Il risultato è un Paese più diseguale, con un welfare indebolito, salari stagnanti, servizi pubblici impoveriti e una crescente distanza tra territori e classi sociali.
Se questa è stata l'evoluzione del concetto di riforma, viene spontanea una domanda: cosa significa oggi definirsi riformisti?
È qui che emerge tutta l'ambiguità del dibattito politico.
Il termine viene utilizzato soprattutto per distinguersi dal cosiddetto campo largo, dipinto come un'alleanza massimalista o radicale. Ma basta osservare le posizioni concrete delle diverse forze politiche per accorgersi che questa contrapposizione è in larga misura artificiale.
Sulla guerra in Ucraina le differenze tra Schlein, Picierno, Calenda, Renzi e il centrodestra sono assai più sfumate di quanto si voglia far credere. Lo stesso vale per il riarmo europeo, per il rapporto con la NATO e per la politica estera.
Anche sulle principali questioni economiche e sociali — sanità, scuola, università, salari, fisco, ricerca, trasporti, regionalismo differenziato, rapporti con l'Unione Europea — non emerge alcuna proposta che metta realmente in discussione il paradigma costruito negli ultimi trent'anni.
Le differenze tra gli schieramenti sembrano concentrarsi soprattutto sui temi identitari: immigrazione, sicurezza, diritti civili, memoria dell'antifascismo. Questioni importanti, ma che finiscono per occupare il centro della scena mentre rimane sostanzialmente intatto il modello economico e sociale.
Eppure una riforma, per definizione, dovrebbe modificare gli equilibri esistenti. Dovrebbe redistribuire ricchezza e potere, ridefinire il ruolo dello Stato, cambiare il rapporto tra pubblico e privato, affrontare il problema della crescente concentrazione della ricchezza e del declino della partecipazione democratica.
Di tutto questo, però, nel dibattito politico italiano si vede ben poco.
Anche sul piano internazionale manca una proposta alternativa. Gli Stati Uniti continuano a perseguire il proprio interesse nazionale, chiedendo agli alleati europei di sostenerne le strategie geopolitiche. Dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente fino alle tensioni nell'Indo-Pacifico, non emerge una visione capace di ridefinire il ruolo dell'Europa in un mondo ormai multipolare.
Lo stesso vale sul piano interno. La cosiddetta sanità territoriale rischia di tradursi in un'ulteriore riduzione della spesa pubblica; le politiche salariali restano ancorate all'impostazione inaugurata con il Protocollo Ciampi; il regionalismo differenziato rappresenta il punto di arrivo di un processo aperto con la riforma del Titolo V della Costituzione.
Se è così, il termine riformista non descrive più un progetto politico. È diventato un'etichetta identitaria, utile a delimitare appartenenze ma incapace di indicare una direzione di cambiamento.
Per cultura politica continuo a riconoscermi nella tradizione democratica e sociale, cioè in un riformismo che mira a trasformare la società attraverso l'estensione dei diritti, l'uguaglianza sostanziale e il governo democratico dell'economia.
Proprio per questo fatico a riconoscere il riformismo nelle attuali proposte politiche.
Più che di riformismo, oggi si discute di alleanze elettorali, di formule organizzative, delle "quattro gambe" del campo largo o della "pastasciutta antifascista". Si moltiplicano le strategie per costruire coalizioni, ma manca un progetto capace di indicare quale Paese si voglia costruire.
Senza una nuova idea di Stato, di sviluppo, di lavoro e di democrazia, il riformismo resta soltanto una parola. E le parole, quando perdono il loro contenuto, finiscono inevitabilmente per diventare propaganda.
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