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Dal “blocco navale” alla “remigrazione”, per un pugno di voti

Per pura abitudine continuiamo a chiamarlo dibattito politico, ma oramai si tratta troppo spesso di chiacchiere isteriche e formule vuote di effetto pratico, utili a simulare una parvenza di idea programmatica ed a promettere sia la soluzione per la complessa gestione migratoria che dei problemi economici del Paese e dei cittadini.

di Gregorio De Falco

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(Foto di Unsplash)

Tuttavia questi annunci sono veri e propri soufflé che, analizzati alla luce della logica e del diritto, si sgonfiano istantaneamente, lasciando emergere la loro vera natura: espedienti di puro posizionamento elettorale che nulla hanno a che vedere con il governo del Paese.

È innegabile che Giorgia Meloni sia arrivata a Palazzo Chigi anche grazie alla promessa elettorale del “blocco navale” che l’imbonitrice presentava al corpo elettorale come un normale strumento amministrativo di controllo. Il blocco navale rappresenta in realtà, per il diritto internazionale, un esplicito atto di aggressione militare, lecitamente applicabile solo in contesti bellici. Quella retorica una volta raggiunto il potere, si è inevitabilmente sgonfiata per evitare lo scontro fatale con i trattati europei, la Costituzione ed i limiti oggettivi dello Stato di diritto e anche, ovviamente, con la realtà ed il limite del buon senso.

A quella stessa logica di mistificazione risponde oggi Roberto Vannacci con la promessa di “remigrazione”. Durante il recente faccia a faccia a Otto e Mezzo, la giornalista Lilli Gruber ha chiesto a Vannacci di spiegare la differenza tra questo termine e il concetto di rimpatrio.

Sia chiaro: la natura stessa dei due provvedimenti è profondamente diversa.
Il Rimpatrio è un atto giuridico individuale: si tratta della conseguenza diretta di un provvedimento giurisdizionale, emesso caso per caso dalla magistratura o da autorità competenti dopo aver vagliato la posizione di singoli individui, garantendo a ciascuno il dritto di difesa, il ricorso e verificando l’assenza di rischi nel Paese di destinazione.

La remigrazione invece è un termine non tecnicamente definito, un atto politico dell’esecutivo: è una parola priva di cittadinanza nel diritto, presa in prestito dall’estrema destra filo-nazista europea, che presuppone un’azione d’imperio del governo. Non agisce sul singolo, ma mira a un allontanamento indiscriminato e di massa su base etnica, ideologica o culturale, scavalcando il controllo dei giudici e ogni garanzia costituzionale attraverso decreti del potere politico.

Liquidando questa enorme frattura come una banale “questione semantica”, Vannacci ha tentato di far passare per ordinaria burocrazia un progetto di espulsione collettiva che evoca le pagine più buie del Novecento.

Eppure, la verità è che la stessa “remigrazione” è a sua volta una clamorosa mistificazione destinata a fare la fine del blocco navale. Se mai il movimento di Vannacci dovesse arrivare alla prova dei fatti o assumere una qualsiasi responsabilità di governo – non sia mai – questo slogan si perderebbe immediatamente nei corridoi ministeriali. Un esecutivo che tentasse di applicare la remigrazione si scontrerebbe all’istante con la Corte Costituzionale, con la magistratura e con sanzioni internazionali. Esattamente come per il blocco navale, la realtà del potere costringerebbe il generale a riporre il Bignami della propaganda nel cassetto elettorale.

Il carattere puramente strumentale di queste mosse emerge chiaramente quando si analizzano le altre proposte, quelle socio-economiche di Futuro Nazionale: infatti, nel tentativo di accreditarsi come forza vicina ai bisogni materiali delle fasce popolari, il movimento ha manifestato una apertura verso il salario minimo legale, una misura storicamente avversata e rigettata dal centrodestra di governo.

La giustificazione ideologica offerta ufficialmente è una copertina corta iper-nazionalista: la paga minima servirebbe a proteggere i lavoratori italiani dal dumping salariale causato dall’immigrazione. Ma qui si svela anche un paradosso macroscopico: per l’Articolo 36 della Costituzione e per le normative dell’Unione Europea, una soglia salariale minima non può essere applicata su base etnica o di passaporto. Ne consegue che, se venisse approvata, si applicherebbe obbligatoriamente a chiunque lavori sul territorio, finendo per innalzare per legge proprio le retribuzioni di milioni di immigrati regolari.

Ma l’incoerenza logica nasconde il vero nucleo del tranello che è tutto politico. Questa finta svolta sociale non ha per nulla l’obiettivo di tradursi in leggi, bensì quello di mandare un preciso segnale di pericolo a Giorgia Meloni: sposando una bandiera storica delle opposizioni, Vannacci mostra alla Premier uno scenario da incubo per la maggioranza: Futuro Nazionale rimasto fuori dal perimetro del governo di destra può attivare convergenze tattiche con il centro-sinistra e il Movimento 5 Stelle su singoli provvedimenti economici e sociali.

Sfruttando temi ad alta sensibilità popolare (salari, precariato, difesa della sanità pubblica), il generale lancia l’avvertimento: se la coalizione di governo non scenderà a patti con lui, dandogli ciò che vuole, i suoi parlamentari saranno come una mina vagante in Aula, unendosi alle opposizioni progressiste per mandare sotto l’esecutivo. La “sinistra” diventa così lo spauracchio parlamentare perfetto per piegare le resistenze ed ottenere potere nell’esecutivo.

Ed è la stessa assenza di realismo programmatico a svelare il vero scopo politico di Vannacci: il generale non possiede, né mira a possedere, un programma politico realizzabile per amministrare il Paese. La sua è una mistificazione, una manovra interamente tattica di posizionamento e di puro ricatto.

Attraverso lo sdoganamento della “remigrazione” , concetto odioso ed inaccettabile in democrazia e l’uso spregiudicato della leva sociale in Parlamento, Vannacci vorrebbe intercettare il voto dei delusi che giudicano la Meloni oramai troppo istituzionale o “ammorbidita” dai diktat di Bruxelles. Allora stesso tempo vorrebbe trasformare Futuro Nazionale nel socio di minoranza indispensabile e letale per la tenuta del centrodestra.

Utilizzando la minaccia di qualche sponda con il centro-sinistra intende costringere Fratelli d’Italia e la Lega a una trattativa al rialzo, monetizzando il finto asse sociale in cambio di poltrone sicure, collegi blindati e influenza nei ministeri chiave.

Il dramma di questa strategia è che la discussione pubblica su temi cruciali per il futuro degli italiani— come i salari reali, il declino demografico, la sanità in affanno e l’emigrazione dei giovani laureati — viene ridotta a merce di scambio. La propaganda della destra continua a vendere opache e becere illusioni ottiche ai suoi elettori trattati come gonzi, al solo scopo di alzare il prezzo del proprio potere personale.

Gregorio De Falco

Questo articolo è stato pubblicato qui

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