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Il documentario “Sarajevo Safari” e il libro “I cecchini del weekend” raccontano l’atroce vicenda dei serial killer protetti dalle autorità

La prima reazione spontanea è l’incredulità: non può essere vero. Persone stimate, benestanti, di buona cultura e ottima posizione sociale disposte a pagare l’equivalente di 100mila euro per andare in una città assediata, sparare da una postazione in collina e uccidere impunemente civili innocenti, costretti a uscire di casa per tentare di procurarsi un po’ d’acqua o qualcosa da dare da mangiare ai figli.

di Claudia Cangemi

Un'immagine tratta dal documentario "Sarajevo safari" (Foto di https://www.cineteatrodonbosco.com/)

Se il bersaglio è un bambino, la preda più ambita, si festeggia. Poi vengono le ragazze, meglio se belle adolescenti, poi le donne, gli uomini e infine gli anziani: colpirli non è poi così difficile perché sono meno veloci a correre a zigzag. Non stiamo parlando di un sociopatico esaltato a caccia di musulmani, ma di centinaia di facoltosi e “insospettabili” professionisti provenienti da numerosi Paesi europei. Per quanto riguarda l’Italia, la cifra indicativa dei “cecchini del weekend” si stima sulle 200 unità. Cifra da moltiplicare per un numero non identificato di Paesi europei coinvolti in questo atroce traffico di sangue umano. Ma l’elemento se possibile più sconvolgente di questa vicenda è il fatto che sia stata insabbiata per oltre trent’anni, malgrado le prime prove e testimonianze fossero a conoscenza di organi dello Stato e pubblicate da alcuni importanti quotidiani già nel 1995.

A portare finalmente alla ribalta questa storia di serial killer protetti dalle autorità sono stati un documentario e un libro inchiesta: “Sarajevo Safari” di Miran Zupanič, uscito nel 2022, ma ignorato dalla distribuzione fino a pochi mesi fa, e “I cecchini del weekend” di Ezio Gavazzeni, pubblicato per i tipi di PaperFIRST nel marzo scorso e già giunto alla terza edizione. Il film e il libro sono legati perché, come spiega Gavazzeni, proprio dalla notizia dell’esistenza del documentario nell’autunno 2023 partì il suo interesse per la vicenda. Il regista Zupanič fornì a Gavazzeni la possibilità di vedere il documentario (che nessuna piattaforma europea aveva mai voluto acquistare) e il contatto di Edin Subasič, ex uomo dei servizi di intelligence bosniaci che tentò di denunciare il caso. Lo scrittore si prodiga da allora per scoprire la verità sulla strage di civili e allo scopo ha formato un team composto anche dall’ex magistrato Guido Salvini, dall’avvocato Nicola Brigida e dalla criminologa Martina Radice. L’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna europea, durò 1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Le forze serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić e l’Armata Popolare Jugoslava circondarono la città, intrappolando oltre 300mila civili e causando più di 11mila morti. Per questo e altri crimini di guerra (tra cui il massacro di oltre 8mila musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995) Mladić è stato condannato in via definitiva all’ergastolo nel 2021.

In questi giorni il cinema Metropolis di Paderno Dugnano ha proiettato il documentario e offerto al numeroso pubblico l’occasione di ascoltare e dialogare con l’autore del libro. Proprio Ezio Gavazzeni nel gennaio 2025 ha depositato alla Procura di Milano (luogo di origine di numerosi cecchini) un esposto che ha dato origine in ottobre a un procedimento penale (n. 743/2025) affidato al pubblico ministero Alessandro Gobbis. “Da ottobre a oggi – dice Gavazzeni – quattro italiani sono stati iscritti nel registro degli indagati, ma è di pochi giorni fa la notizia di una quinta persona, un nobile. Tutti i ‘clienti’ erano di sesso maschile, molti abbastanza giovani, fra i 30 e i 40 anni. Devo ammettere che speravo in qualche pentito, gente che a distanza di decenni sentisse rimordere la coscienza magari dopo qualche traversìa personale. Invece finora non è successo.”

Cinque procure di Italia, Bosnia, Svizzera, Austria e Belgio si sono incontrate a fine giugno per unire le forze e confrontare le informazioni. Ezio Gavazzeni spera che le inchieste siano presto cooptate sotto l’”ombrello” di Eurojust (agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale), che riunisce pubblici ministeri e magistrati nazionali per coordinare le indagini e facilitare l’estradizione e l’assistenza giudiziaria tra i diversi Stati europei. “Ventitré Paesi – spiega lo scrittore – hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta europea. In autunno io testimonierò a Bruxelles, che è il luogo di origine dell’organizzazione che gestiva il traffico, un’importante società di security (quelle che forniscono i contractors nei teatri di guerra) con 55mila dipendenti. In settembre andrò anche a Sarajevo, su invito del Comune che si costituirà parte civile nel procedimento penale attraverso gli avvocati del mio team e ciò ci consentirà di avere maggiori informazioni. Questo è anche l’effetto della diffusione del libro, che sarà presto tradotto anche in russo.”

Sia “Sarajevo Safari” che “I cecchini del weekend” propongono al pubblico importanti testimonianze di ex esponenti dei servizi segreti e di ex militari che accompagnavano i “clienti” alle postazioni dei cecchini serbi sulle colline intorno alla Sarajevo assediata o che sapevano dell’esistenza del traffico. Da diverse fonti si apprende che già a fine ’93 i servizi segreti bosniaci avevano informato il Sismi del “viavai di cecchini” dall’Italia a Sarajevo. Il Sismi avrebbe informato a sua volta il Sisde. Dopo qualche mese quest’ultimo avrebbe assicurato ai bosniaci che i killer erano stati identificati e il traffico bloccato, ma in realtà nulla cambiò e le trasferte per uccidere proseguirono fino alla fine del 1995. Inoltre grazie a un articolo dell’Ansa – che l’aveva ottenuta da una fonte del Tribunale permanente dei popoli – già a metà anni ’90 fu diffusa la notizia dell’esistenza dei cecchini, ripresa con evidenza dal Corriere della Sera e dalla Stampa di Torino. Anche un giornalista della Nazione di Firenze dedicò un’inchiesta all’argomento. Tali articoli portarono all’apertura di un procedimento penale poi però archiviato.

Ma come facevano i cecchini del weekend a conoscere la possibilità di partecipare ai “safari umani”? “Sappiamo di ‘reclutatori’ mandati dalle potenti società di security che lucravano sul traffico. Uno di questi reclutatori ‘stazionava’ in un bar di Garbagnate Milanese, un altro, ex Folgore, ‘riceveva’ il sabato mattina in un motel di Milano. Probabilmente la notizia circolava in certi ambienti frequentati da cacciatori di alto livello (di quelli che pagavano belle cifre per uccidere leoni o elefanti in Paesi africani che prevedono questa possibilità) e da appassionati di armi. Si parla quindi di poligoni di tiro e circoli ‘esclusivi’ in Nord Italia e in Svizzera. Gli ‘arcieri’ partivano poi da Milano il venerdì mattina, in van o a volte su aerei privati, e rientravano la domenica sera. Il giorno di ‘caccia’ era il sabato. Gli accompagnatori erano due per controllarsi a vicenda ed evitare che i clienti si mettessero d’accordo con uno di loro e mentissero sui bersagli colpiti per pagare meno”.

A chi gli chiede se ha mai ricevuto intimidazioni, l’autore dei “Cecchini del weekend” replica: “Non minacce dirette. È un altro il meccanismo: screditare i giornali o le persone che portano avanti l’inchiesta per toglierle mordente e credibilità. Ma non siamo soli. Il 5 maggio per esempio il Times ha pubblicato un articolo che da altre fonti conferma bersagli e cifre”.

A distanza di oltre 30 anni attendono giustizia migliaia di famiglie. Tra loro i genitori di Irina, che raccontano in “Sarajevo Safari” della loro figlioletta uccisa da un cecchino durante una breve passeggiata 4 giorni dopo il suo primo compleanno.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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