Dalle stelle alle stalle: la caduta della Lega di Salvini
In politica basta poco per cadere dall'altare e finire nella polvere. Le promesse non mantenute pesano come macigni, soprattutto quando diventano il marchio di fabbrica di una leadership. E Matteo Salvini ne sa qualcosa.
Tra la mancata abolizione della legge Fornero, il Ponte sullo Stretto ancora fermo ai proclami e il tappeto rosso steso a Roberto Vannacci, il leader della Lega ha costruito, mattone dopo mattone, la propria parabola discendente: dal trionfo del 34% alle Europee del 2019 a un partito che oggi fatica a ritrovare un ruolo e un'identità.
L'estate del 2019 sembrava aver consacrato Salvini come il dominus della politica italiana. Tra i mojito del Papeete, i decreti sicurezza e una presenza mediatica senza precedenti, il leader leghista sembrava poter dettare legge a tutto il centrodestra. Convinto che il consenso fosse ormai irreversibile, fece cadere il governo Conte I scommettendo su elezioni anticipate che lo avrebbero portato a Palazzo Chigi.
Fu l'inizio della fine.
Da allora la Lega ha iniziato una lenta ma costante emorragia di consensi. Prima l'ascesa di Giorgia Meloni, poi la perdita di credibilità su molte delle battaglie simbolo del Carroccio hanno trasformato quello che appariva un partito pigliatutto in una forza politica costretta a rincorrere gli eventi.
Perché, alla fine, gli elettori presentano sempre il conto.
Per anni Salvini ha promesso di cancellare la legge Fornero. È stata una delle parole d'ordine più efficaci della propaganda leghista, ripetuta in ogni piazza e in ogni campagna elettorale. Eppure, una volta arrivato al governo, quella promessa è rimasta sostanzialmente sulla carta. Le misure introdotte nel tempo hanno inciso solo in modo limitato e temporaneo, mentre l'impianto della riforma è rimasto in vigore. Per molti elettori il bilancio è impietoso: non solo la Fornero non è stata cancellata, ma oggi l'età ordinaria per la pensione di vecchiaia resta fissata a 67 anni e, in base ai meccanismi di adeguamento alla speranza di vita previsti dalla normativa, aumenterà ulteriormente negli anni futuri. Una distanza evidente tra gli slogan di ieri e la realtà di oggi.
Lo stesso discorso vale per il Ponte sullo Stretto. Da ministro delle Infrastrutture, Salvini ne ha fatto una bandiera personale, presentandolo come il simbolo dell'Italia che torna a costruire. Conferenze stampa, rendering, annunci, cronoprogrammi. Ma, al di là della comunicazione politica, il ponte continua a essere un'opera che non ha ancora preso forma concreta. Un progetto evocato da decenni e che, ancora oggi, resta sospeso tra procedure amministrative, autorizzazioni, ricorsi e incognite finanziarie. Anche in questo caso, tra gli annunci e la realtà si è aperta una distanza che finisce per logorare la credibilità di chi aveva promesso tempi rapidi e risultati certi.
Se le promesse mancate hanno indebolito la leadership di Salvini, la gestione del fenomeno Roberto Vannacci ha inferto il colpo del KO!
Accogliere il generale come il nuovo volto capace di rilanciare la Lega sembrava, nelle intenzioni del segretario, un'operazione per intercettare nuovo consenso. Si è rivelata invece un autentico cavallo di Troia. Vannacci ha conquistato una visibilità politica crescente, ha costruito un proprio profilo autonomo e ha finito per parlare direttamente a quello stesso elettorato che fino a ieri costituiva il patrimonio esclusivo della Lega.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di rafforzare il partito, Salvini ha contribuito a legittimare un potenziale concorrente interno all'area sovranista. Chi doveva rappresentare un valore aggiunto si è trasformato nel principale fattore di erosione del consenso leghista.
E così la Lega ha perso la propria centralità nel centrodestra. Non detta più l'agenda della coalizione, ma la subisce. Non guida più il dibattito politico, ma cerca di inseguirlo. E soprattutto non riesce più a distinguersi né da Fratelli d'Italia, che occupa lo spazio del governo, né da chi, come Vannacci, punta a rappresentare l'opposizione più identitaria e radicale.
Il purgatorio politico in cui oggi si trova il Carroccio non è il frutto del caso né di una congiura degli avversari. È la conseguenza di una leadership che ha costruito il proprio consenso su promesse assolute e simboli fortemente identitari, senza riuscire a trasformarli in risultati percepiti dagli elettori. Quando si promette di abolire la Fornero e la Fornero resta in piedi, quando si annuncia il Ponte sullo Stretto come imminente e il ponte resta un progetto sulla carta, quando si apre la porta a un alleato che finisce per contenderti i voti, il conto politico arriva inevitabilmente.
Perché in politica gli slogan possono vincere le elezioni. Ma sono i risultati, o la loro assenza, a decidere quanto a lungo si resta al potere. E oggi Matteo Salvini sembra pagare soprattutto il peso delle aspettative che lui stesso aveva contribuito a creare.
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