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Dall’odio online alle intimidazioni: quando lo squadrismo passa dalle parole ai fatti

Insulti contro le Pastasciutte Antifasciste, campagne d’odio sui social e poi l’attacco al Rifugino nelle Orobie. Non sono episodi isolati, ma il frutto di un clima che legittima la violenza contro chi difende i valori della Resistenza.

Jeep del rifugio devastata a colpi d'ascia: vetri infranti e gomme bucate, hanno tentato di spingerla giù dalla scarpata". Violente intimidazioni al Rifugio Gino e Massimo a pochi giorni dalla 'pastasciutta antifascista'

Prima arrivano gli insulti. Poi le minacce. Infine le intimidazioni e i danneggiamenti.

È uno schema che la storia italiana conosce fin troppo bene e che oggi torna a riproporsi con modalità nuove, ma con la stessa matrice: delegittimare l’antifascismo, trasformarlo in un bersaglio, creare un clima nel quale la violenza appare accettabile, se non addirittura giustificata.

Da giorni, sotto i post che promuovono le Pastasciutte Antifasciste organizzate dall’ANPI e da numerose realtà associative, si moltiplicano commenti offensivi, insulti, provocazioni e messaggi intimidatori. Non si tratta del dissenso legittimo che caratterizza ogni confronto democratico. Si tratta di una campagna coordinata che colpisce chi organizza iniziative dedicate alla memoria della Resistenza e ai valori dell’antifascismo, tentando di intimidire associazioni, volontari e cittadini.

Troppo spesso questi episodi vengono liquidati come semplici “commenti da tastiera”. È un errore grave.

L’odio online non resta confinato nello spazio virtuale. Costruisce un immaginario, individua un nemico, normalizza un linguaggio violento e trasmette il messaggio che contro quel nemico tutto sia lecito. È così che lo squadrismo contemporaneo prepara il terreno: prima delegittima, poi minaccia, infine colpisce.

Quanto accaduto al Rifugino, in località Grioni sulle Orobie Valtellinesi, rappresenta il passaggio più inquietante di questo processo.

Nelle settimane precedenti il rifugio aveva già subito episodi inquietanti, tra cui il bivacco vandalizzato dopo che ignoti avevano rinchiuso alcuni asini all’interno della struttura. Successivamente erano arrivati numerosi messaggi intimidatori legati proprio all’organizzazione della Pastasciutta Antifascista insieme all’ANPI.

Poi, nella notte, l’attacco. La jeep utilizzata per rifornire il rifugio è stata devastata: vetri infranti, pneumatici squarciati, fanali distrutti, carrozzeria colpita con un’ascia e perfino il tentativo di spingerla lungo la scarpata.

I gestori del rifugio hanno giustamente evitato di attribuire responsabilità dirette, spiegando di non poter affermare con certezza un collegamento tra i diversi episodi. È una posizione di prudenza che va rispettata.

Ma un’altra cosa è impossibile ignorare. Quando per giorni si alimenta una campagna d’odio contro chi organizza iniziative antifasciste; quando si dipingono associazioni e volontari come nemici; quando si trasforma la memoria della Resistenza in motivo di scherno e aggressione, il rischio che qualcuno decida di passare dalle parole ai fatti cresce inevitabilmente.

Non è un automatismo, ma è un clima. Ed è proprio questo clima che non può essere sottovalutato.

La violenza fascista, ieri come oggi, non nasce mai all’improvviso. Si prepara attraverso la propaganda, la disumanizzazione dell’avversario, la costruzione dell’odio, la convinzione che chi sta dall’altra parte non meriti rispetto ma intimidazione.

È lo stesso meccanismo che precede le aggressioni ai giornalisti, gli assalti ai presìdi antifascisti, le minacce ai sindacalisti, gli attacchi ai circoli culturali e alle sedi associative.

Per questo minimizzare l’odio online significa non comprendere la natura del problema.

Le parole hanno conseguenze. Chi per settimane alimenta campagne di odio contro l’ANPI, contro le Pastasciutte Antifasciste, contro chi tiene viva la memoria della Liberazione, contribuisce a creare il terreno sul quale possono germogliare intimidazioni e violenze.

Le Pastasciutte Antifasciste non sono soltanto un appuntamento conviviale. Rappresentano la memoria di un gesto di libertà. Ricordano la festa organizzata dalla famiglia Cervi il 25 luglio 1943, dopo la caduta del fascismo, quando offrirono pasta a tutto il paese per celebrare la fine della dittatura.

Colpire quelle iniziative significa colpire il significato stesso della memoria antifascista. Per questo la solidarietà al Rifugino non basta. Occorre respingere con fermezza ogni tentativo di intimidire chi continua a organizzare momenti pubblici dedicati alla Resistenza.

Perché nessuno dovrebbe temere di celebrare l’antifascismo. E perché ogni volta che si lascia passare l’odio come semplice opinione, si apre la strada a chi pensa di poterlo trasformare in violenza.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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