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Furti di opere d’arte: a caccia dell’arte rubata in Europa

Il furto di opere d’arte minaccia ancora l’integrità del patrimonio europeo.

di Marco Milano

ANNO DEL PATRIMONIO CULTURALE – È il 12 maggio 1945, una carica di esplosivo fa saltare in aria un muro di detriti che blocca l’accesso a una miniera di sale nei pressi di Aultasse in Austria. La seconda guerra mondiale è finita da poco e i soldati impegnati in quella operazione non sono sicuri di cosa troveranno lì dentro. Le aspettative verranno ripagate: nella miniera si nascondono migliaia di casse contenenti opere d’arte saccheggiate dall’esercito nazista durante le occupazioni in Europa. I soldati, meglio noti come “Monuments Men”- resi celebri dal film di George Clooney del 2014 – erano stati istruiti dal commando alleato subito dopo la distruzione dell’abbazia di Monte Cassino nel 1944, per proteggere chiese, monumenti e antiche rovine, ovvero tutti i simboli culturali europei, dalla possibile distruzione della furia militare.

A distanza di più di 70 anni, il furto di opere d’arte minaccia ancora l’integrità del patrimonio europeo, e la stessa impresa dei Monuments Men non è del tutto conclusa. Proprio nelle ultime settimane, Monika Gruetters, ministro per la cultura del governo tedesco, ha confermato l’impegno della Germania a continuare l’opera di recupero delle centinaia di migliaia di opere d’arte trafugate dai nazisti dal 1936 al 1945. Nonostante siano passati vent’anni dalla firma dei “Trattati di Washington” con cui si ratificava una collaborazione internazionale per ritrovare e riportare a casa le opere disperse, c’è molto lavoro da fare ed è richiesto uno sforzo continuo che metta insieme competenze diverse, dalla cura dei musei alle ricerche storiografiche, dalle investigazioni e tracciamenti ad hoc al riconoscimento dei beni anche grazie a nuovi strumenti tecnologici.

Italia e Francia, una lunga tradizione di colpi “collaudati” (e ghiotti)

Collezionare opere d’arte, provenienti preferibilmente da paesi e culture lontane, è diventata un’attitudine tipica delle classi più agiate durante l’epoca del colonialismo. Tuttavia, non è un mistero che anche ben prima delle espansioni degli imperi coloniali, quadri, statue e manufatti di un certo pregio abbiano viaggiato in percorsi spericolati che avevano a che fare più spesso con traffici illeciti e mercati clandestini, a volte proprio per soddisfare i capricci dei ricchi e arredare case di nobili. I paesi europei da sempre più colpiti da questo pericolo sono stati ovviamente, e lo sono ancora, i più floridi in fatto di patrimonio artistico, in testa Francia e Italia.

Solo in Italia, si stima una perdita di circa 20mila opere trafugate all’anno, che vanno ad ingrassare un traffico gestito per lo più dalla criminalità organizzata, con un danno economico, e non solo, enorme, pari a più di 9 miliardi di euro.
Tra queste non mancano nomi eccellenti e casi clamorosi, come “La natività” del Caravaggio, quadro sparito nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovato (si ritiene finito nella rete di Cosa Nostra), la “Madonna con i Santi Giovanni Evangelista e Gregorio Taumaturgo“ di Guercino, trafugata nel 2014 e recuperata lo scorso anno, il carro di Fara Sabina, rubato negli anni ’60 dal sito di Montelibretti e rivenduto al museo Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, la Dea di Morgantina, statua del V secolo a. C. rientrata in Italia dopo una lunga disputa diplomatica con gli Stati Uniti e una vendita all’asta al Getty Museum. E poi ancora quadri del Tintoretto, di Pisanello, di Rubens.

Anche in Francia, il furto di opere d’arte mette a dura prova musei e gallerie, che si trovano impreparati nei sistemi di sicurezza, così come in Belgio, nei Paesi Bassi o più a nord – a Oslo, nel 2004, al Munch Museet fu rubato nientemeno che l’“Urlo” di Edvard Munch. A parte il “mitico” furto della Gioconda dal Louvre di Parigi architettato da Vincenzo Peruggia nel 1911, i furti in Francia sono opera, come in Italia, in gran parte di criminalità organizzata. Dopo un incredibile colpo da cento milioni di euro al Museo di Arte Moderna della capitale nel 2010, le stime indicavano una media di 35 furti all’anno nei musei francesi, tutti collegati a un mercato globale delle opere d’arte rubate.

Che fine fanno queste opere? Nella maggior parte dei casi le forze dell’ordine hanno i mezzi per mettersi sulle tracce del maltolto e restituirlo. Non sempre però è sufficiente un’investigazione di tipo poliziesco, tanto più se si tratta di capolavori persi durante periodi di guerra. Tra le opere che non hanno ritrovato la strada di casa, ce ne sono otto di valore inestimabile che sono ancora “ostaggio” del Museo Nazionale di Belgrado dopo che furono scippate nel 1943 in Italia da Herman Goering, il luogotenente di Hitler, tra cui dipinti di Paolo Veneziano, Vittore Carpaccio, Spinello Aretino, Jacopo Tintoretto.
Gli otto capolavori di Belgrado sono uno degli esempi di gestione travagliata dei rientri di bottini di guerra, di per sè emblematici dell’impatto drammatico che comporta la perdita del patrimonio artistico, come dimostrano le vicende dei “Monuments men”.

Gli uomini della Monumenti

“Puoi spazzare via un’intera generazione, ma se distruggi la loro storia e la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti. Questo è ciò che Hitler vuole e questo è esattamente ciò per cui stiamo combattendo “. Le parole di Frank Stokes, interpretato da George Clooney, nel film ispirato a quegli eventi, sintetizza bene quale fu la sfida dei Monuments Men. Gli “uomini della compagnia Monumenti” erano un gruppo di circa 150 unità composto da artisti, intellettuali, bibliotecari, architetti ed esperti d’arte che accettarono di andare in Europa mentre infuriava il conflitto mondiale per salvare dalla distruzione o dal saccheggio migliaia di opere. Hitler prese di mira il patrimonio culturale europeo fin da subito, negli anni ’30, per sfruttare l’arte come strumento di promozione e propaganda degli ideali nazisti. Nella visione del Reich, la Germania avrebbe dovuto dominare il mondo, anche culturalmente. Per esaltare la supremazia ariana in questo scenario, il progetto era di costruire a Linz, in Austria, un vasto complesso museale dove esporre le maggiori opere d’arte europee e mondiali, tranne quelle non gradite allo stesso Hitler, come i quadri futuristi, astratti e cubisti, molti dei quali vennero bruciati.

Ancora più forte era l’intento di soggiogare psicologicamente le popolazioni dei territori occupati dai nazisti, strappando loro la manifestazione più vivida della propria identità culturale, come dimostrazione di potere e dominazione politica. Del resto, i Musei Vaticani, il British Museum o il Louvre, conservano tracce di eventi simili del passato, mettendo in mostra capolavori di provenienza straniera arrivati in tempi in cui il museo non aveva una finalità educativa come oggi, ma di rappresentazione del prestigio – basti pensare alle spoliazioni Napoleoniche che diedero vita al Louvre – e ancora oggi azioni simili vengono perpetuate in zone di guerra, come a Palmira o a Bamiyan in Afhganistan, dove furono distrutte due statue giganti del Buddha.


A conferma dell’atteggiamento dominatore del Reich, Hitler ordinò che il patrimonio trafugato fosse contemplato nel “decreto Nerone”: in caso di sconfitta tutto doveva essere distrutto. Qui intervennero gli uomini della Monumenti, salvando più di 100mila opere, firmati tra gli altri da Leonardo da Vinci, Donatello, Rembrandt, ritrovati nei luoghi più improbabili, dalle miniere alle soffitte dei castelli sulle Alpi.
L’Europa perse più del 20% dei suoi tesori, ma non tutti furono recuperati dai Monuments Men. Molti di questi hanno seguito percorsi complicati e ad oggi mancano all’appello circa 600mila pezzi.

La caccia continua, il testimone passa al mondo accademico

Risolvere l’intricato puzzle del “Nazi plunder” è un’impresa piuttosto complessa. Non si tratta, infatti, solo di rintracciare le opere – operazione di per sé non semplice – bisogna inoltre confermare l’identità dell’opera, districarsi in una fitta selva di limitazioni burocratiche per avviare i processi di rientro e restituzione ai legittimi proprietari. La British Library, per esempio, ha avuto più volte le mani legate in questo senso dal momento che le norme anticorruzione implicavano che specifici oggetti non potessero essere rimossi dalle loro collezioni. C’è bisogno insomma di squadre di esperti in grado di consultare con metodo gli archivi e i database, effettuare approfondite ricerche storiograficheincrociare i datimappare gli spostamenti, distinguere le opere originali dai falsi.

La strada verso la semplificazione è iniziata dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, quando le famiglie ebree, nel richiedere i risarcimenti per i danni dai crimini nazisti, hanno cominciato a ricostruire le storie degli oggetti perduti, dipinti, ceramiche, gioielli, finiti in collezioni private o in qualche allestimento museale.
Dopo la conferenza di Washington del 1998 sono state create diverse commissioni a tema in Germania e in Gran Bretagna, e si è andato allargando il bacino di dati e informazioni disponibili online, grazie alla modernizzazione digitale di musei, gallerie e archivi. Il lavoro di Richard Evans, professore dell’Università di Cambridge esperto in storia dell’arte e arianizzazione delle proprietà ebraiche nella Germania nazista, ha portato alla costituzione di un panel completo di esperti nel 2008. Le ricerche del team di Evans hanno contribuito a risolvere diverse controversie, come la restituzione di un disegno a olio di Rubens o di un raro messale italiano del Capitolo di Benevento e alla stesura dell’Holocast Return of Cultural Objects Act del2009. Le ricerche di Cambridge non sono un caso isolato. Analogamente, per esempio, quattro ricercatori dell’Univeristà di Jyväskylä, con il progetto DEAL (Distributors of European Art Legacy) del 2001, hanno studiato i percorsi dei beni arrivati in Finlandia, rilevando gravi lacune a monte nei musei, nei processi di documentazione e archiviazione.

Finora comunque, soprattutto i rappresentanti delle comunità ebraiche lamentano un mancato successo, solo 4 dei 44 paesi sottoscrittori dei Principi di Washington hanno agito concretamente. Tra le iniziative annunciate per il ventennale, l’istituzione di un help desk e una banca dati per alleggerire il carico di burocrazia nelle ricerche.
La Comunità Europea si è già attivata per risolvere le differenze legali tra i veri paesi in materia. Nell’ambito degli eventi dell’Anno Europeo per il Patrimonio Culturale, a Maastricht è stata organizzata una conferenza sugli spostamenti oltreconfine di opere rubate, parlando in particolare proprio di digitalizzazione e del tesoro nazista.

Il supporto accademico alla causa del recupero delle patrimonio non si è limitato alle questioni storico-legali. Con uno studio del 2013 pubblicato sull’International Journal of Cultural Property, per esempio, l’archeologo Peter Campebell ha messo in luce le influenze dei nuovi black market digitali della rete e la necessità di nuove strategie, dando vita a un progetto di archiviazione e attivismo, Illicit Antiquities.

Alla Boston University, in collaborazione con la Kress Foundation, per esempio, grazie alle ricerche di Jodi Cranston del Dipartimento di Storia dell’Arte e Archeologia, è stata messa a punto una piattaforma che raccoglie e mappa tutte le informazioni utili per visualizzare e ripercorrere i viaggi spericolati e i cambi di proprietari delle opere d’arte nel corso dei secoli. Il primo pezzo analizzato per Mapping Paintings è stata una tela di Tiziano Vecellio, grande pittore veneziano rinascimentale, ma molti sono gli artisti italiani che compaiono nella mappa. Dal database, in continua costruzione, si evince come grazie al traffico dall’Europa nella prima metà del secolo scorso siano stati messi i primi musei d’arte americana, e nuove sorprese sono attese.
Ci sono poi app sviluppate apposta per consultare gli archivi e identificare le opere sospette, usate anche dalle forze dell’ordine italiane.

La responsabilità più grande sembra comunque essere dei musei, con le loro competenze di indagine storico-scientifica, per fare ordine negli archivi, ricucire le vecchie ferite ancora aperte e restituire al pubblico ciò che gli spetta di diritto. È quello che ha fatto di recente il Louvre di Parigi, dedicando due sale a pezzi di quella refurtiva cercata dai Monuments Men.

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