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Elezioni Europee: marciare divisi, marcire uniti

Devo confessare che trovo sempre meno spunti e voglia per commentare quello che sta accadendo nel povero paese alla deriva nel Mediterraneo.

 I temi tornano con ciclicità ad alta frequenza, mostrando un’emivita sempre più corta, che pare confermare che l’instupidimento del discorso pubblico è ormai prossimo alla fase terminale. Del resto, lo scenario che abbiamo di fronte è molto ben delineato.

Abbiamo le due forze di maggioranza che stanno disperatamente cercando di prendere tempo, per giungere alle elezioni europee, che saranno un purissimo non evento. Per ingannare il tempo, si inventano polemiche quotidiane di ogni genere, da quelle identitarie da bar a quelle sulla Tav, con mozioni di congelamento e revisione che si alternano a proclami su faremo/non faremo.

Nel frattempo, il cosiddetto presidente del consiglio procede con la sua tecnica retorica che richiede di negare l’evidenza, professare ottimismo e rinviare. Somiglia ai democristiani dei tempi che furono ma per la democristianità siamo oltre il tempo massimo da circa vent’anni. Ah, senza scordare che, se il paese è ridotto in queste condizioni miserande, lo dobbiamo ai democristiani. Ricordate? Pare di no.

Ieri, ad esempio, Conte si è presentato al Question time in Senato con l’abituale sfoggio di ottimismo e moderazione. Sull’autonomia regionale differenziata, state sereni e magnate tranquilli:

È un passaggio molto significativo che ci occuperà nei prossimi giorni, settimane, mesi. In questa fase, l’esecutivo sta completando un’intensa attività istruttoria…

Perbacco, una “intensa attività istruttoria” di giorni, settimane, mesi. Forse anni. Che pare aver causato una mezza crisi di nervi alla ministra leghista delle autonomie, Erika Stefani, che ieri ha sbottato:

Da luglio sto lavorando sull’autonomia e sembra che nessuno se ne sia accorto. Sono contenta che nasca una discussione dentro e fuori il parlamento. Così ci si confronta. I testi non ci sono perché l’intesa non c’è. Non c’è l’accordo, i nodi da sciogliere sono numerosi. I testi che stanno circolando sono spesso errati, ci sono bozze che tali sono. La parte ambientale della sanità non è definita, sui beni culturali non vi è l’accordo, sull’istruzione c’e’ molto da decidere. I testi ci saranno quando ci sarà un accordo.

Che non è male, per una che la settimana scorsa proclamava che i testi erano pronti e sarebbero stati portati in consiglio dei ministri. Un pensiero commosso al buon Luca Zaia, che un giorno si dedica a strimpellare lodi allo Stratega Supremo Matteo Salvini e il successivo a rassicurare i suoi corregionali che si va “avanti tutta”.

Ma Tav ed autonomie non sono gli unici punti in stallo, come noto. C’è il più generale tema del deterioramento costante dell’economia italiana, che per Conte continua a non essere un problema, visto che lui sa già che nella seconda parte dell’anno le tensioni commerciali internazionali verranno meno. Un sensitivo, più che un premier. E quanto al maxi aumento Iva con cui lorsignori minacciano di impiccare il paese nel 2020, Conte cita il famoso track record del governo, nel fare deficit:

[…] nel 2018, in pochi mesi, abbiamo contrastato l’aumento dell’Iva per 12,5 miliardi di euro.

A me resta il dubbio: è una presa per il culo o una presa per il culo? Nel dubbio, lasciatemi dire che personalmente ritengo inutile il dibattito di questi giorni su una manovra correttiva. Quello che conta è il deficit-Pil strutturale, cioè corretto per il ciclo, non quello assoluto. Poiché siamo in recessione, è fatale che quest’ultimo peggiori, ma sin quando non avremo dati che indicano che anche il deficit strutturale è peggiorato, inutile fasciarsi la testa.

Quindi non ci sono problemi? Tutt’altro. Intanto, lo spread resta altissimo, ed erode in profondità l’economia italiana, a tutti i livelli.Solo qualche attivista con sciarpa e cappellino o qualche direttore di giornale che ama farsi inquadrare con carta igienica che effigia la sua ossessione politica potrebbe affermare con supremo sprezzo del ridicolo che questi “stanno governando”.

Ma il mio punto non è confutare chi soffre della nota “sindrome di Scalfari”, che è quella sorta di maledizione che spinge qualche principe del nostro diroccato giornalismo a credersi il nume tutelare di qualche partito o della politica in generale. Con effetti collaterali che autorizzerebbero gli interessati a munirsi di talismani anti-sfiga.

Il mio punto è invitarvi ad osservare la progressione dell’ammaloramento del paese, nell’attesa del 26 maggio. Un vero peccato che, ben prima del 26 maggio ci sia la scadenza del Documento di economia e finanza (DEF), che dovrà registrare questo ammaloramento e la profondità di questa infezione, che sta facendo esplodere i linfonodi del paese.

Anche se il deficit-Pil strutturale non dovesse peggiorare, è molto difficile pensare che lo stesso accada al rapporto debito-Pil, che è grandezza nominale e non strutturale. Mentre i rinnovi dei titoli di stato in scadenza fanno crescere inesorabilmente il costo medio del debito pubblico, la crescita del Pil nominale, già esangue, è destinata a rallentare ulteriormente. Per questo motivo l’Italia è sempre ad un passo dalla crisi di fiducia sui mercati. Sfortunatamente per il ganassa che ama travestirsi, i mercati non sono “burocrati europei” né politici che dal 27 maggio avranno molto tempo libero.

E così si va avanti restando fermi, tra proclami di voler nazionalizzare tutto quello che si muove, inclusi i pastori sardi, e grandiosi progetti di “privatizzazione” per l’1% del Pil nel 2019, attendendo non è chiaro cosa. Anzi, è chiarissimo: una crisi finanziaria. Nel frattempo, l’orchestrina di falliti asserragliata nella stanza dei bottoni gioca con le parole e con i diversivi, emettendo qualche peto extra e qualche rutto-bonus o minacciando di “nazionalizzare” la Banca d’Italia. Perché loro marciano divisi per paralizzarsi uniti, e far marcire il paese.

Nel mezzo, si può sempre tirare fuori il campionario di armi segrete come la “rimodulazione degli sconti fiscali”, di cui sentiamo parlare da un paio di lustri, sempre con lo stesso esito. Perché qualcuno dovrebbe spiegare anche a questa compagnia di giro che tagliare le tax expendituresnon per ridurre le aliquote d’imposta ma per chiudere buchi non è esattamente misura consigliabile.

Tranne che per il professor avvocato Conte, che riesce a dire una cosa di questo tipo, annunciando che il governo starebbe

[…] lavorando a una complessiva revisione del sistema di tax expenditures, volta anche a rimodulare le detrazioni fiscali in un’ottica di produttività ed efficienza.

Che, ancora una volta, non capisci se si tratti di una presa per il culo oppure di una presa per il culo, con scappellamento a destra. Mah. Ma non importa: in caso, avremo il famoso “team mani di forbice”, annunciato al Popolo festante da Giggino Di Maio, e troveranno tanti sprechi da rimuovere, come sempre e da sempre. Il “team” non ha mai visto la luce, dimenticavo.

Però, allegri: dopo le europee, i nostri retroscenisti politici potranno esercitarsi con divinazioni sulla data delle elezioni anticipate, e la giostra riprenderà. Voi nel frattempo fate attenzione a dove mettete i vostri soldi, mi raccomando. E non date retta alle solite gabanellate di regime.

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