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Cronache di Gerusalemme di Guy Delisle

Delisle racconta la realtà più quotidiana di Israele, i piccoli spazi di convivenza che si sono creati fra Ebrei e Palestinesi e le più striscianti barriere silenziose che li separano con ironia e leggerezza, facendoci dimenticare gli aspetti più sanguinari del conflitto, ma ricondandoci che quando i muri di cemento crolleranno ne resteranno ancora altri, invisibili, da abbattere. 

I reportage giornalistici di Guy Delisle, fumettista canadese, sono tra i più conosciuti e apprezzati. Sulle orme di Joe Sacco, Delisle scrive la cronaca di un suo soggiorno di un anno in Israele, precisamente nel quartiere palestinese di Bet Hanina, a Gerusalemme Est, passando per Ramallah, Tel Aviv, Erez, Gaza. Delisle ha vissuto in Israele fra il 2008 e il 2009, un periodo cruciale per Israele e la Palestina perché anno della tristemente famosa Operazione Piombo Fuso che dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 ha provocato migliaia di morti e feriti.

Delisle, però, racconta la realtà più quotidiana di Israele, i piccoli spazi di convivenza che si sono creati fra Ebrei e Palestinesi, ma anche le distanze più striscianti e la grande diversità culturale, storia e religiosa che caratterizza Gerusalemme. Ha documentato la verità di due popoli in conflitto attraverso le immagini più dirette e toccanti di questa separazione, dei suoi simboli, con linee semplici, come se in effetti tutta la complessità della questione palestinese si rivolvesse in tante, piccole e semplici barriere di tutti i giorni, che ad un Occidentale sembrano anche un po' ridicole. Come il divieto per i Palestinesi di usare talune strade o quella strana danza dello smantellare le colonie ritenute illegali e poi impiegare l'esercito per ricostruirle e riabbatterle all'infinito, come le quotidiane guerre dei sassi fra Coloni e Palestinesi e i check point disseminati dappertutto che somigliano a percorsi per il bestiame. O ancora, i supermercati delle colonie e l'immondizia nelle strade dei quartieri palestinesi, i matrimoni senza donne e gliharedim ubriachi fradici nella festa del Purim, le decorazioni natalizie del Ramadan e i due blocchi di pietra che gli integralisti portano in processione aspettando di poter ricostruire il Tempio di Gerusalemme, i cimiteri con il lato Ebraico e il lato Palestinese, le strade che non hanno barriere ma non sono per tutti, le regole scritte in modo e applicate in un altro.

Laddove non è possibile creare barriere fisiche, se ne creano altre più intangibili e terribili: restrizioni, inferriate, porte chiuse per impedire agli Altri di passare, reti che proteggano dalle pietre e che non fanno che ribadire la distanza, anche nello stesso quartiere, fucili e pistole in spalla anche quando si fa jogging. Anche le piccole cose che Palestinesi e Israeliani hanno in comune, hanno il sapore della tragicommedia, così evidenti e così ostinatamente ignorate: i veli e le parrucche per le donne, la scelta di alcuni cibi, i luoghi sacri, i digiuni, gli ulivi.

C'è una certa ironia, un'ironia crudele, in tutto questo. Ciò che un muro non può impedire non è lecito, è proibito da regole non scritte che devi conoscere se vuoi sopravvivere, che sguardi, urla e posti di blocco ti ricordano ogni secondo della tua vita, tanto che alla fine ti sembra normale avere un'auto e non poterla usare perché sei Israeliano per la legge ma la strada non è per te.

La Gerusalemme di Delisle è una città quasi dell'assurdo, in cui è possibile ridere delle controversie fra religiosi sulla gestione di una finestra e del suo balcone, un po' meno dell'assurdità del rituale del Venerdì in cui i musulmani sono costretti a pregare fra l'immondizia perché la strada per la Moschea è chiusa. Ancor meno della disparità strisciante in un paese dalle mille facce perché mille sono le culture che interagiscono e non riescono a convivere e ancora mille sono i volti di chi piange i suoi morti e di chi strappa la casa al vicino rivendicando un diritto divino.

Quando si parla di Palestina a fumetti si pensa subito a Joe Sacco, che non risparmia, anche lui, una buona dose di ironia raccontando, però, il lato più oscuro e opprimente di un conflitto che dura da decenni e non trova soluzione. Delisle, che pure cita Sacco, non adotta gli stessi toni, anche perché sembra sfuggire le più note vicende tragicomiche, quelle di cui parlano i giornali, concentrandosi sul non detto, sui giorni che non finiscono in prima pagina, su quello che è il conflitto arabo-israeliano nella sua forma più pura e veritiera, un conflitto fra persone che si urlano addosso e non riescono a capirsi, che guardano attraverso un muro di cemento e davanti agli occhi hanno un velo, perché così radicata è l'idea di diversità che quella di fratellanza non ha più alcun significato.

La cronaca di Delisle è bella perché leggera, perché ironica, sembra quasi una favola, una storia tragicomica in cui niente è ciò che sembra e tutto si gioca sul non detto, sul non scritto e sui piccoli equilibri da creare giorno dopo giorno. È la storia di una scala abbandonata in un cortile perché chi gestisce la finestra non vuol parlare con chi gestisce il balcone, di un campo di ulivi conteso e di un territorio da ricostruire quando non ci saranno più muri i cemento, ma solo il rammarico di aver vissuto costruendo barriere invece di abbatterne. 

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