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 Home page > Tempo Libero > Recensioni > The science of Evil di Simon Baron-Cohen

The science of Evil di Simon Baron-Cohen

Simon Baron-Cohen, docente di Psicopatologia dello Sviluppo presso l'Università di Cambridge, pubblica nel 2011 The Science of Evil. On Empaty and the Origin of Cruelty, una summa dei suoi studi sull'empatia, tema già affrontato in lavori precedenti e il relazione al Disturbo dello Spettro Autistico. In questo lavoro, Baron-Cohen spazia dal ruolo dell'empatia nei più comuni disturbi psicolopatologici ai casi di assenza di empatia di massa, aprendo le porte a nuovi percorsi di studio possibili per individuare le cause genetiche, ambientali e sociali della crudeltà verso i propri conspecifici.

Non è il primo lavoro di Baron-Cohen sull’empatia. Ho seguito il suo lavoro sull’Autismo, la Teoria della Mentalizzazione, il cervello sociale ed empatico e l’empatia attraverso alcuni dei suoi articoli. Una piccola summa di questo lavoro è stato pubblicato in Italia con il titolo Cognizione ed empatia nell’autismo. Dalla teoria della mente a quella del «cervello maschile estremo» e si tratta di un riassunto del percorso che ha portato dalla teoria della mentalizzazione come causa dell’autismo alle nuove intuizioni sull’empatia, sul cervello maschile e femminile, sul rapporto fra mentalizzazione e sistematizzazione.

Simon Baron-Cohen Qui Baron-Cohen fa un po’ il punto di una parte di questo lavoro, quello legato all’empatia, all’analisi del cosiddetto circuito dell’empatia, delle cause ambientali e genetiche e così via. Ha l’utilità anche di rendere degli esempi pratici: ad esempio fa riferimento ad alcune forme patologiche di grado di empatia Zero Negative con riferimento ad alcuni noti disturbi patologici che mostrano una carenza di empatia. Fa anche riferimento, attingendo ai suoi ricchi studi precedenti, ai cosiddetti casi di Zero Positive, cioè grado zero di empatia ma alto grado di sistematizzazione, come nel caso della Sindrome di Asperger.

Insomma, gli elementi ci sono. Bella è anche la riflessione sui casi di inibizione temporanea del circuito dell’empatia (a causa di forti emozioni, traumi, rabbia, pressioni psicologiche e così via). Però il libro finisce lasciando un po’ l’amaro in bocca. All’inizio, Baron-Cohen lascia intendere quanto sia vasto il campo in cui le nuove conoscenze sull’empatia possono essere utili, vastità intuibile dal numero di questioni che ha lasciato aperte. Uno su tutti, i casi di Zero Neutral, cioè dei casi in cui l’assenza di empatia non si traduce in altro che in modelli di vita e relazione quasi “sani”, senza né divenire patologica e né rendere più propensi alla crudeltà. Casi, in altre parole, di mancanza di empatia come stato che non comporti né il male e né il bene. Perché Baron-Cohen, pur volendo sostituire questi due termini con il concetto di empatia sottraendoli ad un giudizio morale, di fatto ripropone quello stesso dualismo mettendo gli Zero Negative fra gli indesiderabili e i Zero Positive fra i tollerabili o desiderabili.

E nonostante non faccia che riferirsi alla cosiddetta zona grigia del comportamento anti-empatico, avrei desiderato che approfondisse questo aspetto. Ad esempio, parlando del ruolo che l’empatia gioca nella caccia o nel conflitto, dell’empatia come strumento da usare per danneggiare l’avversario (tipico, ad esempio, del cervello maschile e anche Baron-Cohen ne fa cenno). Oppure al ruolo della cultura nel fornire strumenti aprioristici attraverso i quali attribuire ad alcuni lo status di persona e ad altri quello di oggetto, in tal modo determinando un’inibizione del circuito empatico selettiva, evolutivamente vantaggiosa. Baron-Cohen fa solo un rapidissimo cenno ai casi di violenza strutturale come ragione di soppressione temporanea e selettiva dell’empatia, ma non approfondisce il ruolo che la cultura di appartenenza ha nel rendere stabile questa inibizione selettiva e nell’influenzare i suoi elementi caratterizzanti, ovvero il riconoscimento del conspecifico come pari di sé e il senso di colpa, quindi il riconoscimento della norma morale, la sua incorporazione e la sua applicazione secondo il contesto.

Baron-Cohen stesso, in conclusione, ha ribadito un’idea che mi è ronzata in testa fin dalle prime pagine. Si può sostituire il termine “male” con il concetto di “zero empatia”? Secondo l’autore no, poiché l’empatia non è che una parte di quei meccanismi di inibizione del comportamento antisociale e occorre, perché l’uomo sviluppi l’impulso a non danneggiare gli altri, altri elementi e altre variabili. Analogamente, secondo me no perché “male” fa riferimento alla sofferenza così come all’atto deliberato di compiere il male e il concetto di “zero empatia” fa riferimento semplicemente all’assenza di un circuito dell’empatia perfettamente funzionante, ovvero a qualunque forma di comportamento (che deve comprendere anche l’agire per il bene) che non richiede empatia o che può avere luogo anche in assenza totale di empatia, sto pensando ad esempio ai casi di zero empatia di massa, oppure alla relazione possibile fra l’uso di strumenti di relazione a distanza o virtuali e la soppressione dell’empatia. Anche se si resta sul campo dei concetti, quindi, la corrispondenza risulta un po’ forzata e non tiene conto di tantissime altre variabili: dalla definizione culturale di male e di norma ai casi in cui la soppressione dell’empatia dipende da un particolare contesto socioculturale, fino a quelli in cui la patologia individuale non può non essere ricondotta al contesto, alla cultura e così via. E che dire dei casi in cui la soppressione dell’empatia porta ad infliggere il male e l’empatia stessa porta a scovare il modo più indicato di infliggerlo?

Insomma, è un discorso così complesso che 200 pagine non sarebbero comunque mai bastate. E il testo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Avrei preferito sostituire la disquisizione sul valore dell’empatia per la pace del mondo con una riflessione su questi punti, peraltro dall’autore stesso anticipate all’inizio del volume. Avrei voluto che argomentasse di più e meglio, perché ha lasciato troppe porte aperte, questioni che avrebbe potuto benissimo risolvere con un po’ di lavoro in più.

Un po' inconcluso, anche se interessante.

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