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Bologna: i muri di Blu e Ericailcane staccati e restaurati. La street art deve stare a museo?

I graffiti staccati dai muri di privati, vengono restaurati in vista di una grande mostra sulla street art. Dov'è la polemica? L'arte di strada che entra al museo attraverso un'operazione istituzionale che non coinvolge gli artisti e che snatura, dicono i critici, l'essenza di quello che rappresenta. La questione del diritto d'autore, della legalità e delle competenze. Un riassunto del dibattito delle ultime settimane. 

Quella di Bologna con i graffiti e la street art è una storia meravigliosa: il capoluogo emiliano è stato, suo malgrado, il punto di incontro per alcuni dei personaggi che hanno maggiormente segnato gli ultimi 15 anni della scena italiana e internazionale. Tra questi, senza parafrasi, escono i nomi di Blu ed Ericailcane, che proprio sui muri di Bologna hanno inziato a farsi le ossa dalla fine degli anni Novanta. 

E proprio questi muri sono al centro di un dibattito che va avanti dallo scorso dicembre, quando è uscita sulla stampa la notizia che alcune opere vengono "staccate" e restaurate, per diventare, in futuro, parte di una grande dedicata alla street art. 

L'idea è di Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae: creare a Bologna una sorta di hub internazionale che riunisca le migliori opere in una grande mostra. Roversi, in un'intervista al Corriere, spiega perché, a suo avviso, è necessario "salvare" questi graffiti perché siano accessibili in futuro: molti di questi muri pare verranno distrutti. Naturalmente questa operazione, prescisa Roversi, trasgredisce la logica degli artisti che hanno realizzato i lavori ma, spiega

«Non è certo una novità: in Inghilterra, in Germania, anche in Italia già succede. Al Museo della città di New York c’è una sezione sulla Street Art. Keith Haring, Basquiat, Banksy... nelle aste e nelle gallerie private la circolazione è massiccia. Se il dipinto viene fatto in strada, senza che ci sia il consenso del proprietario dei muri, perché deve prevalere la volontà di chi ha realizzato un’azione, per me utile dal punto di vista artistico e culturale, ma comunque non legittima? Mi chiedo: chi fissa le regole? Noi le riteniamo opere d’arte, per questo le salviamo e le restauriamo. Se un artista come Blu ne contempla la distruzione, la sua è una concezione alta, ma forse il tema non riguarda più solo lui».

E ha ragione Roversi in questo: le opere di Banky, ad esempio, da anni vengono staccate dai muri per alimentare il commercio delle case d'asta. Quello che fa l'artista (a titolo meramente simbollico, ma nondimeno sostanziale) è disconoscerle. 

Il progetto bolognese coinvolge Luca Ciancabilla, storico dell'arte dell’Alma Mater e studioso delle tecniche di restauro e Christian Omodeo, storico specializzato in arte urbana, come curatore.

Ciancabilla, sulle pagine del Corriere, spiega che l'intervento è volto solo al "recupero", «noi siamo intervenuti dove quei graffiti, quelle opere d’arte sarebbero spariti con i cantieri e non sarebbe stato giusto. (...) perché posso goderne solo nel 2015? E fra cinquant’anni?».

Omodedo, intervistato da Artribune, cerca di spiegare le ragioni di questa scelta e solleva il problema tra "illegale" e "legale", che è uno dei punti fondamentali di questo dibattito. 

«La posizione più comoda (ma mi verrebbe da dire più paracula), come curatore che si occupa quasi esclusivamente di arte urbana all’incirca dal 2007, sarebbe quella di dare ascolto alla voce del “popolo” della Street Art, di farli felici e di avvallare, a stretto giro, i primi restauri di opere commissionate da comuni, festival o istituzioni pubbliche varie. Non so se ve ne siete resi conto, ma è la posizione difesa praticamente da tutti, partigiani dell’effimero compresi. Una dinamica del genere a me mette paura…»

Perché?
«Perché significa salvare solo la parte legale (e a volte mediocre) della Street Art, cancellando di fatto la parte illegale, che è fondamentale per capire questo movimento.
Inoltre, senza rendercene conto, stiamo validando delle micro-musealizzazioni di spazio pubblico, senza che si sia veramente discusso se abbia senso o meno cristallizzare porzioni intere di città per salvare un’arte che ormai pensa l’effimero più come strumento di marketing che come portatore di senso.»

Un altro tema di discussione è quello della proprietà intellettuale, che in questo caso è strettamente legato a quello della curatela. Ne parla Guido Scorza, avvocato e docente di Diritto dell'informatica, su Il Fatto Quotidiano

«Se il murales è un’opera d’arte non dovrebbe toccare solo ed esclusivamente al suo autore decidere se ed in che termini altri possano disporne? Non dovrebbero essere gli artisti autori dei murales in questione a decidere se reputino opportuno o meno, vantaggioso – non tanto economicamente ma culturalmente – o meno che le loro opere, nate sulla strada e per la strada, finiscano in una galleria d’arte?»

(...)

«La circostanza che un’istituzione culturale, indiscutibilmente mossa da nobili propositi, sembri – almeno a quanto sin qui è dato sapere – preoccuparsi così poco di quelli che in “legalese”, si chiamano i diritti morali d’autore, primo tra tutti proprio quello “di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”.»

 

Foto: un particolare del muro di Blu all'XM24 a Bologna. 

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