La campagna aborto senza ricovero chiede l’applicazione dell’Ivg farmacologica ambulatoriale, sicura e legale, oggi ostacolata da Regioni e obiezione di coscienza, limitando diritti e autodeterminazione. Affronta il tema Elisa Corteggiani sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Era iniziata nel maggio del 2024 a Roma, a 46 anni dalla legge 194, ed è ripartita lo scorso 27 settembre dal Veneto, a ridosso della giornata internazionale per l’aborto sicuro, la campagna “aborto senza ricovero”, ideata e sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni con l’adesione dell’Uaar e di varie altre realtà associative che si occupano dei diritti alla salute e sociali e della libertà delle donne (Medici del mondo, Medici senza frontiere, Cgil, Uil, Non una di meno).
La legge 194 sancisce in Italia il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza e dal 2020 una legge dello Stato rende legale eseguirla per via farmacologica in ambulatorio, anche con autosomministrazione del secondo farmaco a casa propria, ma 17 regioni su 20 non hanno ancora recepito il provvedimento del 2020, svuotando le leggi, nella pratica, delle garanzie per la salute e la libertà di scelta.
La campagna informa e invita tutte le persone, le realtà associative e quelle politiche a chiedere ai Consigli regionali di approvare con urgenza procedure chiare, definite e uniformi per l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, garantendo la possibilità di prendere il secondo farmaco a casa.
La procedura farmacologica per l’interruzione di gravidanza (Ivg) prevede l’assunzione di mifepristone, seguito a distanza di 24/48 ore da una prostaglandina, è praticata nel mondo da più di 30 anni ed è supportata da un’ampia letteratura scientifica che ne attesta: l’efficacia, misurata come percentuale di casi di totale svuotamento del contenuto uterino senza necessità di ulteriori interventi; la sicurezza, valutata in base all’occorrenza di complicanze e di effetti collaterali; l’accettabilità, definita in base al giudizio delle donne che ne hanno fatto uso.
A oggi l’Organizzazione mondiale della sanità la indica come metodo di prima scelta per le Ivg effettuate entro le nove settimane.
La procedura farmacologica, a differenza di quella chirurgica, non richiede profilassi antibiotica, evita procedure strumentali all’interno della cavità uterina, che comportano rischi di lesioni cervicali e perforazioni uterine, e non è interessata dai potenziali rischi legati all’analgesia/anestesia connessi alla procedura chirurgica. I potenziali effetti sgradevoli dell’Ivg farmacologica sono a oggi ampiamente descritti in letteratura, grazie alla disponibilità dei dati dei test clinici e della farmacovigilanza, e vengono ritenuti gestibili con una assunzione del secondo farmaco autonoma e informata e la disponibilità di assistenza medica a distanza.
I colloqui con le donne che hanno usufruito delle procedure di Ivg mettono in evidenza un maggiore benessere nei casi di procedura farmacologica rispetto a quelli di procedura chirurgica, una evidente preferenza per l’assunzione dei farmaci in ambienti non ospedalieri e, quando possibile, nel comfort dei propri spazi abitativi. Le ragioni di preferenza hanno a che fare con una cattiva percezione dell’ipermedicalizzazione della procedura, con l’inadeguatezza del contesto di cura fornito dalle strutture ospedaliere per queste procedure, con la non capillare diffusione sui territori delle strutture mediche e spesso anche con la necessità o il desiderio di non sottrarre tempo al lavoro di cura familiare. Tutte ragioni di riflessione.
In Italia l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha espresso nel 2009 parere favorevole all’utilizzo ospedaliero di mifepristone (Ru-486) in associazione a misoprostolo fino alla settima settimana, mentre la legge del 2020 ha reso possibile l’assunzione fino a nove settimane e anche in regime non ospedaliero, rendendo, almeno in linea teorica, l’offerta italiana simile a quella degli altri Paesi europei.
Date le conoscenze scientifico-mediche di cui disponiamo e l’opinione che le donne esprimono, è eticamente e politicamente accettabile che le Regioni non provvedano affinché la procedura abortiva, che è un diritto riconosciuto dalla legge, sia conforme alle migliori procedure di cura della persona, come tutte le prassi mediche dovrebbero essere?
È politicamente ed economicamente giustificato l’impiego di denaro per l’ospedalizzazione non necessaria delle donne che ricorrono all’Ivg?
Nell’incontro del 27 settembre a Padova, la consigliera regionale Elena Ostanel ha evidenziato come alcuni temi legati alle libertà personali, in particolare all’autodeterminazione riproduttiva e al fine vita, siano stati eccessivamente politicizzati e si assista a una polarizzazione del dibattito e delle attività all’interno delle istituzioni che è molto lontana dall’interesse e dal sentire delle persone, proprio mentre è più viva nella nostra società la riflessione e la costruzione di un’etica collettiva in lenta ma inesorabile trasformazione, come attestano le scelte individuali dei più.
Roberto Grendene, segretario dell’Uaar, ha riportato un’analisi chiara delle molteplici situazioni nelle quali l’ingerenza confessionale interviene rendendo di fatto difficile o impraticabile vedersi riconosciuti dei diritti stabiliti dalla legge: quello che non è accettato, viene combattuto impedendone la realizzazione.
Ne sono esempi: il faticoso accesso all’insegnamento a libera scelta alternativo alla religione cattolica; il faticoso accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a causa della diffusa, mai risolta, e spesso addirittura conveniente, obiezione di coscienza; il difficoltoso accesso ai farmaci e ai dispositivi per il controllo delle nascite; la necessità (alla quale raramente si fa fronte) di proteggere da indebite pressioni l’accesso alle strutture sanitarie delle donne che scelgono l’Ivg; la difficoltà a tradurre in una buona legge il sentire comune riguardo al fine vita; fino alla pratica diffusa, di cui si occupa questa campagna, di fornire il servizio abortivo in una modalità non improntata alla cura della persona ma optando per un approccio punitivo e colpevolizzante, quasi a realizzare un maldestro tentativo di deterrenza o una stigmatizzazione di questa scelta.
Come possono le istituzioni riconoscere e supportare le esigenze che le donne esprimono?
A parere di chi scrive tutto il personale sanitario che si occupa di medicina di vicinanza e ginecologia dovrebbe essere formato e tenuto aggiornato riguardo alle caratteristiche e agli effetti dei farmaci abortivi, e a come comunicare in modo adeguato questi contenuti alle donne che ricorrono alle pratiche abortive, facendo ricorso anche a mediatorə culturali, quando questo è utile; mentre le linee guida devono indicare chiaramente il dovere di medici e sanitari di garantire il diritto all’aborto attraverso le migliori procedure di cura della persona, fornendo adeguata informazione e assistenza.
Le Regioni dovrebbero provvedere a organizzare sui territori, soprattutto quelli più isolati, punti di medicina di vicinanza che offrano il servizio di aborto farmacologico e sistemi di telemedicina a disposizione delle donne che ritengano di aver bisogno di assistenza in fase di assunzione autonoma del secondo farmaco; gli stessi potrebbero essere preziosi strumenti di farmacovigilanza utili al miglioramento delle procedure di cura. Localmente dovrebbero essere costruite comunità educanti che operino a più livelli: l’educazione ai diritti e alle pratiche in fatto di Ivg non deve essere evitata ma potenziata e non avere come unica sede immaginabile la scuola, ma estendersi, con i modi e i linguaggi adeguati, a persone di varie età e formazione culturale.
Oggi infatti le Ivg riguardando percentuali comparabili di donne in tutte le fasce di età fertile, sono in aumento tra le donne giovani rispetto alle giovanissime, ma anche tra quelle più vicine alla menopausa, e sono frequenti in donne che hanno già portato a termine gravidanze. Se la scelta abortiva non deve essere stigmatizzata e bisogna parlarne in modo aperto, questo non esclude, e anzi incoraggia, la costruzione di comunità educanti a tutti i livelli che facciano informazione di qualità e supportino le scelte individuali in fatto di prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale, alla programmazione riproduttiva e alla genitorialità consapevole.
Questo non si realizza se si ipermedicalizza il discorso sulla sessualità e si elude il tema del piacere e del rispetto: a oggi molte persone non usano i preservativi perché pensano che comportino una diminuzione del piacere sessuale e molte persone accettano di condividere relazioni sessuali che non abbiano come premessa ineludibile il rispetto della propria salute e della propria autodeterminazione, e quindi il rispetto di se stessi e degli altri.
Se il discorso e le soluzioni non si apriranno ai temi della ricerca del piacere sessuale, del diritto a vivere la sessualità ciascunə nei propri termini, alla parità e al rispetto reciproco nelle relazioni di tutti i tipi, il sesso rimarrà un tabù e l’autonomia sulle decisioni che riguardano il proprio corpo resterà lontana. Risparmiamo quindi i soldi dei ricoveri non necessari e investiamoli in reti di educazione e servizio alle cure, sottraiamo questi temi dalla polarizzazione politica e confessionale e riportiamoli alle esigenze delle persone.
L’invito è esplicito a tutte le lettrici e ai lettori a cercare informazioni su questo tema, a firmare online (go.uaar.it/bewd0vm), a frequentare i banchetti informativi di raccolta firme nella propria città e a organizzarli, magari in cooperazione con le altre realtà associative che sostengono l’iniziativa.
Nel frattempo rimangono in corso, per necessità: le iniziative dell’Associazione Coscioni per una riforma della legge 194 del 1978; tutte le attività dell’Uaar a sostegno di una vita sessuale, relazionale e riproduttiva libera da dogmi e pregiudizi, alla difesa del diritto all’aborto e all’aborto farmacologico; le attività di monitoraggio e le pratiche effettive di garanzia di accesso all’Ivg messe in atto da Medici nel mondo, Medici senza frontiere, sindacati laici; le iniziative pratiche e di sostegno di tutte le realtà impegnate nella difesa della salute delle donne e dei diritti di tutte le persone.
Elisa Corteggiani
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Come se non bastassero l’8×1000 dell’Irpef – devoluto alla Chiesa cattolica dallo Stato grazie alla scelta di alcuni contribuenti –, i controversi oneri di urbanizzazione secondaria – gestiti dai comuni –, e la serie di regalie e privilegi – statali, regionali, ecc. –, l’edilizia di culto, riparativa/ricostruttiva in questo caso, può contare da oggi su un ulteriore privilegio statale, nuovo di zecca, concepito nel contesto del sisma 2009 dell’Aquila.
Grazie a un provvidenziale intervento del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, il governo ha infatti eliminato un presupposto normativo che finora impediva di intervenire sugli edifici di culto non sottoposti a vincolo di interesse storico-artistico. Il legislatore infatti ha stabilito che i soldi di tutti possano essere impiegati nella ricostruzione post-sisma in ambito pubblico e privato: in questo secondo caso, ad esempio, per le prime abitazioni. Nell’ottica di una laicità più o meno compiuta aveva anche stabilito il principio sacrosanto per cui gli edifici di culto – prevalentemente cattolico – rientravano nel finanziamento statale solo nella misura in cui fossero di interesse storico-artistico: questo perché la legge tutela, in generale, il patrimonio culturale italiano. Recita l’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
Con questa mossa del Governo, invece, la legge di bilancio 2026 ha stabilito, con il comma 621 dell’articolo 1: «All’articolo 1, comma 255, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, le parole da: “di interesse storico-artistico” a: “del medesimo articolo 12,” sono soppresse».
E cosa dice il comma rimaneggiato (della legge di bilancio 2014)? Eccolo (in grassetto le parole soppresse):
Nella ripartizione delle risorse […], come rifinanziate dalla presente legge, il CIPE, sulla base delle esigenze rilevate dagli uffici speciali per la ricostruzione, può destinare quota parte delle risorse stesse anche al finanziamento degli interventi per assicurare la ricostruzione e la riparazione degli immobili pubblici e delle chiese e degli edifici di culto di proprietà di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, di interesse storico-artistico ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, o qualora tale interesse sia presunto ai sensi dell’articolo 12, comma 1, del suddetto codice, anche se formalmente non dichiarati tali ai sensi del medesimo articolo 12, purché utilizzati per le esigenze di culto, la copertura delle spese obbligatorie, connesse alle funzioni essenziali da svolgere nei territori della regione Abruzzo, colpiti dagli eventi sismici del 6 aprile 2009, nonché la prosecuzione degli interventi di riparazione e ricostruzione relativi all’edilizia privata e pubblica nei comuni della regione Abruzzo situati al di fuori del cratere sismico.
Con questo colpo di mano, quindi, lo Stato ha deciso di finanziare direttamente il culto, in quanto tale. Parole di giubil(e)o dal sindaco Biondi: «Un passaggio atteso da tempo dalle comunità locali che consente di rimuovere un ostacolo formale che aveva finora impedito di intervenire su edifici che rappresentano luoghi centrali di culto, identità e aggregazione».
A noi l’ostacolo sembra sostanziale! In ogni caso, questo risultato permette ora di riattivare concretamente il percorso di restauro di tre chiese – Santa Maria Mediatrice a Valle Pretara, Madonna del Carmine a Genzano di Sassa e Santa Maria e San Biagio a Tempera – bloccato per anni. Per informare ufficialmente i fedeli, il sindaco ha scritto all’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Antonio D’Angelo, e ai parroci.
Non meno giubilante il presidente della Commissione Territorio del Comune dell’Aquila, Guglielmo Santella: «Grazie all’azione del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi e alla sensibilità del governo, si sblocca finalmente la ricostruzione di edifici di culto importanti per la comunità».
La “sensibilità” di questo governo verso la Chiesa e il clero la conosciamo fin troppo bene! «La ricostruzione della propria chiesa rappresenta la restituzione dell’anima stessa al paese», spiega il Presidente Santella: «Parliamo di un edificio che riveste un valore sociale inestimabile: è il cuore pulsante dell’aggregazione e dell’identità locale, un punto di riferimento che il sisma del 2009 aveva strappato ai cittadini, distruggendolo completamente. Restituire questi luoghi alle frazioni e ai quartieri consolida quel tessuto sociale che è la vera forza della nostra città».
Santella sottolinea l’importanza del superamento dell’argine legislativo: «Fino ad oggi, una rigidità normativa impediva di intervenire su queste strutture. Il lavoro sinergico tra il sindaco e il governo nazionale ha permesso di sanare questa ferita. Come Commissione Territorio, seguiremo con estrema attenzione i prossimi passaggi operativi, […] ribadendo l’impegno dell’Amministrazione comunale nel garantire una ricostruzione completa, equa e condivisa».
Insomma, un chiaro aiuto contrario alla laicità della spesa pubblica si fa passare per «restituzione dell’anima al paese», e l’unico vincolo che impediva timidamente questo scempio lo si definisce «rigidità normativa», «ferita». Una terminologia decisamente orwelliana.
Fabrizio Facchini
Referente Uaar L’Aquila
Fonti:
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è dell’Istituto Comprensivo “Patari-Rodari-Pascoli-Aldisio” di Catanzaro che
L’evento era stato programmato dal 19 al 23 gennaio e prevedeva l’inaugurazione dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Claudio Maniago. Secondo una circolare della scuola tale attività rientra «nell’ambito delle attività educative e culturali programmate» e «rappresenterà un momento di riflessione su temi quali la solidarietà, l’uso consapevole della tecnologia e i valori positivi del mondo giovanile». Le disposizioni scolastiche prevedono la partecipazione obbligatoria degli alunni, accompagnati dai docenti, a meno che le famiglie scelgano di non partecipare tramite un apposito modulo in cui si chiede ai sottoscrittori di dichiarare di «essere a conoscenza che l’attività ha una connotazione legata alla religione cattolica».
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha promosso una colletta per pagare il risarcimento che dovrà sborsare la parrocchia di Santa Teresa del Bambino Gesù ai residenti della zona a causa dei rumori molesti provenienti dall’oratorio gestito dalla chiesa. Pur prendendo atto della sentenza del tribunale che condanna la parrocchia ed esprimendo comprensione per le ragioni dei cittadini, il primo cittadino ha esaltato gli oratori, che a suo dire «rappresentano da sempre un presidio educativo, sociale e umano di valore inestimabile». Per questi motivi ha lanciato l’iniziativa di sostegno come «gesto di responsabilità collettiva e di solidarietà verso uno spazio educativo che appartiene, di fatto, all’intera città», confermando al parroco la sua disponibilità a offrire «i primi mille euro» della colletta, «con l’auspicio che anche amministratori comunali, consiglieri, istituzioni, associazioni e singoli cittadini possano aderire liberamente».
A Isola Dovarese (CR) anche il sindaco Giampaolo Gansi ha partecipato, indossando la fascia tricolore, alla processione organizzata da don Samuele Riva culminata nella benedizione del fiume Oglio. Presenti pure i volontari della Protezione Civile “Naviglio”, il vicesindaco Tiziana Gamba e l’assessore Marco Cigolini.
Per la festa di sant’Antonio abate, protettore degli animali, in tutta Italia le istituzioni hanno partecipato alle messe dedicate. Il Comune della Spezia ha organizzato una cerimonia per la benedizione degli animali in collaborazione con i gestori del canile municipale, alla presenza del sindaco Pierluigi Peracchini e dell’assessore alla Tutela animali Lorenzo Brogi. Nella sala De Carolis-Ferri di Palazzo Arengo, una delle sedi del Comune di Ascoli Piceno, la cerimonia ha visto tra gli altri il vicesindaco e assessore ai Servizi sociali Massimiliano Brugni. A Guastalla (RE) il sindaco Paolo Dallasta (con fascia tricolore) ha preso parte alle cerimonie assieme all’assessore Gianluca Crema e al consigliere regionale Andrea Costa: il programma ha previsto una messa seguita dalla benedizioni di mezzi agricoli e fedeli. A Nichelino (TO) il sindaco Fiodor Verzola (con fascia tricolore) e la vicesindaca Carmen Bonino hanno partecipato alle celebrazioni.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di fine anno ha frenato sull’autodeterminazione per il fine vita, sostenendo: «penso che il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma sia semmai cercare di ridurre al minimo la solitudine e le difficoltà di chi ha gravi patologie e delle loro famiglie». La premier ha inoltre spiegato che il suo governo ha previsto l’aumento dei fondi per le cure palliative e l’assistenza domiciliare in un prossimo disegno di legge sui caregiver familiari. Le sue parole sono state accolte con giubilo dalle lobby integraliste cattoliche contrarie a una riforma laica sul fine vita.
La ministra per la Famiglia Eugenia Roccella nel corso di un’intervista a Sky Tg24 Agenda ha affermato che «la maternità surrogata è qualcosa che può fare un danno serie alle donne che si prestano per motivi di bisogno» e che «non c’è altro motivo al mondo per cui una donna possa fare questo», aggiungendo che il 13 gennaio avrebbe incontrato all’ambasciata italiana presso la Santa Sede il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali monsignor Paul Richard Gallagher proprio per «rafforzare anche a livello internazionale la battaglia contro la maternità surrogata».
Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione centrale degli affari dei culti e per l’amministrazione del Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno ha diffuso una circolare per riconoscere agli appartenenti agli organismi rappresentanti dall’Unione Induista Italiana «di osservare, su loro richiesta, la festa Indù “Dipavali” nel quadro della flessibilità dell’organizzazione del lavoro e fatte salve le imprescindibili esigenze dei servizi essenziali previsti dall’ordinamento giuridico», sulla base dell’intesa sottoscritta tra governo e induisti nel 2012.
La redazione
Quali sono le differenze tra sette e religioni dal punto di vista giuridico? Affronta il tema la responsabile delle inziative legali Uaar Adele Orioli sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nell’affrontare le non poche problematiche che pongono il solo termine di setta e il concetto o meglio i concetti cui questo termine rimanda, balza subito agli occhi come in realtà non ne esista una definizione univoca in ambito sociologico e filosofico e non ne esista proprio nessuna in ambito giuridico.
Incerta persino l’etimologia: sequor (seguo), o seco (taglio); se dai tempi di Federico II i settari erano nello stesso mazzo degli eretici e degli scismatici, a vario titolo perseguitati, attualmente dal punto di vista strettamente dottrinale sono piuttosto irrisi per la pressoché costante pretesa da parvenu di essere i diretti interpreti e depositari della verità divina. Secondo l’Oxford dictionary la setta sarebbe semplicemente un’associazione di persone che si distaccano da una dottrina o da un’ideologia principale perché non ne condividono più alcuni aspetti e di per sé non racchiude alcuna connotazione dispregiativa.
Purtuttavia, quanto meno dal punto di vista di repressione del fenomeno, si evidenziano alcune caratteristiche comuni a quelle che da associazioni divergenti, mi si consenta il termine, passano o passerebbero per essere associazioni a delinquere, delle quali anche il nostro ordinamento punisce non l’esistenza in sé, ma la commissione di singoli reati nelle loro azioni (dai matrimoni forzati allo sfruttamento sul lavoro). Caratteristiche che principalmente si sostanzierebbero nella presenza di un capo, o guru, carismatico, da tentativi sistematici di controllo mentale degli adepti e dalla pervasività della setta stessa nella gestione della quotidianità degli appartenenti.
Peccato che preso così, anche a pacchetto completo, il tutto potrebbe benissimo adattarsi a qualsivoglia monastero o convento di Santa Madre Chiesa. E no, non è una battutaccia da atea impenitente, è al contrario la razionale constatazione che punta il dito sui limiti che tutele o repressioni aleatoriamente definitorie inevitabilmente creano. Mutatis mutandis accade con le sette quello che sottolineano le religioni cosiddette parodistiche o fake religions.
Chi decide cosa è vero e cosa è falso, e cosa è ascetismo e cosa privazione? E come può essere misurata la differenza fra una professione di fede auto sgorgante (?) e una inculcata subdolamente? Perché dio (abramitico) sì, e alieni e folletti no? Poco conta a tal fine la ulteriore specificazione affermatasi nel rinominare “psicosette” le aggregazioni a connotazione liberticida. Come se, semplicisticamente, qualsivoglia aggregazione non si basasse su psicologie collettive e individuali.
Ora, sia chiaro. Chi scrive, pur strenuamente sostenitrice della libertà religiosa e di entrambe le sue facce, libertà da ma anche libertà di, non punta certo a sostenere che non ci siano criteri applicabili, quantomeno penalmente rilevanti, che dovrebbero portare a un intervento protettivo di quello Stato che pare ricordarsi di questa sua funzione di tutela di più o meno supposte fragilità praticamente solo quando qualcuno richiede il suicidio assistito.
Il rispetto dei diritti umani fondamentali è, e deve essere e restare, il principale se non unico criterio di giudizio di e su una comunità. E anzi, l’essere questa comunità a vocazione religiosa, e.t. o jahvè che sia, non dovrebbe essere mai solo per questo titolare di privilegi, tutele e occhi di riguardo speciali, come invece puntualmente accade per tante, troppe realtà.
Sorge però il sospetto che i casi in cui sorge la riprovazione giuridicosocialmorale verso certi comportamenti religiosamente inusuali non dipendano tanto dal comportamento in sé, quanto piuttosto dal numero di persone che lo mettono in atto e, in buona sostanza, dall’appartenere o meno di questi alla “maggioranza” religiosa o a quella minoranza già di buon grado tollerata.
Altrimenti non si spiega l’indulgenza, ove non direttamente l’ammirazione, riservata ad esempio ai cosiddetti Vattienti di Nocera Terinese che si flagellano a sangue in segno di devozione a Gesù, alla circoncisione rituale ebraica e islamica, che sempre mutilazione permanente è, a confronto dello sdegno e dell’accusa di plagio verso altre pratiche minoritarie e almeno a naso decisamente meno cruente, a cominciare dal rifiuto di trasfusioni di sangue per finire con la pratica dei matrimoni di gruppo.
Ecco, il reato di plagio merita una grossa parentesi a parte. Previsto nel codice penale fascista all’articolo 603, consistente nel ridurre una persona in stato di soggezione, fu saggiamente abolito nel 1981 dalla Corte costituzionale. Saggiamente perché certo troppo vago e ambiguo nella sua formulazione, talmente indeterminata da non proteggere in alcun modo dall’abuso della stessa norma: segno di uno Stato repressivo e non di una contemporanea democrazia che tutela, ancor prima della morale pubblica, la libertà di espressione.
Norma che presentava anche vistose frizioni con i valori costituzionali della presunzione di innocenza e della libertà personale, nonché di difficile applicazione concreta. Difficile ma non impossibile, come successe allo scrittore e drammaturgo Aldo Braibanti, condannato a nove anni di carcere per plagio perché accusato, in sostanza, di aver “coartato all’omosessualità” il suo giovane amante.
Non dovrebbe quindi troppo stupire come questa sepoltura giuridica degli inizi degli anni 80 stia vivendo proprio in questi giorni e con questa compagine governativa una improvvisa riesumazione, attraverso mirate proposte di legge volte a reintrodurre quello che, a conti fatti, si configura come un indeterminato e dagli incerti contorni reato di “manipolazione emotiva e psicologica” nel nostro ordinamento.
Dove, al contrario, servirebbe una legislazione mirata e circoscritta, in grado almeno potenzialmente di distinguere tra legittima influenza, religiosa o meno che sia, e abuso, tra espressione del diritto fondamentale di libera opinione e la sua coartazione forzata.
Perché altrimenti resta uno strumento vuoto di contenuti ma pieno di efficacia repressiva, malleabile da chi ha lo scettro di turno e in potenza lesivo della libertà di coscienza di tutti e ciascuno. Perché a guardare con la lente della (religione di) maggioranza, con la logica insopprimibile del noi che abbiamo ragione e loro che hanno torto, si fa davvero presto a dire setta.
Adele Orioli
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Nell’anno 2024/25 cresce dell’1% il numero degli studenti che scelgono di non avvalersi dell’Irc: 42mila in più dell’anno precedente. Sorpasso laico in 3 Comuni. L’Uaar invita a fare la scelta educativa migliore.
I prossimi governi prima o poi dovranno pensare a una riforma seria dell’Insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Il numero degli studenti che scelgono di non avvalersi dell’Irc cresce infatti in maniera costante e al ritmo di circa l’1% annuo. E anche nell’anno scolastico 2024/25 sono cresciute dell’1% le scelte di non frequentare le lezioni impartite dal docente nominato dal vescovo: il 17,7% in più, contro il 16,7% dello scorso anno. L’aumento è di 42mila studenti, dato ancora più significativo a fronte del calo di 120mila unità della popolazione studentesca complessiva. Una tendenza che, se confermata anche nei prossimi anni, vedrà sempre meno adesioni all’insegnamento facoltativo targato Conferenza episcopale italiana.
I numeri, che l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) ha chiesto per il quarto anno consecutivo, sono ufficiali e provengono dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dalle province autonome di Trento e Bolzano.
A differenza della Cei, l’Uaar non si limita a comunicare il dato nazionale. Tanto è vero che il fenomeno è stato analizzato in dettaglio a vari livelli territoriali. Emerge così un’Italia a due velocità, con aree di forte allontanamento dall’ora di religione cattolica e altre dove sembrano esserci fattori che lo impediscono.
In sette regioni più di uno studente su quattro non si avvale dell’Irc: Valle d’Aosta (34,46%), Emilia Romagna (30,65%), Toscana (30,60%), Liguria (30,10%), Lombardia (27,22), Piemonte (27,02%) e Friuli Venezia Giulia (26,74%).
Per le province, in sei casi si sale ad almeno uno su tre: Firenze (40,33%), Bologna (38,91%), Prato (36,65), Trieste (36,31%), Aosta (34,46%) e Gorizia (34,27%). Rispetto all’anno precedente l’aumento è generalizzato, con 16 province che registrano un incremento che supera i due punti percentuali e solo in cinque casi si ha una lieve flessione.
Focalizzando l’analisi sui Comuni con più di 25mila abitanti si registrano tre casi di sorpasso laico: Monfalcone (Go, 57,48%), Pinerolo (To, 54,66%) e Firenze (50,85%). Altri sei Comuni mostrano percentuali superiori al 45%: Sesto Fiorentino (Fi, 49,56%), Lugo (Ra, 49,11%), Bologna (46,92%), Casalecchio di Reno (Bo, 46,86%), Aosta (46,50%) e Scandicci (Fi, 45,29%). In fondo alla classifica troviamo per le regioni la Basilicata (3,26%) e per le province Potenza (2,71%). Tra i Comuni con almeno 25mila abitanti ci sono cinque casi in cui a non frequentare le lezioni confessionali è meno dell’1% degli studenti: Castellammare di Stabia (Na), Adrano (Ct), Casoria (Na), Volla (Na) e Gragnano (Na).
«Sempre più famiglie e studenti – dichiara Roberto Grendene, segretario dell’Uaar – scelgono di non frequentare l’ora di religione cattolica, nonostante l’esercizio di questo diritto troppe volte sia ostacolato dalla mancanza di valide alternative e da pressioni anche interne al sistema scolastico. Per la Cei si tratterebbe di una libera scelta ma non è affatto così: mettiamo l’Irc in orario extrascolastico, come capita a tutte le attività facoltative, e vediamo come va a finire».
Ieri hanno preso il via le iscrizioni all’anno 2026/27 la cui scadenza sarà il 14 febbraio. «Invito i genitori – conclude Grendene – a compiere la migliore scelta educativa: dire no all’insegnamento della religione cattolica. E se incontrano difficoltà, avranno l’Uaar al loro fianco».
Comunicato stampa
Note
L’Uaar aderisce alla campagna #datiBeneComune. Alla pagina https://uaar.it/dati-no-irc sono disponibili tutti i dati sulla non frequenza dell’Irc, con elaborazioni grafiche (per regione, provincia e tipo di scuola), elenchi delle scuole per provincia scaricabili in formato Csv per ulteriori elaborazioni, fino alla consultazione della scheda di dettaglio di ogni singola scuola con la serie storica degli ultimi anni.
Nel repository GitHub dell’associazione:
https://github.com/UnioneAteiAgnosticiRazionalisti/dati-no-irc
sono messi a disposizione tutti i file originali ricevuti dal Ministero e dalle province autonome di Trento e Bolzano.
Nell’elaborazione delle statistiche nazionali e provinciali in via prudenziale non sono stati considerati i dati di 357 scuole su 40346 ritenuti inattendibili per percentuali di non avvalentisi fuori scala (probabilmente dovuti a errori di input). Se fossero stati considerati i dati originali le percentuali di non avvalentisi sarebbero state leggermente più alte.
Per provincia
<script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script>Per regione
<script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script>
AgoraVox Italia