Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è della Cabina di Coordinamento per il sisma nelle Marche del 2022 che
Il commissario straordinario al sisma Guido Castelli ha detto che «l’avvio dei lavori nelle chiese danneggiate non rappresenta solo il recupero di luoghi di culto, ma il rafforzamento dei punti di riferimento sociali, culturali e comunitari di intere città e comunità» e che «il finanziamento per la Cattedrale di San Pietro Apostolo rappresenta un passo significativo nel percorso di recupero e valorizzazione del patrimonio storico e religioso di Senigallia». Dal canto suo il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha dichiarato: «è importante tutelare luoghi simbolo delle nostre comunità, che custodiscono identità, tradizioni e memoria collettiva». Il sindaco di Senigallia Massimo Olivetti ha aggiunto: «l’approvazione del primo stralcio del Piano di ricostruzione della Cattedrale di San Pietro Apostolo rappresenta un passaggio di grande rilievo per la nostra città», «la Cattedrale non è soltanto un luogo di culto, ma un simbolo identitario profondamente radicato nella storia e nella vita della comunità senigalliese» e «l’avvio della fase di progettazione costituisce il primo passo concreto verso il recupero di un patrimonio di straordinario valore spirituale, culturale e architettonico».
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il questore di Crotone Renato Panvino ha invitato i frati francescani in questura per una tappa del tour di una reliquia di san Francesco presso le diocesi calabresi, con relativa preghiera e benedizione degli agenti. La reliquia in questione è una manciata di terra “del transito”, ovvero presa dalla tomba in cui san Francesco venne sepolto.
L’amministrazione comunale di Casalecchio di Reno (BO) ha accolto nella sala consiliare del municipio l’arcivescovo e cardinale Matteo Maria Zuppi, nella zona per una visita pastorale, dandone entusiastica notizia nei propri canali social.
Il presidente del Consiglio regionale della Sardegna Piero Comandini ha criticato la locale Garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu, “colpevole” di aver denunciato nelle sedi istituzioni e sui media gli insabbiamenti dei casi di abusi su minori da parte di preti, prendendo le parti della Conferenza episcopale sarda che si era lamentata: «pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze […]. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa».
Il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini ha proclamato che «non mettere i crocifissi nelle scuole significa negare la nostra cultura».
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato gli elenchi di ripartizione per diocesi dei posti relativi al concorso ordinario per l’assunzione di insegnanti di religione cattolica nelle scuole dell’infanzia e primarie e nelle scuole secondarie.
La nuova Piazza-Giardino Trento e Trieste a Sesto San Giovanni (MI) è stata inaugurata con la benedizione di un prete della zona.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il sindaco di Fondi (LT) Beniamino Maschietto, in occasione delle celebrazioni religiose per l’ottavo centenario dalla morte di san Francesco cui ha presenziato con fascia tricolore, ha consegnato a frate Massimo Fusarelli, ministro generale dell’ordine dei Frati Minori, le chiavi della città. Nella targa che accompagna l’onorificenza si loda il religioso «per aver contribuito, attraverso la presenza di una fraternità minoritica, divenuta negli anni faro spirituale e punto di riferimento per migliaia di fedeli, alla crescita umana e cristiana della comunità cittadina di Fondi». Dal canto suo il frate ha donato alla città un’icona di san Francesco.
Il preside dell’Istituto “Sassetti-Peruzzi” di Firenze, Osvaldo Di Cuffa, ha concesso un’aula per la preghiera agli studenti musulmani, in orario scolastico, durante il mese del Ramadan. Per difendere la sua scelta ha sostenuto: «nel rispetto del pluralismo e della laicità della scuola e di tutti i culti presenti, come dice la Costituzione, come garantiamo ai cristiani l’insegnamento della religione e le festività, garantiamo alle altre confessioni pari diritti e il confronto tra culture».
Questa scelta della dirigenza dell’Istituto “Sassetti-Peruzzi” è stata contestata da diversi esponenti della destra con argomenti clericali. Il capogruppo leghista al Consiglio comunale di Firenze Guglielmo Mossuto ha accusato ad esempio l’amministrazione di centrosinistra di «due pesi e due misure: la sinistra combatte per la laicità quando si tratta di rimuovere crocifissi e presepi, ma applaude quando un’aula pubblica diventa spazio confessionale islamico. Dietro la facciata dell’integrazione si nasconde una resa culturale e un inchino all’islamizzazione».
Il sindaco di Rende (CS) Sandro Principe ha donato le chiavi della città alla Vergine Immacolata in occasione della festività dedicata alla Madonna.
La redazione
L’Italia rimane uno dei paesi più conservatori sul fronte dell’educazione sessuale e affettiva, anche a causa di una classe politica clericale che frena qualsiasi innovazione. Affronta il tema Raffaele Carcano sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Esattamente sessant’anni fa, la redazione del giornalino del liceo Parini di Milano decideva di pubblicare un’inchiesta intitolata Cosa pensano le ragazze d’oggi. Le ragazze di allora, come quelle di oggi, pensavano ovviamente tante cose, e su tanti argomenti. Pensavano, per esempio, alla sessualità, e all’esperienza (e prima ancora alla conoscenza) della stessa. Che al tempo, Dc imperante, era tuttavia un argomento tabù.
La zanzara, così si chiamava quel giornalino, invece ne scrisse. E apriti cielo. Per essere più precisi, ad aprirsi in tutta la sua ampiezza fu la reazione cattolica, e in particolare quella di Gioventù studentesca (l’antenata di Comunione e liberazione). Alcuni suoi esponenti denunciarono i giovani autori del reportage. I quali furono portati in questura e fu chiesto loro di spogliarsi, onde consentire agli inquirenti di sincerarsi de visu delle loro «tare».
Il Paese si spaccò in due, la politica anche: Dc e Msi da una parte, i partiti laici di centro e di sinistra dall’altra. I tre studenti furono in seguito assolti dall’accusa di «corruzione di minorenni». E la vicenda contribuì, prima del ʼ68, a far fare un passo avanti a una società italiana ancora fortemente bigotta.
Dieci anni dopo, ovvero cinquant’anni fa, uscì un romanzo, opera di due giovani autori di sinistra, Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, sotto lo pseudonimo di Rocco e Antonia. Aveva un taglio decisamente politico ma entrava anche nei dettagli – molto nei dettagli – dei rapporti tra due liceali. Si intitolava Porci con le ali e generò anch’esso un fragoroso scandalo. Ne fu tratto pure un film, che inizialmente fu sequestrato per oscenità. Il censore era il magistrato Claudio Vitalone, che due anni dopo diventò senatore Dc – corrente andreottiana.
In quello stesso decennio, ma sull’altro versante politico (quello della destra non bigotta, ma cafona), prendeva piede il filone della commedia erotica all’italiana. Si giravano e proiettavano a go-go film pruriginosi in cui abbondavano le scene riprese dal buco della serratura o sotto la doccia, e in cui imperversavano attrici svedesi quali Janet Agren, Anita Strindberg, Marina Lotar, Ewa Aulin.
Si andava in tal modo plasmando un immaginario collettivo già solleticato nel decennio precedente da Anita Ekberg ne La dolce vita, e che a quanto pare perdura tuttora: vox populi vox dei, «le nordiche la danno via facilmente». Se il cammino della liberazione sessuale degli italiani (e soprattutto delle italiane) continua a restare impervio, Italians do it better, sostiene qualcuno, che spera invece che nell’immaginario collettivo delle straniere ci sia Rocco Siffredi.
Sempre mezzo secolo fa, in un’epoca che ci appare sia molto lontana, sia molto vicina, una ventiduenne aveva il coraggio di scrivere un libro dal titolo inequivocabile: Aborto: facciamolo da noi. Si chiamava Eugenia Maria Roccella ed era un’attivista radicale. Poi ebbe una conversione a U – o a croce. Al punto che nel 2007 fu portavoce del Family day. Rientrata in politica nel partito postfascista di Giorgia Meloni, nel 2022 è diventata ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità.
Tra le sue tante dichiarazioni contro la libertà, contro il sesso, contro i diritti delle donne e dei gay, nelle settimane scorse ha rilasciato anche questa: «Non c’è correlazione tra l’educazione sessuale a scuola e una diminuzione di violenze contro le donne. Lo vediamo nei Paesi dove da molti anni [l’educazione sessuale a scuola] è un fatto assodato, come per esempio la Svezia. La Svezia ha più violenze e femminicidi di noi».
Confermando di avere un certo coraggio, Roccella l’ha affermato in occasione di una conferenza internazionale dedicata al contrasto del femminicidio. Nello stesso evento il ministro della giustizia Carlo Nordio ha sostenuto che il maschio non accetta la parità perché «nel suo codice genetico trova sempre una certa resistenza» (corsivo mio). E pazienza se il maschilismo imperversa soprattutto tra gli elettori che lo hanno portato al potere.
Il “paradosso nordico” evocato da Roccella, ovvero gli alti indici di violenza domestica contro le donne nelle società scandinave, è però un dato di fatto, su cui si dibatte da almeno dieci anni.1 Ed è opportuno chiarirne qualche aspetto. È vero che in Italia il numero di femminicidi non è più alto di altri Paesi più “civili”. Ed è vero che, quando invece si guarda alle violenze (sessuali e no) nei confronti delle donne, le nazioni scandinave escono peggio dal confronto.2 Ha dunque ragione Roccella?
Il quadro, in realtà, è molto più complesso. Innanzitutto, non è dimostrato che la Svezia abbia un numero di femminicidi maggiore dell’Italia. Per quanto vi siano enormi difficoltà nella raccolta dei dati (spesso non omogenei), forti variazioni degli stessi da un anno all’altro, differenti tempistiche processuali, talvolta contraddizioni tra fonti inerenti i medesimi Paesi, a guidare la mortificante classifica ci sono semmai gli Stati baltici, che hanno storie e società molto diverse da quelli scandinavi. In secondo luogo, l’incidenza dell’assassinio di donne sul totale degli omicidi è in crescita, così come sono proporzionalmente in crescita quelli in ambito domestico.3
L’aspetto però più preoccupante è che la ministra, animata probabilmente dall’intenzione di sfruttare una “vetrina” contro il femminicidio per attaccare l’educazione sessuale, si è basata su due falsi assunti: l’educazione sessuale non ha infatti come unico scopo quello di impedire la violenza sulle donne, e non è nemmeno l’unico strumento utilizzabile per limitarla. E guarda il caso, strada facendo Roccella si è anche dimenticata tutti gli altri indici in cui l’Italia finisce dietro (talvolta enormemente dietro) i Paesi nordici:
Tale elenco (parziale) è la motivazione per cui si usa, per l’appunto, la parola “paradosso”: già da solo, basterebbe e avanzerebbe a giustificare l’introduzione obbligatoria dell’educazione sessuale in ogni scuola di ordine e grado. Questo contesto profondamente differente dal nostro conduce quindi anche a una maggior facilità nel denunciare le violenze subite, e dunque a una maggior numerosità delle stesse.
È in effetti un paradosso, ma opera nella direzione opposta rispetto a quanto sostenuto dalla ministra. Ne trova una conferma il recente caso del principe norvegese Hoiby, che è finito sotto processo per una lunga lista di denunce di stupro e aggressioni, mentre in Italia non è mai stato denunciato un solo vescovo. Per usare un altro paragone: nell’indice della criminalità compilato dal Sole 24 Ore, la provincia di Rimini si è piazzata al quinto posto, e Palermo al ventiquattresimo. Forse la Romagna, a vostra insaputa, è finita nelle mani della delinquenza organizzata? No: molto semplicemente, la classifica è basata sul numero di denunce presentate.5
Tra l’altro, il nostro Paese presenta il secondo dato più basso d’Europa per incidenza degli omicidi sul totale della popolazione: ciononostante, la nostra società è decisamente diversa in termini di sicurezza dalla nazione che occupa il primo posto, ovvero il Lussemburgo.6 La destra lamenta costantemente un deficit di sicurezza nella penisola: perché lo fa, se le statistiche le danno torto? Perché è chiaro che il numero non dice tutto, se non si analizzano tutte le variabili in gioco.
Ebbene, quando lo si fa, emerge che gli «studi statisticamente costruiti con questi livelli di accuratezza hanno sempre documentato i benefici dell’educazione sessuo-affettiva nella costruzione di relazioni sane, paritarie ed egualitarie». E questo in differenti Paesi, non solo in Scandinavia. Per contro, «è dimostrato che laddove la sopraffazione maschile sulle donne è presente in modo sistematico ed è normalizzata, gli esiti più estremi della violenza sono più rari, perché le vittime sono scoraggiate dall’idea di ribellarsi e separarsi dal partner».7 Anche la fiducia nelle istituzioni, soprattutto quelle incaricate di assicurare la giustizia, svolge un ruolo positivo. Ora domandatevi se è maggiore in Italia, oppure in Svezia.
Non che non esistano problemi. Sette anni fa, il governo (di sinistra) ha speso una somma ingente per realizzare video in diverse lingue allo scopo di far comprendere agli immigrati – e soprattutto alle immigrate – non solo la legge del Paese in materia sessuale, ma anche parecchi altri aspetti della sessualità stessa. Definiamoli, per semplicità, “corsi di aggiornamento”.
E rimane difficile comprendere le cause profonde della persistenza del fenomeno. Gracia e Merlo, coloro che hanno coniato l’espressione “paradosso nordico”, hanno avanzato l’ipotesi che i valori elevati di violenza domestica registrati nelle società scandinave possano essere dovuti anche a una pulsione “vendicativa”, in reazione diretta alla maggior libertà conquistata dalle donne, che avrebbe eroso i tradizionali ruoli di potere ricoperti dai maschi.8 Se la teoria fosse confermata, costituirebbe un ulteriore cortocircuito nella demonizzazione praticata da Roccella e dal governo a cui appartiene.
E non solo da loro. L’educazione sessuale onnicomprensiva (Comprehensive sex education) è un programma dell’Unfpa, l’Agenzia di salute sessuale e riproduttiva dell’Onu, ed è promossa anche da altre agenzie delle Nazioni Unite come l’Unesco e l’Oms. A combatterla, in sede internazionale, ci sono soprattutto i Paesi a maggioranza musulmana, oltre (non poteva mancare) allo Stato della Città del Vaticano.
Non è dunque affatto sorprendente che, da un lato, secondo un sondaggio condotto da Ipsos per Save the children, una percentuale di genitori superiore al 90% chiede che l’educazione affettiva e sessuale sia materia obbligatoria a scuola;9 e che, dall’altro, l’Italia sia una delle sette nazioni dell’Unione europea in cui ancora non lo è. Le ulteriori sei sono Bulgaria, Croazia, Lituania, Romania, Slovacchia e Ungheria: non proprio la crème comunitaria, in fatto di progresso civile.
Da noi l’educazione sessuale continua infatti a essere facoltativa, in assenza di un quadro giuridico definito, e finisce pertanto per diventare un’ulteriore opportunità di evangelizzazione per il mondo cattolico, specialmente quello integralista: che non solo combatte (oltre che il fantomatico “gender”) persino l’educazione sessuale tutt’altro che rivoluzionaria promossa dall’Onu, ma ne approfitta per veicolare la sua, improntata naturalmente a concezioni anni cinquanta (non necessariamente del ventesimo secolo).10 Con il sostegno, altrettanto scontato, della coalizione di governo di destra – peraltro parecchio estrema.
Che talvolta è davvero spudorato. Nella manovra 2025 fu accolto un emendamento presentato da Riccardo Magi (+Europa) che stanziava una somma non eccezionale, ma significativa, per l’insegnamento dell’educazione sessuale e affettiva. Paradossalmente, fu approvato a larghissima maggioranza. La canea degli estremisti cattolici contro il “tradimento” della destra (che probabilmente era invece dovuto alla mancata comprensione del testo in votazione) portò quindi, dopo l’approvazione della legge, a un colpo di mano del ministro per i rapporti con il parlamento, Luca Ciriani, che dirottò i fondi alla formazione dei docenti sulla prevenzione dell’infertilità.
Nel 2025 la contrapposizione si è riproposta. Una deputata leghista, Giorgia Latini, ha presentato un emendamento che vietava l’educazione sessuale nelle scuole medie. Accantonato dopo vivaci critiche, il ministro leghista dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara (già dirigente dell’Università europea di proprietà dei Legionari di Cristo), ha proposto che l’insegnamento fosse subordinato al consenso informato e preventivo dei genitori sia alle medie, sia alle superiori.
Di fronte alle nuove contestazioni dell’opposizione, che è arrivata a ricorrere all’ostruzionismo, Valditara ha scatenato un putiferio in aula, attaccandola con un sonoro «Vergognatevi!». La camera ha infine approvato il suo disegno di legge, che vieta esplicitamente la didattica “sessuale” nelle scuole dell’infanzia nonché alle elementari. Ora tocca al Senato ratificarlo. E non ci sono dubbi che lo farà.
In occasione dell’ultima manovra finanziaria, il capogruppo dei senatori Pd Francesco Boccia ha compiuto un ennesimo tentativo, cercando di introdurre un finanziamento dei percorsi educativi su affettività e sessualità. La maggioranza di governo è stata nuovamente granitica, e il testo finale approvato dal parlamento è privo di ogni menzione dell’educazione sessuale, facendo riferimento soltanto a generiche iniziative «in materia di pari opportunità, diritto all’integrità fisica, consapevolezza affettiva e rispetto reciproco». La linea del governo è dunque chiarissima: a scuola si può parlare di sesso soltanto con modalità cattolicamente corrette.
Ed è una linea che si allarga addirittura al concetto di “consenso” per il reato di violenza sessuale. Un molto strombazzato accordo tra Meloni e Schlein per introdurre il principio nella legislazione penale (riprendendolo tale e quale dalla convenzione di Istanbul, sottoscritta dall’Italia nel 2013), era stato originariamente confermato dall’approvazione all’unanimità della Camera, e ulteriormente suggellato qualche giorno dopo dall’introduzione del reato di femminicidio, diventato legge il 25 novembre, e sempre con voto unanime. Tuttavia, non appena il testo è arrivato in senato, a destra sono subito cominciati i distinguo, con la richiesta di nuovi approfondimenti con gli esperti della materia (soprattutto quelli con l’impostazione ideologica che potete facilmente immaginare).
Su questo punto è doveroso scrivere che l’opposizione sta facendo un buon lavoro laico. Ne trova conferma la polarizzazione che si registra a livello regionale. Un anno fa la Regione Liguria (amministrata dalla destra) ha stanziato 220.000 euro da erogare alle parrocchie affinché impartissero «educazione all’affettività». Lo scorso novembre, invece, il Comune di Genova (amministrato dal centrosinistra) ha avviato un progetto-pilota di educazione sessuale e affettiva rivolto a bambini tra i tre e i cinque anni. I diritti civili e laici variano ormai fortemente da realtà a realtà, e anche questo aspetto non può che destare preoccupazione.
Come sempre, come ovunque, non è la fede il problema principale, ma la legislazione basata sulla fede. Perché il modello italico di Valditara e Roccella ricorda paradossalmente più l’insegnamento nelle madrase che quello svedese. Il rischio è che la società italiana importi anche la tendenza “vizi privati, pubbliche virtù” che dilaga nei Paesi a maggioranza musulmana: che da una parte vietano la fruizione di pornografia, dall’altra capeggiano tutte le classifiche di consumo effettivo.
Il loro atteggiamento perverso è sfociato anche in condanne subite da una turista olandese in Qatar e una norvegese negli Emirati, che hanno denunciato di essere state stuprate, e quindi sono state arrestate per adulterio. Due casi di “nordiche” che, a conferma dell’impostazione sbagliata delle tesi di Roccella, hanno destato l’attenzione della stampa e dei rispettivi governi, che si sono adoperati per far rimpatriare le loro sfortunate concittadine. Ora, pensiamo a una donna qatariota, o emiratina: che fine farebbe, se fosse lei a denunciare una violenza carnale?
Mentre celebriamo le “liberazioni” di tanti lustri fa, la cultura oggi dominante nel nostro Paese preferisce mettere in discussione un altro Stato, in cui l’educazione sessuale obbligatoria è stata introdotta nelle scuole addirittura dieci anni prima dell’inchiesta della Zanzara. La Svezia è stata anche tra le prime nazioni a criminalizzare lo stupro coniugale. I suoi uomini non sono la copia clonata degli antichi predatori vichinghi, e le sue donne non sono le disponibili “gnocche” di tanti film sexy degli anni settanta.
Quando, qualche settimana fa, al liceo Giulio Cesare di Roma è apparsa una scioccante “lista stupri”, contenente i nomi delle ragazze da violentare, il ministro Valditara ha denunciato la gravità dell’episodio, chiedendo però che fosse l’istituto a intervenire. Lui, che è il ministro dell’istruzione, non ha manifestato l’intenzione di muoversi. E forse dovrebbe intervenire innanzitutto su sé stesso. Perché insieme a Roccella, e ai loro complici, veicola una sessualità arcaica, machista e immutabile, che rende l’Italia un’eccezione all’interno dell’Europa occidentale. Una collocazione di cui dovremmo tutti vergognarci.
Raffaele Carcano
Approfondimenti
Iscriviti all’Uaar Abbonati Acquista a €2 il numero in digitale
Sei già socio? Entra nell’area riservata per scaricare gratis il numero in digitale!
Arrivano a oltre 24,6 milioni i fondi disponibili per finanziare i progetti comunali di tutela del territorio
La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha diffuso ieri i dati sulla ripartizione della quota dell’8 per mille dell’Irpef a diretta gestione statale per l’anno 2024. Le quote di progetti ammessi al contributo nella categoria “calamità naturali” hanno superato i 24,6 milioni da devolvere ai Comuni selezionati che hanno presentato i progetti di risanamento. Un record, considerando i 19,5 milioni del 2022 e i 17,4 del 2023.
Questa categoria, insieme all’edilizia scolastica, è considerata dall’Uaar tra le scelte più laiche che i contribuenti che scelgono “Stato” possano fare. Le altre quattro (conservazione di beni culturali, fame nel mondo, assistenza ai rifugiati e ai minori stranieri non accompagnati, prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze e dalle altre dipendenze patologiche) raccolgono molte meno preferenze e tra i progetti finanziati vedono spesso la Chiesa o enti a essa collegati.
«È urgente e necessario – dichiara Roberto Grendene, segretario dell’Uaar – che il governo promuova sul serio l’8×1000 a diretta gestione statale per poter sostenere il nostro Paese spesso colpito da calamità naturali, come quelle che recentemente hanno interessato la Sicilia. In questo modo si potrebbero finanziare più progetti di manutenzione del territorio, proprio grazie alla tipologia di intervento “calamità naturali“».
Tra poco si apriranno le nuove dichiarazioni dei redditi per l’anno 2025 e, con adeguate campagne promozionali da parte del governo, più soldi dei contribuenti potrebbero finalmente essere utilizzati per progetti di consolidamento e messa in sicurezza di centri abitati, difesa del suolo, riduzione del rischio idrogeologico e mitigazione del rischio di frana.
Comunicato stampa
Non solo clericalate. Seppur spesso impercettibilmente, qualcosa si muove. Con cadenza mensile vogliamo darvi anche qualche notizia positiva: che mostri come, impegnandosi concretamente, sia possibile cambiare in meglio questo Paese.
La buona novella laica del mese di febbraio è della Commissione 9 Istruzione, Formazione e Lavoro del Consiglio comunale di Firenze che ha bocciato la mozione presentata dal consigliere Luca Santarelli per invitare il sindaco a imporre crocifissi e presepi nelle scuole comunali di ogni ordine e grado. La maggioranza ha respinto la proposta rifacendosi al principio dell’autonomia scolastica e la presidente di commissione Beatrice Barbieri ci ha tenuto a precisare: «Le tradizioni cristiane, crocifisso e presepe inclusi, rappresentano un patrimonio storico-artistico inestimabile e possono essere valorizzati come occasioni di apprendimento culturale, ma solo nel quadro di iniziative inclusive che rispettino tutte le sensibilità, senza privilegiare una confessione religiosa».
La Asl TO4 ha autorizzato il primo caso di suicidio assistito in Piemonte, riconoscendo i requisiti per un quarantenne affetto da una grave patologia degenerativa. La Regione era stata oggetto di contestazioni da parte di gruppi integralisti perché si era diffusa la notizia che avrebbe diramato delle nuove linee guida sul fine vita e che le aziende sanitarie avrebbero pagato i farmaci per il suicidio assistito. Queste circostanze sono state smentite dal direttore della Sanità del Piemonte Antonino Sottile, che ha parlato di una «mera circolare esplicativa delle diverse sentenze della Corte» che riconosce il diritto all’autodeterminazione e precisato che «non è stato detto che sarà la Regione a pagare il farmaco fine-vita».
Il Partito Democratico di Modica (RG) ha contestato l’iniziativa del deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana Ignazio Abbate di garantire una corsia preferenziale per il risanamento dei cimiteri gestiti dalle confraternite religiose. In particolare dopo il ciclone Harry Abbate, presidente della I Commissione Affari istituzionali dell’ARS, ha chiesto misure ad hoc per questi cimiteri nel pacchetto di misure straordinarie che la IV Commissione ha predisposto per l’emergenza. Dal canto suo il Pd modicano in una nota ha condannato l’atteggiamento di Abbate e chiede parità di trattamento a prescindere dal credo: «quella che viene presentata come una soluzione per il decoro dei luoghi di culto si rivela, nei fatti, una discriminazione senza precedenti che calpesta la dignità dei defunti e il dolore dei loro cari» perché «limitando i benefici e le tutele alle sole edicole delle Confraternite religiose, esclude arbitrariamente tutte le cappelle appartenenti alle associazioni laiche». Il segretario del Pd di Modica, Francesco Stornello, ribadisce: «è inaccettabile che un rappresentante delle istituzioni regionali ignori deliberatamente una parte consistente della cittadinanza solo perché legata a sodalizi laici. Esiste forse una gerarchia nel riposo eterno? Il dolore di un figlio che non può poggiare un fiore sulla tomba del padre ha meno valore se la cappella appartiene a una società operaia anziché a una confraternita?».
Il sindaco di Cadoneghe (Pd) Marco Schiesaro ha respinto la richiesta di un’associazione islamica per avere un cimitero privato per i defunti di religione musulmana richiamandosi ai principi di laicità. Schiesaro ha risposto negativamente all’istanza presentata nel 2021 dall’associazione Shabuz Bangla, che rappresenta la comunità di residenti di origine bengalese. «Non si tratta di pregiudizi ma di rispetto delle leggi e dei principi costituzionali», ha chiarito il primo cittadino, secondo cui la proposta «presentava indicazioni incompatibili con i principi repubblicani e costituzionali». Il cimitero comunale infatti «accoglie da sempre defunti di ogni confessione e regolamentare uno spazio separato per genere o secondo precetti religiosi contrasterebbe con le nostre leggi», ha aggiunto il sindaco, che ha fatto riferimento anche alla laicità dello Stato criticando la sharia: questa infatti «disciplina non solo il culto, ma anche comportamenti sociali, relazioni e ruoli» per cui «il cimitero in questione non potrebbe convivere con un modello statale secolarizzato come il nostro». Schiesaro ha pure fatto riferimento alla libertà religiosa garantita dalla Costituzione, sottolineando che l’islam non ha sottoscritto un’intesa con lo Stato: «Finché non ci sarà un riconoscimento chiaro della legge italiana rispetto alla Sharia non possiamo procedere con progetti che trasformerebbero uno spazio pubblico in uno confessionale».
L’amministrazione comunale di Cuneo ha approvato il progetto per istituire una sala del commiato per funerali non religiosi. La struttura sarà edificata in una porzione della struttura dell’ex Onpi locale, con uno stanziamento di 800 mila euro. Il segretario nazionale di Radicali Italiani Filippo Blengino, che da tempo si batteva per la sala del commiato, ha espresso soddisfazione: «vince la laicità e, con essa, il diritto dei cittadini a disporre di uno spazio per un commiato non religioso», «è il riconoscimento di un principio di libertà». Blengino ha chiesto inoltre che la sala venga intitolata a Gianfranco Donadei, storico esponente radicale «che ha dedicato la propria vita a rendere Cuneo e il Paese più laici».
L’ex governatore leghista del Veneto Luca Zaia ha ribadito la necessità di approvare una legge sul fine vita, denunciando anche il comportamento ambiguo della maggioranza che blocca qualsiasi avanzamento sul diritto all’autodeterminazione. Zaia ha parlato di «grande ipocrisia» del governo: «lo dico soprattutto a chi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto», chiarisce, «facendo credere che ci siano irresponsabili, come me, che con una sorta di blasfemia ingiustificabile coccolano questa idea dell’aiuto al suicidio». E ha criticato l’ipocrisia di chi in Parlamento «si mostra perplesso di fronte all’idea di approvare una legge, perché teme che possa spingere i malati terminali più fragili al suicidio assistito» ma al contempo lascia «gestire il fine vita a una sentenza della Consulta» e ostacola gli sforzi delle Regioni per colmare i vuoti legislativi. Il governo, ha contestato Zaia, impugna le leggi regionali «perché sostiene ci sia un conflitto di attribuzione di competenze, ma nel frattempo le Camere restano immobili, sorde alle sollecitazioni che per tre volte sono arrivate dalla Consulta».
Infine qualche buona novella laica dall’estero.
In Francia l’Assemblea nazionale ha approvato una proposta di legge sul fine vita, con 299 sì e 226 no. La proposta era già passata in prima lettura, ma era stata poi bocciata dal Senato dove pesano di più i conservatori. Il testo tornerà quindi in aprile al Senato per l’approvazione definitiva. L’iter è difficile, in particolare per punti come quello che riguardano l’eutanasia attiva. Un’altra proposta è stata invece approvata all’unanimità, quella per le cure palliative.
La Corte Suprema delle Filippine ha riconosciuto che le coppie dello stesso sesso possono essere comproprietarie di una casa. Nel Paese, fortemente condizionato dal confessionalismo cattolico, le unioni lgbt non sono riconosciute, quindi non esiste alcuna tutela per le coppie omosessuali. La sentenza ha stabilito che l’articolo 148 del locale Codice di famiglia, relativo alla proprietà per persone che convivono da non sposate, si può applicare anche alle coppie gay. Il caso è partito dal contenzioso di due donne, che si erano separate dopo una convivenza: avevano acquistato insieme una casa ma formalmente la proprietaria era una sola di loro.
La redazione
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è della dirigente del Liceo scientifico statale “A. Einstein” e della Scuola Polo per la Formazione Ambito 4 di Teramo Eleonora Magno che
L’iniziativa, dal titolo “Vivere in pienezza: prospettive pedagogiche per lo sviluppo integrale della persona” e rivolta «a tutto il personale docente della provincia», è prevista per il prossimo 7 marzo: si terrà presso il Centro Padre Piamarta a Roseto degli Abruzzi, è gratuita e rientra nel Piano Nazionale Formazione Docenti. Tra gli interventi del seminario spiccano “Dopo il Giubileo del mondo educativo: Vivere in pienezza” del professor don Mauro Mantovani, prefetto della Biblioteca Vaticana.
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il sindaco di Sulmona (AQ) Luca Tirabassi e il presidente del suo Consiglio comunale Franco Di Rocco, il sindaco di Pacentro (AQ) Giuseppe Silvestri, la consigliera regionale Antonietta La Porta hanno partecipato alla messa officiata dal vescovo Michele Fuso presso la cattedrale sulmonese di San Panfilo nell’ambito dell’iniziativa organizzata dall’Associazione Latinoamericana in Italia per accogliere una reliquia di san José Gregorio Hernandez.
La Giunta comunale di Monza ha approvato una delibera per intitolare a san Carlo Acutis una piazzetta vicino alla parrocchia di Sant’Ambrogio.
Il deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana Riccardo Gennuso si è impegnato per far destinare 55 mila euro della legge regionale 2025 per il restauro della pavimentazione e degli altari della chiesa madre Santa Maria degli Angeli di Canicattini Bagni (SR). La consigliera comunale Jacqueline Sipala (Forza Italia) ha ringraziato l’onorevole.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il Comune di Terni ha sottoscritto un patto di collaborazione con la lobby no-choice Movimento per la Vita dal titolo “La vita è sempre un bene”, che prevede iniziative educative, culturali e sociali. Tra i punti sottoscritti dalla dirigente della Direzione Welfare Donatella Accardo figurano «incontri didattici con studenti delle Scuole Medie e Superiori, raccogliendo domande ed esigenze particolari legate alla loro fase di crescita, con il coinvolgimento dei genitori», «convegni scientifici sui temi inerenti la fertilità e la genitorialità, aperti al pubblico, specialmente ai giovani», la diffusione di esperienze «di donne che hanno accolto i loro figli pur in situazioni difficili» (ovvero, che non hanno abortito), l’invito ai giovani di fare «esperienza diretta del volontariato» presso il Centro di aiuto alla vita gestito dal movimento.
La presidente della Commissione della Regione Abruzzo per le Pari opportunità Rosa Pestilli ha curato in collaborazione con il vescovo di Avezzano Giovanni Massaro e la direttrice del Servizio Migrantes della stessa diocesi Lidia Di Pietro il progetto “On the Road”, iniziativa regionale dedicata al sostegno dell’autonomia sociale, personale e lavorativa delle donne vittime di violenza. Il progetto è stato patrocinato dall’Ufficio scolastico regionale e dall’Arma Nazionale dei Carabinieri.
La redazione
AgoraVox Italia