The Bear è una serie ambientata nel cinico mondo della cucina: non parla di cibo ma di persone sotto pressione, di una comunità che resiste senza dio – e dove la religione è solo un contorno. Una riflessione di Micaela Grosso sul numero 5/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nel cuore nevrotico della Chicago “da mangiare”, tra turni che trasbordano nel giorno successivo e cucine che sembrano campi di battaglia, The Bear racconta alle spettatrici e agli spettatori l’epopea sgangherata e profondamente umana di persone che si (trat)tengono insieme — non di certo perché qualcuno lo abbia ordinato “dall’alto”, ma perché non hanno altra scelta. La serie racconta la storia di una comunità che, pur cresciuta in quartieri in cui quasi ogni casa ha almeno un crocifisso o una Madonnina, sceglie di affrontare la vita senza dipendere dalla trascendenza.
Negli episodi, stagliati sullo sfondo di una cultura italiana-americana cattolica affiorante quasi ovunque – dai saluti al linguaggio, dalla cucina ai grani di rosario che fanno capolino nei mobili di casa – la religione non è mai protagonista attiva della redenzione; è presente, sì, come tappezzeria culturale e in qualità di lessico emotivo. Ma poi, nella sostanza delle cose – a proposito di gestione del dolore, del trauma e del caos quotidiano – non è a Dio che ci si rivolge. Le rare volte in cui lo si fa, è con la stessa urgenza disillusa con cui si cerca l’aiuto di un restaurant manager assente.
C’è una scena nell’ultima stagione che, senza alzare la voce, racconta moltissimo su cosa significhi vivere una vita senza tregua, talmente piena di pressione da cancellare persino la distinzione tra ieri e oggi.
Il protagonista, il giovane chef Carmy, sta parlando con Richie, suo collega e parente; dopo un turno di lavoro estenuante gli dice: «Ci vediamo domani». E Richie, asciutto, lo corregge: «Oggi». Carmy si ferma, interdetto: «Come?». Richie: «Oggi è già domani, cugino».
C’è da constatare che il tempo, in The Bear, si piega sotto il peso della stanchezza e dell’ansia da prestazione. Il futuro, il giorno dopo, non arriva mai come salvezza, ma come ulteriore fatica, una prosecuzione brutale del turno precedente. In un’atmosfera così pesante non ci si può certo salvare con l’attesa messianica perché ovunque, ma soprattutto qui, i miracoli non arrivano mai. Oppure se arrivano hanno l’odore del pane appena sfornato e il volto paonazzo di chi ha passato dodici ore no-stop davanti ai fornelli.
Il già citato Richie, tra tutti, è forse il personaggio che più incarna il paradosso di una spiritualità impossibile, sospesa. È un ragazzo sboccato, incoerente, reattivo, sopra le righe. Uno che ascolteresti a malapena in confessionale, ammesso che ci entri. Eppure è lui, una sera, forse per disperazione, a chiudere gli occhi e mormorare tra sé — con più sarcasmo che fede, con più paura che speranza: «Ti prego aiutami col ristorante. Se è fottuto, sono fottuto anche io. Ti prego aiutami almeno tu. Amen».
Non è una preghiera rituale, è un’invocazione che non ha forma né sostanza. Non è nemmeno indirizzata a un Dio con nome proprio: è più simile a un sos gettato nella notte, un’implorazione svuotata di struttura e piena solo d’urgenza. Richie affida le sue cure non tanto al divino quanto a una vaga entità che potrebbe anche coincidere, eventualmente, con un capocuoco capace. Dio è interpellato senza speranza come ultimo tentativo, come customer service quando hai finito le soluzioni. Chiamarlo scetticismo residuo sarebbe generoso: è piuttosto un pragmatismo esasperato in forma religiosa, più legato al desiderio umano di “averle provate tutte” che a una vera devozione.
Quello che The Bear dimostra con lucidità quasi antropologica è che perfino in contesti fortemente permeati da simboli religiosi, la faticosa pratica reale dell’esistenza quotidiana può essere radicalmente secolare. Non si tratta di rifiutare Dio: semplicemente, non c’è tempo per preoccuparsi anche di queste sciocchezze. Quando ogni giorno è un esame di resistenza emotiva, quando la posta in gioco non sono le istanze connesse all’anima, ma la tenuta da parte di una brigata troppo fragile per i sogni e troppo orgogliosa per fallire, la spiritualità diventa un possibile effetto collaterale del vivere, non una fonte a cui attingere.
In questo senso i protagonisti Carmy, Sydney, Marcus, Tina, Richie non redimono sé stessi nonostante la mancanza di religione, ma proprio attraverso l’assenza di essa. Ogni loro piccolo o grande gesto – dal dosare il lievito al tenere a freno la rabbia – è una forma di cura che non ha bisogno dell’etichetta di sacro per essere vitale.
Il “cugino” Carmy, il protagonista, apprende, comprende via via a sue spese. Ha tentato di fuggire dal caos, tornando però al caos; lì dentro, però, ha trovato qualcosa che somiglia a una comunità tutt’altro che perfetta, spesso ostile, ma reale. Nessuno qui prega per cambiare il proprio destino ma ognuno si spinge avanti, centimetro per centimetro, sporcandosi le mani e stringendo i denti. In The Bear si chiede aiuto, ma mai perdono e non c’è colpa, c’è solo fatica.
In questo scenario, il religioso — quando appare — sembra ridursi a funzione narrativa marginale, quasi decorativa: è il decoro vuoto degli ambienti familiari, la lingua madre mai più parlata davvero. Persiste nell’inconscio culturale, ma non orienta più le scelte né le emozioni. La forza propulsiva viene da altri motori, come il legame, la resilienza, l’impegno che ci si prende l’un l’altro nel mezzo del caos.
Tornando a Richie: la sua preghiera goffa è emblematica. Non è un atto di fede, ma una checklist mentale, l’equivalente di controllare se hai chiuso bene il freezer. «Hai fatto tutto quello che potevi? Hai chiamato Dio? Ok, fatto anche quello. Ora puoi andare avanti».
Potremmo dire che The Bear ci serve in tavola una forma di religiosità involontaria, con effetti quasi comici. Una forma di religiosità che non è più un rapporto con il sacrale, ma una reminiscenza pseudo-tecnica, funzionale come la scelta del coltello giusto per disossare una spalla d’agnello. Ed è proprio qui, forse, che si fa spazio una verità inattesa: non c’è niente di più umano del tentativo di dare senso anche quando il senso manca. E se la fede arriva, arriva solo come metafora: non da celebrare, ma da provare, come l’ennesima ricetta che forse stavolta, chissà, magari funzionerà.
In fin dei conti, The Bear è il racconto di una società dove Dio non è morto, ma non è più necessario. Un contesto in cui l’amore, la fraternità e la rinascita esistono sì, ma si originano dal basso: arrivano da una mise en place ben fatta, da una discussione evitata per stanchezza, da un piatto servito nelle corrette tempistiche o dal tentativo accorato e sincero di non far crollare tutto anche quando tutto, internamente, sta già crollando.
Se c’è una morale in questa storia, non la si rintraccia certo nelle scritture sacre o nelle sante parole di qualcuno, bensì nel silenzio della cucina a fine turno, nell’attimo in cui non resta più niente da dire e solo l’odore del pane testimonia che qualcosa, nonostante tutto, è stato fatto con amore.
Forse è proprio in quell’attimo, in quella stanchezza che non cerca salvezza ma solo comprensione e condivisione che il sacro trova il suo vero significato, senza alcun ricorso a Dio.
Micaela Grosso
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Dal 2007 la nostra associazione assegna premi di laurea a studenti che si sono distinti per un elaborato finale coerente con gli scopi dell’Uaar. Sabato 7 febbraio 2026, durante il campus di formazione organizzato dall’Uaar presso la sede nazionale di Roma, è avvenuta la consegna del Premio di laurea Uaar dell’edizione 2025.
Le tesi vincitrici e quelle meritorie di menzione speciale sono pubblicate integralmente sul sito.
Alle ore 12:00 si è svolta la cerimonia di premiazione con la consegna dei riconoscimenti ai vincitori del Premio di laurea Uaar 2025.
Per la categoria Discipline Umanistiche è stata premiata la dottoressa Valentina Centofanti (triennale). Hanno ricevuto la menzione speciale il dottor Lorenzo Fariello (magistrale) e la dottoressa Rebecca Collepiccolo (triennale).
Per la categoria Altre Discipline è stato premiato il dottor Ferdinando Zito (triennale).
Nella sezione dedicata sul nostro sito abbiamo caricato le tesi vincitrici.
Riportiamo le motivazioni della giuria per la categoria Discipline Umanistiche, composta da Raffaele Carcano, Giovanni Gaetani, Federico Tulli, Cinzia Visciano e Leila Vismara.
Valentina Centofanti, La normatività e l’idea di natura: il caso della riproduzione assistita.
In una tesi ben scritta e strutturata, l’autrice ha esaminato criticamente un’affermazione centrale della teologia cattolica (e non solo), mostrandone sia la logica binaria, sia la sua costitutiva inconsistenza, senza tralasciare di comprendere i motivi per cui continua comunque a godere di credito. Tale impostazione è stata poi messa alla prova a riguardo della fecondazione artificiale, uno degli ambiti su cui più spesso vengono innescate polemiche ad arte. Ridando centralità all’argomentazione coerente, al rispetto per le scelte individuali, alla laicità delle istituzioni necessaria per assicurarle, l’opera si è rivelata indubbiamente degna del premio, assegnato all’unanimità.
La giuria desidera altresì segnalare le seguenti tesi: Scrupoli di coscienza. Alcuni casi di denunce preventive dal tribunale del Sant’Ufficio a Napoli, del dottor Lorenzo Fariello (magistrale), e Weltanschauung razziale: l’illusione distopica dell’eugenetica nazista, della dottoressa Rebecca Collepiccolo (triennale).
Riportiamo le motivazioni della giuria per la categoria Altre Discipline, composta da Luca Gentile e Felice Scaringella.
Ferdinando Zito, Eziopatogenesi religiosa dei disturbi mentali.
La tesi di Ferdinando Zito si distingue per la profonda coerenza con gli scopi statutari dell’Uaar, affrontando con rigore scientifico e prospettiva laica il tema complesso del rapporto tra religione e salute mentale.
L’autore mette in evidenza come la religiosità non sia sempre un fattore di benessere, ma possa in certi contesti rappresentare un elemento di rischio psicopatologico o di pressione sociale mostrando che l’assenza di fede non corrisponde a una carenza di equilibrio mentale. L’elaborato contribuisce quindi a contrastare lo stigma verso posizioni atee e agnostiche, sostenendo implicitamente il diritto a vivere senza credenze religiose senza essere discriminati o patologizzati.
La tesi si fonda su una prospettiva laica e scientifica, separando nettamente l’analisi psicologica dei fenomeni religiosi da qualsiasi interpretazione dogmatica. In questo modo, promuove una visione della psicologia libera da influenze confessionali.
Il lavoro valorizza la ricerca razionale e critica, esplorando senza pregiudizi le correlazioni tra religiosità, disturbi mentali e benessere psicologico.
L’autore sottolinea l’importanza di riconoscere esperienze religiose e spirituali come fenomeni psicologici, e non come manifestazioni soprannaturali, contribuendo così alla valorizzazione culturale del pensiero critico e non religioso.
In conclusione, la tesi Eziopatogenesi religiosa dei disturbi mentali si distingue per il suo approccio scientifico, critico e laico allo studio del rapporto tra religione e psicopatologia. L’autore dimostra come la fede non sia necessariamente un fattore protettivo, ma talvolta possa rappresentare un rischio per la salute mentale, sostenendo così la dignità e la libertà di chi sceglie una visione del mondo priva di riferimenti religiosi. Il lavoro contribuisce in modo significativo alla diffusione della cultura laica e alla tutela dei diritti delle persone non credenti, incarnando pienamente i principi fondanti dell’Uaar.
La redazione
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è del Liceo artistico e musicale “Foiso Fois” di Cagliari che
Nella comunicazione, firmata dalla dirigente Nicoletta Rossi, si legge che «gli studenti saranno invitati a interpretare liberamente i Riti attraverso il proprio linguaggio artistico» e che la locandina selezionata sarà «stampata e diffusa a cura della Confraternita, con presentazione ufficiale durante un evento dedicato»; si specifica inoltre che «l’iniziativa rappresenta un’occasione di valorizzazione del patrimonio storico-culturale locale e di espressione creativa degli studenti».
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il presidente della Prima Commissione della Camera, Nazario Pagano, e il sindaco di Pescara Carlo Masci (con fascia tricolore) hanno partecipato alla messa per l’ordinazione del nuovo parroco della parrocchia ortodossa romena Santo e Giusto Simeone e Santa Anna Profetessa. Pagano, elogiando il «momento di grande spiritualità e partecipazione», ha ricordato che proprio in questi giorni la sua Commissione sta per approvare il disegno di legge n. 2396 che recepisce l’intesa tra Stato e Diocesi ortodossa romena d’Italia. Questa intesa era stata siglata qualche giorno prima a Palazzo Chigi tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e l’eparca ortodosso Siluan (e che contempla la ripartizione dell’8×1000).
La Asl di Teramo ha organizzato presso il locale ospedale il convegno “La compassione del samaritano: una nuova cultura della salute nel territorio”, in occasione della 34esima giornata mondiale del malato lanciata dalla Chiesa cattolica. Tra partecipanti c’erano il direttore generale della Asl Maurizio Di Giosia e il direttore sanitario Maurizio Brucchi, il vescovo della diocesi di Teramo-Atri Lorenzo Leuzzi (che ha recitato pure una preghiera), il sindaco Gianguido D’Alberto, il presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Teramo Andrea Fini. Durante l’evento sono stati distribuiti i testi del messaggio di papa Leone XIV e di una preghiera per la giornata in questione.
Sempre per la giornata mondiale del malato l’Ospedale Civile di Sulmona (AQ) è stato meta di una «processione aux flambeaux» guidata dal vescovo della diocesi di Sulmona-Valva Michele Fusco, con l’immagine della Madonna condotta nel piazzale e in tutti i reparti della clinica.
Il vicepresidente del Consiglio regionale della Marche Giacomo Rossi ha espresso «piena solidarietà a Sua Eccellenza Mons. Sandro Salvucci», arcivescovo di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, «oggetto in questi giorni di polemiche che ritengo decisamente sproporzionate e strumentali contro la sua figura», riguardo una sua “visita pastorale” presso una scuola di Urbania. In realtà questa visita di carattere religioso era stata semplicemente contestata da alcuni genitori per salvaguardare il carattere laico della scuola, mentre proprio l’istituto coinvolto e altre personalità avevano legittimato l’invadenza dell’arcivescovo.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il consigliere comunale di Calcinaia (PI) Matteo Becherini (Adesso Calcinaia) ha presentato una mozione per intitolare una via o una piazza a Carlo Acutis, giovane canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 2025, e si è pure scagliato contro la maggioranza consiliare quando la sua proposta è stata bocciata. Nella sua replica Becherini ha proclamato: «Mi sono candidato per portare valori concreti, valori che hanno plasmato la storia dell’Europa, dell’Italia, i valori giudaico-cristiani. E i cittadini a casa devono prendere coscienza che la maggioranza in questo Consiglio comunale non crede in questi valori». Dopo aver attribuito alla maggioranza una «visione materialista», ha concluso con l’ipse dixit di berlusconiana memoria «Siete come sempre dei poveri comunisti».
La redazione
Lo scienziato canadese Steven Pinker nel suo ultimo libro ci invita a riflettere sul modo in cui il sapere condiviso condiziona il pensiero, i comportamenti e le decisioni delle persone. Il tema è affrontato da Paolo Ferrarini sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Immaginate un universo parallelo dove la religione non è mai esistita e dove una persona giunga indipendentemente, chissà come, alla conclusione che la salvezza dell’umanità dipende dall’assunzione domenicale di un wafer trasformato magicamente in carne umana in un elaborato rituale collettivo.
Come si comporterebbe questa persona ipotetica, nella sua comunità di riferimento, che conosce solo il pensiero scientifico? Da non credente, mi piacerebbe tanto calare gli amici cattolici, presi singolarmente, in questo universo parallelo, per vedere quanti avrebbero il fegato di difendere le loro idee sapendo che nessun altro ne ha mai sentito parlare, col rischio di essere trasferiti garbatamente in un istituto di salute mentale.
La verità è che certe affermazioni irrazionali (che, bene inteso, nessuno deduce mai indipendentemente, come può accadere per i fatti scientifici) si possono fare a squarciagola e a cuor leggero davanti a tutti ogni domenica solo perché si è circondati di persone che si sanno aderire a questa finzione, a questo sapere comune attorno a cui ruota l’organizzazione di una comunità.
Nell’universo in cui viviamo, una buona dose di baldanza è al contrario necessaria per chi, stremato dal pizzicarsi le guance per non perdere il contatto con il reale, decida di denunciare al mondo che l’imperatore è nudo e che queste credenze semplicemente non sono valide. Anziché ricevere 92 minuti di applausi come il ragionier Fantozzi nella famosa scena della Corazzata Kotiomkin, chi si avventi a rompere l’incantesimo deve in certi casi essere addirittura pronto a cambiare comunità di riferimento.
Questo, a prescindere dal fatto che anche chi difende la fede possa nutrire profondi dubbi o sia consapevole delle mille contraddizioni e dissonanze che genera. Daniel Dennett si è messo filosoficamente in questa posizione quando ha deciso di affrontare il tema della religione vivisezionandola come fenomeno naturale. Non a caso ha intitolato il suo libro proprio Rompere l’incantesimo, ponendosi apertamente la domanda se fosse il caso di «rompere o non rompere quell’incantesimo», in considerazione della mastodontica funzione pratica che la fede ha avuto e ha tuttora come collante sociale.
L’affiliazione religiosa è infatti un perfetto esempio di come la funzione di un sapere condiviso non sia primariamente quella di diffondere conoscenza valida, in modo che tutti possano essere al passo con lo stato dell’arte del pensiero razionale, bensì quella di coordinare azioni, decisioni, comportamenti individuali e collettivi, attraverso forme di “segnalazione”.
Nel caso del cattolicesimo, l’appartenenza è segnalata per esempio attraverso la proclamazione del credo durante la messa, oppure dall’esposizione di crocifissi. In questo modo, è possibile coordinare le alleanze, esprimersi con certi codici, fare lobby con chi la pensa allo stesso modo per preservare i privilegi legati a tale appartenenza.
Della cruciale differenza tra sapere qualcosa privatamente o dichiaratamente ricordo un aneddoto molto pertinente di un paio di anni fa. Invitato da Shafi, un amico malese, a una festa di suoi conoscenti, ho avuto un’accesa discussione all’ingresso del locale, quando lui ha cominciato a scongiurarmi di togliere il mio braccialetto arcobaleno dal polso prima di entrare.
Nonostante, per sua stessa ammissione, tutti i suoi amici sapessero benissimo, ma non dichiaratamente, che lui fosse gay – se non altro perché flirtava senza pudore con tutti i maschietti – l’idea di “segnalare” pubblicamente questa informazione, anche solo per associazione con un ospite, era qualcosa di psicologicamente devastante che lo bloccava.
In altre parole, nel passaggio dall’“io so” (conoscenza privata) all’“io so che tu sai che io so” (conoscenza comune), le dinamiche sociali e il nostro modo di navigarle possono cambiare radicalmente. È la tesi centrale dell’ultimo libro di Steven Pinker, When Everyone Knows That Everyone Knows…, uscito il 23 settembre scorso e presentato a Londra il 2 ottobre.
Innanzitutto, riproponendo il celebre quiz sottoposto agli studenti di Singapore alle olimpiadi di matematica del 2015, Pinker dimostra come l’essere a conoscenza di cosa sappiano le altre persone può permettere a una mente razionale di produrre nuova conoscenza. «Cheryl mostra ai suoi amici Albert e Bernard una serie di date fra cui una è quella del suo compleanno: 15, 16, 19 maggio, 17, 18 giugno, 14, 16 luglio, 14, 15, 17 agosto.
Indipendentemente, sussurra ad Albert il mese giusto, e a Bernard il giorno giusto. Albert dice: ’Non so quando è il tuo compleanno, ma so che neanche Bernard lo sa’. Bernard: ‘All’inizio non lo sapevo, ma ora lo so’. Albert: ‘In questo caso, lo so anch’io’. Quando è il compleanno di Cheryl?» (Soluzione in box)
Evidentemente, esperimenti mentali di questo tipo richiedono un notevole sforzo cognitivo, e presuppongono che i soggetti in questione siano agenti del tutto razionali, cosa che nella vita reale semplicemente non è. Tuttavia, nei suoi processi di background, la mente umana è naturalmente equipaggiata con la funzione di tenere traccia di che cosa gli altri sappiano, e se sappiano che noi sappiamo che lo sanno, in modo tale da poter decidere come comportarci di conseguenza in una grande varietà di situazioni, nella vita quotidiana e non solo.
Incrociando per strada un conoscente con cui non vogliamo interagire, può capitare di calcolare, prima di fingere di non averlo visto, se lui sa che lo abbiamo visto e se a sua volta potrebbe fingere di non averci visto; i commercianti si confrontano in serrate sfide psicologiche per spuntare il prezzo migliore; gli azionisti, per acquistare o vendere i loro stock, devono farsi un’idea di come la pensano gli altri attori sul mercato; per dare un “voto utile” alle elezioni è necessario prevedere come intendano votare gli altri elettori; le banche segnalano stabilità e ricchezza con le loro sedi di lusso, onde evitare che i correntisti sospettino che i loro soldi non sono al sicuro e si precipitino in massa nel panico a prelevarli, creando un tracollo finanziario.
I meccanismi alla base di queste valutazioni sono spesso varianti della teoria dei giochi di Nash, a cui Pinker dedica molto spazio nel libro. La deterrenza nucleare è legata alla valutazione incrociata delle intenzioni degli Stati in possesso di armi atomiche: lo stallo militare che ne deriva è un esempio di equilibrio di Nash.
Nel frattempo, la sopravvivenza dei regimi autoritari dipende dalla loro capacità di mantenere i singoli cittadini in una condizione di ignoranza pluralistica, ossia nella convinzione che le credenze private differiscano da quelle della maggioranza, portando le persone ad autocensurarsi e a conformarsi controvoglia alle norme imposte.
La repressione dell’ateismo, del dissenso, o anche dell’omosessualità, è necessaria ai regimi non tanto per impedire che la gente sappia che la società è piena di atei, dissidenti e omosessuali (segreto di Pulcinella), ma perché nel passaggio da conoscenza privata a conoscenza comune verrebbe meno l’isolamento dei sottoposti, che a quel punto potrebbero uscire dalla spirale del silenzio e coordinarsi attorno all’esplicita conferma che tutti pensano la stessa cosa.
C’è anche chi fa un uso inverso di questa dinamica: uno dei super poteri di Trump è la capacità di vantarsi pubblicamente della sua corruzione e viltà morale. Non possono scoppiare scandali se i conflitti di interesse, il razzismo, il sessismo, le aggressioni alle istituzioni democratiche avvengono in modo palese, alla luce del sole, e in modo completamente normalizzato.
Rimosso il passaggio da sospetto privato a esposizione pubblica, per i fedeli del movimento questi crimini diventano invisibili. L’eccezione che conferma la regola sono i primi segni di disaffezione emersi nel momento in cui Trump ha cominciato a fare il misterioso e a ostacolare la pubblicazione degli Epstein files, che potrebbero vederlo coinvolto più di quanto ha dichiarato in casi di abusi sessuali su minorenni.
Come abbiamo visto, la conoscenza comune, quando ha la funzione di definire i paradigmi di una comunità identitaria, può fare a pugni con la conoscenza scientifica. Si può anzi argomentare che non sia un effetto collaterale ma un fattore determinante: l’intera specie umana potrebbe far gruppo attorno al concetto scientifico di una mela che, staccatasi dall’albero, cade verso il basso per effetto della gravità (concetto poco utile per creare un’identità tribale), ma è solo all’interno di un gruppo più specifico e indottrinato che si può credere senza prove che la madonna è decollata verso l’alto.
Il guaio è che nella misura in cui la conoscenza comune viene usata con finalità identitaristiche, può fare a pugni anche con la morale. La riaffermazione della validità delle norme condivise passa infatti anche attraverso la punizione dei trasgressori, che per essere efficace va effettuata sulla piazza pubblica e in modo esemplare. E da quando i social media sono diventati la piazza pubblica su cui mettere alla gogna chi devia dai codici stabiliti, la furiosa tribù dei giudici giudicanti è riuscita a mettere seriamente in crisi la libertà di opinione e di ricerca scientifica persino negli ambienti accademici di élite.
Che non si tratti di un’operazione di moralità ma di conformismo è tradito proprio dal fatto che il giudizio non tiene mai in considerazione l’intenzione dei perpetratori: basta solo una parola superficialmente percepita come dissonante e anche il più bravo e bene intenzionato professore può essere trascinato nel fango.
Pinker si chiede cosa succederebbe se la conoscenza comune venisse gestita in modo razionale. Apparentemente, la pura razionalità richiederebbe di smetterla con le danze psicologiche e le ipocrisie («cut the crap!» dice Pinker, cioè «basta con le sciocchezze»), e di connettere in piena trasparenza i nostri pensieri privati alla bocca.
Il problema è che i nostri rapporti e la nostra reputazione rischierebbero seriamente di andare in frantumi ogni volta che un pensiero indicibile (e ne abbiamo tutti moltissimi), o un giudizio un po’ troppo onesto su un collega antipatico venisse condiviso per errore non solo con uno specifico confidente, ma con l’intero indirizzario e-mail, generando appunto conoscenza comune.
Peggio, quando i più biechi pensieri privati, legati per esempio a pregiudizi razzisti, cominciano a emergere pubblicamente e quindi a normalizzarsi, si verifica proprio ciò che predice la teoria della conoscenza condivisa: essa porta dal tabù alla creazione di alleanze fino a quel momento impensabili di individui che si coordinano e organizzano attorno a queste idee, fino alla fondazione di partiti politici tossici.
Eppure, in un’ottica di impegno umanista, sempre volto a superare la mentalità tribale, la conoscenza comune di riferimento dovrebbe davvero diventare il sapere scientifico. E questo obiettivo dovrebbe cambiare completamente il nostro modo di concepire il confronto dialettico. Secondo Robert Aumann, due agenti razionali non possono semplicemente accettare di essere in disaccordo su un argomento, perché entrambi vivono nello stesso mondo, dove una realtà esiste indipendentemente dalle loro opinioni.
Il dibattito non dovrebbe servire quindi né a negoziare un compromesso a metà strada (chi dice che la verità si trovi proprio lì a metà strada?), né tanto meno a far vincere l’opinione del più eloquente e preparato. Invece, in uno spirito di apertura e ascolto, ciascuno dovrebbe spremere quante più informazioni possibili dall’altro, con un approccio di “steel-manning” (uomo d’acciaio, il contrario dello “straw-manning”, la fallacia dell’uomo di paglia, ossia ragionare sulla migliore rappresentazione possibile delle altrui argomentazioni) in modo da convergere insieme sull’ipotesi più sensata, strettamente sulla base dei fatti noti per conoscenza condivisa (in questo caso, la scienza).
Cose da universo parallelo, verrebbe da pensare, ma il nostro agire laico dovrebbe spingerci piano piano anche in quella direzione.
Paolo Ferrarini
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Non solo clericalate. Seppur spesso impercettibilmente, qualcosa si muove. Con cadenza mensile vogliamo darvi anche qualche notizia positiva: che mostri come, impegnandosi concretamente, sia possibile cambiare in meglio questo Paese.
La buona novella laica del mese di gennaio è il consolidamento della crescita percentuale dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi in Italia. Secondo i dati Istat nel 2024 le nozze civili hanno aumentato il distacco rispetto a quelle religiose: il 61,3% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile (l’anno precedente era il 58,9%) nel solco della tendenza del periodo pre-pandemico. Il fenomeno non è solo dovuto all’incidenza di coppie con almeno un partner straniero (che sono in lieve calo e arrivano al 16,9%): il 55,1% dei matrimoni con entrambi gli sposi italiani infatti vede una celebrazione civile, come pure ormai il 50,2% delle prime nozze. Nel complesso i matrimoni continuano a calare (-5,9% rispetto al 2023), ma le nozze concordatarie vedono una diminuzione più netta (-11,4%).
Il Consiglio comunale di Calcinaia (PI) ha bocciato la mozione presentata dal gruppo di minoranza di centrodestra Adesso Calcinaia per chiedere l’intitolazione di una via o di una piazza a Carlo Acutis, giovane cattolico devoto canonizzato nel 2025. L’assessore alle Politiche sociali e alla viabilità Giulia Guelfi, nell’esporre le motivazioni per la bocciatura, ha spiegato che «il gruppo consiliare di maggioranza prende atto del valore che una parte della comunità attribuisce alla figura di Carlo Acutis, considerato quale esempio positivo specialmente per le giovani generazioni», ma ha rilevato che le modifiche della toponomastica «sono una scelta di lungo periodo, che incide sulla memoria collettiva e sull’identità civile della comunità», e che «devono pertanto rispondere preferibilmente a criteri di radicamento territoriali e adeguata sedimentazione storica, affinché gli spazi pubblici rimangano un luogo di rappresentazione condivisa»; non è mancata la menzione anche dei «principi di laicità e parità di genere».
La Cassazione ha condannato la onlus dei papaboys, associazione nata nel 2004 per la “nuova evangelizzazione giovanile”, a risarcire il danno patrimoniale ai genitori di una minore per una foto pubblicata senza consenso sul sito e sui canali social dell’associazione cattolica. La foto ritraeva una bambina piangente con una scritta apologetica (“Non far versare le lacrime a nessuno: Dio le conta”). La famiglia della minore aveva fatto causa, ma la Corte d’Appello aveva escluso sia il danno patrimoniale sia quello non patrimoniale. La Suprema Corte ha però accolto il ricorso riconoscendo il danno patrimoniale, mentre quello non patrimoniale è stato escluso perché la foto non avrebbe leso la dignità della giovane. L’associazione dal canto suo argomentava che non c’era scopo di lucro, ma la Cassazione ha dato torto ai papaboys in quanto si trattava comunque di una forma di pubblicità per ottenere adesioni.
La Cassazione ha condannato in sede civile il medico finito a processo per la morte di Roberta Repetto, 40enne deceduta nel 2020 per un melanoma che si era affidata alle cure “alternative” di un centro olistico. La procura non aveva impugnato la sentenza ma Rita Repetto, sorella della donna e fondatrice dell’associazione “La pulce nell’orecchio” dedicata al contrasto di abusi e manipolazione psicologica, aveva fatto ricorso come parte civile.
Il dottor Paolo Oneda nel 2018 aveva asportato a Repetto un neo operando su un tavolo da cucina del centro olistico Anidra di Borzonasca (GE), senza le necessarie prescrizioni sanitarie, e la donna era morta un paio d’anni dopo. Nel corso del processo erano stati assolti il fondatore del centro olistico Paolo Bendinelli e l’ex rappresentante legale Maria Teresa Cuzzolin. Anche il medico era stato assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Milano, dato che per i giudici non c’era un nesso causale tra operazione e decesso e la donna aveva rifiutato i trattamenti della medicina scientifica, circostanza però smentita dalla sorella.
Infine qualche buona novella laica dall’estero.
L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione per chiedere agli Stati membri di vietare le terapie di conversione che pretendono di “curare” l’orientamento omosessuale. L’iniziativa è partita dalla parlamentare britannica Kate Osborne, che al tema ha dedicato una relazione approvata l’anno scorso all’unanimità dal Comitato per l’uguaglianza e la non discriminazione della stessa Assemblea.
La redazione
AgoraVox Italia