Il Consiglio di istituto del Comprensivo “Graziano da Chiusi”, dell’omonima cittadina nel senese, aveva autorizzato un vero e proprio tour di benedizioni da parte del parroco in orario di lezione. L’Uaar ha inviato una diffida segnalando alla dirigente scolastica la plateale violazione della legge. L’Istituto è dovuto tornare sui suoi passi e annullare la delibera.
C’è voluta una diffida dell’Uaar affinché la dirigente scolastica Daria Moscillo facesse finalmente rispettare la legge all’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi. L’interruzione delle lezioni per benedizioni e preghiere è purtroppo un malcostume ancora diffuso nella scuola pubblica italiana.
La preside prova a giustificarsi parlando di consuetudine. Daniela Masci (catechista ed ex assessora alla cultura) denuncia una presunta penalizzazione del 99% delle famiglie “per accontentare una minoranza rumorosa”. Il cardinale Augusto Paolo Lojudice parla con toni vittimistici di “attacchi strumentali alla cattolicità”. Ma tutti, compreso il sindaco Gianluca Sonnini, sono costretti a riconoscere che qualcosa non andava.
«A scuola il rispetto della legge dovrebbe essere un valore insegnato dando l’esempio. – dichiara Roberto Grendene, segretario nazionale dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) – A Chiusi la marcia indietro sulle illegittime benedizioni in orario di lezione non doveva essere accompagnata da infantili scuse riguardo a “consuetudini” e, peggio ancora, da attacchi che suonano come caccia alle streghe nei confronti di chi ha segnalato all’Uaar queste reiterate violazioni della laicità della scuola».
I sostenitori delle benedizioni sottolineano che finora nessuno aveva protestato, nemmeno famiglie di altre religioni, e al contempo sui social agitano di frequente lo spauracchio dell’apertura di strade ad analoghe intromissioni islamiche a scuola. Sembrano non rendersi conto che i diritti vanno affermati a prescindere dal numero dei soggetti tutelati, che probabilmente è stato il condizionamento sociale veicolato anche dalle istituzioni a zittire finora opinioni discordanti e che soltanto la laicità può arginare pretese a favore di altre religioni. Non a caso è proprio il cardinale Lojudice che, per difendere il privilegio cattolico a scuola, sostiene la concessione di aule anche per precetti islamici.
L’Uaar è al fianco di chi ha a cuore la laicità della scuola e mette a disposizione la seguente pagina dove i genitori possono scaricare la diffida contro gli atti di culto in orario scolastico:
http://go.uaar.it/pretiascuola
Il Regno Unito oggi è un Paese in bilico tra secolarizzazione, confessionalismo anglicano e identitarismi religiosi (come quello islamico): non mancano tensioni su libertà d’espressione e ruolo politico della religione. Affronta il tema Valentino Salvatore sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
«Dio salvi il re» (o «la regina») recita l’inno patriottico che da qualche secolo risuona nel Regno Unito, suggello del legame tra corona e religione cristiana, organico almeno dal 1534. Ovvero quando lo spregiudicato re Enrico VIII divorzia dalla chiesa cattolica per divorziare dalla consorte Caterina d’Aragona, proclamandosi capo della Chiesa locale che sarà nota come anglicana.
Ancora oggi, nonostante la diffusa secolarizzazione del Paese dove ormai circa metà della popolazione non appartiene ad alcuna confessione e la fede anglicana è ai minimi storici, questa Chiesa ha a capo il regnante, è religione di Stato e mantiene un’influenza spropositata. Un peculiare confessionalismo che foggia la legislazione con durature discriminazioni verso i non anglicani, in particolare miscredenti e cattolici. Non a caso le due principali categorie mal tollerate nella sua Lettera sulla tolleranza da John Locke, uno dei padri del liberalismo.![]()
I cattolici, con sprezzo “papisti”, sono banditi dai ruoli pubblici perché ritenuti agenti stranieri – diversi giustiziati come Tommaso Moro, filosofo ed ex cancelliere di Enrico VIII, condannato dal re e canonizzato da Pio XI. Con non credenti, blasfemi ed eretici si applicano spietate leggi anti-blasfemia: l’ultimo condannato a morte è Thomas Aikenhead, studente scozzese ventenne impiccato nel 1697.
L’ultimo messo in galera nel 1921 è John William Gott, attivista socialista e razionalista, per conferenze e pamphlet in cui critica aspramente la religione. Illuminismo e scienza fanno riemergere dall’ombra i non credenti, e mentre in Francia irrompe una laïcité combattiva verso clericalismo e religione, in Gran Bretagna matura il concetto più posato e civico di secularism, coniato dallo scrittore agnostico George Holyoake nel 1851.
In quegli anni Charles Darwin, figura dalla sensibilità umanista, con l’evoluzionismo erode la centralità della religione. Il politico liberale Charles Bradlaugh è il primo non credente dichiarato eletto alla Camera dei Comuni, ramo del parlamento inglese. E il primo a sfidare – prima con decadenze dal seggio e l’arresto, infine vincendo – l’obbligo del giuramento religioso. Fonda nel 1866 la National Secular Society, tutt’oggi tra le principali associazioni laico-umaniste britanniche.
Nei decenni successivi si valuta l’abolizione dell’anacronistico reato di blasfemia, ma la svolta arriva negli anni duemila con la campagna delle organizzazioni laiche come British Humanist Association (oggi Humanists Uk), National Secular Society e altre associazioni per i diritti, che smuove la politica. La riforma laica viene approvata nel 2008 per Inghilterra e Galles grazie a un intergruppo di parlamentari umanisti, in un Paese dove i politici hanno il coraggio di dirsi non credenti e contarsi senza ostentare il senso di inferiorità fantozziano verso la religione tipico di quelli italiani. In Scozia la blasfemia non è reato dal 2020, mentre nell’Irlanda del Nord lo è ancora.
Ma l’abolizione del reato di blasfemia intacca solo in parte il confessionalismo britannico. La presenza di corpose e rumorose minoranze etniche, in particolare musulmane, spinge le istituzioni a garantire loro privilegi. Si pensi al proliferare di faith school (con controversie sull’indottrinamento), di moschee e predicatori integralisti, ai tribunali religiosi che gestiscono questioni familiari in base alla sharia – con violazioni dei diritti civili per categorie come donne, minori, laici e non credenti. Il tutto nel nome di quel liberalismo che per espiare le proprie colpe razziste e coloniali finisce per alimentare un identitarismo religioso di ritorno non di rado ostile all’occidente. L’establishment britannico – dalla corona in giù, passando per i conservatori – allarga il confessionalismo anglicano ormai stantio nel multiconfessionalismo.
Dal canto suo anche una certa sinistra cavalca il multiculturalismo confessionale per difendere le minoranze dal razzismo, tacendo sulla loro deriva settaria e sulle contraddizioni rispetto a lotte progressiste su temi laici e lgbt+. Proprio nel 2025 diversi laburisti defezionano per fondare Your Party, formazione socialista animata anche dall’ex leader del partito laburista Jeremy Corbyn e dalla giovanissima Zarah Sultana, musulmana di origine pakistana che si esprime però a favore dei diritti delle persone trans, in contrasto con altri correligionari del nuovo partito.
I conservatori rimangono abbastanza laici (specie quando si contesta l’islam) ma monta una destra apertamente identitaria e cristianista ostile alle minoranze di origine straniera, che esalta la religione “autoctona” come baluardo delle libertà e di coesione nazionalista, dimenticandone la natura totalitaria e oppressiva dispiegatasi nei secoli prima che venisse temperata da liberalismo e laicità.
Questi umori, simili a quelli del nazionalismo cristiano in voga negli Usa a trazione trumpiana, trovano sfogo nella manifestazione “Unite the Kingdom” a Londra nell’ottobre del 20251. Tra i promotori c’è Tommy Robinson, controverso militante di estrema destra con trascorsi da hooligan, noto per battaglie contro immigrati, moschee e politicamente corretto, che guadagna consensi anche a causa dell’omertà istituzionale verso le problematiche concrete legate all’integrazione. Ora si proclama cristiano dopo l’intensa lettura della Bibbia durante la sua ultima detenzione.
In questo clima non sorprende che si tema il rientro dalla finestra delle disposizioni anti-blasfemia con il pretesto della lotta al razzismo. Un caso detonante è quello di Hamit Coskun, cittadino turco ateo di origine curda e armena che chiede asilo nel Regno Unito: dà fuoco al Corano davanti al consolato turco a Londra come gesto di protesta nei confronti del regime islamico di Erdogan. Durante l’azione viene raggiunto da un musulmano residente in zona, Moussa Kadri, che lo minaccia di morte e aggredisce con un coltello. Secondo il procuratore, in maniera surreale, il fatto che Coskun venga attaccato dimostrerebbe che rappresenta un pericolo. Il tribunale nel giugno del 2025 multa Coskun per turbativa dell’ordine pubblico con aggravante religiosa2.
Solo in settembre l’assalitore viene condannato, ma la pena è molto lieve e il giudice tesse le lodi dell’imputato3: prima dei fatti ha sempre mostrato un «carattere esemplare», è molto rispettato per l’attività di volontariato, buon marito e padre di famiglia. Una doppietta di pronunciamenti che minimizza le reazioni contro i “blasfemi”: si colpevolizza la vittima e si blandisce l’aggressore.
Fortunatamente a ottobre Coskun, sostenuto in aula dalla National Secular Society, è assolto in appello. La Southwark Crown Court riconosce che la libertà di espressione «deve includere il diritto di esprimere opinioni che offendono, scioccano o disturbano» e che «non esiste il reato di blasfemia nel nostro ordinamento». Il tribunale sottolinea che bruciare il Corano può essere offensivo per molti musulmani ma il diritto penale «non è un meccanismo che cerca di evitare che le persone siano turbate»4.
Nel mentre però il governo laburista di Keir Starmer costituisce un gruppo di lavoro per la definizione istituzionale di islamofobia. L’esecutivo rassicura, ma da più parti si teme che sarà brandita per limitare la libertà di critica. Di fronte alle perplessità anche da parte laica si abbandona il controverso termine “islamofobia”, rimpiazzato da quello di «ostilità anti-musulmana», che «incoraggia atti criminali» ed è «la stereotipizzazione e la razzializzazione pregiudiziale dei musulmani» al fine di «suscitare odio».
Le associazioni umaniste sono ancora dubbiose. Stephen Evans, direttore della National Secular Society, infatti plaude sì al cambio di terminologia, ma rileva5 che «la bozza usa ancora un linguaggio vago per i concetti di “stereotipizzazione” e “razzializzazione”, esponendola a un uso improprio per soffocare le critiche legittime all’islam, inclusi il dibattito sui diritti delle donne, la libertà di espressione e il ruolo della religione nella vita pubblica». D’altronde il comportamento descritto ricadrebbe già nelle norme penali e nell’Equality Act, la legge generale contro le discriminazioni approvata nel 2010.
La Camera dei lord, il senato con sede nel palazzo di Westminster a Londra, è un istituzionale pezzo da museo nobiliare e clericale. Composto attualmente da 822 membri, di cui 667 nominati a vita, vede 26 seggi riservati ai cosiddetti “lords spiritual”, i soli vescovi della chiesa anglicana religione di Stato, che finito il mandato vengono spesso spostati negli scranni dei “lords temporal” dove continuano a esercitare influenza. Un residuo confessionalista di cui le associazioni laico-umaniste chiedono il superamento, vista la palese incongruenza in uno Stato laico e moderno.
Un piccolo segnale di cambiamento arriva dalla piccola isola di Man6. Il consiglio legislativo del parlamento isolano (Tynwald) è composto da 11 membri, di cui 8 elettivi e 3 permanenti: tra questi ultimi c’è Tricia Hillas, l’attuale vescova della diocesi anglicana di Sodor e Man, che detiene lo scranno ereditario come esponente della confessione. Nel 2023 il deputato mannese Lawrie Hooper propone una riforma costituzionale per togliere al vescovo la facoltà di votare nell’assemblea.
L’iniziativa è approvata all’unanimità, emendata in modo che la vescova tenga il suo posto fino alla fine del mandato o a cinque anni dalla controfirma reale del provvedimento. Anche qui non è mancata l’ingerenza clericale della religiosa per tentare di bloccare e annacquare la riforma e allungare i tempi di decadenza. Già nel 2018 e nel 2023 ci sono stati tentativi per abolire il seggio del vescovo, non andati a buon fine. Questa riforma è comunque un precedente che guarda a Westminster.
Dall’Irlanda del Nord, dove ormai circa un quarto della popolazione non appartiene ad alcuna religione, arriva un pronunciamento storico. La Corte suprema del Regno Unito infatti riconosce nel novembre del 2025 che l’educazione religiosa nelle scuole locali non rispetta la legge7. Nel Paese infatti quella che viene denominata Religious Education (Re) è obbligatoria nelle scuole finanziate dal pubblico, ma non rientra nel programma curricolare nazionale, i genitori possono ritirare i figli e c’è discrezione in base a zona e natura religiosa della scuola.
La famiglia coinvolta nel contenzioso, non religiosa, fa ricorso per l’indottrinamento e gli atti di culto nella scuola statale frequentata dalla bambina tra i quattro e i sette anni. Nel 2019 il padre protesta, la scuola risponde che quell’insegnamento, genericamente cristiano, è «fondato sulla Bibbia». La Corte evidenzia che il programma non è svolto in «maniera obiettiva, critica e pluralista», sebbene metta le mani avanti sostenendo che la sentenza «non riguarda la laicità del sistema educativo» e «nessuno suggerisce che Re non debba essere offerta nelle scuole dell’Irlanda del Nord». Parlare di “laicità” (magari la tanto vituperata “francese”) rimane un tabù.
Ma comunque la sentenza riconferma quanto stabilito dall’Alta corte di Belfast nel 2022 e segna un punto a favore per le famiglie non credenti. Infatti i giudici per sostenere le proprie argomentazioni fanno riferimento anche al caso Lautsi, il ricorso dell’Uaar alla Corte europea dei diritti umani contro l’imposizione del crocifisso in classe. Pure la corte inglese riconosce che le convinzioni non religiose dei genitori sono protette ai sensi dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo con la stessa dignità di quelle religiose, e che il diritto all’istruzione deve rispettare anche il diritto di non credere.
Da questo mosaico di episodi emblematici emerge oggi un Regno Unito in bilico: tra secolarizzazione di massa, elitari paludamenti regali e clericali e l’emergere di agguerrite minoranze identitarie.
Valentino Salvatore
Approfondimenti
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Il Consiglio di istituto del Comprensivo “Graziano da Chiusi”, dell’omonima cittadina nel senese, aveva autorizzato un vero e proprio tour di benedizioni da parte del parroco in orario di lezione. L’Uaar ha inviato una diffida segnalando alla dirigente scolastica la plateale violazione della legge. L’Istituto è dovuto tornare sui suoi passi e annullare la delibera.
C’è voluta una diffida dell’Uaar affinché la dirigente scolastica Daria Moscillo facesse finalmente rispettare la legge all’Istituto Comprensivo “Graziano da Chiusi”. L’interruzione delle lezioni per benedizioni e preghiere è purtroppo un malcostume ancora diffuso nella scuola pubblica italiana.
La preside prova a giustificarsi parlando di consuetudine. Daniela Masci (catechista ed ex assessora alla cultura) denuncia una presunta penalizzazione del 99% delle famiglie “per accontentare una minoranza rumorosa”. Il cardinale Augusto Paolo Lojudice parla con toni vittimistici di “attacchi strumentali alla cattolicità”. Ma tutti, compreso il sindaco Gianluca Sonnini, sono costretti a riconoscere che qualcosa non andava.
«A scuola il rispetto della legge dovrebbe essere un valore insegnato dando l’esempio – dichiara Roberto Grendene, segretario nazionale dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) –. A Chiusi la marcia indietro sulle illegittime benedizioni in orario di lezione non doveva essere accompagnata da infantili scuse riguardo a “consuetudini” e, peggio ancora, da attacchi che suonano come caccia alle streghe nei confronti di chi ha segnalato all’Uaar queste reiterate violazioni della laicità della scuola».
I sostenitori delle benedizioni sottolineano che finora nessuno aveva protestato, nemmeno famiglie di altre religioni, e al contempo sui social agitano di frequente lo spauracchio dell’apertura di strade ad analoghe intromissioni islamiche a scuola. Sembrano non rendersi conto che i diritti vanno affermati a prescindere dal numero dei soggetti tutelati, che probabilmente è stato il condizionamento sociale veicolato anche dalle istituzioni a zittire finora opinioni discordanti e che soltanto la laicità può arginare pretese a favore di altre religioni. Non a caso è proprio il cardinale Lojudice che, per difendere il privilegio cattolico a scuola, sostiene la concessione di aule anche per precetti islamici.
L’Uaar è al fianco di chi ha a cuore la laicità della scuola e mette a disposizione la seguente pagina dove i genitori possono scaricare la diffida contro gli atti di culto in orario scolastico:
go.uaar.it/pretiascuola
Comunicato stampa
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è dell’Istituto Comprensivo Statale “Graziano da Chiusi” a Chiusi (SI) che
Una circolare della dirigente scolastica Daria Moscillo ha reso noto che il consiglio d’istituto ha deliberato a favore degli atti di culto nelle scuole e che i docenti di alternativa durante i riti «accoglieranno gli alunni che non si avvalgono dell’IRC», snocciolando l’elenco delle benedizioni: l’11 marzo alla scuola primaria “De Amicis”, il 19 marzo alla scuola dell’infanzia “Bagnolo”, il 20 marzo alla scuola dell’infanzia di Montallese, il 24 marzo alla scuola dell’infanzia di Chiusi città e alla primaria “Gianni Rodari”, il 25 marzo alla scuola secondaria di primo grado “Galileo Galilei”.
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il presidente del IV Municipio di Roma, Massimiliano Umberti, ha partecipato con fascia istituzionale alla messa presieduta da papa Leone XIV nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, assieme ad altri rappresentanti delle istituzioni locali. Il minisindaco sui propri social ha parlato di «giornata che entrerà nella storia del nostro territorio»: «come Presidente del Municipio Roma IV è stato per me un privilegio poterlo salutare e rappresentare tutte le cittadine e i cittadini del nostro territorio in una giornata così significativa», ha proclamato.
La Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma ha organizzato per il 17 marzo un seminario in collaborazione con l’Ufficio della pastorale universitaria del Vicariato di Roma dal titolo “Oltre la performance: la persona. Un dialogo a tre voci su aspettative, cura e ansia da esame”. L’evento, come si legge in una comunicazione a studenti, docenti e personale della preside di Facoltà Tiziana Pascucci, si terrà presso l’Aula 2, si svolge «nell’ambito dell’attività di promozione del benessere mente-corpo-spirito della nostra comunità» in collaborazione con il cappellano dell’Ospedale Sant’Andrea e due suore, le quali saranno tra l’altro per un giorno ogni settimana «disponibili a colloqui di gruppo o individuali» nell’atrio, «con possibilità di utilizzo della sala docenti al piano terra del building».
Alcuni esponenti politici della destra hanno partecipato agli incontri del seminario su Anticristo, politica e tecnologia tenuto dal magnate integralista trumpiano Peter Thiel a Roma: tra loro il responsabile esteri dei giovani della Lega Davide Quadri e Cristiano Ceresani, collaboratore del presidente della Camera Lorenzo Fontana.
L’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della Provincia di Trapani ha collaborato a una giornata di sensibilizzazione su obesità e diabete organizzata dalla diocesi locale, che si terrà il 21 marzo presso il seminario vescovile.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, il sindaco di Maddaloni (CE) Andrea De Filippo e altri rappresentanti istituzionali hanno preso parte alla preghiera guidata da un sacerdote venuto a benedire il nuovo casello autostradale inaugurato nella zona.
Durante l’inaugurazione del PalaTerme, impianto sportivo riaperto a Montecatini Terme (PT), non poteva mancare la benedizione di un prete alla presenza delle autorità cittadine tra cui il sindaco Claudio Del Rosso (con fascia tricolore) ed esponenti delle società sportive.
Il sindaco di Catania Enrico Trantino, «a testimonianza dell’attenzione della città verso iniziative di alto profilo culturale», ha portato i saluti istituzionali alla conferenza “La Sacra Sindone: enigma della storia, sfida della scienza e provocazione all’intelligenza”, che si è tenuta presso il santuario San Michele Arcangelo ai Minoriti ed è stata promossa dal comitato per i festeggiamenti in onore di sant’Agata. Nonostante il manto di scientificità dell’evento, si è dato spazio ai cosiddetti “sindonologi” e persino a una relazione sulla «ipotesi scientifica del cosiddetto “lampo di luce” nella formazione dell’immagine sindonica»; il tutto è culminato con una «riflessione» dell’arcivescovo Luigi Renna «che collocherà il significato della Sindone nel cammino della Chiesa e nel percorso di fede della comunità».
Alcuni esponenti politici locali del Comune di Bologna hanno contestato la scelta dell’amministrazione di non far entrare in una scuola l’icona della Madonna di San Luca durante l’orario di lezione, come pretendeva di fare un prete durante il suo tour della città. Il consigliere Gabriele Giordani (Fratelli d’Italia) si è indignato per il «fatto increscioso», sostenendo che l’icona «per assurdo può essere considerato il simbolo più laico dell’unità dei bolognesi» e che quindi è «aberrante» ridurlo a «semplice simbolo religioso» o «di divisione». Dal canto suo il consigliere Filippo Diaco (Anche Tu Conti) ha affermato che «la Madonna di San Luca è un elemento identitario che unisce e non che divide Bologna» e che «difendere la cultura significa riconoscere ciò che siamo e non cancellarlo per paura di scontentare qualcuno».
La redazione
AGGIORNAMENTO: Il Consiglio d’Istituto dell’ICS “Graziano da Chiusi”, prendendo atto della diffida inviata dall’Uaar con la quale si sottolineava l’illegittimità degli atti di culto in orario scolastico, ha deliberato di annullare la sua precedente delibera con cui si programmavano le benedizioni in occasione delle festività pasquali.
Le ritrattazioni fanno parte del processo della ricerca scientifica, ma spesso media e giornalisti ne fraintendono significato e implicazioni. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 1/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
In ambito scientifico un ricercatore che crede di avere nuovi e significativi risultati ha il diritto-dovere di pubblicarli sulle riviste scientifiche specialistiche, relative al proprio settore di ricerca. Le riviste serie, tuttavia, prima della pubblicazione, sottopongono l’articolo che viene proposto all’esame dei cosiddetti referees (letteralmente arbitri), ovvero ricercatori che lavorano nello stesso campo disciplinare che, anonimamente, esprimono il proprio giudizio.
Se l’articolo supera questa fase, viene allora pubblicato (talvolta con modifiche suggerite dagli stessi referees). Questa procedura viene chiamata peer review, letteralmente revisione tra pari. I contenuti dell’articolo pubblicato possono indurre altri ricercatori a sviluppare ulteriormente le ricerche in quel campo disciplinare, contribuendo all’avanzamento della conoscenza.
La pubblicazione tuttavia non è un giudizio definitivo sulla validità dell’articolo (nella scienza non vi è mai niente di definitivo!). È cosa piuttosto comune che nuove ricerche possano smentire o comunque migliorare ciò che è stato pubblicato in passato: la continua evoluzione della scienza consiste proprio in questo.
Occasionalmente però può succedere che dopo la pubblicazione, in tempi più o meno brevi, emergano fatti che mettano in dubbio la validità dei contenuti di un articolo e si renda quindi necessario avvisare la comunità scientifica. Questo, tra l’altro, può evitare che altri ricercatori perdano tempo e risorse, prendendo per valide ricerche poco affidabili. L’articolo quindi può essere ritirato (retracted), ovvero rimosso dagli archivi della rivista che lo aveva pubblicato, sostituito da una nota in cui si spiegano le ragioni della ritrattazione.
I motivi del ritiro possono essere vari. Tra questi possiamo citare: errori gravi non intenzionali (nei dati, nei calcoli, eccetera), presenza di campioni contaminati o uso di strumentazioni difettose, cattiva condotta scientifica di qualche autore (misconduct), fabbricazione o falsificazione dei dati, plagio, manipolazione delle immagini, eccetera.
Talvolta il ritiro può derivare da carenze di tipo etico da parte degli autori, ad esempio mancanza di consenso informato, esperimenti su animali o umani condotti senza autorizzazione, conflitti di interesse non dichiarati. Infine possono emergere problemi legati alla procedura di pubblicazione, quali pubblicazione duplicata di uno stesso lavoro, peer review non regolare o fraudolenta, eccetera.
La decisione della ritrattazione può essere presa da diversi attori: i responsabili delle riviste (editors), le istituzioni degli autori (università, enti di ricerca), talvolta gli stessi autori (quando scoprono autonomamente eventuali errori o irregolarità).
La ritrattazione è pubblica e tracciabile: l’articolo resta accessibile, ma chiaramente marcato come “ritirato”, per evitare che venga ancora citato come valido.
Il ritiro di un articolo non sempre deve essere considerato in senso negativo. Talvolta la ritrattazione può essere causata da errori commessi in buona fede e si può quindi considerare come un comportamento responsabile. Al contrario, non segnalare risultati errati sarebbe molto più dannoso per l’intera comunità scientifica.
Il ritiro di un articolo rappresenta comunque un evento abbastanza raro. Si stima che le ritrattazioni rappresentino una frazione piuttosto piccola degli articoli pubblicati, dell’ordine di 0,01-0,1%. Tuttavia, il numero di ritrattazioni negli ultimi 20-25 anni è aumentato.
Secondo un’analisi di Nature1 basata sui dati di Retraction Watch2 e altri database, nel 2022 il tasso di ritrattazione ha superato lo 0,2% degli articoli pubblicati e la tendenza è in forte crescita. Nel 2023 sono stati ritirati oltre 10.000 articoli in tutto il mondo, un record storico, con oltre 50.000 ritrattazioni complessive identificate fino a ora. Questo significa che tra il 2022 e il 2023 più di due articoli ogni 1.000 pubblicati sono stati poi ritirati.
Le ritrattazioni restano comunque rare, anche se negli ultimi anni sono diventate molto più visibili e più numerose, poiché l’attenzione nei confronti di errori e frodi è aumentata e sono migliorati gli strumenti di rilevamento.
Recentemente due casi di ritiro di articoli scientifici hanno suscitato un certo clamore anche al di fuori dell’ambiente strettamente scientifico.
Il primo ritiro riguarda un articolo dal titolo The economic commitment of climate change, pubblicato da Nature il 17 aprile 2024.
Gli autori (Maximilian Kotz, Anders Levermann e Leonie Wenz, ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania), stimavano che entro il 2050 il cambiamento climatico avrebbe ridotto il Pil globale di circa il 19%, con costi cumulativi annuali fino a circa 38mila miliardi di dollari.
Dopo la pubblicazione tuttavia gli autori si resero conto di alcune lacune e, soprattutto, che un dataset da loro usato era errato e aveva influenzato i risultati. Per questi motivi, gli stessi autori, molto correttamente, hanno chiesto a Nature il ritiro del loro articolo.
L’episodio è stato tuttavia male interpretato dal giornalista Federico Rampini. Nella rubrica da lui curata sul Corriere della sera online, intitolata “Oriente Occidente”, Rampini pubblica brevi video in cui affronta vari temi di attualità. Il 10 dicembre 2025 ha pubblicato uno di questi video intitolato Cosa insegna lo scandalo della rivista Nature3. Nel video Rampini afferma:
«Lo scandalo di Nature è passato nel dimenticatoio un po’ presto […]. Più di un anno fa ha pubblicato uno studio, un rapporto che calcolava danni catastrofici del cambiamento climatico sulla economia mondiale e molto di recente ha dovuto ritrattare quello studio…
[L’articolo] …era pieno zeppo di dati falsi, manipolati, truccati in modo da ingigantire per l’appunto i danni economici del cambiamento climatico… Ehm, autocritica benvenuta, però sui media questa notizia ha avuto poco spazio, è stata liquidata frettolosamente. E soprattutto non ha dato luogo a una riflessione adeguata sul perché è stato possibile.
[…] Alcune categorie di scienziati si sono trasformati col tempo in sacerdoti di una religione in omaggio alla quale si possono anche dire delle bugie, bugie a fin di bene per rieducare una umanità peccaminosa. Questo è lo spirito che anima alcuni scienziati che in quanto tali diventano pseudo-scienziati e tradiscono il rigore scientifico perché pensano di avere una missione rieducatrice da inseguire in nome della quale sacrificano la verità.
[…] È stato possibile lo scandalo di Nature anche perché c’è una parte del pubblico che desidera sentirsi dire che la fine del mondo è dietro l’angolo, che adora le profezie apocalittiche e quindi non le sottopone ad alcun vaglio critico. Queste sono le condizioni che hanno reso possibile quello scandalo e probabilmente tanti altri di cui non si è mai parlato. Quando vogliamo sentirci dire che il mondo sta per crollare, allora quelle profezie sono musica soave per le nostre orecchie».
Nelle sue esternazioni Rampini dimostra di aver capito ben poco di come sia avvenuta l’intera vicenda e soprattutto dimostra di non aver letto ciò che gli stessi autori dell’articolo hanno chiaramente scritto per spiegare le ragioni del ritiro4. Non c’è stato infatti alcuno scandalo e le sue sono state illazioni gratuite. Un giornalista che gode della sua popolarità dovrebbe sicuramente prestare maggiore attenzione prima di fare simili affermazioni.
Il secondo recente caso di ritrattazione riguarda la rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology. Il 5 dicembre 2025 l’articolo Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient, Glyphosate, for Humans, firmato da Gary M. Williams, Robert Kroes, Ian C. Munro e pubblicato nel 2000, è stato ritirato.
L’articolo giungeva alla conclusione che il glifosate, diffuso erbicida prodotto dalla Monsanto Company5 e commercializzato con il nome di “Roundup”, non presentava rischi per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino.
Grazie a un’accurata indagine condotta dalla storica della scienza americana Naomi Oreskes, dell’Università di Harvard, e da Alexander Kaurov, ricercatore alla Victoria University of Wellington in Nuova Zelanda, si è scoperto che l’articolo era stato in realtà scritto con il contributo determinante della stessa Monsanto. In pratica si sarebbe trattato di un clamoroso caso di ghostwriting aziendale.
Gli autori che hanno firmato l’articolo sarebbero stati dei semplici prestanome, nascondendo un enorme conflitto di interessi e configurando in tal modo un’evidente frode scientifica. Si tratta indubbiamente di un episodio molto grave che mostra come talvolta le aziende possano compromettere il processo di revisione tra pari, attraverso appunto pratiche di ghostwriting, selezione mirata di studi non pubblicati e interpretazioni faziose.
La ritrattazione dell’articolo ha avuto vasta eco anche sui media generalisti, visto che da anni è in corso un acceso dibattito pubblico tra detrattori e difensori del glifosate.
Molti media hanno dato ampio risalto alla notizia facendo passare sostanzialmente il seguente messaggio: il glifosate è pericoloso e ce lo hanno tenuto nascosto per 25 anni.
In realtà le cose stanno diversamente e, ancora una volta, i fatti sono stati male interpretati e strumentalizzati.
È vero, come è stato riportato da molti media, che l’articolo in questione è stato spesso citato da chi sostiene la non pericolosità del glifosate. Tuttavia (e questo è stato raramente precisato dai media) le agenzie regolatorie, come l’Efsa (European Food Safety Authority), l’Epa (United States Environmental Protection Agency) e altri enti equivalenti canadesi e australiani che hanno sostanzialmente assolto il glifosate, non si sono mai basate su un unico studio per arrivare alle loro conclusioni.
Al contrario si basano sui moltissimi articoli presenti in letteratura scientifica che riguardano la tossicologia acuta e cronica, studi su animali da laboratorio, bio-monitoraggio su popolazioni umane, analisi dei residui negli alimenti, studi epidemiologici condotti su lavoratori agricoli, eccetera. Lo studio pubblicato da Regulatory Toxicology and Pharmacology era solamente uno dei tanti lavori presi in considerazione. Di conseguenza le conclusioni raggiunte dalle agenzie regolatorie non vengono smentite dal ritiro dell’articolo in questione.
La Iarc (International Agency for Research on Cancer) di Lione ha classificato il glifosate nel gruppo 2A, ovvero quello dei “probabili cancerogeni”, che significa «limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo ma sufficiente evidenza di cancerogenicità nell’animale» (nello stesso gruppo compaiono la carne rossa, le bevande molto calde e i fumi di frittura).
Tuttavia molti altri enti, quali Echa (European Chemicals Agency), le citate Efsa ed Epa, Who (World Health Organization), Jmpr (Joint Meeting on Pesticide Residues), e Fao (Food and Agriculture Organization), hanno espresso giudizi molto più rassicuranti, prevedendo comunque misure di cautela, come il divieto di utilizzarlo in aree densamente popolate o la necessità di riesaminare i livelli massimi di residui di questa sostanza che per legge possono essere presenti dentro e sopra gli alimenti.
Negli anni il glifosate ha continuato a essere studiato e dibattuto a livello internazionale e gli studi seri hanno sempre ridimensionato gli allarmi diffusi sul suo conto. Occorre inoltre osservare che la classificazione della Iarc considera il pericolo intrinseco, ovvero valuta se una sostanza può teoricamente causare il cancro in determinate condizioni. Essa però non quantifica il rischio reale legato all’esposizione effettiva alla sostanza. Ricordiamo che pericolo e rischio sono due concetti molto diversi.
Purtroppo i mass media continuano da anni a fornire informazioni allarmistiche sul glifosate, sottolineandone la presunta tossicità, spesso citando lavori scientifici che hanno tuttavia mostrato forti limiti metodologici e scarsa affidabilità6.
I due casi di ritrattazione di articoli scientifici che abbiamo esaminato confermano, ahimè, una cosa ben risaputa: la scarsa conoscenza di come funziona la scienza da parte di chi gestisce l’informazione. Se tale mancanza di conoscenza può essere giustificata nei comuni cittadini, appare più difficile perdonarla a chi, professionalmente, si occupa di fornir loro informazione. Prima di gridare allo scandalo e/o raggiungere affrettate e infondate conclusioni, i giornalisti dovrebbero, per dovere deontologico, approfondire i fatti, documentarsi a dovere ed eventualmente chiedere un parere a chi conosce i meccanismi con i quali funziona la ricerca scientifica.
Silvano Fuso
Approfondimenti
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