Lo stile non è altro che l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri
Il mondo dell’editoria non versa in buono stato, e questo è un dato di fatto. L’offerta supera, infinitamente, la domanda, e di ciò bisogna farsene una ragione. I ragazzi leggono poco, quanto niente, e anche questo è preoccupante.
Nelle librerie girano tante ciofeche tra le quali riesce difficile districarsi, e anche su questo non ci piove. Che i prezzi non siano proprio accessibili allo zoccolo duro dei lettori, è da prendere in considerazione.
Se vi capita di prendere in mano un libro non è difficile che troverete una fascetta che sbandiera: Scrittore da due milioni di copie; Scrittrice da quattro milioni di copie; il romanzo che ha commosso mezzo mondo, unitamente ad una raffica di recensioni positive che non passano inosservate.
Chi siano tutti questi lettori non mi è dato sapere.
Ma lasciamo da parte le invidie personali e veniamo a Mare Profondo, esordio letterario di Milena Grasso. Devo, in primo luogo, riconoscere che Arteta Edizioni, nelle collane di Poesia, Narrativa, Saggistica e Antologia, sin dalla prima uscita, ha sempre pubblicato volumi ad alta intensità emotiva. Un vero e proprio marchio di fabbrica.
Come sempre la grafica è a cura di Daniele Mugnai, e tutto il volume è intervallato da splendide foto, che narrano senza bisogno di parole. Ho letto con molta partecipazione quest’ultima pubblicazione e mi sento in dovere di contattare l’autrice per una approfondita conversazione.
Ci ritroviamo nella Libreria Claudio, dove Eliseo Verde ci accoglie con la gentilezza che lo contraddistingue, e ci rintaniamo nella sala al primo piano.
Ecco a seguire il nostro Call & Response.
Lei tratteggia suo padre come instancabile lavoratore ma scarsamente affettivo: possiamo accomunarci noi che abbiamo vissuto una certa “epoca” quando al proprio genitore si dava del voi, e una visibile anaffettività era dovuta sia a una sorta di vergogna/debolezza di sentirsi teneri coi figli, sia perché questa rigidità era tradizionale nonché tramandata. In altre parole era un ruolo. Oggi non è più così, e la distanza tra genitori e figli è pari a zero. Siamo sicuri che tutto ciò sia un bene?
“Direi che un tempo la figura paterna quasi sempre rappresentava più una funzione (disciplina, sostentamento) che un vero e proprio soggetto emotivo. Mi spiego, la scarsa affettività spesso era il riflesso di una vita trascorsa tra difficoltà e sacrifici, per cui la rigidità affettiva rappresentava lo strumento più adatto per la crescita e il sostentamento dei figli. Oggi l’abbattimento della rigidità affettiva ha permesso ai papà di instaurare un rapporto più amicale e profondo con i propri figli creando un legame affettivo più salutare. C’è da aggiungere, però, che molto spesso si rischia di confondere i ruoli; quando la distanza è pari a zero, si corre il rischio di diventare troppo “amico” e la funzione di “limite” tra padre e figlio viene meno e paradossalmente la loro capacità di crescita personale decade creando difficile la definizione della propria identità. Concludo considerando che il benessere tra padri e figli non sta tra gli eccessi ma nella capacità di essere vicini col cuore restando però fermi nel proprio ruolo di guida”.
Vorrei soffermarmi su quanto sottolinea, e cioè seppur facilitati dalla tecnologia fatichiamo a ritagliarci il tempo per un incontro vero. Ci stiamo inesorabilmente robotizzando?
“Questo interrogativo tocca il cuore della nostra epoca e paradossalmente il progresso tecnologico, nato per semplificare la nostra vita, finisce spesso per isolarci in una bolla. Capita che la tecnologia ci permette di essere ovunque e con chiunque, anche fisicamente, ma nel contempo ci isola mentalmente svuotando completamente il nostro legame empatico. Non credo che possiamo definire questa epoca robotizzata, ma di certo stiamo adottando dei comportamenti automatizzati”.
Più avanti ci racconta del suo ripensamento, all’ultimo secondo, sulla mancata fuga degli innamorati (fuitina) col suo giovane fidanzato. Nonostante in più occasioni avesse mostrato una violenza fisica e una ingiustificata gelosia, afferma che comunque lo amava. Da sociologa e da donna, come spiega questo controsenso? E siccome la cronaca attuale ci narra di episodi simili, in quantità più che preoccupante, potrei supporre che nelle donne, in alcuni casi, sia presente una dose innata di masochismo? O, quantomeno, siano aderenti all’Esercito Della Salvezza. Mi contraddica…
“Non fu un controsenso, ero un’adolescente che credeva ingenuamente nell’amore. Sollevare l’idea che l’accettazione di una relazione violenta possa essere definito “masochismo” lo trovo eccessivo. Da sociologa direi che il motivo per cui una vittima resta in una relazione violenta ha una spiegazione molto più complessa caratterizzata da dinamiche relazionali a loro volta complesse. L’adesione all’Esercito Della Salvezza è semplicemente la conseguenza di un’azione coercitiva e manipolatoria esercitata sulla donna. In sintesi la scelta di restare o fuggire non è né un controsenso né un atto di masochismo bensì una risposta complessa a una situazione in cui la libertà di scelta viene compromessa”.
Poi con un, tra virgolette, semplice ti lascio la sua storia d’amore finisce in un attimo. Ora, senza scomodare Jung, il quale affermava che nulla accade per caso, dopo tanti anni, come interpreta questa conclusione della sua storia?
“Qui rispondo con una frase di Eraclito “Nulla dura in eterno “. Il filosofo greco rende perfettamente l’idea asserendo il principio che nulla è immutabile e tutto è destinato a trasformarsi o finire”.
Proseguendo nella lettura vi troviamo una deflagrante rivelazione: la violenza subìta. Un reato, questo, che definisco come “Omicidio Morale” e che condannerei con l’ergastolo, altro che qualche annetto di prigione. Ora, non sapendo se Lei lo abbia mai denunciato, le chiedo: qual ‘è il motivo che l’ha spinta a renderla pubblico, seppur attraverso le intime pagine di un libro?
“Nella violenza, vieni privato della tua voce e del controllo del tuo corpo. Scrivere è stato un modo per smettere di sentirsi ancora proprietà dell’altro, nonostante i molti anni trascorsi, diventando soggetto che racconta. Diciamo che la narrazione è stato uno strumento per riappropriarsi della propria identità”.
Dopodiché, e sempre senza incomodare lo studioso svizzero, sulla sua strada umana appare Benedetto Ferriol. Un fortuito incontro?
“Ebbene sì…Benedetto Ferriol è una di quelle persone che entrano nella tua vita nel momento giusto e, nonostante fosse un estraneo, si è creata da subito una grande sintonia. Questo accade raramente ma quando avviene è come se i pezzi di un puzzle si incastrassero da soli. Insieme abbiamo trasformato la passione per l’arte teatrale in uno strumento di lotta contro il bullismo, violenza di genere e tutto ciò che compete l’ambito sociale, scavando nel buio per portarlo alla luce”.
Qualcuno ha detto che chi non sta bene da solo è perché si trova in cattiva compagnia. Lei che rapporto ha con la solitudine?
“Ho sempre avuto timore della solitudine… Restare sola con me stessa mi soffocava per cui cercavo sempre il rumore esterno per sentirmi completa. Oggi ho imparato ad ascoltare il silenzio e ciò che mi dicono i miei pensieri, ho scoperto che la mia stessa compagnia oggi mi è necessaria”.
Leggo che Lei soffre di una patologia invalidante che, purtroppo, la accomuna a circa un milione e mezzo di persone. Posso chiederle come sta?
“La mia malattia (fibromialgia) spesso mi impone di stare a casa o a riposo compromettendo la mia normale vita quotidiana, mi toglie molto, ma mi ha dato anche una consapevolezza che prima non avevo: ho imparato che la mia mente è un posto bellissimo in cui stare anche quando il corpo soffre”.
Ritorniamo un attimo all’amico Ferriol. Mi dice di più su Orgoglio Napoletano?
“Orgoglio Napoletano è il nome dell’associazione culturale di cui Benedetto Ferriol è il presidente. Come detto sopra, attraverso l’arte del teatro si è posto come obiettivo principale non tanto l’intrattenimento fine a se stesso, ma il benessere della comunità e il cambiamento socio-culturale. L’associazione in 15 anni di attività ha portato in scena tante storie di vita vissuta e di cultura operando attivamente nel difficile territorio a nord di Napoli. Orgoglio Napoletano lo fa con passione, e il teatro diventa un grande strumento di inclusione sociale”.
Torniamo all’argomento della nostra conversazione, e parliamo di suo fratello, protagonista del volume e degli intrecci personali che si sono sviluppati nel tempo. La sua era una famiglia unita all’interno della quale ognuno condivideva gioie e dolori?
“In famiglia eravamo in sei, ognuno dei suoi componenti aveva una propria personalità e come racconto nel libro gli intrecci personali non sono sempre stati semplici ma ciò che ci univa è stato l’insegnamento di valori genuini. La forza principale di noi figli è stata mia mamma che ha sempre fatto da collante, insegnandoci con amore e tanta pazienza a condividere e affrontare gioie e dolori”.
Glielo chiedo per poter comprendere come mai nessuno si è mai reso conto che dietro l’effervescenza di suo fratello potesse celarsi un tale dramma. Suo padre inflessibile, concreto e molto pragmatico. Ma sua mamma, depositaria di un cuore di madre che tutto percepisce, non è mai stata sfiorata da qualche dubbio? Ha mai avuto un vago sentore che suo figlio fosse immischiato in faccende poco lecite?
“Mia madre aveva un intuito molto fine, ma, a volte, l’amore per un figlio rende ciechi. Probabilmente per lei ammettere che dietro l’effervescenza di mio fratello ci fosse qualcosa di torbido avrebbe significato accettare di aver fallito in qualcosa, per cui ha preferito, forse, non vedere”.
E nemmeno con Lei, con cui divideva ogni segreto, si è mai confidato?
“È proprio questo il punto più doloroso. Eravamo complici, dividevamo tutto e oggi sono arrivata alla conclusione che abbia deliberatamente scelto di lasciarmi fuori da una parte della sua vita. Magari pensava di non caricarmi, questa volta, di un peso che non avrei saputo reggere”.
E poi una curiosità: l’amico fraterno, che ritorna da solo da Amsterdam era un complice, oppure era ignaro di quanto accadeva? La domanda mi sorge spontanea giacché se sapeva si potrebbe ipotizzare che abbia le sue responsabilità per come poi è andata a spegnersi la vita di suo fratello.
“Non mi sento di accusare nessuno. Come ho spiegato nel libro ci sono voluti molti anni prima di comprendere di chi fosse stata la responsabilità di quello che accadde durante il viaggio ad Amsterdam”.
A distanza di anni vi siete mai chiesti, in famiglia, com’è che sia finito in questa spirale di morte?
“Ce lo chiediamo ancora oggi, siamo giunti alla conclusione che la sua stessa vitalità lo abbia tradito. Spesso chi vive la vita intensamente e in modo cosi effervescente nasconde delle fragilità che spingono in una spirale dalla quale è molto facile esserne risucchiati”.
E ancora le chiedo: ci sono sensi di colpa che vi portate dentro?
“Il senso di colpa c’è sempre, anche se con il tempo sta cambiando forma, sta diventando una consapevolezza. Scrivere questo libro è stato un modo per elaborare quel senso di colpa e iniziare ad accettare la nostra umanità fatta anche di lati oscuri”.
Mi viene da dire che Lei, nella sua vita, abbia attraversato un mare in tempesta. E la sua anima abbia vissuto diverse burrasche. A questo punto, e una volta che attraverso il libro ha condiviso i suoi tormenti, il mare si è calmato, e il vento sembra essersi placato. Sbaglio?
“Oggi sicuramente non sono più nel mezzo di un mare in tempesta ma sono sulla riva. Osservo il mare con rispetto e un pizzico di malinconia, ma sono con i piedi sulla terraferma. Questo libro mi ha permesso di affrontare i miei fantasmi e di guardare finalmente l’orizzonte senza avere il timore di guardare oltre le onde. Non è un mare completamente calmo ma un mare che mi da’ pace”.
Un’ultima domanda. Lei ha due figli. Immagino che, prima di andare in stampa, abbiano letto. Quali sono state le loro reazioni?
“I miei figli lo hanno letto dopo la pubblicazione. Le loro reazioni sono state diverse rispecchiando le loro personalità. Entrambi hanno colto il senso del mio racconto”.
Milena Grasso nel suo libro, dove non mancano momenti retrospettivi, non ha avuto paura a mostrare le sue cicatrici, e con il suo raccontarsi, forse, le ha esorcizzate, se non del tutto almeno in parte. Adesso ci piace immaginare Milena seduta in riva al mare -guardando il rincorrersi delle onde- ad ascoltare la voce di un tramonto d’estate.
Per parlare con un fratello non c’è bisogno delle parole!
Filippo Di Nardo
Quando nella città del riposo eterno nasce una nuova associazione bisogna festeggiare.
Ciò sta a significare che un gruppo di giovani ha voglia di diradare la coltre tombale che da decenni ci avvolge.
E questo vuol dire che la cenere dell’oblio, di cui è ricoperta (non solo) Giugliano, può essere smossa da progetti di valore culturale che portano linfa vitale per coloro i quali lo stato comatoso, e di semplice sopravvivenza, è divenuto il vivere quotidiano.
Comunicato Stampa “Generazione Progresso”
L’associazione opera con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, promuovendo l’arricchimento culturale, educativo e relazionale delle persone e della comunità. Al centro della sua azione vi sono la tutela dell’ambiente e la sensibilizzazione sui cambiamenti climatici, la valorizzazione del territorio e del patrimonio culturale, artistico ed enogastronomico, nonché la diffusione della cultura della legalità, della nonviolenza e della partecipazione democratica. Attraverso attività culturali, formative, ricreative e sportive, campagne di sensibilizzazione e iniziative rivolte in particolare ai giovani, l’associazione favorisce l’inclusione, il dialogo civico e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita sociale e politica locale. Le attività sono svolte prevalentemente grazie al volontariato e comprendono anche progetti di riqualificazione di beni pubblici e iniziative di educazione alla legalità, ai diritti e alla sostenibilità. In poche settimane si è dato il via ad OMNIA RERUM, Scuola di Impegno Civico e Politico, uno spazio dedicato alla formazione dei forum della Campania e dei giovani dai 16 ai 35 anni. A seguire, RADICI di CARTA, un gruppo di lettura che vedrà i partecipanti vivere gli spazi verdi e non della città di Giugliano. Seguiranno novità su eventi, manifestazioni e spazi aperti a tutti.
Conosciamo meglio l’associazione… alcune curiosità: L’intervista
A chi è venuta l’idea di questo progetto?
“Il progetto ha visto la sua nascita con una proposta di Giusy Luminoso a dieci ragazzi del territorio di Giugliano. L’idea è quella di far confluire le energie verso un’unica direzione, cioè quella della cittadinanza attiva. La scelta dei componenti non è casuale in quanto tutti sono già attivi in diversi contesti legati al territorio”.
Chi sono i componenti dell’Associazione? Ce li presenti?
“I loro nomi sono Donatella Granata, Martina Tesoro, Gerardo Daniele Pianese, Federica Durante, Karol Teodonno, Vittoria Bocchetti, Alessandro Raimondo, Marco Saliceti… ma siamo già in fase di ampliamento dei volontari”.
Come fare per contattarvi?
“Potete trovarci su tutti i social (Instagram, Facebook, TikTok) come “Generazione Progresso”, oppure tramite mail: [email protected]“
Avete già una sede?
“Non abbiamo ancora una sede fisica in quanto l’intento è quello di vivere i luoghi della città… in futuro chissà…”
Chiunque può iscriversi alla vostra Associazione?
“Assolutamente sì! Tutti possono iscriversi o proporre un’idea, un progetto e noi contribuiremo alla realizzazione di quest’ultimo…Quindi se avete idee per la nostra città saremo pronti ad accoglierle e a metterle concretamente in atto!”
Auguriamo a questi giovani di realizzare tutte le loro proposte, giacché la vera Cultura è sinonimo di condivisione. Solo uniti, e non già anteponendo i singoli individualismi e gli smisurati egotismi, possiamo tirarci fuori dalle sabbie mobili dell’immobilismo!
Stay Tuned


a cura di Filippo Di Nardo
Il ranocchio dentro il pozzo non conosce l’oceano – Proverbio giapponese
Reading Podcast letterario – per gli amanti dei libri, del suono delle parole, per chi crede nella forza dell’ispirazione e del pensiero libero. 21 minuti circa estratti da cinque libri tra passato e presente. Puoi Leggere leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura”, Pier Paolo Pasolini
Il Podcast presentato in questo articolo si compone di quattro brani in formato audio tratti dai seguenti libri:
“Ho bisogno di te” di Daniela Sacerdoti
Eilidh, trentacinque anni, ha il cuore infranto: ha perso il bambino che aspettava e che aveva tanto desiderato, e in più ha scoperto che suo marito Ted ha una relazione con un’altra donna. Sconvolta, Eilidh decide di lasciare Southport e di trasferirsi per un po’ nella piccola cittadina scozzese di Glen Avich, nelle Highlands, dove ha trascorso l’infanzia.

La felicità si vive solo grazie alla virtù – Seneca

Kafka sulla spiaggia – Murakami

Al di là del bene e del male – F. W. Nietzsche

Montedidio – Erri De Luca

Cosa avviene a New York? L’unica regola che vige in questa sorta di circoli letterari è quella di portare un libro e godersi la compagnia di questo e di chi segue la nostra stessa passione. I “reading parties”, stanno riscuotendo un enorme successo. L’idea nasce dall’esigenza di staccare la spina al caos della città. La nuova moda, come tante o quasi arriva dall’America: niente cellulari per dare l’avvio ai reading party.
L’Islanda ha il più alto numero di scrittori e lettori, c’è infatti, uno scrittore ogni dieci abitanti. Questo paese, non a caso, ogni anno ha un posto nella classifica dei paesi più felici al mondo. Gli abitanti, tutti gli anni ricevono un catalogo delle nuove uscite in libreria, bisogna prepararsi per il Natale e pensare ai regali da fare e a quelli da ricevere: libri. I libri sono anche tra i principali oggetti da collezionare.
Setaccio = Mente
Acqua = Conoscenza
Fiume = libro
Anche se non ricordi che cosa hai letto va bene lo stesso! La lettura rende acuta la mente.La lettura ha un profondo impatto sulla nostra mente e sul cervello, attraverso un processo subconscio.
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Basta mettere una accanto all’altra le prime pagine di oggi e quelle del 25 febbraio 2022, che viene fuori il binomio: Giornali italiani, propaganda USA
In questi anni il sistema mediatico sta mostrando all’Italia intera tutta la propria ipocrisia. Basta mettere una accanto all’altra le prime pagine di oggi e quelle del 25 febbraio 2022, il giorno dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, per capire come funziona l’informazione in Italia.
Il 25 febbraio 2022 Il Giornale titolava: “Putin Kamikaze”.
Il 4 gennaio 2026, lo stesso giornale titola: “La Liberazione”. “Gli Usa depongono il dittatore Maduro”.
Il Giornale è edito da Il Giornale srl (già Società Europea di Edizioni), la quale beneficia di contributi pubblici tramite il Fondo Straordinario in base alle copie vendute. Per l’anno 2023 la Società Europea di Edizioni, riferito alle copie vendute nel 2022, ha ricevuto €915.180,90. Per l’anno 2022, sulle copie vendute nel 2021, ha ricevuto €461.746,64.
Sovvenzioni e contributi alla stampa italiana
Il 25 febbraio 2022 Libero apriva con: “Vladimir il terribile. Quel figlio di Putin”.
Il 4 gennaio 2026, Libero titola: “Trump Libera tutti. Tiranno caduto, sinistra in lutto”.
Anche Libero beneficia da anni di contributi pubblici. Nel 2022 ha ricevuto €3.378.217,01, nel 2023 € 5.407.119,97 e nel 2024 – solo come anticipo – € 2.703.559,99.
Il 25 febbraio 2022 Il Tempo titolava: “La guerra la paghiamo noi”.
Il 4 gennaio 2026, invece, troviamo: “El Libertador” (con foto di Trump).
I giornali italiani in numeri
Il Tempo è edito da Il Tempo SRL, la quale beneficia di contributi pubblici tramite il Fondo Straordinario in base alle copie vendute. Per l’anno 2023, riferito alle copie vendute nel 2022, il Tempo SRL ha ricevuto €201.191,00. Per l’anno 2022, sulle copie vendute nel 2021, ha ricevuto €93.931,73.
Il Foglio nel 2022 titolava: “Contro Putin costi quel che costi”. Oggi, invece, titola: “Come può esistere un’Europa schiacciata tra Trump e Putin? Oltre le politichette, è ora di un nuovo patriottismo continentale”. Da un titolo di militanza a uno da salotto intellettuale.
Anche Il Foglio beneficia da anni di contributi pubblici: nel 2022 € 2.079.514,37, nel 2023 € 2.095.305,57, nel 2024 – solo come anticipo – € 1.047.652,79.
Questa è propaganda occidentale finanziata con denaro pubblico. È tutto qui, senza giri di parole. Se è Putin a invadere uno Stato sovrano, allora si titola “Putin Kamikaze”. Se a farlo, invece, sono i padroni americani, improvvisamente la guerra diventa “liberazione”. Cambiano i soggetti, ma soprattutto cambia il vocabolario. E con il vocabolario cambia il giudizio morale che si vuole imporre all’opinione pubblica.
Confrontare i titoli dei giornali è utile e interessante, ma anche leggere i titoli in sovraimpressione in certe trasmissioni Tv ci fa capire molto.
Storia dei colpi di Stato made in USA
Dalla Seconda guerra mondiale in poi, per mantenere il predominio su una fetta consistente del mondo, quella che viene ancora definita dai servi mediatici occidentali “la più grande democrazia al mondo” non ha fatto altro che promuovere colpi di Stato, realizzare guerre e massacrare milioni e milioni di cittadini praticamente in tutti i continenti. Ovviamente gli Stati Uniti non avrebbero potuto massacrare popoli interi senza il beneplacito dell’Europa. Tuttavia mai nella storia recente l’Europa si è comportata come si comporta adesso, ovvero come una succursale statunitense, una colonia, un protettorato, nonostante gli stessi USA guidati da Trump abbiano più e più volte dichiarato che non intendono più occuparsi dell’Europa.
Qualcuno riterrà gli Stati Uniti un Paese troppo forte. Senz’altro, ma la loro forza è frutto di conclamate violazioni del diritto internazionale, di osceni colpi di Stato e, ripeto, di massacri infiniti.
1953: IRAN (Presidente Dwight D. Eisenhower)
Il 1953 è un anno importante. Enrico Mattei fonda l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) e inizia a lavorare per la sovranità energetica italiana; Stalin passa a miglior vita; Napolitano viene eletto deputato per la prima volta e in Persia viene eletto presidente un laico chiamato Mohammad Mossadeq. Mossadeq riteneva che il petrolio, la più grande ricchezza dell’Iran, appartenesse al popolo persiano; dunque, appena eletto presidente, decise di nazionalizzare l’industria petrolifera, compresa la più grande raffineria al mondo di allora: la raffineria di Abadan. All’epoca erano le imprese petrolifere straniere a dettare legge in Persia. Ovviamente quelle statunitensi, ma soprattutto l’Anglo-Persian Oil Company, oggi nota come BP, la più grande impresa di idrocarburi britannica. su pressione dell’Anglo-Persian Oil Company, la CIA e l’MI6, ovvero l’agenzia di spionaggio per l’estero del Regno Unito, pianificarono e organizzarono l’operazione Ajax, il colpo di Stato in Iran grazie al quale il presidente eletto venne cacciato e al suo posto venne instaurata la dittatura sanguinaria guidata da Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia, un ottimo amico dell’Occidente perché comprava armi e permetteva alle imprese straniere di gestire il petrolio iraniano.
Cosa dicono i giornali oggi, 5 gennaio 2026?
La Repubblica e La Stampa hanno lo stesso titolo: Trump: ora la Groenlandia
Il Fatto Quotidiano: Il trio Ursula, Kallas e Meloni stanno con l’aggressore (se è USA)
Libero (ci insegna) : Perché è legittimo far cadere i dittatori – DIRITTO DI GOLPE (qua il lettore può interpretare e giudicare, se vuole può anche pensare perché non sarebbe legittimo far cadere anche gli altri dittatori?)
Avvenire: Cambio di regime
Il titolo di Avvenire è anche una prospettiva concreta. Quella, appunto che avvenga semplicemente un cambio regime, cioè che si passi dalla padella alla brace.
Illuminante è un articolo su TheGuardian di Nesrine Malik – intitolato – Il colpo di stato di Trump in Venezuela non ha solo infranto le regole, ma ha anche dimostrato che non ce ne sono. Ce ne pentiremo tutti.
Il colpo di stato in Venezuela non è un’esibizione del lungo braccio della legge, ma il fatto che gli Stati Uniti sono la legge e non sono soggetti a una legge superiore, in grado di esercitare il loro straordinario potere e la loro letalità nel cuore della notte, uccidere decine di innocenti senza subire conseguenze, per non parlare della censura.
Infine, è bello rileggere una memoria di Corrado Augias
“Ricordo ancora la domanda che fece il professore di filosofia il primo giorno di liceo: A che serve studiare? Chi sa rispondere? Qualcuno osò rispostine educate: a crescer bene, a diventare brave persone… Niente, scuoteva la testa.
Finché disse: Ad evadere dal carcere. Ci guardammo stupiti.
L’ignoranza è un carcere. Perché là dentro non capisci e non sai che fare.
In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi, ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta? Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile, leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo. E penso agli altri diciannove, che faticano ad evadere e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza.
Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto. E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte.” Corrado Augias
Altre fonti: Alessandro di Battista, TheGuardian
Angelina Jolie ex inviata speciale dell’Alto Commissariato per i rifugiati è giunta al valico di Rafah per visitare la frontiera e le condizioni dei palestinesi.
L’attrice statunitense ha visitato oggi la città di Al Arish e il lato egiziano del valico di frontiera di Rafah, dove ha incontrato rappresentanti della Mezzaluna rossa e camionisti che trasportavano aiuti umanitari per la popolazione della Striscia di Gaza. Jolie, ex inviata speciale delle Nazioni Unite per i rifugiati, è stata accompagnata durante la sua visita dal governatore del Sinai settentrionale, Khaled Megawer, per vedere le condizioni dei palestinesi feriti trasferiti in Egitto e per verificare la distribuzione degli aiuti.
Secondo i media locali, l’ex inviata speciale dell’Alto Commissariato per i rifugiati avrebbe voluto verificare di persona le condizioni dei palestinesi feriti, trasferiti in Egitto e le modalità di distribuzione degli aiuti. L’attrice si è espressa contro la guerra a Gaza a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e ha accusato Israele di prendere deliberatamente di mira i civili.
Chi si espone?
La popolarità è anche un potere; il fatto di avere un seguito di persone è una grande responsabilità. In questi ultimi anni, attori, cantanti e personaggi pubblici hanno lanciato messaggi e si sono esposti, sfruttando la loro immagine, a favore degli oppressi e dei più deboli.
Altri hanno deciso di non farlo. Forse, fare un bel film o cantare una bella canzone non basta. Come non basta far ridere, senza che ci sia qualcosa oltre. Molti attori e comici scelgono di non esporsi, di non prendere una posizione netta, scelgono di non inviare un messaggio chiaro a chi li segue. Questo è un modo sbagliato di fare spettacolo fine a se stesso. La libertà è di tutti, e ognuno ha diritto di non esporsi, se non vuole. Alcuni personaggi famosi sono liberi di mettere al primo posto la loro carriera, la trasmissione in tv che fa molti ascolti, le ospitate e gli spazi sui social o sui giornali.
Fiorello in un’intervista ha detto che lui non si esprime perché non ha le giuste conoscenze. I telegiornali non li guarda? Qualunque risposta può essere strumentalizzata, quindi non dice nulla. Non puoi dire nemmeno patteggio per la pace. Le guerre mica le deve risolvere lui?
Beppe Fiorello in un’intervista – Importante parlarne sempre e in ogni contesto e per non lasciare in uno stato di abbandono una popolazione che sta subendo molto. Ci auguriamo che i grandi della terra possano mettere fine alle guerre.
Andrea Scanzi, l’anno scorso ha scritto un post sulla posizione di Fiorello:
Finalmente molti artisti dicono la loro su Gaza e Palestina. Il Fatto ha aperto in merito un appello agli artisti, e in tanti stanno aderendo. Qualcuno, in verità, ne parla e si schiera da sempre (tipo Mannoia o Iacchetti). – Ricordiamo anche Marisa Laurito, Anna Foglietta, Greta Scarano e tanti altri.
Tanti altri, ahinoi, non lo fanno mai. La lista è lunghissima. Tra questi, oserei dire al primo posto, il comichetto innocuo per antonomasia: Fiorello. L’emblema del “quasi artista” furbino, sempre in prima fila quando c’è da fare spot e sempre in ultima fila quando c’è anche solo da rischiare mezza frase o battuta. Se il coraggio facesse reddito, Fiorello sarebbe in bancarotta da una vita.
Disinnescato per scelta, buono per tutte le stagioni, finto simpatico (se qualcuno osa imitarlo o criticarlo si incaxxa come pochi), rancoroso e vendicativo come nessuno: la quintessenza del cerchiobottismo da bosco e da riviera. Perfetto come nessuno per i varietà nazionalpopolari, perché sa fare benissimo tutto e al tempo stesso niente, da eterno animatore da villaggio turistico qual è.
Fiorello è l’incarnazione dell’italiano medio che tiene famiglia. Pavido a prescindere, calcolatore, furbamente apolitico, comico ma mai satirico, bravo come nessuno nel non prendere mai veramente contropelo nessuno (se non chi fa comodo attaccare, e lì Fiorello si scatena, per essere ancora più mainstream e filo-governativo).
Parafrasando la mitica locura del mitico Boris, Fiorello (Rosario) è l’intrattenitore per antonomasia nel paese delle musichette, mentre fuori c’è la morte. Se fosse una cantante, sarebbe Laura Pausini. Se fosse un vino, sarebbe una gazzosa. Se fosse conformista, sarebbe Fiorello.
In un mondo di dittatori, in un nuovo anno iniziato con il Pacifista che bombarda il Venezuela, un terrorista legalizzato che sorvola indisturbato i cieli italiani e bandisce 37 ONG da Gaza, il silenzio è vergognosamente colpevole.
AgoraVox Italia