Lo stile non è altro che l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri
In un comunicato stampa Il Coordinamento CDR TGR su racconto violenze Torino TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico
Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia. Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.
Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, Imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio. Nel racconto della TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.
Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.
Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto. Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte. La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome. Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.
Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.
È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.
Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande. Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.
E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.
Usigrai Coordinamento Cdr Tgr Cdr Tgr Piemonte
FNSI – Federazione Nazionale Stampa Italiana
Scontri manifestazione Torino, i fatti:
Si tratta di una bella intervista, dove vengono fatte tutte le domande necessarie sulle violenze nei confronti della polizia, e dove la manifestante offre la sua versione dei fatti. Un bel colpo giornalistico, soprattutto se si pensa alla ritrosia ben nota dei ragazzi di Askatasuna a parlare con i giornalisti. L’intervista, concordata con la “line” della redazione Rai piemontese, guidata da Francesco Marino, però, non andrà mai in onda. La motivazione sarebbe da ricercare nel fatto che la ragazza del centro sociale ha fornito solo il nome ma non le generalità complete. Nell’intervista la rappresentante del centro sociale afferma che quello che è accaduto in piazza sabato ha la sua genesi nello sgombero del centro sociale il 18 dicembre, avvenuto con la chiusura di una scuola e la militarizzazione di un intero quartiere. In piazza c’erano oltre 50mila persone che hanno manifestato in modo pacifico contro le guerre, il riarmo, le politiche del governo Meloni e la difesa degli spazi sociali.
Fonte Immagine da UsigRai Pagina Facebook
La procura di Roma aprirà un fascicolo per accesso abusivo ai sistemi informatici dopo l’attacco informatico contro i sistemi e gli archivi digitali dell’università La Sapienza di Roma. Gli inquirenti attendono un’informativa degli investigatori, mentre la Polizia postale è a caccia di indizi per ricostruire il colpo. Intanto, il sito pubblico dell’università è inaccessibile e i sistemi informatici interni sono bloccati (per garantire l’integrità e la sicurezza dei dati) paralizzando il lavoro amministrativo. Lo scrive oggi 4 febbraio IlFattoQuotidiano.
L’attacco sembrerebbe causato dall’intrusione di cyber criminali filo russi. Gli hacker chiedono un riscatto in criptovaluta. Intanto è impossibile prenotare gli esami, scaricare i bollettini per il pagamento delle tasse o anche solo consultare il proprio libretto universitario e verbalizzare i voti.
L’attacco è andato in porto proprio grazie ad un ransomware, un malware in grado di rendere inaccessibili i dati sui computer, oscurandoli con chiave crittografica. gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sono al lavoro con i tecnici dell’università per rimettere in funzione i servizi fuori uso e implementare nuove misure di sicurezza.
Il Disegno di legge sulle Disposizioni in materia di rafforzamento della cybersicurezza nazionale e di reati informatici è stato approvato alla Camera, il 15 maggio 2024 e, dopo il passaggio al Senato, è diventato Legge n. 90/2024, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 luglio 2024 ed entrata in vigore il 17 luglio 2024. La legge introduce misure per contrastare le minacce informatiche e rafforzare la sicurezza digitale in Italia.
Cos’è il ransomware?
Il ransomware che ha colpito l’Università La Sapienza è un ricatto informatico. Si tratta di un malware che blocca l’accesso a file o sistemi. Tale sistema si serve della crittografia o blocco dello schermo. Il ransomware chiamato anche virus del riscatto. Infatti, lo scopo è chiedere un riscatto per la restituzione dei dati. Gli hacker chiedono il riscatto in criptovaluta, per ripristinare il controllo dei sistemi. Il ransomware si riconosce quando i file cambiano nome con estensioni diverse da quelle originarie. Esempi potrebbero essere .locked, .encrypted ecc. Inoltre, i file colpiti da ransomware non si aprono più, pertanto appare una nota di riscatto sullo schermo o il sistema si blocca completamente, non permettendo all’utente qualsiasi operazione.
l ransomware è dunque un software malevolo che infetta computer, server o dispositivi mobili, crittografando file o bloccando l’accesso al sistema. La diffusione di questo tipo di virus avviene principalmente tramite email di phishing, allegati infetti o vulnerabilità di rete.
Cosa fare in caso di ransomware?
La prima cosa da fare è sicuramente sporgere denuncia alla Polizia Postale. Inoltre, è necessario avvisare banche e istituti finanziari per bloccare carte e conti, cambiare immediatamente tutte le password compromesse, segnalare l’accaduto alle piattaforme coinvolte (social, servizi). La velocità con cui si agisce è cruciale per limitare i danni.
Il phishing è indubbiamente il modo più semplice per effettuare un attacco Ransomware. L’obiettivo di molte mail di phishing è spesso quello di rubare delle credenziali di accesso, punto di partenza di molti attacchi Ransomware. Una volta rubate, un criminale cyber può utilizzarle per inviare a colleghi dell’organizzazione mail contenenti malware o collegamenti a siti Web infetti, oppure utilizzarle per accedere direttamente ai sistemi aziendali. Sfruttando delle vulnerabilità presenti nei sistemi, è infatti possibile aumentare i privilegi delle credenziali rubate ed effettuare così l’installazione di malware direttamente in rete.
Gli attacchi phishing “mirati” sono ovviamente i più insidiosi, perché il loro contenuto viene personalizzato per ingannare il dipendente “target”. Per ottenere informazioni sensibili utili a tale scopo, il cyber crime utilizza spesso tecniche sofisticate di social engineering. Molto sfruttati sono anche gli ambienti social, dove la condivisione di informazioni personali risulta spesso fin troppo naturale.
Il furto di informazioni sensibili avviene anche per le cattive abitudini, ancora troppo diffuse, con cui vengono gestite le password. Password troppo semplici o utilizzate per più account sono un facile bersaglio per appropriarsi di un account e delle sue informazioni. I criminali cyber possono acquistare interi elenchi di credenziali rubate e, grazie a strumenti di automazione, provare ad hackerare account esistenti, ovviamente per ottenere il maggior numero di informazioni sensibili.
Oggi, le nostre vite sono state trasformate dalla tecnologia, l’enorme mole di dati e informazioni che ci riguardano viaggiano con le reti informatiche, attraverso gli smartphone e altri dispositivi elettronici.
Perdere i dati o subire danni al proprio pc è quindi, a volte una vera tragedia. Le insidie che si nascondono in rete o anche nel disco fisso sono tante: virus, malware, attacchi informatici, guasti fisici ai dispositivi e così via.
In questo articolo, parleremo della perdita di dati, delle conseguenze e di come evitare danni all’hard disk.
Innanzitutto, ci sono dele azioni che possiamo compiere o cose da non fare quando ci accorgiamo che il computer ha perso la memoria.
Cosa fare quando si perdono i dati?
Perché si perdono i dati? I motivi principali
Per evitare di danneggiare la memoria di un computer, è importante anche fare prevenzione e prestare molta attenzione ad alcune azioni, che potrebbero rovinare l’hard disk del dispositivo.
Le principali cause della perdita memoria disco fisso sono le seguenti:
Perdita dati informatici: Attacchi hacker e cybersicurezza
In alcuni casi, la perdita di dati è causata da attacchi hacker, tentativi di truffe, phishing, insomma, di tentativi di malintenzionati che cercano di introdursi all’interno del sistema informatico di un computer o di una rete di computer.
Per avere l’idea delle proporzioni del problema, basti pensare che nel 2025, i dati sulla cybersicurezza in Italia hanno rilevato un forte aumento degli attacchi.
Infatti, la Polizia Postale ha registrato oltre 9.200 casi totali. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) ha rilevato un incremento del 53% degli eventi cyber nel primo semestre, con picchi significativi nel mese di giugno. Gli attacchi più gravi, in Italia sono aumentati del 15,2% e hanno riguardato ransomware e malware.
Come evitare che i malware causino perdita di dati?
Un altro modo per tutelarsi da frodi informatiche e perdite di dati: Trovare password efficaci
Un modo per tenere i propri dati al sicuro è quello di trovare password efficaci. Inoltre, è importante cambiarle periodicamente. Innanzitutto, sarebbe bene evitare nomi e date di nascita di coniugi e figli. Un consiglio utile è quello di alternare le maiuscole con le minuscole all’interno stesso della password, ad esempio: EliSabB99.%?
Riguardo alla lunghezza della password, usare più lettere e caratteri speciali è un buon indice di sicurezza e garanzia. Infine, è consigliabile non usare la stessa password per due o tre account.
Sicurezza dati, protezione dati informatici: Il fattore umano
Il fattore umano è fondamentale. Cos’è il fattore umano in protezione dati informatici? Semplicemente raccoglie tutte le buone pratiche per evitare attacchi hacker. Si tratta di protezione fisica, vale a dire avere computer, tablet e altri dispositivi in un luogo sicuro non accessibile ad estranei. Stesso discorso vale per password e credenziali: tenerli segreti e non passarli a terzi.
Inoltre, è necessario avere installato un buon programma antivirus e anti malware. Il controllo delle porte TPC è importante. Molti attacchi si verificano attraverso porte aperte su pc.
Immagine creata con IA
Negli ultimi mesi i media di regime ci hanno raccontato più e più volte che a Gaza il Ministero della Salute mentiva. Ci hanno detto che quei numeri erano “propaganda di Hamas”. C’è stato chi, con un cinismo osceno, ha sostenuto che a Gaza “si facevano i funerali alle bambole”. Quando dicevamo che i palestinesi uccisi erano molti di più di quelli dichiarati, ci ridevano in faccia, ci delegittimavano, ci attaccavano sui giornali. Lo hanno fatto e lo fanno tuttora.
In un interessante intervento, Alessandro Di Battista fa nomi e cognomi:
Oggi perfino il Ministero della Difesa israeliano utilizza come parametro proprio i dati del Ministero della Salute di Gaza. Esattamente quei dati che negli ultimi due anni ci hanno detto fossero falsi. Gli stessi terroristi israeliani ammettono che quei numeri non includono i corpi dei palestinesi che sono ancora sotto le macerie. Non includono chi è morto di fame. E non includono i bambini morti assiderati.
Ricordo che The Lancet, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, fondata nel 1823, ha spiegato più volte che i numeri diffusi dal Ministero della Salute di Gaza fossero sottostimati di circa il 40%.
La verità è che la stampa di questo Paese e le televisioni italiane (salvo rare eccezioni) hanno spudoratamente mentito.
Fake news e giornali
Il Riformista: “Morti a Gaza, anche l’Onu conferma che i numeri di Hamas erano pura propaganda: il rapporto che taglia le cifre dei terroristi”
Il Foglio: “Il rapporto inglese che smonta i numeri di Hamas (e di molti media) sui morti di Gaza”.
Giuliano Ferrara, fondatore del Foglio: “Hanno fatto i funerali alle bambole”
Mario Sechi, direttore di Libero: “Non ho visto tanti palestinesi dimagriti”
Repubblica: “Gaza, l’Onu rivede al ribasso il numero delle vittime fra donne e bambini”
Sito di Nicola Porro: “Sorpresa, i numeri di Hamas erano fake: l’Onu dimezza i morti a Gaza”
Libero: “A Gaza si sono inventati 10.000 morti. L’ONU sbugiarda Hamas”.
Il Foglio: “Nella tragedia della guerra di Gaza, le cifre all’ingrosso fanno solo il gioco dei terroristi”.
Come combattere la disinformazione?
Tutti quelli che hanno dato manforte a questa becera propaganda sionista dovrebbero solo vergognarsi. La storia dimostrerà che a Gaza sono stati ammazzati molti più di 70.000 palestinesi. Ci hanno mentito. E lo hanno fatto scientemente. Hanno costruito vere e proprie campagne pro-Israele. Molti di questi giornali beneficiano di contributi pubblici. Li paghiamo noi. Li paghiamo per mentirci. Li paghiamo per diffondere la narrazione del sionismo, il cancro del mondo. C’è una sola cosa che possiamo fare per ribellarci davvero: abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Senza i nostri soldi, questi quotidiani chiuderebbero domani mattina.
L’ex parlamentare grillino annuncia: Su questo, nei prossimi mesi, con l’Associazione Schierarsi faremo una grande battaglia.
Perché non ci sarebbe stato un ignobile genocidio senza la scorta mediatica fornita ai terroristi dell’IDF da gran parte del sistema mediatico di regime occidentale. I giornali scrivano pure tutte le cazzate che vogliono, ma che lo facciano senza i soldi nostri.
In un mondo di bulli, serve essere Peter Pan? La legge del più forte e del più prepotente, il potere del denaro, tutto si può comprare. Questi sembrano essere gli imperativi della nostra epoca. Ma è davvero così?
Le notizie di scontri e tensioni si susseguono quasi alla velocità della luce. Ogni volta che si apre il giornale o un sito di notizie, siamo travolti da storie di violenze e prepotenza.
“L’Idf è pronto a impiegare una capacità offensiva senza precedenti contro qualsiasi tentativo di danneggiare lo Stato di Israele”, ha affermato il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir.
Mohammad Salah Qishta, Abdul Raouf Samir Shaat e Anas Ghanem, giornalisti erano a bordo di un veicolo, stavano documentando un campo per sfollati nella zona centrale di Gaza. Sono stati uccisi perché stavano facendo il proprio lavoro.
In questi giorni il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha rivolto al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump un appello, con un discorso che racconta benissimo la deriva dell’America e di tutto il mondo:
“Questa non è una problematica di parte. Questa è una problematica americana. Questa amministrazione e chiunque sia coinvolto in questa operazione dovrebbero riflettere e chiedersi: cosa stai ottenendo? Se l’obiettivo era raggiungere pace e sicurezza, questo è esattamente il contrario. Se l’obiettivo era raggiungere calma e prosperità, questo è esattamente il contrario. Stai difendendo le famiglie americane o le stai distruggendo?
L’invasione di questi uomini mascherati e pesantemente armati che vagano per le nostre strade di Minneapolis incoraggiati da un senso di impunità deve finire”. Poi, rivolgendosi direttamente a Trump: “È arrivato il momento di comportarsi da leader. Metti Minneapolis e l’America al primo posto. Raggiungiamo la pace. Metti fine a quest’operazione e la nostra città tornerà alla sicurezza e alla normalità. Vi chiediamo di agire immediatamente e di ritirare questi agenti federali”.
Dopo le minacce di Donald Trump, app anti-USA scalano le classifiche danesi di iOs e Android
In Groenlandia, oltre a protestare e a scendere in piazza si sta riparlando di boicottaggio dei prodotti americani. Si tratta di una pratica che non dovrebbe mai essere abbandonata. Anzi, rilanciata in tante modalità.
Con il caso Groenlandia si riparla di boicottaggio. La segregazione razziale negli Stati Uniti fu tra le prime cause di boicottaggio: con il Montgomery Bus Boycott del 1955, i cittadini afroamericani si rifiutarono di salire sui mezzi pubblici. Più recentemente, questa forma di protesta ha preso di mira multinazionali accusate di sfruttare risorse naturali e lavoro minorile (tra le più famose quella rivolta a Nike per i bambini sfruttati nelle sue fabbriche del sud est asiatico nel 1990).
Oggi il boicottaggio ha un nuovo alleato: lo smartphone. Non serve più scorrere lunghe liste di marchi da evitare. Basta un’app, una scansione del codice a barre e il boicottaggio diventa un’azione immediata e alla portata di tutti. Di recente si ricorda il caso dell’app No Thanks, creata da Mahmud Bashbash, sviluppatore di origine palestinese per consentire agli utenti di identificare i prodotti legati economicamente a Israele e e decidere consapevolmente se acquistarli o meno. Oggi, mentre l’attenzione mediatica sulla Palestina si è affievolita, è il turno dei prodotti americani con Danimarca e Groenlandia nel pieno di una mobilitazione senza precedenti.
In Danimarca, le classifiche degli store per iOS e Android riflettono la tensione internazionale. Dopo le dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità di acquisire la Groenlandia, le applicazioni progettate per identificare e boicottare i prodotti americani hanno scalato le vette degli store. Tra queste spiccano NonUSA e Made O’Meter, adottate in massa dai cittadini del piccolo stato nordeuropeo e groenlandese.
La Francia boicotta l’America
“No, merci” è un’idea dell’ex deputato Bertrand Pancher – Basterà scannerizzare il codice a barre: “Vista l’incapacità dei nostri politici, tocca ai cittadini agire”.
Come boicottare i prodotti americani in Italia?
In Italia è possibile scaricare No!Thanks in versione italiana.
Il contropotere verso l’America di Trump
Nei giorni di maggiore tensione tra USA e alleati della NATO sul controllo della Groenlandia, alcuni osservatori hanno iniziato a evocare un’ipotesi finora impensabile: usare la leva finanziaria e “chiudere i rubinetti” verso l’America. Oggi i Paesi dell’Alleanza atlantica, USA esclusi, detengono poco meno del 40% del debito federale americano in mano a investitori stranieri: circa 4mila miliardi di dollari, mentre il debito pubblico totale a stelle e strisce viaggia sugli oltre 37mila miliardi.
Gli acquisti europei hanno accelerato il passo, perfino negli ultimi mesi dopo i dazi imposti da Donald Trump. Secondo una ricerca di Citi, dal “Liberation Day” dello scorso aprile l’Europa si è aggiudicata l’80% del debito pubblico americano collocato all’estero. A queste cifre sui bond governativi, vanno aggiunti anche gli oltre 6mila miliardi di dollari di azioni e i 2mila miliardi di obbligazioni societarie statunitensi presenti nei portafogli degli europei.
Il potere economico di Trump. Il potere è potere economico.
Un’arma che l’Europa ha a disposizione, che potrebbe usare se solo volesse è vendere in massa i titoli del debito americano. In un mondo di bulli, di chi fa la voce grossa e in cui l’unica cosa che conta sembri sia il potere del denaro, quale colpo migliore da infliggere? Il dibattito sull’ipotesi di interrompere i prestiti e gli afflussi di denaro verso gli Stati Uniti è emerso dopo la pubblicazione di una nota di un’analista di Deutsche Bank. Sebbene la ricerca della banca tedesca mettesse in guardia sui costi che una simile scelta avrebbe imposto sugli investitori europei, l’amministratore delegato di Deutsche Bank ha chiamato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent per prendere le distanze dal rapporto. Un dettaglio che fa ben intendere quanto questa interdipendenza tra USA e alleati sia delicata.
Il debito americano in Europa
Non è realistico oggi immaginare un blocco finanziario. Infatti, l’Unione europea non è riuscita a trovare un accordo al proprio interno nemmeno sull’esproprio dei capitali russi sequestrati dopo l’invasione dell’Ucraina. Al più potrebbe essere introdotto un trattamento fiscale di favore sulle plusvalenze da asset finanziari domestici: ma anche in questo caso sarebbe necessario un coordinamento fiscale di cui oggi non si vedono i presupposti.
Esiste però una strada alternativa che, potrebbe produrre effetti simili senza ricorrere a misure drastiche e politicamente irrealistiche: creare una vera alternativa al dollaro americano. Vale a dire rafforzare l’euro attraverso l’emissione di debito comune, in volumi significativi e continuativi. Offrendo ai mercati finanziari titoli di debito liquidi e affidabili, che possano almeno in parte prendere il posto del dollaro nelle transazioni internazionali e nella gestione della liquidità. L’Europa può farlo, se vuole.
A Davos Scott Bessent vuole esorcizzare l’ultima idea che si sta facendo strada in Europa: “Sell America”. Ovvero, vendere tutti gli asset americani, azioni, obbligazioni e strumenti finanziari di ogni tipo, detenuti in Europa. L’uomo dei conti di Donald Trump ha definito una “narrazione falsa” le speculazioni secondo cui i Paesi europei potrebbero vendere Treasury statunitensi in risposta allo scontro sul Groenlandia.
Cosa significa Sell America?
“Sell America”: vendere tutti gli asset americani, azioni, obbligazioni e strumenti finanziari di ogni tipo, detenuti in Europa e che valgono qualcosa come 12mila miliardi di dollari.
I primi segnali finanziari contro gli USA
Le prime mosse, ancora di portata simbolica, si sono già viste: un fondo pensione danese, AkademikerPension, ha dichiarato martedì di aver deciso di disinvestire dai Treasury Usa, giustificando la mossa sulla base del rinnovato rischio-Paese e delle mire espansionistiche sulla Groenlandia, che pure fa parte della Nato in quanto territorio del Regno di Danimarca. “Non è direttamente collegata alla frattura in corso tra Stati Uniti ed Europa, ma ovviamente questo non ha reso più difficile prendere la decisione”, ha dichiarato a CNBC il responsabile degli investimenti del fondo.
Anche il fondo pensione svedese Alecta ha annunciato di aver venduto la maggior parte delle proprie partecipazioni in Treasury Usa nel 2025. Secondo Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, non è da escludere che i fondi sovrani possano gradualmente allontanarsi dal debito statunitense, ha affermato a CNBC.
Fonti: ISPI; We-Wealt; Wired
Semplice e diretto, il discorso di Tillie Martinussen. La donna afferma una cosa naturalissima, che visti i tempi che corrono, stiamo quasi dimenticando: Non si può comprare tutto.
“Penso che Trump non conosca affatto il popolo groenlandese. Noi non diamo particolare valore ai soldi, alle labbra alla Kardashian e a quel tipo di cose. In Groenlandia, tra l’altro, non si può nemmeno possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no.
Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene.
Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo.
Non vogliamo essere ricchi come gli americani. Basta vedere quanto sono avidi: arrivano persino a sparare contro i loro amici o a invadere i loro amici per pura avidità. Sappiamo che nel nostro sottosuolo potrebbero esserci minerali e petrolio, e che valgono enormemente più di qualunque cifra. Ma anche se non ci fossero, non ci lasceremmo comunque comprare.
Qui tutti conoscono la storia degli Inuit in Alaska e di tutte le popolazioni native, i popoli indigeni, gli Indiani d’America. Le loro terre sono state sottratte e non sono stati trattati bene negli Stati Uniti. E sappiamo che Trump si circonda in larga parte di persone legate al suprematismo bianco.
Noi non siamo bianchi, come potete vedere. E quindi sappiamo che probabilmente i nostri diritti ci verrebbero tolti. Sappiamo anche che, insieme alla Danimarca, stiamo bene così come siamo. Come dicevo prima, abbiamo sanità gratuita, istruzione gratuita: qualunque cosa tu voglia studiare, puoi farlo senza pagare nulla e, anzi, il governo ti dà anche una borsa di studio, dei soldi mentre studi. Tutto questo non lo scambieremmo mai: lo Stato sociale, il welfare. Non lo scambieremmo con nulla che venga dall’America.
(…) Non importa cosa sia successo in passato tra Danimarca e Groenlandia: ce la risolveremo tra noi. Così come siamo ora, va bene. E se un giorno vorremo l’indipendenza, dovranno essere i groenlandesi a deciderlo, non una superpotenza che fa pressione da lontano.
Sappiamo benissimo che, se diventassimo indipendenti domani, lui ci invaderebbe subito, perché non avrebbe problemi né con la Nato, né con l’Europa. Per questo credo che stia scommettendo in modo profondamente insultante sull’idea che i groenlandesi siano persone stupide, non istruite, che non seguono le notizie del mondo. Ma non è così. È esattamente il contrario.
Noi saremo qui per centinaia di anni dopo Donald Trump.
Anche se ci invadesse, credo che lo aspetteremmo semplicemente come si fa con il cattivo tempo. Qui tutti sanno che è il meteo a decidere: se arriva una tempesta, ci rintaniamo per un giorno o due. Potremmo rintanarci per un anno, per due anni, o anche per dieci o vent’anni, e poi torneremmo alla Danimarca non appena Trump e quelli come lui se ne saranno andati”.
Chi è Tillie Martinussen?
Tillie Martinussen nasce nel 1980. Politica groenlandese del Partito della Cooperazione . È stata membro dell’Inatsisartut, il parlamento della Groenlandia, dal 2018 al 2021. Ha contribuito a fondare il Partito della Cooperazione nel 2018 ed è stata l’unica membro del partito ad essere rappresentata nell’Inatsisartut dalle
elezioni di quell’anno È un’oppositrice dell’indipendenza della Groenlandia.
Chi sono gli Inuit?
Gli Inuit sono un popolo indigeno che vive in Groenlandia, Canada, Alaska e Siberia. Gli Inuit sono pescatori e cacciatori e parlano lingue Inuktitut.
Quali risorse ci sono in Groenlandia?
Terre Rare in Groenlandia REEs: Grandi riserve, specialmente di neodimio, cruciali per auto elettriche, turbine eoliche e dispositivi digitali. Il giacimento di Kvanefjeld è uno dei più grandi al mondo. Inoltre, L’uranio, il torio e le terre rare, zinco, oro, piombo, rame, platino, diamanti, rubini, nichel.
Immagine da profilo facebook Tillie Martinussen
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