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L'app Dase e la Fondazione per la giustizia ambientale cercano soluzioni
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Pescatori che imparano a usare l'applicazione Dase. Foto di EJF, utilizzata con autorizzazione.
Al calar delle tenebre, un'imbarcazione si ritrova in un incontro inquietante con un peschereccio.
Il personale militare a bordo del peschereccio, approvato dal governo, brandisce minacciosamente le armi verso la nostra barca. “Frettolosamente, abbiamo alzato le mani in segno di resa, gridando a squarciagola che non eravamo pirati, ma un gruppo di sorveglianza e monitoraggio della comunità”, ha raccontato Stephen Zacheus Nodem, presidente dell'Associazione dei pescatori di Mouanko, raccontando lo straziante incidente avvenuto al largo della costa di Mouanko, nella divisione marittima di Sanaga, Regione del Litorale [it].
“Mentre la nostra barca si allontano, notiamo che l'equipaggio del peschereccio scarica i pesci morti nelle acque vicino la costa”, ha aggiunto un pescatore.
Questo incidente è un esempio di incursione di pescherecci a strascico e di pesca distruttiva, irregolare, non dichiarata e non regolamentata (IUU) in prossimità dell'isola di Douala-Edea Marine Protected Areas (MPAs) [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione].

Mouanko -Sanaga-Martime-Regione del Litorale. Foto di Leocadia Bongben, utilizzata con autorizzazione.
In base a quanto espresso su Global Voices, le investigazioni dimostrano le navi registrate nell'UE che non solo usano bandiere di comodo per nascondere le pratiche di pesca INN, ma anche lo sfruttamento ed esportazione di piccoli pesci pelagici nelle acque del Camerun.
Come evidenziato in un rapporto della Environmental Justice Foundation (EJF), la pesca distruttivo (pesca IUU) minaccia l'ambiente marino e le persone che dipendono da esso. Il rapporto ha inoltre evidenziato che la pesca su piccola scala contribuisce in maniera significativa, assumendo il 90% di coloro che sono impegnato nella pesca di cattura. Oltretutto, la pesca IUU priva i paesi delle loro risorse marine e mina gli sforzi per una gestione sostenibile della pesca.
Per fermare l'erosione dell'ecologia marina costiera, nel 2018 il Cameroon ha istituito delle aree marine protette (AMP). Nonostante quest'iniziativa, gli esperti notano che le incursioni di pescherecci a strascico nelle AMP sono stati persistenti, conseguendo nella devastazione delle popolazioni ittiche, gli habitat marini, e attrezzature per pescatori artigiani. Ciò non solo minaccia i mezzi di sussistenza delle comunità locali, ma rappresenta un rischio per l'intero ecosistema costiero.
La capacità dei ministeri camerunesi che sovrintendono al settore, tra cui quello dell'allevamento e della pesca, nonché quello delle foreste e della fauna selvatica, è fortemente limitata nella capacità di proibire e dissuadere efficacemente i pescherecci industriali dall'intromettersi in queste aree protette.
Alla luce di ciò, EJF sta collaborando con il governo per fornire assistenza per la sorveglianza a livello comunitari, con lo scopo di prevenire operazioni di pesca illegali, specialmente le incursioni dell'industria di pescherecci a strascico, all'interno dell'area marina protetta del Parco Nazionale di Douala-Edéa.
Con il finanziamento di Ocean 5, un progetto di tre anni di ricerca e sviluppo, incentrato sull'efficienza delle AMP e sulla lotta alla pesca a strascico industriale illegale in Camerun, è stato lanciato nel 2022. L'EJF, in collaborazione con il Ministero delle Foreste e della fauna selvatica e con la Cameroon Wildlife Conservation Society (CWCS), sta lavorando attivamente per stabilire una solida sorveglianza a livello comunitario. Un ulteriore progetto ha aiutato il governo a modificare la legislazione per includere disposizioni per il monitoraggio collaborativo.
Lo scorso 2023 il EJF ha introdotto l'applicazione Dase Cameroon così da migliorare gli sforzi di monitoraggio e sorveglianza della comunità. Il nome “Dase” significa “testimonianza”, esso prende spunto dalla lingua Fanti[it] parlata nel Ghana, dove l'applicazione è stata lanciata per la prima volta.
Dase è un'applicazione per smartphone sviluppata e gestita da EJF, che dà la capacità agli utenti di fare video o scattare foto in tempo reale di testimonianze della pesca distruttiva IUU, ciò indipendentemente dalla connessione internet.

App DASE Camerun. Foto di EJF, utilizzata con autorizzazione.
Spiegando la funzionalità, Steve Trent, direttore dell'EJF, ha dichiarato: “Gli utenti devono semplicemente aprire l'applicazione Dase sulla piattaforma software Collect, scattare una foto dell'imbarcazione con il nome o il numero di identificazione visibile e registrare la posizione quando osservano un'imbarcazione che danneggia canoe, attrezzi o pratica la pesca illegale”. Il software automatizza poi il processo inviando la segnalazione a un database centrale, consentendo alle autorità di effettuare arresti o imporre sanzioni ai responsabili”.
Ha aggiunto che il software viene adattato alle esigenze locali, consentendo alle comunità di pescatori di adottare misure proattive per salvaguardare l'ambiente e le loro risorse vitali. L'EJF ha fornito una formazione completa sull'utilizzo e la protezione dell'applicazione prima della sua distribuzione ai pescatori, integrata da corsi precedenti sulla sicurezza marittima e sul primo soccorso. Inoltre, l'organizzazione ha distribuito giubbotti di sicurezza, giubbotti di salvataggio, binocoli e buste a tenuta stagna per proteggere i telefoni dei pescatori durante il processo di distribuzione.

I pescatori ricevono una formazione sul primo soccorso e sulla sicurezza in mare. Foto di EJF, utilizzata con autorizzazione.
Orimisan Omoruy, capo dell'organizzazione dei pescatori di Mbiako, ha espresso apprezzamento per l'applicazione Dase, affermando: “Le conoscenze e l'esperienza ci aiuteranno a segnalare le incursioni dei pescherecci a strascico e a proteggere la nostra principale fonte di sostentamento e le nostre attrezzature da pesca”.
Riconoscendo l'impatto delle conoscenze acquisite, Eitel Pandong, conservatore del Parco nazionale di Douala-Edéa, ha osservato: “Con le conoscenze acquisite, credo che saremo in grado di rafforzare i nostri sforzi di sorveglianza per individuare e scoraggiare la pesca INN e altre attività illecite nel Parco nazionale di Douala-Edéa”. Ha sottolineato la necessità di aumentare la capacità operativa per una maggiore efficacia.
Inoltre i pescatori hanno sollecitato la EJF a dare seguito alla informazioni da loro fornite e hanno chiesto assistenza alla EJF per recuperare le loro attrezzature rovinate dai pescherecci.
L'app Dase, ha dimostrato la sua efficacia nel combattere la pesca IUU in Ghana, Liberia e Senegal, dove una piccola scale di pescatori e autorità locali hanno unito le forze per combattere la pesca IUU.
Per sradicare la pesca INN, le autorità locali devono sostenere le funzioni principali dell'applicazione e collaborare con il governo e altri partner. Alla luce di ciò, il 20 ottobre 2023, Cyrille Yvan Abondo, capo della divisione Sanaga-Maritime, ha firmato un documento che istituisce la prima commissione partecipativa per la supervisione della pesca INN.
L'EJF è anche un membro fondatore della Coalizione per la trasparenza della pesca e ha istruito i giornalisti del Camerun a occuparsi di storie legate alla pesca. Nell'ambito di questa alleanza, la fondazione sostiene il progetto Global Charter for Transparency, approvato da Steve Trent, come una collezione di provvedimenti fattibili, e dal punto di vista dei costi per portare la pesca allo scoperto e garantire un oceano sano e sicuro.
Vale anche la pena di notare che l'EJF ha assistito il Camerun nella revisione della sua obsoleta legislazione sulla pesca del 1994, contribuendo a misure volte a invertire la bandiera rossa europea e nel 2023 il divieto sulla pesca dei prodotti del Camerun.
La visione artistica dei film è stata repressa e sostituita con l'ideologia politica
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Sala vuota dell'ormai demolito Park Cinema di Kabul. Screenshot tratto dal video “Park Cinema 
In Argentina, il terrorismo di Stato fece sparire sistematicamente i detenuti e i loro figli
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Manifesto della serie ”El eternauta” con appelli per i desaparecidos della famiglia Oesterheld. Foto: Kaloian/ presa da El Destape / Utilizzata con autorizzazione
Eternauta è un termine il cui significato [es, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] proviene da “eter”, che si riferisce all'eternità e a ciò che trascende la morte, e “nauta”, viaggiatore o navigatore. Insieme, significano quindi “viaggiatore eterno”. Nel fumetto argentino “El Eternauta” [it], creato dallo scrittore Héctor Germán Oesterheld [it] nel 1957, il viaggiatore eterno si chiama Juan Salvo. Un personaggio che, lontano dall'essere un supereroe tradizionale, vive una tragedia incomprensibile.
Quasi settanta anni dopo la sua pubblicazione, la storia è appena diventata una serie su Netflix [it], con protagonista Ricardo Darín [it], uno dei nomi più conosciuti del cinema argentino. L'adattamento ha introdotto nuovi temi, anche se ha rispettato la struttura della trama originaria, e le maschere di sopravvivenza utilizzate dai personaggi sono apparse nelle recenti proteste contro il governo di Javier Milei [it].
Al di là della trama, anche la storia personale di Oesterheld e della sua famiglia ha attirato l'attenzione. L'autore, le sue quattro figlie, due generi e due nipoti ancora da nascere scomparvero per opera della dittatura civico-militare (1976–1983) [it].
La serie è stata un colpo durissimo che ha dato nuovo impulso alle ricerche legate all'identità, dato che centinaia di neonati e bambini furono sottratti alle loro famiglie. Le vittime subirono ogni sorta di destino, alcuni furono adottati da militari o civili e crebbero senza conoscere la loro vera origine.
Abuelas de Plaza de Mayo [it], una associazione civile senza fine di lucro creata nel 1977, cerca questi neonati e bambini di cui la dittatura si è appropriata. L'organizzazione riceve richieste sull'identità e denunce di possibili appropriazioni, ma tiene i contatti anche con le persone che hanno dei dubbi sulla loro storia personale. Dopo l'andata in onda della serie, fino al maggio 2025, il numero di persone che cercavano di conoscere la propria identità si è moltiplicato per sei, mentre si sono triplicati coloro che hanno fornito dei dati sui possibili nipoti oggetto di ricerca.
Di fronte al successo della serie, le organizzazioni dei famigliari sono intervenute incollando sui manifesti pubblicitari della produzione foto di Oesterheld e delle sue quattro figlie, che risultano ancora tutti dispersi. H.I.J.O.S., organizzazione di figli e figlie di vittime, ha condiviso l'annuncio sui social media:
¿Estás mirando El Eternauta?
Si es así y naciste en noviembre de 1976 o entre noviembre de 1977 y enero de 1978 y tenés dudas sobre tu identidad o la de alguien que nació en esas fechas, contactate con @abuelasdifusion
Foto Kaloian Santos pic.twitter.com/EkEvPFgS8P
— H.I.J.O.S. Capital (@hijos_capital) May 3, 2025
Stai guardando El Eternatuta? Se è così e sei nato nel novembre 1976 o tra il novembre 1977 e il gennaio 1978 e hai dei dubbi sulla tua identità o di qualcuno che nacque in queste date, mettiti in contatto con @abuelasdifusion
“Dove si trova Oesterheld?”. Da quando la serie è andata in onda la domanda è diventata virale e si è trasformata in uno slogan. L’ubicazione di Oesterheld, delle figlie, dei generi e dei nipoti o nipotine continua a essere sconosciuta quasi 42 anni dopo la fine della dittatura in Argentina, lo stesso destino di migliaia di persone [pt] nel paese.
Si parla di 30.000 persone scomparse, secondo le organizzazioni dei diritti umani. Il Registro delle Vittime del Parco della Memoria raccoglie solo 8948 vittime.
Come in altri paesi del Cono Sud che ebbero delle dittature tra gli anni 1960 e 1980, anche la repressione statale durante l'ultima dittatura militare in Argentina fu caratterizzata dalla sparizione forzata di persone come parte di un piano sistematico di sterminio contro militanti politici, sindacali, studenteschi, una parte dei quali componenti di organizzazioni armate. Tra i metodi usati dal terrorismo di Stato nella sparizione ci furono, per esempio, i voli della morte [it], che implicavano il lanciare persone nel Río della Plata da un aereo.
Anche se nel paese è stato celebrato il processo alle Giunte militari [it], il procedimento giudiziario che ha condannato alcuni dei repressori nel 1985, la maggior parte delle persone scomparse non poté essere mai recuperata, come nel caso degli Oesterheld.

La famigia Oesterheld, Héctor, Elisa e le loro figlie. Foto: Sitio web delle Abuelas de la Plaza de Mayo/Utilizzata con autorizzazione.
Héctor Germán Oesterheld [it] nacque nel 1919 en Buenos Aires e fu sequestrato nel 1977, un anno dopo l'inizio dell'ultima dittatura militare. Era uno sceneggiatore, scrittore, giornalista ed era diventato un precursore dei moderni fumetti [it]. Inoltre, era anche un militante politico e si unì all'organizzazione armata Montoneros [it]. Definito dalla sua stessa moglie, Elsa Sánchez, come “un libero pensatore di sinistra con un'intelligenza straordinaria”, il suo sguardo acuto nei confronti della società e della politica nella realtà argentina e tutti gli aspetti della sua vita venivano trasmessi al suo fumetto originale.
Oesterheld aumentò il suo impegno con la lotta politica negli anni 1970 [it]. Il quel momento realizza una nuova versione dell'Eternauta, che finisce di scrivere in clandestinità. Questa militanza gli costò la vita. Testimonianze di sopravvissuti confermarono che, nonostante la tragedia e il deterioramento fisico, conservò sempre la dignità e la lucidezza che si riflettono nella sua opera.
Come lui, anche le sue quattro figlie, anch'esse militanti del movimento Montonero, furono sequestrate. Due di loro, Diana y Marina, erano incinte. Il bambino di Diana dovrebbe essere nato nel novembre 1976, mentre quello di Marina tra il dicembre 1977 e il gennaio 1978.

La dittatura è stata responsabile della scomparsa della famiglia di Fernando Araldi Oesterheld. Foto: Utilizzata con autorizzazione
Fernando Araldi Oesterheld, il primo figlio di Diana, aveva un anno quando i suoi genitori furono presi. Suo padre, Raúl, fu identificato nel 2010 dalla Squadra Argentina di Antropologia Forense del Cimitero nord di Tucumán. Sua madre e suo fratello o sorella continuano a essere scomparsi. Quando sequestrarono la sua famiglia, Fernando fu lasciato in una casa famiglia, dalla quale poté essere recuperato dai suoi nonni paterni.
Elsa Sánchez de Oesterheld, la vedova dello scrittore, cercò le sue figlie e i suoi nipoti fino alla sua morte nel 2015 e fece parte dell'associazione delle Abuelas de la Plaza de Mayo [it]. Si unì al gruppo dopo che altre nonne le si erano avvicinate per unirsi alla sua ricerca.
Nel sito web delle Abuelas c'è una sua citazione: “La mia lotta è perché i miei nipoti sappiano la verità, per questo io non parlo di restituzione, ma di diritto all'identità”.
Le Abuelas non sono state l'unica organizzazione che è stata fondata a partire dalla tragedia argentina e dalla lotta dei famigliari delle vittime del terrorismo di stato. Nel 1977, anche madri che cercavano i loro figli e che si incontravano nella stessa Plaza de Mayo [it], situata di fronte alla Casa Rosada [it], la sede della Presidenza Argentina, si scambiavano informazioni e fondarono così l'organizzazione delle Madres de Plaza de Mayo [it]. Il loro simbolo era un fazzoletto bianco sul capo, originariamente un pannolino da bambino.
Anni dopo, nel 1995, sorse anche un'organizzazione di una terza generazione di famigliari —H.I.J.O.S, gruppo di figli e figlie per l'identità e la giustizia contro l'oblio e il silenzio.
Dall'inizio delle sue ricerche, il gruppo delle Abuelas è riuscito a incontrare 140 nipoti. L'ultimo annuncio di nipote recuperato è stato fatto il 7 luglio 2025, il primo caso da quando è uscita la serie.
El #Nieto140 es el primer anuncio de @abuelasdifusion desde que salió la serie El Eternauta
La búsqueda sigue por todos los hermanos y hermanas que falta encontrar
Si naciste entre 1975 y 1983 y dudás de tu identidad, acercate. Si tenés información, aportalaFoto @kalofotograma pic.twitter.com/7QaFmcRJgw
— H.I.J.O.S. Capital (@hijos_capital) July 8, 2025
Il #Nieto140 è il primo annuncio di @abuelasdifusion da quando è uscita la serie El Eternauta. La ricerca continua per tutti i fratelli e sorelle che ancora mancano all'appello. Se sei nato tra il 1975 e il 1983 e hai dei dubbi sulla tua identità, vieni da noi. Se hai delle informazioni, condividile.
L'organizzazione continua nel suo lavoro, cercando persone che sono nate tra il 1975 e il 1983 che abbiamo dubbi sulla loro identità e origine. I due bambini Oesterheld sono tra i quasi 300 che ancora non sono stati restituiti.
Il lavoro della Banca Nazionale dei dati genetici dell'Argentina, fondamentale per le prove che ristabiliscono le identità, è minacciato dai tagli ai finanziamenti alla ricerca scientifica sotto il governo attuale. Le Abuelas e altre organizzazioni richiedono il mantenimento delle politiche pubbliche per la memoria contro il terrorismo di Stato.
Quindici giorni dopo la trasmissione della serie del Eternauta, Manuel Gonçalves Granada, componente della commissione direttiva delle Abuelas, nipote recuperato nel 1995, il caso numero 57, ha commentato a Infobae che “gli dà speranza e allegria vedere che, a partire dalla serie, si riattivano i meccanismi creati dalle Abuelas”.
“La moltiplicazione di richieste apre un'enorme aspettativa di incontrare il prossimo nipote, che è il motivo per cui lavoriamo e per cui le Abuelas lottano ogni giorno”, ha dichiarato.
“Il miglior modo per godersi il tofu è quello di farlo da solo” ’
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Tofu d'acqua con condimenti. Foto a cura di Jo Carter. Uso su concessione.
Il 28 dicembre 2025 ho visitato il villaggio di Helan nello Yanbian, la terra natìa di Lee YJ, una donna coreana-cinese la cui storia è stata condivisa su Global Voices [en] lo scorso maggio. Sono passati sei mesi dall'ultima volta che abbiamo parlato ma la sua famiglia mi ha accolto calorosamente e mi ha gentilmente invitato a prendere parte ad un rituale che segna i confini di una famiglia: la preparazione dello Tsodibi (초디비), un tofu d'acqua in stile Yanbian, che si chiama sundubu (순두부), in lingua sudcoreana standard.

I semi di soia vengono macinati fino ad ottenere una pasta vellutata. Foto di Jo Carter. Uso su concessione. .
Lo Tsodibi non è legato ad una specifica stagione o festività del calendario. Choi MJ spiega che questo piatto viene preparato quando la famiglia si riunisce, indipendentemente dal periodo dell'anno. Quando i familiari tornano a casa, lo Tsodibi diventa il centrotavola del pasto tipicamente fatto a mano dallle donne della famiglia allargata. Simboleggia l'unione familiare e la cooperazione.
Ci vuole più di un giorno per preparare il Tofu d'acqua. Per prima cosa, occorre mettere a mollo i semi di soia durante la notte, poi macinarli fino a ottenere una pasta densa e vellutata.
La macinazione doppia è il passaggio fondamentale per estrarre il ricco sapore dai semi. Si può vedere la trasformazione: la prima passata è grossolana, ma la seconda produce una consistenza cremosa e raffinata che conserva tutta la ricchezza del seme. Abbiamo aggiunto dell'acqua bollente per renderla più soffice e più facile da spianare.
Il secondo step consiste nello spianare. “Anche tu stai facendo questo lavoro”, Lee mi ha invitato a lavorare insieme su questo passaggio.

La fase di spianamento. Foto fornita da Jo Carter. Uso su concessione.
Abbiamo messo l'impasto dei semi dentro ad un sacchetto di stoffa e, mentre Lee teneva l'apertura, ho premuto e spremuto la base di soia per farla uscire. Dopodichè, abbiamo messo il liquido dentro ad un un sacchetto a maglie più fini per una seconda spianatura. È stato un lavoro fisico faticoso, soprattutto considerando che la maggior parte delle donne nella famiglia di Lee ha più di settant'anni. Ciononostante, hanno svolto il lavoro con forza e pazienza, che hanno coltivato da decenni di esperienza.
Poi c'è stata la fase del riscaldamento. Nella loro cucina tradizionale, una grande pentola è posta sopra un forno, che funge anche da sistema di riscaldamento a pavimento.

Una cucina tradizionale in Corea del sud. Il forno funge sia da fornello che da sistema di riscaldamento a pavimento. Foto a cura di Jo Carter. Uso su concessione.
“Abbiamo anche una cucina moderna ma non la usiamo molto,” ha commentato orgogliosa Lee YN, la sorella minore di Lee. “Il nostro metodo tradizionale è molto più efficiente ed ecosostenibile.”(Anche se ho notato che in seguito, si è fiondata nella cucina moderna per preparare altri piatti!)
Il fratello di Lee, CS, è sceso per accendere il forno. In Yanbian, lo Tsodibi viene tradizionalmente preparato dalle donne e, la partecipazione degli uomini è solitamente limitata a piccoli compiti come quello di mantenere vivo il fuoco.
Mentre la pentola si scaldava lentamente, Lee e le sue sorelle hanno iniziato a preparare i contorni sulla piastra di ferro, accanto ad essa perlopiù kimchi fritti, composti da varie piante selvatiche. Al di fuori della cultura coreana, molti credono che il kimchi sia fatto solo di verza piccante fermentata, ma in realtà, significa solo “sottaceti” e che quindi, si possono utilizzare una varietà di verdure, di conseguenza, i piatti che derivano da tale preparazione, non sono ncessariamente piccanti.
La famiglia di Lee ha rimosso la base di soia prima che la pentola bollisse. Essa ha rimosso velocemnte la schiuma che si è formata sopra al miscuglio della base di soia e ha aggiunto un Tarabuso (un coagulante). Mentre mescolava delicatamente, la magia si è realizzata: il liquido ha cominciato a formare grumi bianchi come la neve. Le donne hanno continuato a mescolare, sollevando di tanto in tanto la superficie del Tofu che sbocciava in superficie come carta da forno.

Il Tofu si consolida nel fornello. Foto di Jo Carter. Uso su concessione.
Per servirlo, occorre eliminare l'acqua in eccesso e servirlo con una salsa fatta in casa. La salsa era un mix di salsa di soia e verdure aromatizzate tritate, come cipolle, aglio e peperoncino.
Lo Tsodibi appena sfornato ha una morbidezza tenera e simile ad una nuvola, con un sapore ricco e nocciolato, che non può essere paragonato al tofu che si acquista al supermercato. “Il miglior modo per godersi il tofu è quello di farlo da solo, non è così?” ha detto YN.
Choi MJ, la figlia di Lee, ha spiegato che lo Tsodibi viene generalmente servito con una salsa leggera, perchè il suo sapore è già ricco e già nocciolato di per sé. Questa ricetta è diversa da quella del tofu ad acqua in stile cinese, che viene più frequentemente saltato in padella oppure cotto con spezie o altri ingredienti. Il tofu d'acqua può anche essere cotto solo nella cucina tradizionale, usando la tradizionale piastra di ferro. “Semplicemente, le attrezzature moderne non producono lo stesso risultato,” ha detto Choi.
Per conservare il tofu, abbiamo versato la cagliata in una scatola quadrata rivestita di stoffa. In seguito, abbiamo riempito un'altra ciotola con l'acqua in eccesso e pressato il tofu fino a ottenere un blocco solido e denso.

Foto di Jo Carter
Il nome “tofu d'acqua” descrive perfettamente la natura dello Tsodibi. Il piatto, proprio come le donne che lo preparano, possiede una tenerezza fluida, sostenuta da una solida forza. Mentre fuori iniziava il freddo invernale, il calore del forno e il ricco aroma nocciolato dei semi di soia mi hanno ricordato che spesso, i pasti più indulgenti non si trovano in ristoranti di lusso ma nelle mani lente e pazienti di coloro che mantengono vive le loro tradizioni.
Picchiata per aver partecipato a una manifestazione e scattato foto
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Laurinda Gouveia. Foto: Eliza Capai / Agência Pública.
Questa intervista è stata pubblicata la prima volta nel sito di Agência Pública [pt, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] il 16 novembre 2015. Viene riproposta con autorizzazione in Global Voices, divisa in due parti. Questa è la prima.
Laurinda Gouveia è una ragazza incredibile che vive in un piccolo appartamento in una delle baraccopoli di Luanda, la capitale dell'Angola. Ha 26 anni ed è al terzo anno di filosofia perché “volevo acquisire un pensiero più coerente sulle cose”. Dal 2011, è una delle poche donne che partecipa alle manifestazioni contro il presidente José Eduardo dos Santos, al potere da più di 36 anni, e una delle poche che fanno parte della vivace scena rap di Luanda, dove i giovani, ispirati da gruppi brasiliani come Racionais MCs, affrontano i problemi del paese, uno con le maggiori disuguaglianze dell'Africa. Le proteste hanno attirato decine di persone nel 2012, ma sono andate scomparendo a causa dell'attenta strategia selettiva di repressione e terrore messa in atto dal governo che, non solo perseguiva i giovani manifestanti, ma anche le loro famiglie. Questo è ciò che è successo a Laurinda.
Fino all'anno scorso lavorava con sua zia in modo informale, vendendo in strada cibo alla griglia, minestra e birra. Dopo, tutto è cambiato. Laurinda è diventata nota a livello nazionale dopo essere stata brutalmente aggredita dalla polizia angolana durante la partecipazione a una protesta in qualità di giornalista civica. In seguito a questo episodio, la sua famiglia l'ha cacciata di casa.
Dopo essere stata picchiata per due ore dalla polizia, ha deciso di raccontare la sua esperienza in siti internet, mostrando i colpi ricevuti. “Iniziarono a colpirmi, mentre ero ammanettata, con manganelli e bastoni, sulle gambe e dappertutto. Io piangevo e chiedevo perdono, dicevo che mi dispiaceva, dicevo qualsiasi cosa, dicevo che mi dispiaceva davvero”. Nell'intervista di agosto con Pública a Luanda, Laurinda ha allontanato lo sguardo dalla telecamera al ricordo di queste ore di tortura. “Non impicciarti di queste cose, sei una donna, preoccupati di sposarti e di fare figli… Dopo di questo non potrai avere figli!” dicevano i poliziotti. Laurinda prosegue: “La maniera in cui mi colpivano mi faceva pensare che fossero davvero furiosi con me”.
Cinque giorni dopo aver rilasciato questa intervista e aver ammesso pubblicamente che aveva partecipato a un gruppo di studio del libro “Come abbattere un regime” di Gene Sharp con altre quindici persone che erano già in arresto da giugno, Laurinda fu obbligata a firmare una dichiarazione giurata, le fu proibito parlare dell'interrogatorio a cui era stata sottoposta e fu accusata formalmente per gli stessi reati. È stata accusata di pianificare una rivolta, ma è stata rilasciata su cauzione, secondo la legge dell'Angola. Il processo di Laurinda ha avuto inizio il 16 novembre e continuerà per alcune settimane presso la corte di Luanda. Questa è stata la sua ultima intervista come donna libera.
Pública: Come hai cominciato a partecipare alle manifestazioni?
Laurinda Gouveia (LG): Eu faço ativismo desde 2011. Faço parte de um grupo da igreja, sou uma pessoa que gosta muito de orar e questionar as coisas. Quando ouvi a notícia da manifestação, disse: “Uau, então podemos mudar alguma coisa reclamando…”. A partir dali, comecei a seguir, né? Comecei a entusiasmar-me também. Então fui. Falei com meu primo. O meu primo, como gosta de rap, ele conhecia muito bem o Luaty, e ele até disse, a brincar: “Olha, nem vale a pena seguir o Luaty, porque ele já vem falando do presidente há bastante tempo”. E fui seguindo, só ia participar das manifestações, depois voltava pra casa. Comecei a participar normalmente, até a data de hoje.
Laurinda Gouveia (LG): Sono attivista dal 2011. Faccio parte di un gruppo in chiesa; sono una persona alla quale piace parlare e mettere in discussione le cose. Quando ho sentito della [prima] manifestazione, mi sono detta “Wow, allora possiamo cambiare le cose se protestiamo…” Ed è stato allora che ho cominciato, sai? Mi sono entusiasmata molto, sono andata e ho parlato con mio cugino. A lui piace il rap, quindi conosceva molto bene [il rapper] Luaty [Beirão, accusato di pianificare una ribellione per aver preso parte al medesimo gruppo di studio]; mi disse, inoltre, scherzando: “Guarda, non vale la pena seguire Luaty, è tanto tempo che parla del presidente”. E ho cominciato ad andare. Andavo alle manifestazioni e dopo tornavo a casa. Ho iniziato ad andarci con regolarità e ho continuato a farlo fino a oggi.
Pública: Qual è stata la tua prima esperienza con le forze di sicurezza?
LG: Em 2012 foi a primeira vez que eu fui agredida por um agente da polícia secreta. Marcou-se uma manifestação e, como é normal, eles vêm sempre com paus, que é pra bater nos manifestantes. Quase todos fugiram e eu e me mantive lá, estava a andar normalmente como se não tivesse a fazer parte do grupo… Só que eles, depois, disseram: “Olha, pega ela também, pega ela também!”. E depois apareceu um senhor e deu-me uma galheta [tapa], e a chapada que ele me deu, assim mesmo, do nada… Porque eu tava um pouco renitente também, não quis sair do largo porque aquilo é público. Não tenho que sair porque simplesmente alguém que está a fazer o trabalho do Estado quer que eu saia. Até que, depois eles cansaram, outros moços vieram conversar comigo: “Mas por que tu estás a te meter nisso? Deixa disso. Estuda, arranja um bom marido, não te preocupes com isso, porque não és tu que vai mudar isso”. Foi a primeira agressão que eu sofri.
LG: La prima volta che un agente della polizia segreta mi ha aggredito è stato nel 2012. La manifestazione era programmata, come sempre loro avevano dei bastoni di legno per colpire i manifestanti. Quasi tutti se ne andarono correndo e io rimasi lì, camminando normalmente come se non facessi parte del gruppo. E allora dissero: “Guardate, prendete anche lei, prendetela!!” Quindi arrivò un uomo e mi diede uno schiaffo, e il modo in cui lo fece, dal nulla… Dato che ero testarda, mi rifiutai di andarmene dalla piazza, perché era un luogo pubblico. Non avevo motivo di andarmene solo perché qualcuno che lavorava per lo Stato me lo diceva. A un certo punto, quando si stancarono di me, altri uomini arrivarono e mi dissero: “Perché ti immischi in queste cose? Lascia perdere. Studia, trova un buon partito, non preoccuparti di questo, perché non sarai certo tu a cambiare le cose”. Questa è la prima volta che sono stata aggredita.
Pública: Questo ti ha invogliato a partecipare di più o ti ha spaventato?
LG: No momento eu pensei: “O dia em que chegarem com o porrete, não sei como é que eu vou ficar!”. Mas aquilo depois passou, consegui levar normalmente e continuei a fazer as atividades, comunicando-me com os manos quando havia manifestação. Penso que as coisas começaram a andar mais quando nós optamos pelas manifestações espontâneas. Os policiais mesmo chegavam e batiam, não viam se era menina, se era rapaz, batiam-nos. E ainda assim eu continuei.
LG: In un primo momento ho pensato, “Il giorno che arriveranno con dei manganelli, non so come farò a rimanere!” Ma dopo è passata, sono rimasta e ho continuato a riunirmi e comunicare con gli altri quando c'era una manifestazione. Credo che le cose hanno cominciato a muoversi quando abbiamo iniziato con le manifestazioni spontanee. La polizia veniva ancora e ci colpiva, senza far caso se fossimo donne o uomini, ci colpivano. E continuò così.
Pública: Quando hai cominciato ad essere più coinvolta? Nel 2012?
LG: Continuei com as pessoas, conheci o Luaty pessoalmente, o Nito, o M’banza Hanza [os três estão presos desde junho] e outros manos, né?, e começamos a dar um outro rumo ao ativismo. Principalmente nas manifestações espontâneas, eu faço um papel de tipo repórter cívica: quando via uma ação policial contra os manifestantes, fazia fotos. E foi quando em 2014, isso no dia 23 de novembro, decidimos fazer uma manifestação que durava dois dias, na qual estávamos a exigir a demissão imediata do José Eduardo do cargo de presidente. No dia 22 não pude participar, então decidi participar no dia 23. Fui ao Largo da Independência, mas quando chegamos lá logo vimos o aparato policial. E como sempre o [partido] MPLA criou uma contramanifestação, encontramos jovens vestidos com t-shirts do MPLA e tudo mais… Quando era mais ou menos 16 horas, já não tinha tanto policiamento, nós decidimos entrar no largo, apesar dos empecilhos, porque o largo tava vedado. Normalmente, quando há manifestação, eles vedam o largo, que é pra nós não entrarmos e exercermos a dita liberdade de expressão. Éramos sete. Fiquei na retranca: “Vou fazer imagens pra mandar pros manos que estão no Facebook acompanharem”.
Logo que os ativistas tentam entrar, os policiais vieram logo com porrete e começaram a bater, e nós éramos sete pessoas. Eu peguei o telefone e comecei a retratar aquilo. Assim que eles se deram conta, os manos fugiram, e eles vieram todos contra mim: “Me dá o telefone!”, eu disse, “Não, não vou dar o telefone”. Apareceu uma senhora, vestida assim, me deu uma chapada na cara, eu fiquei totalmente descontrolada. Um dos policiais pegou-me na mão que era pra tirar-me o telefone, e eu sempre a fazer força pra não largar o telefone. Ele veio, deu uma galheta, eu disse: “Não, você não pode fazer isso!”. Os carros todos parados, a rua toda a olhar, mas ninguém se mete. O telefone eles levaram, e eu ia atravessando pro outro lado, foi assim quando veio um agente da Sinse [serviço secreto], pegou-me pelo braço e alguns comandantes vieram e começaram a puxar: “A senhora vai pra esquadra!” [delegacia]. Pegaram-me no cabelo, a puxarem no braço, na perna. E fomos, eu sempre a chorar e a pedir socorro, foi assim que eu vi que não estavam me levando à esquadra. Algemaram-me.
Quando dei por conta, tava na escola Primeiro de Maio. Ainda tava lúcida, vi que eram gente da polícia e gente da Sinse. Eles pegaram-me, começaram a bater-me ainda algemada, com porrete, com pau de vassoura, a dar-me mesmo na perna, em toda parte. Não tinha como falar alguma coisa, eu só estava a chorar, a pedir desculpa, a pedir perdão, todo tipo de palavra saiu da minha boca, a pedir mesmo perdão. Foi assim que apareceu um dos comandantes, falei: “Tio, por favor, desculpa!”, ele deu-me um soco nos olhos. Eu a pedir sempre desculpa, desculpa, mas ele a ofender-me. “Não, nós já avisamos, vocês não ouvem… E por isso hoje vais ter que se mijar nas nossas mãos!” Eu me mijei, ainda tava algemada, mijei-me. Depois eles disseram “Desça do carro!”, desalgemaram-me e meteram-me no chão. Eu só estava a dizer: “Pra sofrer assim, vale a pena tirar-me a vida! Não estou a aguentar a dor!”.
Foi assim que chegou um senhor de óculos e perguntou-me “Laurinda, tu me conhece?”, eu disse: “Não, não conheço o senhor”. Pegou um porrete diferente, um assim grosso, começou a bater-me, mesmo, a bater-me, disse: “Vira de costas!”. Começou a dar-me no rabo, a dar, a dar. Disse: “Você hoje vai se lembrar quem eu sou!”. Foi cerca de uma a duas horas mesmo só a bater-me, aquilo foi um sofrimento e tanto. Depois dali eles disseram: “Ok, agora vamos conversar”. Perguntaram qual é o partido que nós seguíamos. Eu disse: “Não temos partido nenhum”. “Quem é vosso líder?”, eu disse: “Não, nós não temos líder. O que nós estamos a reclamar é algo que nos é de direito”. Pegaram uma câmera e começaram a filmar, a fazer perguntas: onde que eu nasci, com quem vivia, onde estudo. Algumas coisas eles já sabiam porque me vinham a investigar. Da maneira que eles batiam, dava a entender que eles tinham mesmo raiva de mim, dessa minha persistência nas manifestações.
LG: Ho continuato a riunirmi con la gente, ho conosciuto personalmente Luaty, Nito e M'banza Hanza [i tre in prigione da giugno] e gli altri compagni, sai? E abbiamo cominciato a modificare la forma di agire. Più che altro nelle manifestazioni spontanee, in cui ho assunto il ruolo di giornalista civica: quando vedevo le azioni della polizia contro i manifestanti, scattavo delle foto. Ed è stato nel 2014, il 23 novembre, che abbiamo deciso di organizzare due giorni di proteste chiedendo le dimissioni immediate di José Eduardo dos Santos. Il 22 novembre non ho potuto partecipare, così andai il 23. Ero al Largo de Independência (la piazza Independencia), ma quando arrivammo, vedemmo la polizia. Come sempre, il MPLA [il partito al governo] aveva organizzato una contro-protesta, incontrammo giovani con magliette del MPLA e così via.… Alle quattro del pomeriggio, quando non c'era più molta vigilanza, decidemmo di spingerci fino alla piazza, nonostante gli ostacoli, perché la piazza era completamente circondata. Normalmente, quando c'erano manifestazioni, la circondavano perché non entrassimo ed esercitassimo il nostro diritto alla libera espressione. Eravamo in sette. Rimasi indietro: “Vado a scattare qualche foto così i compagni lo possono vedere in Facebook”.
Appena gli attivisti cominciarono a entrare, la polizia arrivò con manganelli e cominciarono a colpirci, ed eravamo sette persone. Cominciai a documentarlo con il mio telefono. Quando se ne accorsero, i miei compagni fuggirono e la polizia si avvicinò a me: “Dammi il telefono!”. “No, non le do il mio telefono”, dissi. Apparve una donna vestita molto bene, mi diede una sberla e io persi il controllo. Uno dei poliziotti mi afferrò per prendermi il telefono, mentre io opponevo resistenza. Venne da me, mi colpì e mi disse: “Questo non lo puoi fare!” Le auto si erano fermate, tutti guardavano, ma nessuno interveniva. Mi presero il telefono e cominciai ad attraversare verso l'altro lato, quando un agente del servizio segreto mi prese per un braccio e alcuni altri arrivarono e cominciarono a spingermi: “Tu vieni in commissariato!” Mi presero per i capelli, per le braccia e le gambe e ce ne andammo, mentre io gridavo chiedendo aiuto. Dopo mi accorsi che non stavamo andando verso il commissariato. Mi ammanettarono.
Quando mi sono accorta di dove mi trovavo, nella scuola Primo Maggio, ero ancora lucida e ho capito che c'erano agenti di polizia e del servizio segreto. Mi afferrarono e cominciarono a colpirmi molto forte sulle gambe e ovunque con manganelli e bastoni mentre ero ammanettata. Non potevo dire nulla, piangevo solamente, dicevo che mi dispiaceva, chiedevo perdono, dicevo qualsiasi cosa, che mi dispiaceva veramente. Così che, quando è arrivato uno dei capi, gli dissi “Zio, per favore, perdonami!” e lui mi colpì sugli occhi. Io continuavo a dire che mi dispiaceva, chiedevo perdono, e lui mi offendeva. “No, ti avevamo avvertito e non hai voluto ascoltare… E per questo, oggi, te la farai addosso!” E infatti, lo feci, ero ancora ammanettata e me a feci addosso. Dopo dissero: “Esci dall'auto”, mi tolsero le manette e mi lasciarono per terra. Io dicevo: “Per soffrire così, avreste potuto uccidermi! Non sopporto il dolore!”
In seguito arrivò un uomo con gli occhiali e mi chiese: “Laurinda, mi conosci?” e io risposi: “No, signore, non la conosco”. Prese un altro manganello, grosso, e cominciò a colpirmi, continuò e disse: “Girati!” E cominciò a bastonarmi dietro, ancora e ancora. Diceva:”Ti ricorderai di me” Mi colpì per due ore, soffrii terribilmente. Dopo di che dissero: “Adesso parliamo”. Mi chiesero a che partito appartenevo. Risposi che non avevamo un partito. “Chi è il capo?” “Non abbiamo un capo”, dissi. “Reclamiamo i nostri diritti.” Presero una telecamera e cominciarono a filmarmi e a farmi domande: dove ero nata, con chi vivevo, dove studiavo. Alcune cose le sapevano già perché avevano fatto delle ricerche su di me. Il modo in cui mi colpivano mi fece pensare che erano veramente furiosi con me, per la mia insistenza nelle proteste.
Pública: Cosa è successo, dopo?
LG: Dali pra cá minha vida mudou tremendamente, porque depois os meus familiares não gostaram, acharam que a melhor solução seria eu sair de casa, já que vinham avisando-me e eu constantemente a fazer aquilo que eles não queriam. Até agora não aceitam. Então acharam que a melhor maneira de resolver esse problema era tirar-me de casa. Até o ano passado eu trabalhava com a minha tia. Ela vende churrasco, sopa e cerveja.
LG: Dopo, la mia vita è cambiata completamente, perché alla mia famiglia non è piaciuto quanto accadde e pensò che la soluzione migliore era che me ne andassi di casa, specialmente perché loro mi avevano avvertito [contro le proteste] e ho sempre fatto ciò che loro non volevano. Ancora oggi, non lo accettano. Così pensarono che la migliore soluzione al problema fosse mandarmi via di casa. Fino all'anno scorso lavoravo con mia zia. Lei vende cibo alla griglia, minestra e birra.
Pública: E ti sei vista obbligata a lasciare il lavoro con tua zia e a cercare un altro impiego?
LG: Comecei a me virar. Estou a viver um pouco mais próxima da universidade e as coisas estão mais calmas. A dificuldade foi… Estar com a família é outra coisa, viver só é algo difícil. Eu no momento vendo calçados. O lucro é o que eu tiro pra sustentar-me e pagar também a universidade. Mas penso que, quando estamos numa luta, devemos arcar com as consequências. Enquanto vivermos, teremos que nos sujeitar a tal coisa. E psicologicamente vou me arranjando também, porque afetou-me mesmo psicologicamente. Até agora, fisicamente, encontro-me com sinais desse espancamento. E, lógico, a maneira de olhar pra esses senhores não é como era antigamente, porque não tinha provado dessa experiência, de tanta maldade da parte deles.
LG: Mi arrangio. Ora vivo un po’ più vicino all'università e le cose si sono calmate. Il difficile è… stare con la propria famiglia è una cosa, vivere da sola è difficile. A volte vendo scarpe. Con ciò che guadagno mi mantengo e pago l'università. Ma penso che quando ci facciamo coinvolgere nella lotta, dobbiamo sopportarne le conseguenze. Mentre siamo vivi, dobbiamo attenerci a questo. E sto recuperando da un punto di vista psicologico, perché quest'esperienza mi ha scosso molto. Anche oggi, fisicamente, risento delle conseguenze delle bastonate. E, ovviamente, il mio modo di considerare questi uomini [al potere] non è la stessa di prima, perché prima non avevo avuto l'esperienza di sentire tanta malvagità contro di me.
Pública: Quando questo accadde, ne fu data notizia? Ci furono delle ripercussioni?
LG: Teve. A princípio eu também estava assim meio hesitante de mostrar, pois são nas partes mais íntimas, mas fui analisando e é uma forma de mostrar às pessoas que, quando nos fazem alguma coisa, devemos mesmo reivindicar de modo que mude a situação. Então, teve notícia [nos sites] Club-K, Maka Angola, entre outros. Penso que, de certa forma, também despertou a mente das outras pessoas.
LG: Sì. Al principio non ero sicura di voler mostrare le mie ferite, perché si trattava delle zone intime, ma ci ho riflettuto ed era un modo di mostrare alla gente che, quando ci fanno qualcosa, dobbiamo reagire in modo da cambiare la situazione. Così la notizia è apparsa in pagine web come Club-K e Maka Angola, tra le altre. Credo che questo, in qualche modo, abbia fatto sì che altre persone prendessero coscienza.
Pública: Dici che avevi segni nelle parti intime del corpo?
LG: Tive marcas nas partes íntimas, né?, no bumbum, nas pernas… Fiquei toda manchada nas costas, houve um constrangimento, mas depois vi aquilo como algo positivo, de modo que pude motivar as outras pessoas a denunciarem quando há alguma coisa mal.
LG: Avevo segni nelle mie zone intime, sai? Sulle natiche, sulle gambe, tutte le spalle erano segnate, era imbarazzante, ma poi lo presi come qualcosa di positivo, perché potevo motivare altri a denunciare quanto c'era di sbagliato.
Leggete la seconda parte di questa intervista qui [en].
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