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La recente storia di sfollamento di una famiglia e la perdita della loro casa nella campagna siriana
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Immagine di SyriaUrusata dietro autorizzazione.
Questo articolo [en, come tutti gli altri link, salvo diversa indicazione] è stato pubblicato per la prima volta da SyriaUntold il 21 gennaio 2026. Una versione redatta viene ripubblicata qui come parte dell'accordo di condivisione di contenuti con Global Voices.
“Mi chiamo Rima (pseudonimo), sono una ragazza curda di Afrin in Siria. Attualmente vivo nella città di Qamishli per motivi di lavoro, ma la mia famiglia viveva nel quartiere di Al-Ashrafiya di Aleppo prima di essere sfollata per la terza volta. La prima volta è successo nel 2013, quando l'edificio in cui vivevo è stato colpito durante i bombardamenti incrociati tra “l'Esercito siriano libero” e le forze governative nei quartieri di Al-Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, che hanno pesantemente danneggiato la nostra casa. Siamo rimasti intrappolati nel seminterrato per quattro giorni finché non è stato aperto un passaggio sicuro che ci ha permesso di fuggire verso la città di Afrin.
Un'ampia fetta della popolazione di Afrin possedeva due abitazioni, una ad Afrin e una ad Aleppo, che usavano per motivi di studio e lavoro. Dopo il primo sfollamento, ci siamo diretti verso la nostra casa di Jindires, in campagna, dove abbiamo vissuto fino al 2018. Poi, è iniziata “l'Operazione Ramoscello d'Olivo” turca che ha causato il secondo sfollamento. Ci siamo trovati isolati, senza una casa o un rifugio, perché la nostra casa di Al-Ashrafiya era andata distrutta e non avevamo i mezzi per ripararla o ristrutturarla. A quel tempo, la mia famiglia viveva in affitto in una casa nel quartiere di Syriac, ma il profondo attaccamento per Al-Ashrafiya ci ha spinto a tornare in quel quartiere e affittare un'altra casa vicino alla nostra, che era stata distrutta.
Contemporaneamente la nostra casa di Afrin è stata confiscata. Nel 2018, mio padre ha ricevuto una telefonata da qualcuno di Daraya, che lo informava che stata vivendo nella nostra abitazione, pesantemente danneggiata dai bombardamenti nelle vicinanze. L'uomo in questione ci ha chiesto dei soldi per ripararla. Mio padre si è rifiutato di concedergli l'autorizzazione di viverci o il “perdono” per averla occupata.
Uno dei nostri conoscenti l'ha ispezionata dopo il terremoto del 2023, che ha causato danni significativi a Jindires e provocato un ulteriore spostamento di persone da e verso Afrin. Ci ha assicurato che la casa non era stata danneggiata, perchè circondata da alberi di olivo, ma che era stata completamente recintata e circondata da videocamere di sorveglianza, in quanto abitata da un capo della fazione di “Ahrar al-Sharqiya,” un gruppo ribelle siriano armato, fondato nel 2016.
Dopo la caduta del regime nel tardo 2024, molti sono riusciti a tornare ad Afrin per ispezionare le loro proprietà, compreso mio padre che ha viaggiato per tre mesi accompagnato da una figura di spicco locale. Quando ha raggiunto la nostra proprietà, l'occupante è uscito e ha aggredito verbalmente mio padre, chiamandolo “porco” e “membro delle “Forze Democratiche Siriane (SDF)” (“Qasd-i’). Mio padre è riuscito solo a calmarlo e a spiegargli che era un civile, non aveva mai portato armi e che voleva semplicemente tornare a vivere nella propria casa dopo anni in cui era stato costretto a vivere in affitto. Per tutta risposta, l'occupante gli ha chiesto oltre 5.000 dollari per liberare la casa.
La mia famiglia non è agiata e non poteva permettersi una cifra del genere. Dopo l'intervento di una figura di spicco locale, l'occupante ha dimezzato la cifra. Era comunque superiore alle nostre possibilità economiche. Mio fratello ed io siamo riusciti a raccimolare 1.000 dollari ed abbiamo chiesto a mio padre di contattarlo nuovamente e cercare di convincerlo a liberare la casa. Si è preso invece i soldi, non ha liberato la casa e ha addirittura iniziato e vessare regolarmente mio padre per sapere se avesse raccolto la cifra richiesta finché mio padre non si è visto costretto a spegnere il cellulare per due mesi.
L'uomo in questione, originario di Deir ez-Zor, ha riferito a mio padre che non se ne sarebbe andato fino al ritiro delle Forze Democratiche Siriane (SDF) dalla sua città. Nella sua ultima minaccia, che non ha ancora messo in atto, l'uomo, che oggi fa parte del servizio di “Sicurezza generale” ci ha proposto due opzioni: pagare l'intera cifra oppure andarsene dopo aver fatto saltare in aria la casa.
Durante il recente attacco ai quartieri di Al-Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, la mia famiglia è stata sfollata per la terza volta, insieme a quella di mia sorella. Ancora una volta, siamo stati obbligati a dirigerci verso Afrin perchè la strada diretta alla regione di Jazira all'epoca era interrotta. Io stavo ansiosamente aspettando che arrivassero a Qamishli. Avevo perfino preparato loro una casa modesta per accoglierli, ma l'autista mi ha detto che era impossibile. C'erano enormi ingorghi e il viaggio, che normalmente richiede meno di quattro ore, è durato quasi sette ore.
Oggi, la mia famiglia vive nella casa di mia sorella che, a sua volta, ha perso più di una proprietà. Lei è stata l'unica a riuscire a riappropriarsi di una delle sue case con enormi difficoltà, dopo aver pagato centinaia di dollari. Ancora oggi, si imbatte tutti i giorni proprio nella persona che ha saccheggiato le nostre case.
Mia madre mi ha implorato di non parlare delle nostre sofferenze sui social media per paura di ritorsioni contro i miei due fratelli. Quando ci siamo parlate l'ultima volta, mi ha detto che avevano lasciato il quartiere, con lei che li teneva per mano come se fossero dei bambini, per paura che qualcuno potesse fare loro del male. Tuttavia, ha sentito un cittadino del quartiere, non di origine curda, dire “Era l'ora; speriamo che non tornino più”.
Oggi, due membri della mia famiglia sono tornati a vivere nel quartiere di Al-Ashrafiya. Mia madre però si rifiuta categoricamente di tornarci per paura che possa accadere qualcosa ai miei fratelli. Non poter vivere nella nostra casa di Afrin le spezza il cuore. Mia sorella mi racconta che la situazione nel quartiere è tranquilla, nonostante le numerose “facce strane”, gli scarsi servizi pubblici e le rovine degli edifici sparpagliati ovunque. La paura attanaglia tutti: chiunque arrivi nel quartiere viene sottoposto a un rigoroso controllo, soprattutto gli uomini molto giovani.
In mezzo a tutto questo, noi, la popolazione di Afrin, ci sentiamo merce di scambio alla mercé di tutti. In particolare, ci sentiamo traditi per aver perso le nostre proprietà ad Afrin, perché tutti stanno ignorando il problema.
Durante l'attacco al quartiere, alternavo stati di coscienza ed incoscienza; non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Non mi sono mai separata dal telefono ed ero sempre in contatto con la mia famiglia. Sentivo il peso della responsabilità: tutti si aspettavano che dessi loro buone notizie e che li rassicurassi che non sarebbero stati costretti a lasciare le loro case. Mi sono sentita in colpa perché vivevo così lontano, al punto che mi sono rivolta a varie persone per tentare di raggiungere Aleppo con qualunque mezzo.
Durante la mia ultima visita ad Aleppo, ho accompagnato mia sorella a prendere un caffè nel punto più alto della città, nella parte orientale del quartiere di Sheikh Maqsoud. Anche se non è mia abitudine immortalare questi momenti con una foto, qualcosa mi ha spinto a farlo. Oggi guardo quella foto e penso che passerà molto tempo prima che possa tornarci e mi fa male. Come ragazza curda, un giorno ci tornerò, ma distrutta.
In India sono in corso milioni di casi giudiziari: l'Intelligenza Artificiale e tecnologie future potranno accelerare le cose?
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Corte Suprema indiana. Licenza CC BY-SA 4.0, immagine resa disponibile tramite Wikimedia Commons
L'intelligenza artificiale (IA) è entrata di soppiatto nelle attività giudiziarie indiane [en, come tutti i link seguenti, salva diversa indicazione] in un modo inedito. L'IA viene usata per generare trascrizioni in tempo reale durante le udienze del Collegio costituzionale della Corte Suprema, mentre il software automatizzato permette di registrare le deposizioni dei testimoni nei tribunali di prima istanza. I giudici sono perfino arrivati a testare l'uso di strumenti di IA per le ricerche e le traduzioni in ambito legale per orientarsi tra i fascicoli dei casi in più lingue. Il tutto sta avvenendo in un contesto giudiziario teso e sta sollevando una questione molto centrale: gli algoritmi possono davvero accelerare i processi giudiziari e al tempo stesso garantire equità, trasparenza e la discrezionalità umana?
In India sono milioni le cause pendenti, tanto che l'onere giudiziario ammonta a diverse decine di milioni di cause. Per risolvere il problema, il governo, sotto la guida della Corte Suprema e del Ministero di Diritto e Giustizia, sta implementando la fase III del progetto e-Courts, pensato per modernizzare gli archivi, la gestione delle cause e i processi dei flussi di lavoro con tecnologie basate sull'apprendimento automatico e i modelli linguistici. Una parte considerevole del budget è riservato alle tecnologie future, come l'IA e la blockchain, a indicare la volontà di scommettere politicamente sul fatto che tali strumenti digitali possano ridure gli attuali ritardi pur continuando a rispettare il precetto che solo i giudici possono statuire su una causa. Man mano che i tribunali iniziano ad adottare l'IA in modo disordinato, devono anche stabilire dei limiti in termini di responsabilità, privacy e limitazione dell'automazione.
L'adozione dell'IA è basata sulla precedente digitalizzazione. A partire dall'implementazione di e-Courts nel 2007, il programma ha introdotto l'archiviazione elettronica dei documenti, nonché elenchi digitali online di casi e sentenze, allo scopo di rendere possibile la presentazione di richieste online. L'obiettivo della fase III è riuscire a interpretare le informazioni giudiziarie, ora digitalizzate, con tecnologie basate sull'elaborazione del linguaggio naturale e l'apprendimento automatico.
Un elemento chiave di questa innovazione è rappresentato da SUPACE (Supreme Court Portal for Assistance in Courts Efficiency), una piattaforma con tecnologia IA che permette ai giudici e al personabile responsabile delle ricerche di prendere più facilmente decisioni professionali informate sulla gestione dell'enorme mole di atti giudiziari. SUPACE non prende decisioni autonome: identifica fatti, propone precedenti e crea bozze degli schemi, contribuendo così a ridurre il tempo necessario per effettuare ricerche manuali e permettendo ai giudici di concentrarsi sulle argomentazioni giuridiche.
L'accesso alle lingue è un altro grande problema. Per risolverlo, la Corte Suprema ha sviluppato il software SUVAS (Vidhik Anuvaad Software) che converte le sentenze dall'inglese in altre lingue indiane e introdotto altri strumenti di test per la conversione delle sentenze finali nelle lingue locali in inglese. L'uso di applicazioni di trascrizione basate sulla tecnologia IA sta inoltre cambiando la modalità di gestione dei documenti ufficiali. La Corte Suprema ha iniziato a usare la trascrizione automatica per le questioni costituzionali e dal 2023 è in grado di produrre quasi in tempo reale testo ricercabile, che può essere usato come documentazione d'archivio.
La direttiva più importante è stata emessa dalla Corte Suprema di Kerala nel 2025. In tale direttiva, si ordinava a tutti i tribunali subordinati di usare Adalat.AI, uno strumento di riconoscimento vocale abilitato per l'intelligenza artificiale per registrare le deposizioni dei testimoni a partire dal 1° novembre 2025. Sviluppato da una start-up, che collabora nell'ambito della ricerca con università come Harvard e il MIT, Adalat.AI sostituisce le laboriose note scritte a mano con trascrizioni digitali immediate acquisite dai tribunali distrettuali all'interno del sistema. La direttiva dispone inoltre che i giudici possano usare solo piattaforme alternative controllate dalla Direzione IT della Corte Suprema in caso di problemi con il sistema, a garanzia del controllo della modalità di elaborazione di materiale audio sensibile.
I funzionari descrivono queste riforme come passi avanti verso un sistema giudiziario più efficiente e trasparente. I documenti programmatici mettono in evidenza la potenziale capacità dell'IA di ridurre l'errore umano nelle trascrizioni grazie alla possibilità di individare gli errori di base durante il processo di archiviazione elettronica e di permettere ai giudici sovraccarichi di lavoro di dare priorità ai casi più urgenti. I commentatori della riforma del sistema giudiziario sostengono anche che, se implementati in modo appropriato, tali sistemi potrebbero ridurre la durata delle udienze, migliorare l'accuratezza delle trascrizioni e traduzioni, nonché fornire alle parti in causa, soprattutto a quelle dei distretti più remoti con scarse risorse legali, maggiore visibilità sull'andamento delle loro cause.
Nonostante l’ottimismo, i giudici e gli studiosi hanno tuttavia manifestato riserve. Un primo segnale significativo è arrivato dall'Alta Corte di Delhi nel 2023, quando la stessa si è rifiutata di prendere in considerazione le argomentazioni relative a un caso di contraffazione di marchio che facevano affidamento su ChatGPT. In quell'occasione la corte ha affermato che i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) erano in grado di ‘fabbricare’ citazioni di sentenze e dati, e che i risultati ottenuti necessitavano di una verifica indipendente.
In un altro caso, i giudici dell'Alta Corte di Delhi hanno consentito ad alcuni proprietari di ritirare una domanda dopo aver scoperto che alcune parti delle loro memorie, tra cui le citazioni delle sentenze, erano state generate tramite ChatGPT. Le contestazioni riferite al documento includevano riferimenti a sentenze inesistenti e dichiarazioni citate erroneamente. In quell'occasione il giudice ha criticato severamente l'uso dell'IA generativa non verificata, dichiarando che tale pratica correva il rischio di fuorviare la corte. Questo incidente ha messo in evidenza i pericoli, a livello professionale, derivanti dal compromesso tra velocità e accuratezza offerto dall'IA.
Il problema del cosiddetto black box, ovvero di riuscire a verificare che uno strumento compia le operazioni per le quali è stato concepito, è molto più esteso. Gli strumenti di IA usati per le ricerche, i riepiloghi o le trascrizioni possono essere basati su modelli opachi. Quando SUPACE richiama l'attenzione su determinati precedenti, i giudici e le parti in causa non sono in grado di stabilire in che modo è stata stabilita la priorità di tali casi. Gli studiosi segnalano che questo livello di opacità rende più difficile individuare gli errori e potrebbe influenzare fin troppo velatamente il pensiero giudiziario se i suggerimenti dell'algoritmo vengono in qualche modo “considerati imparziali”.
Un altro pericolo deriva sul pregiudizio. La giurisprudenza indiana, come la società stessa, è molto disparitaria. Ne consegue che i set di dati usati per il training dell'IA potrebbero essere influenzati da modelli discriminatori basati sui concetti di casta, genere, classe sociale o religione. Gli analisti hanno avvertito che l'IA rafforzerebbe questi pregiudizi in nome di una maggiore efficienza. I giudici più anziani, tra cui il Presidente della Corte Suprema indiana, hanno ammesso che l'IA pone il rischio di “amplificare la discriminazione” negli scenari caratterizzati da tale opacità e nel caso in cui il traning venga effettuato con dati non rappresentativi.
Sono stati inoltre sollevati timori sulla privacy e la sicurezza dei dati. Il Casellario Giudiziale contiene grandi quantità di dati personali sensibili, come condanne penali, dati finanziari e sanitari. Tutte le linee guida dei tribunali, come quelle dell'Alta Corte di Kerala, sconsigliano di caricare tali dati in strumenti cloud pubblici. La legge sulla protezione dei dati personali digitali del 2023, disciplina l'elaborazione automatizzata e l'uso di molti strumenti di IA impiegati nei tribunali. In assenza però di una legge specifica sull'IA, i tribunali e gli sviluppatori devono orientarsi tra un mosaico di normative relative alla riservatezza e la protezione dei dati.
Un ulteriore timore che ostacola l'implementazione di miglioramenti nel lungo termine deriva dal cosiddetto “condizionamento dell'automazione“, ossia dalla tendenza dell'uomo a porre eccessiva fiducia nei risultati generati dai computer. Gli studiosi argomentano, ad esempio, che quando l'IA presenta al giudice un precedente applicabile o la priorità di un caso, il sovraccarico di lavoro potrebbe talvolta indurre tale giudice a riconsiderare alcune questioni, spesso senza nemmeno renderse conto. Man mano che i sistemi diventano più coerenti, l'unico aspetto che impedirà agli strumenti di IA di diventare un autore co-silenzioso delle decisioni giudiziarie saranno le rigorose intrusioni da parte della disciplina giudiziaria.
Il sistema giudiziario sta tentando di trovare un equilibrio tra l'onere giudiziario e le tutele etiche a livello procedurale. In questo senso, la Corte di Kerala ha assunto la guida non solo imponendo l'uso di Adalaft.AI, ma anche emanando una normativa completa sull'uso dell'IA destinata ai tribunali subordinati. In questa normativa, l'IA è considerata uno strumento amministrativo utile per la trascrizione e la traduzione, ma si vieta l'uso dell'IA generativa per la creazione di bozze di sentenze o la previsione degli esiti delle cause. Inoltre, tale normativa raccomanda anche ai giudici di valutare accuratamente i risultati prodotti dall'IA e vieta l'uso di piattaforme esterne che prevedano il caricamento di informazioni riservate.
A livello nazionale, la Corte Suprema ha istituito un Comitato IA allo scopo di valutare l'integrazione di strumenti e risorse in tutti i sistemi IT dei tribunali, specificatamente sviluppando collaborazioni con istituzioni come IIT Madras. Le dichiarazioni ufficiali del Governo suggeriscono che è in corso lo sviluppo di una normativa uniforme che disciplini l'uso dell'IA nei tribunali e il suo allineamento con le linee guida in materia di etica e privacy. Le autorità sottolineano che l'IA verrà accettata solo “dietro supervisione umana, in presenza di un controllo etico e in conformità con le normative in materia di protezione della privacy” e che solo i giudici saranno autorizzati a firmare i provvedimenti.
Tuttavia, in India non esiste una legge omnicomprensiva che regoli l'uso dell'IA, sebbene alcune norme siano contenute nei comunicati dei tribunali, negli statuti sulla protezione dei dati e in normative generali in materia di tecnologia. Gli studi sull'integrità giudiziaria suggeriscono che sarebbero opportuno effettuare controlli periodici per eliminare i pregiudizi, prevedere divulgazioni obbligatorie in tutti i casi in cui l'IA influenza archiviazioni o sentenze, nonché fornire alle parti in causa strumenti per mettere in discussione gli strumenti di IA che hanno un impatto sulle loro cause. Gli esperti sottolineano la necessità di migliorare l'infrastruttura tecnologica dei tribunali, preparare il personale del settore giudiziario a valutare in modo appropriato i risultati generati dall'IA, nonché di educare il pubblico su ciò che gli strumenti di IA possono e non possono fare.
La sfida principale di oggi non è più se adottare o meno l'IA quanto piuttosto il riuscire a convinverci. I problemi reali – come l'onere processuale, le barriere linguistiche e la disparità nell'accesso alle informazioni legali – possono tutti essere alleviati dagli strumenti IA. Tuttavia, non si può negare che l'uso di algoritmi opachi nei procedimenti giudiziari di routine potrebbe ridurre la rendicontabilità. Per il momento, i giudici indiani sembrano intenzionati a mantenere l'uomo saldamente al comando e a considerare l'IA un assistente e non un oracolo. La durata di questo equilibrio determinerà non solo la velocità con cui viene dispensata la giustizia, ma anche il livello di fiducia del pubblico in questo processo.
Le femministe non solo partecipano alla democrazia, ma la sostengono anche
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Donne che sostengono la partecipazione paritaria e l'inclusione nella società tanzaniana al mercato Mchikichini di Dar es Salaam. Immagine tratta dal Flickr di UN Women. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.
di Clarisse Sih e Bibbi Abruzzini
Mentre il declino della democrazia non è più solo un avvertimento astratto, ma una realtà vissuta in tutti i continenti, le leader femministe stanno tenendo duro in silenzio, spesso mettendo a rischio la propria incolumità.
Dal monitoraggio delle elezioni in Tanzania alla riforma delle redazioni giornalistiche in Camerun, dalla sfida alle mascolinità tossiche al confronto con il potere delle piattaforme digitali, le donne e i loro alleati femministi sostengono un ambiente favorevole alla società civile in modi che rivelano una cruciale verità: la democrazia non è neutrale dal punto di vista del genere e, quando la partecipazione delle donne è limitata, la democrazia stessa si indebolisce.
Martina Kabisama, attivista femminista in Tanzania, ha dedicato anni al lavoro sull'intersezione tra partecipazione politica delle donne e protezione sociale. Il legame tra democrazia e giustizia di genere, a suo avviso, è strutturale. “Non è possibile promuovere la giustizia di genere laddove lo spazio civico è limitato” sostiene.

Donne impegnate nell'organizzazione e nella promozione dell'inclusione economica al mercato Mchikichini di Dar es Salaam, in Tanzania. Immagine tratta dal Flickr di UN Women. Licenza CC BY-NC-ND 2.0
Il lavoro della Kabisama sottolinea una realtà spesso trascurata nei dibattiti politici globali: la partecipazione politica delle donne non inizia alle urne. Inizia con sicurezza, stabilità economica e abilità organizzativa.
Quando le donne non hanno accesso ai sistemi di protezione sociale (sostegno al reddito, tutele legali, servizi di base) vengono di fatto escluse dalla vita civica [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione]. La precarietà economica limita la mobilità. Impedisce il dissenso. Restringe la partecipazione a coloro che possono permettersela.

Un ritratto digitale delle “Feminist Five” cinesi. Immagine tratta da Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
In contesti in cui l'ambiente favorevole alla società civile si sta riducendo, sia attraverso leggi restrittive, sorveglianza o intimidazioni informali, le attiviste sono spesso le prime a subire pressioni. In Cina, nel 2015, le componenti del gruppo The Feminist Five sono state arrestate per aver semplicemente pianificato una campagna pubblica contro le molestie sessuali sui mezzi pubblici: una mossa largamente considerata un tentativo di mettere a tacere l'organizzazione femminista.
Analogamente, in Marocco, Saida El Alami, blogger e attivista per i diritti umani, è stata più volte arrestata per aver criticato online le autorità e aver difeso i detenuti politici. Gli spazi online possono anche diventare teatro di attacchi coordinati: dopo aver denunciato la disinformazione elettorale la giornalista Patrícia Campos Mello è stata vittima di una pesante ondata di molestie, tra cui minacce e campagne diffamatorie a sfondo sessuale amplificate da attori politici.
In alcune zone dell'Africa orientale le donne hanno assunto ruoli di primo piano nel monitoraggio delle elezioni, nella mediazione comunitaria e nell'educazione civica, non come partecipanti simboliche, ma come artefici della responsabilità democratica.
Kabisama Martina ritiene che la leadership femminista non riguardi solo la rappresentanza, ma anche la trasformazione delle strutture di potere affinché la democrazia funzioni anche per coloro che ne sono stati storicamente esclusi.
Il giornalista e dirigente editoriale camerunense Beau-Bernard Fonka Mutta affronta il tema della democrazia da un'altra prospettiva: le narrazioni culturali che determinano chi è considerato legittimo nella vita pubblica.
Cresciuto in un ambiente in cui ai bambini veniva insegnato a non piangere, a non mostrare vulnerabilità e a equiparare la mascolinità al dominio, Mutta riflette con occhio critico su come queste norme si riflettano nella politica e nei media. “La società ci impone come dovrebbe essere un uomo” afferma. “Bisogna non mostrare emozioni. Bisogna essere forti. Coraggiosi. Dominanti”.
Queste aspettative non si limitano alla vita privata, ma influenzano i modelli di leadership, il dibattito politico e persino la mentalità delle redazioni giornalistiche.
“Ricordo che un alto dirigente della nostra agenzia di stampa diceva che ogni volta che si doveva discutere di questioni serie, si assicurava che al tavolo fossero presenti solo uomini perché le donne non sono intelligenti. La loro funzione, secondo lui, è quella di essere belle e apparire in televisione; il brainstorming era riservato agli uomini” racconta Beau-Bernard. “Ricordo di essermi chiesto dove mi trovassi e con che tipo di persone avessi a che fare, perché io conosco molte donne dotate di grande intelligenza”.
Quando il dominio viene normalizzato come forza, il dialogo diventa debolezza. Quando l'aggressività viene codificata come autorità, il dibattito democratico si restringe.
Mutta Beau-Bernard si identifica come un uomo africano femminista, una posizione che contesta l'idea che la giustizia di genere sia una “questione femminile”. A suo dire la mascolinità sana implica rifiutare la violenza, accogliere l'educazione affettiva e sostenere la leadership femminile non come un atto di concessione, ma come una necessità democratica.
I media svolgono un ruolo decisivo in questo senso. Le redazioni giornalistiche possono riprodurre stereotipi dannosi, descrivendo le donne come figure secondarie, emotive o inadatte alla leadership, ma possono anche contribuire attivamente a sconfiggerli.
Mutta sostiene che il giornalismo debba mettere in discussione le narrazioni che amplifica, perché i media non si limitano a informare sulla democrazia, ma plasmano le condizioni in cui essa opera.
Se lo spazio civico tradizionale si sta riducendo, quello digitale offre sia opportunità che nuove minacce.
Evelyn Mengue A Koung, giornalista e leader dei media camerunense, recentemente nominata prima donna e più giovane direttrice centrale della televisione dell'emittente nazionale del Paese, considera l'era digitale un'arma a doppio taglio.
Da un lato le piattaforme social consentono alle donne, anche da villaggi remoti, di bypassare i tradizionali gatekeeper e raccontare le proprie storie. Gli strumenti digitali possono amplificare le voci emarginate, creare reti di solidarietà e portare le lotte locali sulla scena internazionale.
“Dal tuo smartphone puoi farti conoscere dal mondo intero” spiega Kounge.
Eppure queste stesse piattaforme possono rapidamente e facilmente trasformarsi in strumenti di censura.
Il cyberbullismo, le campagne di disinformazione coordinate e i pregiudizi algoritmici prendono di mira in modo sproporzionato le donne nella vita pubblica. Una singola diceria può impiegare anni per essere smentita. Gli abusi online allontanano le donne dalla politica e dai media, riducendo di fatto la partecipazione democratica attraverso la violenza digitale.
Koung solleva anche preoccupazioni riguardo al potere di agenda-setting. I giganti della tecnologia e gli aggregatori di contenuti determinano sempre più spesso cosa è visibile, cosa è di tendenza e cosa scompare.
In questo contesto, il dibattito democratico può essere distorto, non da una censura palese, ma da un'economia dell'attenzione che favorisce il sensazionalismo alla sostanza.
Secondo lei i media di interesse pubblico devono rivendicare la propria responsabilità etica: dare risalto alle questioni sociali trascurate, proteggere le voci emarginate e resistere alla tentazione di diventare semplici veicoli passivi di narrazioni guidate da algoritmi.
La governance digitale, quindi, non è solo una questione tecnologica, ma anche democratica.
Nel loro insieme queste storie presentano un modello ricorrente: le femministe non solo partecipano alla democrazia, ma la sostengono anche.
Monitorano le elezioni quando la fiducia si indebolisce. Promuovono sistemi di protezione sociale che consentano la partecipazione civica. Riformano le istituzioni mediatiche dall'interno. Affrontano norme di genere tossiche che normalizzano il dominio sul dialogo. Sfidano la violenza online che cerca di zittirle.
Eppure il loro lavoro si svolge in contesti sempre più ostili: ambienti sempre meno favorevoli, tendenze autoritarie in aumento, repressione digitale e contraccolpi culturali.
La limitazione dei diritti di organizzazione, espressione e leadership delle donne non è un danno collaterale. È un precoce allarme di declino democratico. Quando le donne vengono escluse dalla vita pubblica, sia attraverso restrizioni legali, esclusione economica, stereotipi mediatici o molestie online, le istituzioni democratiche perdono legittimità e resilienza.
Al contrario, quando la leadership femminista si espande, la democrazia si rafforza. Diventa più responsabile, inclusiva e partecipativa. La partecipazione civica delle donne non è una questione di correttezza politica, ma di sopravvivenza della democrazia.
Come dimostrano queste leader la democrazia non si difende da sola. Sono le donne a difenderla: nelle aule di tribunale, nelle aule scolastiche, nelle redazioni giornalistiche, negli spazi digitali e nelle comunità.
Resta da vedere se le istituzioni risponderanno offrendo loro protezione, risorse e riconoscimento, oppure continueranno a considerare il loro lavoro come marginale. In un momento in cui lo spazio civico si sta riducendo, una cosa è certa: senza le donne, la democrazia si indebolisce, sia offline che online.
L'erosione del diritto internazionale è ormai palese
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Riprese effettuate da droni che mostrano file di fosse appena scavate a Minab in Iran, dove oltre 150 alunne sono state uccise da un bombardamento aereo degli Stati Uniti. Screenshot acquisito dal video pubblicato su Facebook dalla Reuters. Uso legittimo
Nei due anni in cui il genocidio [en, come tutti i link seguenti, salva diversa indicazione] di Gaza si è consumato in diretta davanti agli occhi del mondo, i segnali c'erano tutti. Per decenni, abbiamo documentato l'ipocrisia alla base del diritto internazionale e come lo sdegno “selettivo” internazionale per i confilitti abbia contribuito solo ad alimentarli. Oggi, questi segnali non sono più teorici, ma si stanno manifestando in tempo reale nell'Asia occidentale, dal momento che la normalizzazione dei crimini di guerra di Gaza sta fungendo da modello per i nuovi teatri di distruzione in Libano e Iran.
La guerra genocida di Israele a Gaza non è mai stata un episodio isolato. È stata l'iterazione estrema di una dottrina che è in incubazione da decenni ed è stata facilitata da decenni di impunità. La “dottrina israeliana di Dahiya”, applicata nella capitale libanese durante la guerra del 2006, mirava esplicitamente a distruggere le infrastrutture civili o a provocare il “domicidio” (distruzione sistematica di abitazioni e infrastrutture civili) allo scopo di punire collettivamente la popolazione civile per fare pressioni sul governo. Questa dottrina, che prende il nome da “Dahiya” (letteralmente “sobborgo”), un quartiere meridionale di Beirut, ha creato un pericoloso precedente: quello di rendere la punizione collettiva delle popolazioni civili una strategia militare pubblicamente legittima e impunita.
Gaza ha rappresentato la versione estrema di questo approccio. Nell'odierna guerra degli Stati Uniti e di Israele contro il Libano e l'Iran, vediamo la ripetizione dello stesso modello. Le tattiche sono ormai note, la retorica omogenea e la reazione internazionale, o meglio l'assenza di reazione, è distorta, com'era prevedibile.
Il Libano, diventato il secondo teatro principale di guerra nel 2024 e nuovamente nel 2026, rispecchia il playbook di Gaza anche se con qualche adattamento regionale. Lo sfollamento della popolazione civile da Dahiya, dal Libano meridionale e dalla Valle della Beqa, pari a circa 1 milione di persone, segue la stessa strategia di ingegneria demografica: forzare l'allontamento dei civili e in particolare della comunità sciita, distruggere il territorio, tra cui infrastrutture e abitazioni, e avvelenare il terreno in modo da eliminare ogni forma di vita.
Gli operatori sanitari libanesi sono stati vittime di attacchi mirati e ci sono state numerose segnalazioni di minacce ed evacuazioni di ospedali. Ciò riecheggia gli attacchi sistematici alle infrastrutture sanitarie di Gaza, dove ambulanze, personale sanitario e ospedali sono stati regolarmente presi di mira. Gli attacchi israeliani ai peacekeeper delle Nazioni Unite nel Libano meridionale sono un'altra pericolosa escalation, che ha comportato poche ripercussioni per gli aggressori ma ha indebolito il diritto umanitario internazionale e la protezione offerta dalle forze di peacekeeping.
In Iran, gli attacchi alle infrastrutture civili hanno provocato distrastri ambientali di proporzioni catastrofiche. Il bombardamento dei depositi di petrolio a Teheran e in altre città iraniane ha scatenato una crisi ambientale che avrà effetto sulle generazioni future. Questi attacchi alle infrastrutture civili, tra cui impianti di desalinazione, impianti petroliferi e servizi pubblici, rappresentano un'evidente violazione del diritto umanitario internazionale. Anche in questo caso, le ripercussioni per gli agressori sono state minime.
L'articolo 54 del Protocollo aggiuntivo I della Convenzione di Ginevra vieta esplicitamente attacchi a qualunque cosa sia indispensabile per la sopravvivenza della popolazione civile, tra cui generi alimentari, raccolti, bestiame, installazioni di acqua potabile e impianti di irrigazione.
L'elemento forse più inquientante è la retorica pubblica dei funzionari statunitensi e israeliani. In un post recente su Truth Social, il Presidente statunitense Donald Trump ha minacciato che “gli Stati Uniti avrebbero agevolmente eliminato gli obiettivi facilmente distruttibili, rendendo virtualmente impossibile la loro ricostruzione da parte dell'Iran come nazione”, aggiungendo che il paese sarebbe stato colpito da morte, fiamme e furore. Queste affermazioni non rappresentano solo una forma di retorica provocatoria ma minacce esplicite di una punizione collettiva.
Le affermazioni di Trump non un episodio singolo dal momento che anche il Ministro della guerra, Pete Hegseth, ad esempio, ha affermato che “gli unici che devono preoccuparsi sono gli iraniani, che pensano di riuscire a sopravvivere”. Non molto diverse le parole di Lindsey Graham, senatrice statunitense del South Carolina, nonché stretta collaboratrice di Trump e accanita sostenitrice di Israele, che ha dichiarato: “Abbiamo raso al suolo Berlino e Tokyo. Abbiamo forse sbagliato a sganciare una bomba atomica per porre fine al regno del terrore giapponese? … Se fossi nei panni di Israele, avrei probabilmente fatto la stessa cosa”.
A ciò si aggiungono le innumerevoli affermazioni documentate dei funzionari israeliani che hanno apertamente annunciato il loro intento di commettere un genocidio e che, in tempi più recenti, hanno esplicitamente confermato la loro intenzione di reitare i crimini commessi a Gaza anche a Beirut e Teheran.
Queste dichiarazioni pubbliche non sono semplici “spacconate”, ma un avvertimento preventivo delle violazioni che intendono compiere. Quando funzionari pubblici annunciano la loro intenzione di rendere impossibili le condizioni di vita di un gruppo di persone, ammettono praticamente che intendono violare i principi fondamentali del diritto internazionale, ovvero di mettere in atto ciò che rientra nella definizione di genocidio, tra cui “infliggere volutamente su un gruppo condizioni di vita, mirate a provocarne l'eliminazione fisica completa o parziale”. Abbiamo visto ripetutamente i funzionari statunitensi e israeliani vantarsi dei crimini pianificati prima ancora di compierli, prima a Gaza, poi in Libano e infine anche in Iran.
Mentre le condanne contro l'Iran ed Hezbollah, l'imposiziome di sanzioni e il dispiegamento di eserciti si verificano con prevedibile regolarità, c'è un silenzio assordante sugli aggressori che sono responsabili non solo di aver iniziato la guerra in corso, ma anche di crimini di guerra infinatamente più gravi e sicuramente più letali. È il caso, ad esempio, dell’uccisione di oltre 175 iraniani, molti dei quali erano alunne di una scuola, il primo giorno dell'attacco statunitense. Lo sdegno “selettivo” della comunità internazionale rivela l'ipocrisia alla base del cosiddetto “ordine internazionale basato sul diritto” e conferma la necessità di trovare misure di protezione alternative da parte di chi non si sente protetto da tale ordine.
Ciò che rende questo doppio standard particolarmente evidente è il calcolo economico alla base di tale silenzio. Sembra che l'unica cosa che conti sia mantenere aperto lo Stretto di Hormuz in modo che il petrolio possa continuare a essere esportato e il denaro possa passare di mano in mano. La vita dei civili in Libano e Iran, come altrove nella regione, sembra essere subordinata agli interessi economici.
Quello a cui stiamo assistendo oggi non è solo l'escalation di un conflitto, ma la fine del ruolo del diritto internazionale come mezzo significativo, benché limitato, per contenere l'azione degli stati più potenti. Quando i crimini di guerra vengono annunciati in anticipo e commessi apertamente, quando lo sfollamento di civili diventa l'obiettivo dichiarato e quando la distruzione dell'ambiente viene considerata un danno collaterale, il passaggio dall'area grigia della legalità a un mondo dove il nuovo diritto è la forza brutale è già un dato di fatto.
Il mancato intervento della comunità internazionale, il suo sdegno “selettivo” e la complicità economica puntano sempre alla stessa conclusione.
Il Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l'Alto commissario per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, hanno apertamente preso atto del collasso dell'ordine giuridico internazionale quando hanno invitato l'Europa ad adattarsi a “un ordine mondiale caotico e coercivo” alla luce delle “crescenti violazioni del diritto internazionale”. Nel suo discorso del marzo 2026, von der Leyen ha ammesso che “l'Unone europea non è in grado di risolvere ogni questione globale o riconciliare perfettamente i propri valori e interessi in ogni occasione”, indicando di fatto che l'Unione europea ha già accettato la realtà che si è sostituita al diritto internazionale.
Questa ammissione di impotenza arriva in un momento in cui la stessa Unione europea è uno dei responsabili principali della situazione attuale. Dopo decenni di arrendevolezza nei confronti delle politiche di occupazione israeliane, di silenzio complicito sulla punizione collettiva inflitta a Gaza e di prioritizzazione della sicurezza energetica a scapito dei diritti umani, l'Unione europea ha di fatto favorito la normalizzazione di crimini di guerra che oggi vengono replicati in Libano e Iran.
Gli interessi strategici del blocco, tra cui mantenere l'accesso ai flussi di petrolio che transita attraverso lo Stretto di Hormuz, hanno sistematicamente sostituito l'impegno dichiarato dell'Unione europea a favore del diritto internazionale. Ciò rende l'invito di adattamento della von der Leyen non un semplice riconoscimento di circostanze esterne, ma un'ammissione del contributo dell'Unione europea stessa allo smantellamento del contesto giurdico che afferma di tutelare.
In un recente discorso durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza Marco Rubio, il Segretario di stato statunitense, ha invitato gli alleati europei a “non lasciarsi limitare dal senso di colpa e dalla vergogna” per la loro “cultura ed eredità”, sollecitando un ritorno “all'era del dominio occidentale”. Rubio ha poi continuato dicendo: “l'abbiamo fatto già una volta in passato e questo è quello che il Presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono nuovamente creare insieme a voi”. Il suo discorso, che invitava a resuscitare uno dei secoli più brutali della storia dell'umanità, caratterizzato da colonialismo e schiavitù, non è stato accolto con orrore ma con una standing ovation da parte dei leader europei presenti.
Questo modello è destinato a essere reiterato a meno che non cambino la coscienza globale e il volere politico delle persone che vivono nei paesi che producono le armi più avanzate del mondo e scatenano guerre in altri paesi. Non perché il prezzo della benzina aumenta, ma perché finanziare crimini di guerra in loro nome è sbagliato.
La normalizzazione di questi crimini di guerra ha creato un precedente pericoloso o meglio il ritorno alla tradizione del colonialismo più brutale, che può essere applicato ovunque, in qualunque momento e per l'ennesima volta. Quando stati potenti sono autorizzati ad agire con impunità, annunciare la loro intenzione di commettere atrocità e successivamente commetterle senza conseguenze, l'intero contesto del diritto internazionale diventa privo di significato, anche quando funge solo da copertura.
Il monito lanciato oltre due anni fa, ossia che Gaza era la matrice che preannunciava un futuro desolante per tutto il mondo, non era un'esagerazione. Era una constatazione oggettiva della direzione che il mondo stava prendendo. Oggi, il futuro non è solo più vicino, è diventato il presente.
Il punto non è più se queste azioni siano o meno crimini di guerra perché abbiamo già prove sufficienti per determinarlo. Il punto è invece se il mondo troverà il coraggio di ammettere la verità e ritenere i potenti responsabili, imponendo sanzioni ai criminali e adottando provvedimenti concreti per esercitare pressioni, o se proseguirà lungo la strada della complicità continuando a rimanere in silenzio o manifestando il consueto sdegno “selettivo”.
La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro del Libano, dell'Iran e della Palestina, ma anche il futuro del pianeta che sta crollando sotto la pressione della distruzione creata dall'uomo.
Alcuni addetti al parco raccolgono il cibo per gli scimpanzé, in particolare fragole selvatiche
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot dal video “Documentario sui scimpanzé del Burundi ” sul canale OBPE Burundi
Questo articolo di Arthur Bizimana [fr, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], è stato pubblicato il 25 novembre 2025 su Ibihe.org e fa parte di una serie di 4 investigazioni condotte con il supporto del Pulitzer Center. Global Voices ha ripubblicato questo articolo nell'ambito di un accordo di partnership fra media.
In Burundi [it], la produzione di tè su larga scala sta ostacolando gli sforzi volti a proteggere le specie in via di estinzione, come gli scimpanzé. Una piantagione di tè si estende a perdita d'occhio sul bordo del Kibira National Park il più importante parco nel nord-ovest del paese, dove anche la costruzione del centrale idroelettrica di Mpanda è in corso.
Questa terra è sommersa dai progetti di migrazione e sviluppo delle comunità locali, aziende di produzione, e alcune istituzioni statali, come l’Ufficio burundese del tè (OTB) l’Autorità burundese per la produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica [en] (REGIDESO) [en] the Burundi Institute of Agricultural Sciences (ISABU), and the Direzione Generale della Pianificazione Agricola e Zootecnica (DPAE). Queste attività umane hanno portato alla perdita e migrazione della fauna selvatica.
Séverin Bagayuwitunze, 62 anni, nativo di questa regione nel nord-ovest del paese, fa un'osservazione agghiacciante:
On rencontrait des chimpanzés, des gorilles, des phacochères quand la forêt était encore dense, mais maintenant, ils ont disparu. On peut traverser le secteur Rwegura du parc national de Kibira sans rencontrer un seul chimpanzé.
Quando la foresta era ancora fitta, c'erano scimpanzé, gorilla e facoceri, ma ora sono scomparsi. È possibile attraversare la zona di Rwegura del Parco Nazionale di Kibira senza vedere un solo scimpanzé.
Oggi, gli scimpanzé sono una rarità in tutto il parco nazionale di Kibira. Pascal, che vive nelle vicinanze del parco, dice:
La dernière fois que j’ai vu un chimpanzé dans le parc de Kibira, c’était en 2018. Depuis, nous les rencontrons occasionnellement.
L'ultima volta che ho visto uno scimpanzé nel Parco Nazionale di Kibira è stato nel 2018. Da allora, li abbiamo visti occasionalmente.
Secondo alcuni studi, il parco è attualmente sede di più di 200 scimpanzé, rispetto a circa 500 [en] presenti prima della deforestazione.
Nell'ottobre 2019, Terza comunicazione nazionale sui cambiamenti climatici ha l'allarme per la perdita dell'habitat di questi scimpanzé tra 2009 e 2019. Kibira ha perso tra i 10.000 a 12.000 ettari di copertura arborea. A sei anni dall'annuncio della minaccia al parco, i livelli esatti di deforestazione rimangono sconosciuti.
In un articolo scientifico, Densità e abbondanza della popolazione di scimpanzé (Pan troglodytes schweinfurthii) nel Parco Nazionale di Kibira, Burundi“, che l'Università di Liège ha pubblicato nel 2013, Dismas Hakizimana [en], un ricercatore e docente all'Università del Burundi, e Marie-Claude Huynen, una ricercatrice e docente dell'Università di Liège, si legge:
Leur habitat étant menacé, certains chimpanzés y ont laissé la vie et les rescapés ont déserté les secteurs de Kibira notamment Rwegura, Teza et Musigati. Ils se sont réfugiés dans le secteur Mabayi directement contigu au Parc National de Nyungwe/National Nyungwe Park (NNP) au Rwanda où ils recherchent la sécurité alimentaire et physique.
Con il loro habitat minacciato, alcuni scimpanzé hanno perso la vita e i sopravvissuti hanno abbandonato le zone di Kibira, in particolare Rwegura, Teza e Musigati. Hanno cercato rifugio nella zona di Mabayi, direttamente adiacente al Parco nazionale di Nyungwe [it] (NNP) in Ruanda, dove cercano cibo e sicurezza fisica.
La piantagione dell'Ufficio del tè del Burundi situato negli altipiani di questa regione, impiega più di 1,000 lavoratori stipendiati e da 7500 a 8000 lavoratori giornalieri che raccolgono foglie verdi dai cespugli di tè, lavorano nelle fabbriche, si occupano della manutenzione delle piantagioni di tè, delle comunicazioni e dello sfruttamento dei boschi. Léonidas Nzigiyimpa, ecologista, ha osservato:
Ces ouvriers produisent un grand bruit sonore nuisant à l’habitat des chimpanzés, espèce phare de Kibira. Ils jettent les restes des nourritures, les sachets… En gros, ils polluent l’habitat des chimpanzés.
Questi lavoratori producono rumori molesti che influiscono negativamente sull'habitat degli scimpanzé, la specie simbolo di Kibira. Gettano via avanzi di cibo e sacchetti di plastica, inquinando di fatto l'habitat degli scimpanzé.
Mentre si occupava dei campi, qualche lavoratore entrava nel parco illegalmente. Nzigiyimpa sottolinea:
Les entrées et sorties ne sont pas régulées et restent largement incontrôlées. Ils cueillent la nourriture des chimpanzés, notamment les fraises sauvages.
Gli ingressi e le uscite non sono regolamentati e rimangono in gran parte incontrollati. Raccolgono il cibo degli scimpanzé, in particolare le fragole selvatiche.
Berchmans Hatungimana, Direttore generale del Ufficio burundese per la protezione ambientale, adotta una prospettiva simile.
Sul lato della Highway One, che costeggia il parco nazionale, la popolazione locale vende frutti selvatici commestibili, come le fragole, per sbarcare il lunario. Pascal, citato sopra, ha anche affermato:
Nous avions atteint un stade où nous cueillions des fruits qui ne sont pas mûrs. Nous les conservions dans un lieu sûr et attendions qu’ils soient mûrs. Maintenant, ce commerce est quasi-inexistant. Les fraises sauvages ont presque disparu. Même les arbousiers ne portent plus leurs fruits.
Eravamo arrivati al punto di acquistare frutta non matura. La conservavamo in un luogo sicuro e aspettavamo che maturasse. Ora questo commercio è praticamente inesistente. Le fragoline di bosco sono quasi scomparse. Anche gli alberi di corbezzolo non producono più frutti.
L'ecologista Nzigiyimpa denuncia il fatto che i locali possano cacciare e usare trappole per catturare gli animali nel parco. Secondo il Professor Richard Habonayo, docente dell'Università del Burundi, questi circostanze fanno sì che gli scimpanzé temano la presenza degli esseri umani e mantengano le distanze.
Date queste informazioni, Berchmans Hatungimana sostiene che:
Nous avons des employés qui gardent le parc de Kibira 24 heures sur 24 pendant toute l’année. S’il advient qu’un ouvrier entre illégalement dans le parc et outrepasse les lois de la protection du parc, il est arrêté et livré à la société qui l’emploie pour qu’il soit puni conformément à la loi.
Abbiamo lavoratori che sorvegliano il Parco Nazionale di Kibira 24 ore al giorno, tutto l'anno. Se un lavoratore entra illegalmente nel parco e viola la legge sulla protezione del parco, viene arrestato e consegnato al proprio datore di lavoro per essere punito in conformità con la legge.
Secondo uno studio condotto dall'ONG Conservation and Community Change (3C), il numero di trappole è aumentato con l'intensificarsi dei lavori di sviluppo e la crescita della popolazione intorno al parco. Léonidas Nzigiyimpa, il rappresentante legale, spiega che:
Outre les activités humaines, les plantations de thé constituent une barrière pour les chimpanzés dans leurs mouvements quotidiens de recherche de nourriture, car elles sont serrées et enchevêtrées. Elles coupent également la communication entre elles (différentes familles de chimpanzé) et limitent les femelles à retrouver les mâles issus d’une autre famille afin de s’accoupler et de se reproduire. Or, la reproduction des chimpanzés est lente. Cela limite la multiplication de la population des chimpanzés et contribue à réduire les effectifs.
Oltre alle attività umane, anche le piantagioni di tè rappresentano un'ostacolo alla ricerca del cibo da parte degli scimpanzé, poiché sono recintate e chiuse. Inoltre, interferiscono con la comunicazione tra le diverse famiglie di scimpanzé e impediscono alle femmine di trovare maschi di altre famiglie con cui accoppiarsi e riprodursi. Tuttavia, la riproduzione degli scimpanzé è lenta, il che limita la crescita della popolazione e ne riduce il numero.
Nzigiyimpa testimonia che gli scimpanzé sono costruttori di foreste che aiutano a mantenere l'equilibrio ecologico. Egli avverte che se gli scimpanzé scomparissero, ne conseguirebbe la scomparsa anche di altri tipi di vegetazione.
Secondo il professor Habonayo, la povertà è uno dei fattori che guida le comunità locali a sfruttare le risorse forestali, specialmente nella comunità del Batwa [it], che ha una forte presenza nell’ Africa dei Grandi Laghi [it].
Per migliorare le loro condizioni di vita e non dipendere più dalle foreste per la loro sopravvivenza, il governo deve implementare progetti che generano entrate per le comunità locali.
Inoltre, Habonayo raccomanda che si investighi in formazione e sviluppo delle competenze locali nella gestione delle risorse forestali. Egli sostiene:
Il est impossible de protéger le parc de Kibira sans associer les communautés locales. On doit leur faire comprendre qu’elles ont une grande place dans la protection de sa biodiversité, qu’elle soit faunique ou florique.
È impossibile proteggere il Parco Nazionale di Kibira senza coinvolgere le comunità locali. Dobbiamo far loro capire che svolgono un ruolo significativo nella protezione della sua biodiversità, sia faunistica che floreale.
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