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Lo spreco alimentare in Cina è più un problema di produzione che di consumi
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot dal canale della youtuber cinese “Xiao He with a round face”, che produce video mukbang. Uso consentito.
Il famoso proverbio cinese: “Nulla è più importante del cibo” (民以食为天) riflette l'importanza del cibo e dell'alimentazione nella quotidianità del popolo cinese. Non a caso, in un tipico banchetto cinese, è consuetudine ordinare una grande sovrabbondanza di piatti per dimostrare lo status sociale, la generosità e l'ospitalità. Ovviamente tutto ciò si traduce in una gran quantità di avanzi.
Non solo: tanto più il ceto medio ha continuato a crescere e a passare da un'alimentazione basata sui cereali a una ricca di carne, tanto più la cultura dei consumi alimentari nel Paese ha cominciato a porre una sfida di sostenibilità.
Da una stima del 2015 è emerso che in Cina i clienti dei ristoranti buttavano ogni anno 17–18 milioni di tonnellate di cibo [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], circa 93 grammi di cibo a testa a ogni pasto, il che significa che più di un terzo delle pietanze servite non era stato consumato. Nel frattempo, il consumo di carne pro capite in China è fortemente aumentato dagli anni '70 ed è passato da meno di 10 kg all'anno a circa 70 kg pro capite nel 2022. Questo va a peggiorare il quadro dello spreco alimentare, in quanto la carne comporta un costo ambientale maggiore rispetto all'alimentazione vegetale.
La questione in ogni caso non si limita alla ristorazione. Su un totale di 931 milioni di tonnellate annui di rifiuti alimentari provenienti da abitazioni private, esercizi commerciali e industria della ristorazione, il 61% è di provenienza domestica.
Questi trend mettono bene in chiaro quanto sia urgente affrontare la sfida dello spreco alimentare.
La prima volta che la popolazione cinese ha avuto a che fare con la sfida della sostenibilità è stata nel 2012, prima che il governo rafforzasse le limitazioni alla libertà di espressione, quando stava emergendo una forte richiesta di cambiamento sociale. Il 22 aprile 2012, nella Giornata della Terra, l'ambientalista Xu Zhijun [zh], insieme ad altri membri di un gruppo civico chiamato N_33 [zh], ha cominciato a pubblicare su Weibo alcune immagini dei loro piatti vuoti e a esortare le altre persone a fare la loro parte contro lo spreco alimentare. La loro azione online si è trasformata poi nella campagna Piatto Pulito (光盤行動) che si è diffusa in tutto il Paese e ha ricevuto ampia copertura da parte dei media, tra cui il People’s Daily [zh], che è un giornale statale.
Quest'azione è diventata virale nel 2013 e si è diffusa soprattutto fra le giovani generazioni, che da molto tempo si mostravano insofferenti verso gli eccessi della cultura alimentare cinese. Questo movimento partito dal basso ha gradualmente influenzato l'industria della ristorazione e ha indotto molti ristoranti a presentare opzioni con porzioni ridotte e a fornire contenitori per il takeaway. La campagna ha anche aiutato a normalizzare un approccio più equilibrato: ordinare con moderazione e fare aggiunte solo se necessario. Nel tempo, ha preso piede una nuova norma sociale: lasciare il cibo nel piatto ha cominciato a essere considerato un comportamento riprovevole, mentre consumare tutto veniva visto come un comportamento responsabile e addirittura ammirevole.
Anche il governo cinese ha adottato delle misure per affrontare la sfida della sostenibilità, inquadrandola come una questione di sicurezza alimentare. Nel 2021 ha promulgato la legge anti-spreco alimentare, trasformando così quella che era una questione morale in una questione di competenza legale.
La legge multa i ristoranti e i food content creator che incoraggiano ordinazioni eccessive o promuovono il binge eating. Le aziende devono fornire dei promemoria contro lo spreco alimentare e i media possono andare incontro a sanzioni se trasmettono video che esaltano i consumi eccessivi.
Poco dopo l'applicazione della legge anti-spreco, la campagna Piatto Pulito di iniziativa popolare è stata ripresa dalla China Guanghua Technology Foundation, una diramazione della Lega della Gioventù Comunista Cinese, allo scopo di promuovere una cultura del consumo alimentare sostenibile. La campagna ha ricevuto un'ampia copertura e promozione sui social tra il 2022 e il 2023.
Tuttavia, sono stati sollevati dei dubbi sul fatto che l'iniziativa anti-spreco gestita per vie ufficiali sia realmente efficiente. I ricercatori hanno fatto notare che la legge anti-spreco per lo più regolamenta le attività collegate alla promozione e al catering, cioè la parte finale della food supply chain a livello di consumo, e quindi si limita a sanzionare i settori del catering e dei media per inganno ai consumatori o promozione dello spreco alimentare, anziché occuparsi degli sprechi a livello di produzione.
Per questo motivo la legge ha preso di mira il cosiddetto “Eating broadcasts”, cioè un trend per cui le persone si filmano mentre mangiano, anche detto 吃播 o Mukbang [it] in coreano.
Il format di “Eating broadcasts” prevede che le persone consumino enormi quantità di cibo davanti alle telecamere mentre interagiscono con il pubblico in diretta. Si tratta di un genere piuttosto popolare in tutta l'Asia, compresa la Cina, e attira milioni di spettatori sia a scopo di intrattenimento sia allo scopo di soddisfare per procura un certo atavico desiderio di cibo.
Mesi prima dell'entrata in vigore della legge anti-spreco, le autorità cinesi avevano lanciato un allarme contro i social e li avevano esortati a rimuovere i contenuti che promuovevano lo spreco alimentare. Dall'approvazione della legge, reti, piattaforme e responsabili esecutivi rischiano multe da 10,000 fino a 100,000 yuan (fra i 1,500 e i 15,000 dollari) per le violazioni più gravi.
In tutta risposta, le piattaforme social hanno cominciato a rimuovere questo tipo di trasmissioni. Alcuni creator hanno cancellato i propri contenuti o si sono orientati su altri argomenti legati al cibo, come le recensioni dei ristoranti o i tutorial di cucina. Altri creator hanno spostato i propri video su piattaforme non sottoposte alla regolamentazione cinese, come YouTube, per poi ricaricarne delle versioni modificate su piattaforme cinesi per aggirare la normativa. Alcuni mettono ancora alla prova i limiti dello spreco alimentare girando le live a mezzanotte, finendo tutto il cibo e aggiungendo un messaggio d'avvertimento.

Messaggio che appare se si cerca “Eating broadcast” su Douyin, la versione cinese di TikTok: “Rispetta il cibo. Di’ di no allo spreco. Alimentazione sostenibile. Vita sana.” Screenshot. Fair Use.
Oggi, la questione dello spreco alimentare in Cina non è semplicemente una questione culturale, che per più di un decennio è stata affrontata dalla campagna “Piatto Pulito” e dalla legge anti-spreco. Come evidenziato da socioeconomisti, si tratta di una problematica più strettamente legata al settore della produzione che al settore dei consumi.
Nel 2022, in Cina si verificavano perdite alimentari dopo i raccolti che si aggiravano tra i 289 e i 368 milioni di tonnellate, equivalente a una perdita del 14%, mentre nel settore dei consumi venivano buttate via tra i 27 e i 35 milioni di tonnellate di derrate alimentari, equivalente a una perdita del 5%. È probabile che il problema derivi dall’eccesso di capacità dell'industria alimentare [zh].
L'anno scorso, per far fronte al problema della sovraproduziome, il Consiglio di Stato Cinese ha pubblicato un piano d'azione mirato a far scendere le perdite cerealicole e alimentari durante le fasi di produzione, immagazzinamento, trasporto e lavorazione scendano al di sotto della media internazionale entro il 2027.
La costruzione della centrale Hunutlu cominciò nel settembre 2019
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Illustrazione di Giovana Fleck basata su immagini promozionali di EMBA.
Il maggiore investimento della Cina in Turchia – componente chiave dell'iniziativa conosciuta come Nuova Via della Seta (BRI, dal suo nome in inglese) – è la centrale elettrica a carbone Emba Hunutlu situata ad Adana, nella Turchia centro meridionale. Mentre il Governo turco appoggia il progetto e lo considera come una celebrazione delle sue iniziative di integrazione regionale, la comunità ambientalista sta esprimendo apertamente la sua opposizione e accusa le autorità cinesi di comportarsi ambiguamente per quanto riguarda gli impegni presi nei confronti dell'ambiente.
Il 22 settembre 2020, con un messaggio [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] video alle Nazioni Unite, il presidente cinese Xi Jinping annunciò che, per combattere il cambiamento climatico, la Cina avrebbe raggiunto la neutralità carbonica nel 2060. Attualmente, Pechino finanzia progetti basati sui combustibili fossili in almeno 27 paesi in tutto il mondo. La maggior parte di questi progetti sono integrati [it] nell'iniziativa cinese della Nuova Via della Seta.
La centrale elettrica Emba Hunutlu fa parte della Nuova Via della Seta cinese in Turchia, un programma di cooperazione economica e politica al quale Ankara ha aderito nel novembre 2015. Nell'aprile 2019, i paesi firmarono un accordo speciale di BRI e la costruzione della centrale Hunutlu è iniziata nel settembre dello stesso anno.
Il progetto rappresenta il maggior investimento diretto della Cina in Turchia. Quando sarà completata nel 2022, avrà la capacità di produrre 1.32 GW di elettricità – circa il 3 % di tutta l'elettricità che si produce attualmente nel paese. L'impianto sarà alimentato sia da carbone locale proveniente da Adana che da carbone importato. Quando la Cina annunciò la sua decisione di realizzare una centrale a carbone ad Adana, numerosi gruppi ambientalisti firmarono una petizione per esortare tutte le banche cinesi a non finanziare la costruzione. Il progetto è inoltre collegato a quello turco della Nuova Via della Seta, l’Iniziativa del Middle Corridor, che unisce le ambizioni cinesi e turche di creare centri internazionali per stimolare il commercio globale.
Quando la Cina annunciò la sua decisione di costruire una centrale a carbone ad Adana, i gruppi ambientalisti turchi furono gli unici ad opporsi al progetto. Firmarono una petizione per chiedere a tutte le banche cinesi che finanziano la costruzione, come la China Development Bank, la Bank of China Ltd. e la Industrial & Commercial Bank of China Ltd., di bloccare i loro finanziamenti per motivi ambientali e di salute.
“Davanti all'opposizione della comunità al progetto e alla mancanza di conformità legale, chiediamo rispettosamente che coloro che finanziano la centrale a carbone Emba Hunutlu ritirino tutto l'appoggio finanziario al progetto. Crediamo che i problemi che si sono accumulati in merito alla biodiversità, all'ambiente, all'inquinamento dell'aria, al clima e all'allineamento di politiche comportino un serio allarme sul coinvolgimento del vostro istituto a questo progetto”, disse il gruppo nella lettera.
Un recente documento del Fondo Mondiale per la Natura in Turchia (WWF-Turchia) e dell'Associazione di Ricerca sull'Economia e la Finanza Sostenibile (SEFiA) rivela i costi provocati da questa centrale elettrica sull'ambiente e sulla salute delle popolazioni locali. Quando sarà in funzione, la centrale elettrica di Hunutlu “funzionerà con 2.8 milioni di tonnellate di carbone all'anno ed emetterà più di 200 milioni di tonnellate di CO2 nell'intero periodo di vita del progetto”, ha scritto Rainforest Action Network nel rapporto “Scommettere sul caos climatico – rapporto sulla finanza basata sui combustibili fossili 2021”.
La popolazione che vive nelle vicinanze della zona di costruzione dell'impianto nella baia di Iskenderun è già colpita dall’inquinamento dell'aria provocato da altre installazioni industriali come una centrale elettrica a gas, due centrali elettriche a carbone e un'acciaieria. Secondo Rainforest Action Network, circa due milioni di abitanti e la biodiversità locale avranno delle ripercussioni per colpa dell'inquinamento causato dal nuovo impianto. Nel giugno 2020, un rapporto pubblicato dal Centro Investigativo sull'Energia e l'Aria Pulita stima che la centrale porterà a 2000 morti premature nell'arco dei 40 anni in cui sarà in funzione.
C'è inoltre il rischio di un aumento di casi di cancro collegati alla centrale. In una causa con cui è stata impugnata l'autorizzazione della centrale ad energia termica di Sugözü Kömürlü, operativa dal 2003, volontari della Piattaforma Ambientale del Mediterraneo Orientale e l'avvocato İsmail Hakkı Atal dissero [tr] che nella zona i casi di cancro erano aumentati di 11 volte e i tipi di cancro erano aumentati del 275 % tra il 2009 e il 2014.
Oltre all'impatto diretto sull'ambiente e sulla salute pubblica, gli attivisti mettono anche in discussione il modello economico e la fattibilità di questo faraonico progetto. Il nuovo rapporto di WWF-Turchia e di SEFiA indica che la centrale di Hunutlu non ammortizzerà il costo del capitale investito, al meno nei prossimi 30 anni.
In collaborazione con Climate Action Network (CAN) Europe, Bengisu Özenç, autore del rapporto e direttore fondatore di SEFiA, ha spiegato:
Our net present value calculations show that under the capital cost scenario which corresponds to the ultra-supercritical coal burning technology, the Hunutlu thermal power plant is unable to pay back its capital cost over a period of 30 years, even under the assumption of high electricity prices. It is therefore worth questioning the political economy and financial sustainability of this investment, which would have an installed capacity of 1,320 megawatts if completed.
I nostri calcoli del valore attuale netto mostrano che, nello scenario dei costi del capitale che corrisponde alla ultra-supercritica tecnologia di combustione del carbone, la centrale termica di Hunutlu non può ammortizzare il suo costo del capitale in un periodo di 30 anni, nemmeno nell'ipotesi che i prezzi dell'elettricità siano elevati. Pertanto, vale la pena interrogarsi sull'economia politica e la sostenibilità finanziaria di questo investimento che, se completato, avrà una capacità installata di 1320 megawatt.
Aslı Pasinli, direttore generale di WWF-Turchia, dichiarò alla Climate Action Network Europe: “In uno scenario nel quale si discute sempre più sulle strategie di uscita dal carbone, la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone pone dei seri interrogativi. La risposta a queste domande si trova negli studi di fattibilità finanziaria degli investimenti nelle nuove centrali che, speriamo, vengano bloccate per la preoccupazione nei confronti del cambiamento climatico e anche per le trasformazioni nei flussi finanziari mondiali”.
Nel 2021 si compie il cinquantesimo anniversario dell'inizio delle relazione diplomatiche tra Turchia e Cina. Il 13 luglio, nel corso di una telefonata, i leader dei due paesi si sono congratulati reciprocamente per l'occasione, evidenziando l’ “alto potenziale dei legami commerciali e diplomatici tra la Turchia e la Cina” in settori che includono “energia, commercio, trasporti e salute”.
Le relazioni della Turchia con la Cina si sono modificate in modo sostanziale dal 2009, quando l'allora primo ministro Erdoğan definì un “massacro” ciò che era successo con la minoranza etnica uigura della Cina. Ma la stagnazione dell'economia turca indica un cambiamento in come i dirigenti del paese vedono la Cina.
In un’intervista con Voice of America, Kemal Kirisci, ricercatore principale dell'Istituto Brookings di Washington, disse che l'attuale governo turco spera che gli investimenti, il commercio e i crediti cinesi possano aiutare a salvare la sua economia. Nel 2019, la Turchia non firmò la lettera congiunta emessa nella XLI sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per condannare le “detenzioni arbitrarie di massa e la violazioni ad esse collegate” di uiguri e altre minoranze da parte della Cina. Un’inchiesta del luglio 2020 pubblicata da The Telegraph documentò l'”assenso di Ankara alle richieste di estradizione inoltrate da Pechino per dissidenti uiguri cinesi” e sottolineò il cambiamento nei suoi interessi.
Oltre a centrali elettriche a carbone, gli investimenti della Cina nel paese includono, tra gli altri, ferrovie, il tunnel ferroviario di Marmaray, costruito e finanziato dalla Cina, una partecipazione del 65 % nel terzo terminal per container della Turchia, un terzo ponte che unirà i due continenti di Istanbul e la più grande piattaforma di commercio online della Turchia, Trendyol, acquisita dall'impresa cinese Alibaba nel 2018.
In questo contesto di stretti legami economici e investimenti con la Cina, gli ecologisti si sono mobilitati con una grande campagna per fermare alcuni di questi progetti, come la centrale elettrica.
Per quanto riguarda la Cina, alcuni dicono che non è troppo tardi per cambiare direzione. Elif Gündüzyeli, coordinatrice della politica del carbone di Climate Action Network (CAN) Europe, ha detto: “La Cina potrebbe accelerare il cambiamento verso un'energia a basse emissioni di carbonio in Turchia, manifestando la sua intenzione di portare la leadership climatica nella BRI (Nuova via della seta) invece di perseguire progetti ad alto contenuto di carbone come Hunutlu”.
Questo articolo fa parte di uno studio dell’Osservatorio dei Media Civici sulle narrazioni concorrenti sulla Nuova Via della Seta, e analizza come le società e le comunità percepiscono in modo differente i possibili benefici e i potenziali svantaggi dello sviluppo guidato dalla Cina. Per conoscere di più su questo progetto, cliccate qui.
La costruzione della centrale Hunutlu cominciò nel settembre 2019
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Illustrazione di Giovana Fleck basata su immagini promozionali di EMBA.
Il maggiore investimento della Cina in Turchia – componente chiave dell'iniziativa conosciuta come Nuova Via della Seta (BRI, dal suo nome in inglese) – è la centrale elettrica a carbone Emba Hunutlu situata ad Adana, nella Turchia centro meridionale. Mentre il Governo turco appoggia il progetto e lo considera come una celebrazione delle sue iniziative di integrazione regionale, la comunità ambientalista sta esprimendo apertamente la sua opposizione e accusa le autorità cinesi di comportarsi ambiguamente per quanto riguarda gli impegni presi nei confronti dell'ambiente.
Il 22 settembre 2020, con un messaggio [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] video alle Nazioni Unite, il presidente cinese Xi Jinping annunciò che, per combattere il cambiamento climatico, la Cina avrebbe raggiunto la neutralità carbonica nel 2060. Attualmente, Pechino finanzia progetti basati sui combustibili fossili in almeno 27 paesi in tutto il mondo. La maggior parte di questi progetti sono integrati [it] nell'iniziativa cinese della Nuova Via della Seta.
La centrale elettrica Emba Hunutlu fa parte della Nuova Via della Seta cinese in Turchia, un programma di cooperazione economica e politica al quale Ankara ha aderito nel novembre 2015. Nell'aprile 2019, i paesi firmarono un accordo speciale di BRI e la costruzione della centrale Hunutlu è iniziata nel settembre dello stesso anno.
Il progetto rappresenta il maggior investimento diretto della Cina in Turchia. Quando sarà completata nel 2022, avrà la capacità di produrre 1.32 GW di elettricità – circa il 3 % di tutta l'elettricità che si produce attualmente nel paese. L'impianto sarà alimentato sia da carbone locale proveniente da Adana che da carbone importato. Quando la Cina annunciò la sua decisione di realizzare una centrale a carbone ad Adana, numerosi gruppi ambientalisti firmarono una petizione per esortare tutte le banche cinesi a non finanziare la costruzione. Il progetto è inoltre collegato a quello turco della Nuova Via della Seta, l’Iniziativa del Middle Corridor, che unisce le ambizioni cinesi e turche di creare centri internazionali per stimolare il commercio globale.
Quando la Cina annunciò la sua decisione di costruire una centrale a carbone ad Adana, i gruppi ambientalisti turchi furono gli unici ad opporsi al progetto. Firmarono una petizione per chiedere a tutte le banche cinesi che finanziano la costruzione, come la China Development Bank, la Bank of China Ltd. e la Industrial & Commercial Bank of China Ltd., di bloccare i loro finanziamenti per motivi ambientali e di salute.
“Davanti all'opposizione della comunità al progetto e alla mancanza di conformità legale, chiediamo rispettosamente che coloro che finanziano la centrale a carbone Emba Hunutlu ritirino tutto l'appoggio finanziario al progetto. Crediamo che i problemi che si sono accumulati in merito alla biodiversità, all'ambiente, all'inquinamento dell'aria, al clima e all'allineamento di politiche comportino un serio allarme sul coinvolgimento del vostro istituto a questo progetto”, disse il gruppo nella lettera.
Un recente documento del Fondo Mondiale per la Natura in Turchia (WWF-Turchia) e dell'Associazione di Ricerca sull'Economia e la Finanza Sostenibile (SEFiA) rivela i costi provocati da questa centrale elettrica sull'ambiente e sulla salute delle popolazioni locali. Quando sarà in funzione, la centrale elettrica di Hunutlu “funzionerà con 2.8 milioni di tonnellate di carbone all'anno ed emetterà più di 200 milioni di tonnellate di CO2 nell'intero periodo di vita del progetto”, ha scritto Rainforest Action Network nel rapporto “Scommettere sul caos climatico – rapporto sulla finanza basata sui combustibili fossili 2021”.
La popolazione che vive nelle vicinanze della zona di costruzione dell'impianto nella baia di Iskenderun è già colpita dall’inquinamento dell'aria provocato da altre installazioni industriali come una centrale elettrica a gas, due centrali elettriche a carbone e un'acciaieria. Secondo Rainforest Action Network, circa due milioni di abitanti e la biodiversità locale avranno delle ripercussioni per colpa dell'inquinamento causato dal nuovo impianto. Nel giugno 2020, un rapporto pubblicato dal Centro Investigativo sull'Energia e l'Aria Pulita stima che la centrale porterà a 2000 morti premature nell'arco dei 40 anni in cui sarà in funzione.
C'è inoltre il rischio di un aumento di casi di cancro collegati alla centrale. In una causa con cui è stata impugnata l'autorizzazione della centrale ad energia termica di Sugözü Kömürlü, operativa dal 2003, volontari della Piattaforma Ambientale del Mediterraneo Orientale e l'avvocato İsmail Hakkı Atal dissero [tr] che nella zona i casi di cancro erano aumentati di 11 volte e i tipi di cancro erano aumentati del 275 % tra il 2009 e il 2014.
Oltre all'impatto diretto sull'ambiente e sulla salute pubblica, gli attivisti mettono anche in discussione il modello economico e la fattibilità di questo faraonico progetto. Il nuovo rapporto di WWF-Turchia e di SEFiA indica che la centrale di Hunutlu non ammortizzerà il costo del capitale investito, al meno nei prossimi 30 anni.
In collaborazione con Climate Action Network (CAN) Europe, Bengisu Özenç, autore del rapporto e direttore fondatore di SEFiA, ha spiegato:
Our net present value calculations show that under the capital cost scenario which corresponds to the ultra-supercritical coal burning technology, the Hunutlu thermal power plant is unable to pay back its capital cost over a period of 30 years, even under the assumption of high electricity prices. It is therefore worth questioning the political economy and financial sustainability of this investment, which would have an installed capacity of 1,320 megawatts if completed.
I nostri calcoli del valore attuale netto mostrano che, nello scenario dei costi del capitale che corrisponde alla ultra-supercritica tecnologia di combustione del carbone, la centrale termica di Hunutlu non può ammortizzare il suo costo del capitale in un periodo di 30 anni, nemmeno nell'ipotesi che i prezzi dell'elettricità siano elevati. Pertanto, vale la pena interrogarsi sull'economia politica e la sostenibilità finanziaria di questo investimento che, se completato, avrà una capacità installata di 1320 megawatt.
Aslı Pasinli, direttore generale di WWF-Turchia, dichiarò alla Climate Action Network Europe: “In uno scenario nel quale si discute sempre più sulle strategie di uscita dal carbone, la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone pone dei seri interrogativi. La risposta a queste domande si trova negli studi di fattibilità finanziaria degli investimenti nelle nuove centrali che, speriamo, vengano bloccate per la preoccupazione nei confronti del cambiamento climatico e anche per le trasformazioni nei flussi finanziari mondiali”.
Nel 2021 si compie il cinquantesimo anniversario dell'inizio delle relazione diplomatiche tra Turchia e Cina. Il 13 luglio, nel corso di una telefonata, i leader dei due paesi si sono congratulati reciprocamente per l'occasione, evidenziando l’ “alto potenziale dei legami commerciali e diplomatici tra la Turchia e la Cina” in settori che includono “energia, commercio, trasporti e salute”.
Le relazioni della Turchia con la Cina si sono modificate in modo sostanziale dal 2009, quando l'allora primo ministro Erdoğan definì un “massacro” ciò che era successo con la minoranza etnica uigura della Cina. Ma la stagnazione dell'economia turca indica un cambiamento in come i dirigenti del paese vedono la Cina.
In un’intervista con Voice of America, Kemal Kirisci, ricercatore principale dell'Istituto Brookings di Washington, disse che l'attuale governo turco spera che gli investimenti, il commercio e i crediti cinesi possano aiutare a salvare la sua economia. Nel 2019, la Turchia non firmò la lettera congiunta emessa nella XLI sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per condannare le “detenzioni arbitrarie di massa e la violazioni ad esse collegate” di uiguri e altre minoranze da parte della Cina. Un’inchiesta del luglio 2020 pubblicata da The Telegraph documentò l'”assenso di Ankara alle richieste di estradizione inoltrate da Pechino per dissidenti uiguri cinesi” e sottolineò il cambiamento nei suoi interessi.
Oltre a centrali elettriche a carbone, gli investimenti della Cina nel paese includono, tra gli altri, ferrovie, il tunnel ferroviario di Marmaray, costruito e finanziato dalla Cina, una partecipazione del 65 % nel terzo terminal per container della Turchia, un terzo ponte che unirà i due continenti di Istanbul e la più grande piattaforma di commercio online della Turchia, Trendyol, acquisita dall'impresa cinese Alibaba nel 2018.
In questo contesto di stretti legami economici e investimenti con la Cina, gli ecologisti si sono mobilitati con una grande campagna per fermare alcuni di questi progetti, come la centrale elettrica.
Per quanto riguarda la Cina, alcuni dicono che non è troppo tardi per cambiare direzione. Elif Gündüzyeli, coordinatrice della politica del carbone di Climate Action Network (CAN) Europe, ha detto: “La Cina potrebbe accelerare il cambiamento verso un'energia a basse emissioni di carbonio in Turchia, manifestando la sua intenzione di portare la leadership climatica nella BRI (Nuova via della seta) invece di perseguire progetti ad alto contenuto di carbone come Hunutlu”.
Questo articolo fa parte di uno studio dell’Osservatorio dei Media Civici sulle narrazioni concorrenti sulla Nuova Via della Seta, e analizza come le società e le comunità percepiscono in modo differente i possibili benefici e i potenziali svantaggi dello sviluppo guidato dalla Cina. Per conoscere di più su questo progetto, cliccate qui.
Un anno dopo la morte di Mahsa Amini, l'Iran intensifica la sorveglianza sulle donne
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

‘Iran Proteste in Iran ,’ Ottawa, Canada, 25 settembre 2022, a cura di Taymaz Valley su Flickr (CC BY 2.0.).
Quest'articolo è stato inizialmente pubblicato da Alliance for Universal Digital Rights (AUDRi), [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] il 16 settembre 2023, ed è stato scritto da Emma Gibson, coordinatrice internazionale di AUDRi. Una versione modificata è stata ripubblicata qui, previo consenso.
Il 16 settembre 2023 ha segnato un anno dalla morte della ventiduenne Mahsa Amini, in seguito al suo arresto da parte della polizia “morale” del governo iraniano. Nella settimana precedente all'anniversario, le organizzazioni per i diritti umani Equality Now, Femena, e Centre for Supporters of Human Rights (CSHR), hanno presentato una richiesta congiunta al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, manifestando “serie preoccupazioni per le condizione di donne e ragazze in Iran, in merito alla prevalenza continua della mutilazione genitale (FGM), dei matrimoni precoci, e leggi sullo status personale discriminatorie in base al sesso nel Paese.”
Negli ultimi anni, le proteste contro l'obbligo dell'hijab o la cosiddetta “polizia morale” hanno fatto notizia a livello internazionale. Il coraggio delle donne, spesso in prima linea, non può essere sopravvalutato. Tuttavia, queste proteste hanno spesso gravi conseguenze, alimentate sempre più dal sofisticato apparato di sorveglianza digitale del governo.
In una nuova legge controversa sull’hijab sono inclusi 70 articoli che prevedono pene più dure per le donne, così come sanzioni più dure per figure pubbliche, gli affari e i fornitori di servizi che li supportano. La legge propone l'utilizzo dell'intelligenza artificiale (AI) per applicare le violazioni del dress code, riflettendo un'inquientante manifestazione della persecuzione basata sul genere.
Nell’attuale era digitale, il governo iraniano brandisce un’arma a doppio taglio: la medesima tecnologia che ha il potere di dare voce a chi non ce l'ha, viene usata per silenziarle, soprattutto quando queste voci lottano per l'uguaglianza di genere. Utilizzando il sistema di ricoscimento facciale e tenendo traccia delle conversazioni online, il governo identifica e molesta coloro che osano dissentire.
Questa potenza tecnologica è utilizzata in modo sproporzionato contro le donne, coloro che manifestano per i diritti civili vengono viste come una minaccia diretta al fondamento ideologico dello Stato.
Non si tratta solamente di telecamere agli angoli delle strade o droni nei cieli. Il vero incubo orwelliano si cela nel lato oscuro di internet. Le piattaforme più famose sono censurate, e, le app di messaggistica crittografate, che i manifestanti utilizzano per organizzare le proteste, sono bloccate. I blogger, gli influencer e, persino i cittadini comuni subìscono minacce, arresti o conseguenze peggiori, soltanto per il fatto di esprimere online le proprie opinioni.
Forse, la cosa più inquietante è l’attenzione sempre più invadente dello Stato negli spazi privati: le auto e i percorsi pedonali dei cittadini.
Una testimonianza agghiacciante in merito a ciò, è il fatto che, nel giro di soli tre mesi, quasi un milione di donne hanno ricevuto messaggi di avvertimento dalle forze di polizia del paese. Il loro reato? essere riprese dalle telecamere di sorveglianaza mentre non indossano l'hijab, così come descritto da uno straziante report di Amnesty International.
Secondo il report, la polizia ha “emesso 133 174 sms, ordinando l'immobilizzazione di veicoli per un determinato periodo di tempo, confiscato 2 000 auto e, ha segnalato alla magistratura più di 4 000 “recidivi” in tutto il paese.”
I diritti digitali sono, in sostanza, diritti umani. Una società in cui le persone non possono comunicare liberamente, privatamente e in sicurezza è una società in cui le libertà fondamentali sono sotto attacco.
I diritti digitali coesistono con il diritto alle proteste pacifiche in molti modi. Gli strumenti di comunicazione crittografati possono offrire agli attivisti e ai manifestanti un modo per comunicare senza temere l’ intercettazione o la ritorsione da parte del governo.
Quando i media tradizionali vengono censurati o messi a tacere, i social media possono essere d'aiuto nella rapida diffusione dell'informazione, radunando i sostenitori di una causa. Inoltre, il regno digitale offre una vasta libreria di risorse sulle tattiche di manifestazione pacifica, divulgazione sui diritti e gli sforzi di solidarietà internazionale.
L'Iran è ben lungi dall'essere l'unico regime a limitare le libertà digitali, sfruttando la tecnologia per sedare il dissenso oppure cooptando la sua sorveglianza. In India ad esempio, la polizia si è servita di un'app che le permette di accedere ai filmati delle telecamere di sorveglianza raccolti privatamente.
In Cina, la sorveglianza di massa è stata utilizzata per raccogliere informazioni sui movimenti e le attività di privati in una forma di “sorveglianza predittiva.” In tutti questi esempi, c'è un'evidenza che la sorveglianaza e la violazione dei diritti sulla privacy colpiscono in modo sproporzionato persone e gruppi le cui identità li rendono vulnerabili, come donne o minoranze, o coloro le cui attività politiche sfidano lo status quo.
Ma è qui che risiede la sfida: Se governi come questi diventano più abili nel reprimere il dissenso online, come possono gli attivisti rimanere un passo avanti?
La comunità internazionale può giocare un ruolo cruciale. Occorre fare pressione sulle aziende tecnologiche, affinché salvaguardino le informazioni degli utenti e diano la priorità alla crittografia end-to-end. Le organizzazioni dei diritti digitali e la società civile dovrebbero essere interpellate in merito alle minacce tramite la sorveglianza digitale guidata dallo Stato, la censura e le implicazioni della tecnologia prodotta.
La cosa più importante è che la comunità internazionale dovrebbe diffondere le notizie sugli abusi, facendo capire ai governi che il mondo sa cosa sta succedendo. E la regolamentazione dello spazio digitale secondo i principi dei diritti umani garantirà che questo non diventi un nuovo ambiente in cui le donne iraniane, o chiunque altro, siano vulnerabili ad abusi e danni.
Sebbene le strategie del governo iraniano siano emblematiche di un problema internazionale più significativo, il mondo deve mantenere viva la memoria e celebrare l'inestimabile coraggio delle donne iraniane, che si ergono a testa alta anche quando le ombre incombono. Per Mahsa Amini e innumerevoli altre come lei, dobbiamo persistere nella nostra lotta comune per i diritti digitali e umani. Il loro coraggio non merita niente di meno.
La recente storia di sfollamento di una famiglia e la perdita della loro casa nella campagna siriana
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Immagine di SyriaUrusata dietro autorizzazione.
Questo articolo [en, come tutti gli altri link, salvo diversa indicazione] è stato pubblicato per la prima volta da SyriaUntold il 21 gennaio 2026. Una versione redatta viene ripubblicata qui come parte dell'accordo di condivisione di contenuti con Global Voices.
“Mi chiamo Rima (pseudonimo), sono una ragazza curda di Afrin in Siria. Attualmente vivo nella città di Qamishli per motivi di lavoro, ma la mia famiglia viveva nel quartiere di Al-Ashrafiya di Aleppo prima di essere sfollata per la terza volta. La prima volta è successo nel 2013, quando l'edificio in cui vivevo è stato colpito durante i bombardamenti incrociati tra “l'Esercito siriano libero” e le forze governative nei quartieri di Al-Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, che hanno pesantemente danneggiato la nostra casa. Siamo rimasti intrappolati nel seminterrato per quattro giorni finché non è stato aperto un passaggio sicuro che ci ha permesso di fuggire verso la città di Afrin.
Un'ampia fetta della popolazione di Afrin possedeva due abitazioni, una ad Afrin e una ad Aleppo, che usavano per motivi di studio e lavoro. Dopo il primo sfollamento, ci siamo diretti verso la nostra casa di Jindires, in campagna, dove abbiamo vissuto fino al 2018. Poi, è iniziata “l'Operazione Ramoscello d'Olivo” turca che ha causato il secondo sfollamento. Ci siamo trovati isolati, senza una casa o un rifugio, perché la nostra casa di Al-Ashrafiya era andata distrutta e non avevamo i mezzi per ripararla o ristrutturarla. A quel tempo, la mia famiglia viveva in affitto in una casa nel quartiere di Syriac, ma il profondo attaccamento per Al-Ashrafiya ci ha spinto a tornare in quel quartiere e affittare un'altra casa vicino alla nostra, che era stata distrutta.
Contemporaneamente la nostra casa di Afrin è stata confiscata. Nel 2018, mio padre ha ricevuto una telefonata da qualcuno di Daraya, che lo informava che stata vivendo nella nostra abitazione, pesantemente danneggiata dai bombardamenti nelle vicinanze. L'uomo in questione ci ha chiesto dei soldi per ripararla. Mio padre si è rifiutato di concedergli l'autorizzazione di viverci o il “perdono” per averla occupata.
Uno dei nostri conoscenti l'ha ispezionata dopo il terremoto del 2023, che ha causato danni significativi a Jindires e provocato un ulteriore spostamento di persone da e verso Afrin. Ci ha assicurato che la casa non era stata danneggiata, perchè circondata da alberi di olivo, ma che era stata completamente recintata e circondata da videocamere di sorveglianza, in quanto abitata da un capo della fazione di “Ahrar al-Sharqiya,” un gruppo ribelle siriano armato, fondato nel 2016.
Dopo la caduta del regime nel tardo 2024, molti sono riusciti a tornare ad Afrin per ispezionare le loro proprietà, compreso mio padre che ha viaggiato per tre mesi accompagnato da una figura di spicco locale. Quando ha raggiunto la nostra proprietà, l'occupante è uscito e ha aggredito verbalmente mio padre, chiamandolo “porco” e “membro delle “Forze Democratiche Siriane (SDF)” (“Qasd-i’). Mio padre è riuscito solo a calmarlo e a spiegargli che era un civile, non aveva mai portato armi e che voleva semplicemente tornare a vivere nella propria casa dopo anni in cui era stato costretto a vivere in affitto. Per tutta risposta, l'occupante gli ha chiesto oltre 5.000 dollari per liberare la casa.
La mia famiglia non è agiata e non poteva permettersi una cifra del genere. Dopo l'intervento di una figura di spicco locale, l'occupante ha dimezzato la cifra. Era comunque superiore alle nostre possibilità economiche. Mio fratello ed io siamo riusciti a raccimolare 1.000 dollari ed abbiamo chiesto a mio padre di contattarlo nuovamente e cercare di convincerlo a liberare la casa. Si è preso invece i soldi, non ha liberato la casa e ha addirittura iniziato e vessare regolarmente mio padre per sapere se avesse raccolto la cifra richiesta finché mio padre non si è visto costretto a spegnere il cellulare per due mesi.
L'uomo in questione, originario di Deir ez-Zor, ha riferito a mio padre che non se ne sarebbe andato fino al ritiro delle Forze Democratiche Siriane (SDF) dalla sua città. Nella sua ultima minaccia, che non ha ancora messo in atto, l'uomo, che oggi fa parte del servizio di “Sicurezza generale” ci ha proposto due opzioni: pagare l'intera cifra oppure andarsene dopo aver fatto saltare in aria la casa.
Durante il recente attacco ai quartieri di Al-Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, la mia famiglia è stata sfollata per la terza volta, insieme a quella di mia sorella. Ancora una volta, siamo stati obbligati a dirigerci verso Afrin perchè la strada diretta alla regione di Jazira all'epoca era interrotta. Io stavo ansiosamente aspettando che arrivassero a Qamishli. Avevo perfino preparato loro una casa modesta per accoglierli, ma l'autista mi ha detto che era impossibile. C'erano enormi ingorghi e il viaggio, che normalmente richiede meno di quattro ore, è durato quasi sette ore.
Oggi, la mia famiglia vive nella casa di mia sorella che, a sua volta, ha perso più di una proprietà. Lei è stata l'unica a riuscire a riappropriarsi di una delle sue case con enormi difficoltà, dopo aver pagato centinaia di dollari. Ancora oggi, si imbatte tutti i giorni proprio nella persona che ha saccheggiato le nostre case.
Mia madre mi ha implorato di non parlare delle nostre sofferenze sui social media per paura di ritorsioni contro i miei due fratelli. Quando ci siamo parlate l'ultima volta, mi ha detto che avevano lasciato il quartiere, con lei che li teneva per mano come se fossero dei bambini, per paura che qualcuno potesse fare loro del male. Tuttavia, ha sentito un cittadino del quartiere, non di origine curda, dire “Era l'ora; speriamo che non tornino più”.
Oggi, due membri della mia famiglia sono tornati a vivere nel quartiere di Al-Ashrafiya. Mia madre però si rifiuta categoricamente di tornarci per paura che possa accadere qualcosa ai miei fratelli. Non poter vivere nella nostra casa di Afrin le spezza il cuore. Mia sorella mi racconta che la situazione nel quartiere è tranquilla, nonostante le numerose “facce strane”, gli scarsi servizi pubblici e le rovine degli edifici sparpagliati ovunque. La paura attanaglia tutti: chiunque arrivi nel quartiere viene sottoposto a un rigoroso controllo, soprattutto gli uomini molto giovani.
In mezzo a tutto questo, noi, la popolazione di Afrin, ci sentiamo merce di scambio alla mercé di tutti. In particolare, ci sentiamo traditi per aver perso le nostre proprietà ad Afrin, perché tutti stanno ignorando il problema.
Durante l'attacco al quartiere, alternavo stati di coscienza ed incoscienza; non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Non mi sono mai separata dal telefono ed ero sempre in contatto con la mia famiglia. Sentivo il peso della responsabilità: tutti si aspettavano che dessi loro buone notizie e che li rassicurassi che non sarebbero stati costretti a lasciare le loro case. Mi sono sentita in colpa perché vivevo così lontano, al punto che mi sono rivolta a varie persone per tentare di raggiungere Aleppo con qualunque mezzo.
Durante la mia ultima visita ad Aleppo, ho accompagnato mia sorella a prendere un caffè nel punto più alto della città, nella parte orientale del quartiere di Sheikh Maqsoud. Anche se non è mia abitudine immortalare questi momenti con una foto, qualcosa mi ha spinto a farlo. Oggi guardo quella foto e penso che passerà molto tempo prima che possa tornarci e mi fa male. Come ragazza curda, un giorno ci tornerò, ma distrutta.
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