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Le difficoltà affrontate da donne e ragazze, esponenzialmente più vulnerabili a violenza e sfruttamento, vengono spesso ignorate
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Foto di Markus Spiske su Unsplash, utilizzata secondo licenza Unsplash.
Questo articolo [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] di Tania Roa in partnership con Border Kindness, è apparso dapprima su Migrant Women Press il 26 ottobre 2025. Una versione editata è ripubblicata da Global Voices secondo un accordo di condivisione di contenuti.
Ogni giorno, migranti colmi di speranza attraversano l'arido deserto e le pericolose regioni montane degli Stati Uniti meridionali, alla ricerca di sicurezza, rifugio e opportunità. Mentre questi viaggi rischiosi sono spesso citati nei notiziari, le difficoltà affrontate dalle donne e ragazze — maggiormente esposte a violenza e sfruttamento — vengono spesso ignorate.
Fin dal suo primo mandato presidenziale, la linea politica di Donald Trump ha preso di mira le comunità di migranti e la salute della donna. Adesso, durante il suo secondo mandato, le crescenti conseguenze del cambiamento climatico e dei conflitti nel mondo hanno reso questi viaggi, già di per sé rischiosi, ancora più improrogabili e fatali.
Trump e i suoi sostenitori ricorrono spesso a una retorica violenta e provocatoria per tipizzare i migranti come criminali, membri di bande e perfino predatori sessuali; finendo, di conseguenza, col catalizzare l'appoggio dell'opinione pubblica a politiche di frontiera di carattere punitivo. Per giunta, queste etichette disumanizzano i migranti, instillano paura e giustificano l'implementazione di provvedimenti esecutivi aggressivi o il calo dei riconoscimenti di protezione internazionale.
Il presidente ha insultato ripetutamente le donne — incluse delle giornaliste e l'avversaria Democratica alle Presidenziali 2024, Kamala Harris —, mentre la sua amministrazione ha approvato misure politiche che minano la salute delle donne e i loro diritti riproduttivi. L'intersezione di questi filoni della sua retorica si riverbera in modo del tutto sproporzionato sulle donne migranti, molte delle quali non godono di alcuna tutela legale negli USA, rendendole particolarmente vulnerabili a pratiche discriminatorie.
Nonostante le promesse di concentrarsi sugli immigrati irregolari attraverso condanne penali severe, i dati dell'agenzia federale di controllo delle frontiere e dei flussi migratori, o ICE (Immigration Customs Enforcement), mostra un'altra realtà: sono le persone che hanno contribuito all'evoluzione della società e dell'economia americana a essere attualmente bersagliate, arrestate e deportate illegalmente. Mentre dei 435.000 immigrati illegali pregiudicati identificati dall'ICE, ne sono stati arrestati meno di 3.000 da maggio 2025.
Testimonianze di coloro che sono stati arrestati e deportati senza processo riportano di gravi violazioni dei diritti umani da parte dell'ICE. Molte persone, essendo state arrestate da agenti dell'ICE in borghese ma a volto coperto e, soprattutto, sprovvisti di mandati d'arresto formali, dicono di essersi sentiti rapiti. Ai detenuti è stato negato un giusto processo e, di conseguenza, sono finiti in paesi che conoscevano a malapena, o in cui non avevano mai vissuto.
Chiedere asilo negli Stati Uniti è legale fin dal 1980. Sia secondo il diritto internazionale, che statunitense, i migranti che fuggono da violenza e persecuzione hanno diritto a richiesta di ingresso. Sospendendo le ammissioni sia ai programmi di asilo che di protezione internazionale, l'amministrazione Trump ha, di fatto, reciso due delle poche vie legali necessarie per ottenere la residenza e cittadinanza statunitense.
Secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti (in inglese, US Department of Homeland Security), nel 2024, sotto l'amministrazione Biden-Harris “le donne rifugiate avevano un'età media più alta”. Gli ingressi sono aumentati ogni anno dal 2022 al 2024, toccando la soglia dei 100.060 rifugiati e registrando il numero più alto degli ultimi 30 anni. Questa cifra non fa che sottolineare l'importanza della protezione internazionale a livello mondiale.
CBP One è una delle app governative che permettono ai migranti di fissare appuntamenti con i funzionari dell'ufficio immigrazione. A poche ore dall'insediamento, Trump ha ordinato la sospensione dell'app come parte di una strategia di più ampio respiro, finalizzata a limitare i flussi migratori regolari. In quel momento, a decine di migliaia di migranti è stato notificato che i loro appuntamenti programmati e, di conseguenza, le udienze in tribunale erano cancellati. In passato, CBP One aveva consentito a quasi un milione di persone di entrare regolarmente e richiedere l'idoneità lavorativa. La sua chiusura ha improvvisamente privato migliaia di famiglie dell'ennesimo iter legale di importanza vitale.
Prima della sua sospensione, quasi 280.000 persone avevano provato ad effettuare l'accesso all'app ogni giorno. Molte avevano già trascorso settimane o mesi al confine USA-Messico, nella speranza che si liberasse un buco per un appuntamento — in un'attesa infinita al culmine di un lungo e stremante viaggio, spesso costellato di seri pericoli per la salute.
Con l'app ormai fuori uso, ora ai migranti rimangono poche opzioni: restare al confine senza riparo o protezione, cercare rifugio temporaneo in aree loro sconosciute del Messico o ritornare nei Paesi da cui sono fuggiti, dove i pericoli che hanno incentivato il loro esodo perdurano. Ogni singola opzione comporta seri rischi, in modo particolare per le donne e i bambini, i quali — in assenza di alloggio sicuro o rifugio — si ritrovano maggiormente esposti a varie vulnerabilità quali furti, sfruttamento e violenza.
Ufficialmente noto come Protocollo di Protezione Migratoria, o Migrant Protection Protocols (MPP), il programma politico ufficiosamente chiamato “Resta in Messico” (“Remain in Mexico”, in inglese) è stato introdotto per la prima volta nel 2019, durante l'amministrazione Trump-Pence. L'MPP costringe i richiedenti asilo ad attendere in Messico la convocazione per le udienze, spesso per mesi o addirittura anni.
L'amministrazione Biden-Harris aveva interrotto il programma, parlando di ampie violazioni dei diritti umani. Ora Trump lo ha ripristinato, riaccendendo le preoccupazioni legate agli abusi dei diritti umani.
Il muro di confine tra Stati Uniti e Messico è una rappresentazione fisica della divisione, esclusione e paura instaurate per allontanare etnie e nazionalità diverse. Nonostante gli innumerevoli sforzi dell'amministrazione Trump di scoraggiare l'immigrazione, ci sono svariati fattori che spingono le persone a cercare rifugio, mezzi di sostentamento e sicurezza. Il degrado ambientale — sostanziato in siccità, uragani e desertificazione — sta sradicando interi nuclei familiari ovunque nel mondo.
Sebbene i migranti siano coscienti tanto dei rischi dei loro viaggi quanto della dura presa di posizione del governo statunitense a riguardo, molti decidono comunque di correre il rischio, perché fare niente significherebbe condannarsi alla morte, all'instabilità o alla violenza eterna. Migrare è, spesso, l'ultima spiaggia per costruirsi una nuova vita e sperare in un futuro più stabile.
Dal 2018, Border Kindness fornisce aiuto salvavita lungo il confine USA-Messico. L'organizzazione senza scopo di lucro distribuisce cibo, acqua, cure mediche e vestiti — soddisfacendo i bisogni primari dei migranti, che la reti istituzionali di supporto hanno abbandonato.
“Le persone di colore vengono fermate per via della loro pelle o del loro accento; e proprio le donne sono particolarmente vulnerabili di questi tempi”, ha spiegato Kelly Overton, fondatore di Border Kindness. “Allo stesso tempo, i finanziatori hanno smesso di supportare organizzazioni come la nostra, impegnate nel sostegno ai migranti e a una riforma dell'immigrazione. Temono di essere accusati di finanziare attività anti-americane o illegali.”
Di recente, l'associazione ha cominciato a fare affidamento di più sulle raccolte fondi organizzate dalla comunità, principalmente da artisti e piccoli donatori. Overton afferma che questo tipo di impegno è necessario ora più che mai: “L'aiuto reciproco è semplice. Non dovete fare tanto, ma potete donare quello che avete. Noi della Border Kindness agevoliamo il mutuo soccorso ridistribuendo le risorse là dove sono più necessarie. Ci espone ai rischi, ma siamo fieri di farlo.”
La redistribuzione, afferma, “ha le sembianze di una donna di Chicago, Los Angeles o Austin che aiuta un'altra donna al confine in modo da farle avere latte in polvere per il suo bambino. Donano quello che possono, anche se non è molto. L'importanza della solidarietà sta nel continuare a donare alle persone che ne hanno bisogno ed è proprio questo che siamo in grado di fare grazie a coloro che sono felici di condividere quanto possiedono, non importa quanto effettivamente sia.”
La lotta per il diritto all'immigrazione non si ferma alla frontiera. Dovunque, negli Stati Uniti, individui e organizzazioni — come il National Immigration Law Center, il Freedom for Migrants e The Bridge (formalmente noto come The Haitian Bridge Alliance) — oppongono resistenza alle politiche migratorie varate dall'amministrazione Trump, e lo fanno mentre continuano a istruire e fornire servizi diretti.
A Los Angeles, i membri della comunità hanno protestato contro il modus operandi dell'ICE per settimane. In rete, due donne hanno creato un database per tracciare i blitz dell'ICE, in modo da tenere aggiornate le comunità interessate. In tutto il Paese, i vicini hanno fatto da scudo tra l'ICE e le loro comunità, forzando gli agenti ad andarsene. Molti americani stanno facendo sentire la propria voce, dimostrando che la solidarietà è più forte della paura. E mentre il governo federale ribadisce la sua posizione sul tema dell'immigrazione, la resistenza dal basso continua a rafforzarsi.
Molte compagnie, soprattutto cinesi, estraggono rame e cobalto ignorando norme ambientali e le conseguenze per le comunità locali
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Sversamento delle acque contaminate nella città. Screenshot dal video “LUBUMBASHI: I liquami sversati dalla CDM stanno mettendo a rischio la vita delle persone” pubblicato sul canale YouTube di Triomphe TV
Mentre le aree ricche di terre rare potrebbero essere una benedizione per le economie di Paesi quali la Repubblica Democratica del Congo (RDC), questi possono anche rappresentare una maledizione per le comunità locali, alimentando la cupidigia di gruppi ribelli e investitori stranieri, che non sempre rispettano le normative ambientali.
Il 4 novembre 2025, una diga di proprietà della compagnia mineraria Congo Dongfang Mining (CDM) — società sussidiaria della Zhejiang Huayou Cobalt Ltd [en], coinvolta nell'estrazione di rame e cobalto nella seconda maggiore città del Paese, Lubumbashi [it] situata nella provincia dell'Alto Katanga [it] —, è collassata. Acqua altamente tossica si è riversata dalla diga, contaminando corsi d'acqua e tutto l'ambiente circostante [fr, come i link seguenti, salvo diversa indicazione].
A seguito del crollo della diga, i canali situati lungo le strade delle zone periferiche della città si sono riempiti di acqua acida, al punto da strabordare e inondare a loro volta le case e le strade adiacenti alla sede della compagnia estrattiva. Le inondazioni si sono estese fino al mercato di “Moïse Katumbi”, obbligando alcuni commercianti a cessare i loro affari. Ogni spostamento è diventato virtualmente impossibile. Alain Kozongo, residente di Kasapa, quartiere limitrofo alla fabbrica, ha dichiarato a Global Voices:
La société chinoise profite souvent de la pluie pour nous vider ses eaux. Mais c'était étonnant de constater les inondations des routes dans une journée sans pluie.
La compagnia cinese spesso trae massimo vantaggio dalla pioggia per liberarsi delle scorie. Comunque, è stato assurdo vedere le strade completamente allagate in un giorno non piovoso.
Nelle ore successive all'incidente, le specie acquatiche decedute sono state portate verso le sponde del fiume Lubumbashi. Dopo questo disastro ambientale, alcune ONG, come Resource Matters, hanno chiesto sanzioni severe per crimini contro l'ambiente e la popolazione locale:
Nous appelons ainsi l’entreprise #CDM… pic.twitter.com/OjkXRMPw3b
— Resource Matters (@resourmatters) November 7, 2025
Il consorzio “Mazingira pour Tous” e Resource Matters hanno espresso profonda preoccupazione in merito alla contaminazione del fiume Lubumbashi, che ha causato la morte di svariate specie acquatiche e messo gravemente a repentaglio la salute delle persone.
Chiediamo all'azienda #CDM e agli organi nazionali competenti la decontaminazione tempestiva dei corsi d'acqua coinvolti nell'incidente e l'implementazione immediata di misure protettive della salute pubblica.
La versione inglese delle immagini allegate è disponibile qui [en].
Stando ai resoconti dei testimoni, la compagnia cinese avrebbe creato svariati canali attraverso le mura dell'area sud dello stabilimento, in modo da smaltire grandi quantità di acque reflue cariche di acido. Lo scarico si riversa nelle comunità circostanti, spesso causando danni che la stessa compagnia sembra intenzionata a ignorare totalmente. Un abitante del posto, dietro garanzia di anonimato, ha raccontato a Global Voices:
Depuis 2012 à chaque saison pluvieuse les populations des quartiers Kasapa, Kamisepe et Kamatete dans la commune annexe (commune rurale de Lubumbashi) ont toujours été victimes des inondations et des effondrements de leurs maisons suite aux débordements des eaux. Elles ont toujours pointé du doigt l'Entreprise minière en l'accusant de s'appuyer sur le moment des pluies pour dégager les eaux de ses rétentions et souvent pendant les pluies nocturnes.
Durante ogni stagione delle piogge, dal 2012, la gente di Kasapa, Kamisepe e Kamatete — quartieri di Annexe, un paesino rurale di Lubumbashi — è stata travolta da inondazioni e frane, determinando riversamenti di acque reflue che hanno travolto e distrutto le case. Per questo, si è sempre attribuita la colpa alla compagnia mineraria, accusandola di avvantaggiarsi della presenza della pioggia per scaricare i liquami presenti nelle sue dighe, spesso col favore della notte.
Nel 2020, la ONG Afrewatch ha ripetutamente ammonito la compagnia estrattiva e le autorità affinché si assumessero la responsabilità di tutela verso l'ambiente e le comunità limitrofe.
In ogni caso, la compagnia cinese nega ogni responsabilità. Ad oggi, il governo non ha avanzato alcuna proposta risolutoria del conflitto tra questa compagnia e le comunità locali.
Questo incidente tecnico ha riversato acqua contaminata da metalli pesanti, come piombo e arsenico. Numerose figure istituzionali della provincia, compreso il Governatore ad interim della provincia dell'Alto Katanga, Matin Kazembe Shula, il Ministro provinciale delle Miniere, Lucien Lumano, e il sindaco della città, Patrick Kafwimbi, si sono rivolti alla CDM per chiedere informazioni riguardo la situazione in atto.
Ma la situazione è chiara: la gente affronta seri rischi alla salute a causa della contaminazione del suolo, sottosuolo e falde acquifere.
Con la rottura della diga, i pozzi d'acqua potabile a disposizione delle comunità sono stati contaminati. Quattro giorni dopo lo sversamento di acqua acida nel suo fazzoletto di terra, Aziza Muna, 60enne del posto, ha dichiarato a Global Voices:
Le puits que j'ai dans ma parcelle, c'est une survie pour moi et ma famille, car je suis pauvre et je n'ai pas le moyen de m'offrir l'eau du robinet. Maintenant mon puits est inondé d'eaux d'acide de l'entreprise. Que dois-je faire?
Dal momento che sono povera e non posso permettermi l'acqua di rubinetto, il pozzo nel mio terreno è un'àncora di salvezza per me e la mia famiglia. Ora il mio pozzo si è riempito di acqua acida proveniente da quella compagnia. Che cosa dovrei fare?
Il ricercatore ed esperto ambientale Dickson Kabange ha spiegato a Global Voices che quest'incidente avrà conseguenze serie:
C'est un crime environnemental parce que ces eaux toxiques sont chargées de masses de métaux lourds, notamment de plomb et d’arsenic. Il y a donc érosion des écosystèmes et disparition d'espèces aquatiques, de plus les populations sont exposées à diverses maladies […] dans les jours à venir si l'état ne prend pas les dispositions préventives, il y aura des morts.
Si tratta di un crimine ambientale, perché i liquami tossici contengono alti livelli di metalli pesanti, specialmente di piombo e arsenico. Di conseguenza, si evidenzia l'erosione dell'ecosistema, la perdita di specie acquatiche e il rischio di varie malattie per gli umani. Nei giorni a venire, se lo Stato non mette in atto misure di prevenzione, la gente morirà.
La povertà che colpisce i residenti locali ha spinto alcuni a mangiare piatti preparati con i pesci morti raccolti dal letto del fiume. Patrick Tshimanga ha confidato a Global Voices:
J'ai ramassé au bord de la rivière environ septante tilapias et quarante-cinq poissons-chats. J'ai mangé avec ma famille une partie et j'ai vendu aussi l'autre partie […] oui on nous a dit que c'est toxique, mais ce jour-là je n'avais rien à nourrir la famille.
Ho preso circa 70 tilapie e 55 pesci gatto dagli argini del fiume. Ne ho mangiati alcuni col resto della mia famiglia e venduto il resto. Anche se ci è stato detto che sono tossici, non avevo niente con cui sfamare la mia famiglia quel giorno.
Dickson Kabange ha detto che qualsiasi cosa abbia ucciso i banchi di pesci, potrebbe anche uccidere gli umani che li hanno mangiati.
Per prevenire tale pericolo, gli appelli si sono moltiplicati nel centro cittadino, sollecitando le persone a evitare di mangiare pesce proveniente dal Lubumbashi e di smettere di attingere alle acque di quei fiumi. L'inondazione tossica potrebbe portare a problemi di salute a lungo termine, poiché ha colpito anche le attività agricole della regione, impattando la coltura alimentare.
A seguire, numerose organizzazioni della società civile hanno criticato questo inquinamento nei loro comunicati stampa. Queste chiedono che le autorità congolesi impongano sanzioni dure alla CDM, in modo da impartire una lezione anche alle altre compagnie inquinanti attive nelle province dell'Alto Katanga e del Lualaba — entrambe localizzate a sud del Paese, dove opera la maggioranza delle compagnie minerarie.
La ONG Resource Matters condanna il fatto che casi simili siano già stati documentati nella regione: “sfortunatamente, questo accade sotto lo sguardo inerme dei servizi statali ambientali e la negligenza delle compagnie minerarie.”
In modo simile, la ONG Justicia Asbl fa appello al Procuratore Generale della Repubblica per intervenire e processare i dirigenti della CDM per sversamento di sostanze tossiche e negligenza.
Inoltre, il 6 novembre 2025, il Ministro delle Miniere Louis Wantum, sopraggiunto da Kinshasa, la capitale, a Lubumbashi, ha tenuto un cosiddetto incontro chiarificatore con il ministro provinciale dei servizi tecnici e i dirigenti della CDM. Questi ha annunciato:
« J'ai pris ma décision de suspendre toutes les activités minières de la société CDM, pour une durée de trois mois dans un premier temps. Et si c'est nécessaire, nous allons prolonger cette période ».
Ho preso la decisione di sospendere tutte le operazioni estrattive condotte dalla CDM per tre mesi, per un primo tempo. Se necessario, estenderemo questo periodo.
Svariate compagnie minerarie, soprattutto cinesi, estraggono rame e cobalto senza alcun rispetto delle norme ambientali.
Il disastro causato dalla CDM non è un caso isolato. Le comunità delle province di Lualaba [it], Alto Katanga [it] e Tanganyika [it] si trovano spesso tra due fuochi, in bilico tra l'illiceità del settore minerario e l'indifferenza delle autorità. Molte di queste operazioni sono finalizzate all'estrazione di minerali e metalli destinati ad alimentare la transizione energetica green; tuttavia, gli attivisti ambientali sostengono che i processi di estrazione di risorse debbano contemplare un meccanismo di giustizia ambientale efficiente, così da fare fronte a situazioni come questa, in cui sono principalmente le comunità locali a risentirne negativamente.
Il 22 novembre 2025, Guillaume Ngefa, Ministro della Giustizia e Guardasigilli, ha annunciato l'avvio di un'inchiesta per fare luce sui responsabili dell'accaduto e avviare azioni legali contro di loro.
Sul dolore, la terra e l'amore nella lotta per il cibo e la memoria palestinese
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Agricoltori palestinesi raccolgono le olive nell'area di Jenin, novembre 2015. Foto di TrickyH via Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).
By Thin Ink
Questo articolo è un estratto tratto da una lunga intervista pubblicata su Thin Ink, settimanale a tema alimentazione, clima e i loro punti in comune. L'intervista completa è disponibile qui [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione].
Vivien Sansour è la fondatrice del progetto Palestine Heirloom Seed Library — letteralmente, Biblioteca dei Semi dell'Eredità Palestinese —, nonché instancabile sostenitrice della sovranità alimentare, non solo della sua nazione ma di tutto il mondo. Per anni, ha lavorato per preservare i semi, le colture e le storie che radicano profondamente i palestinesi alla loro terra.
In quest'intervista con Thin Ink, Sansour parla del passato, presente e futuro del sistema alimentare palestinese, e di se e come possa essere riavviato.
Thin Ink (TI): Magari possiamo iniziare raccontando ai lettori qualcosa in più riguardo il progetto Palestine Heirloom Seed Library, che lei ha messo su. Qual era l'idea dietro questa iniziativa? Cosa l'ha spinta a crearlo, cioè con quale motivazione?
Vivien Sansour (VS): Allora, la Seed Library è nata da davvero tanto dolore e dall'idea che, da giovane nata e cresciuta in Palestina, ho sempre saputo che tutto quello che amavo fosse sotto minaccia costante. Di conseguenza, non c'è mai stato un solo momento in cui ho sentito di poter dare qualunque cosa per scontata.
Sono nata sul finire degli anni Settanta, e, ovviamente, l'occupazione israeliana andava avanti già da parecchio. La consapevolezza che ci fosse qualcuno che esercitava controllo sulla tua vita è sempre stata presente. Sono certa che capirà quello che intendo considerando il luogo da cui proviene.
Ma quando ero una bambina, percepivo il mondo in modo molto tangibile e reale: i conigli di mia nonna, gli albicocchi della mia famiglia, i mandorli all'ombra dei quali passavo un sacco di tempo — e non solo da piccola, ma anche da persona adulta. L'ombra di quegli alberi, così antichi e radicati…traccia una legame che continua a scorrermi nelle vene. Sono come un'estensione del mio corpo: la mia famiglia, la mia vita.
Queste non vogliono essere solo parole romantiche. Sono cresciuta così. Sono innamorata del luogo da cui vengo e per me la Seed Library è stata un modo per convertire quell'amore in una specie di…non so…storia attuale con cui la gente può immedesimarsi e con una struttura che può comprendere.
Dopo aver provato a conseguire un dottorato di ricerca in Agriculture and Life Science (o scienze agrarie e biologiche), ho capito che volevo andare a parlare con le persone con cui sono cresciuta e con quelle che avevo dimenticato di incontrare. Non volevo perdere otto anni della mia vita tra i corridoi di un'università, mentre avrei potuto spendere quegli stessi otto anni con gli anziani che non ci saranno più domani, a contatto con la saggezza che possiedono. Ho mollato il corso, sono tornata a casa e mi sono semplicemente concessa di andare a trovare gente a me sconosciuta, visitare villaggi, parlare per strada con gente a caso e dare agli altri qualcosa di me nella stessa misura in cui io ricevevo da loro.
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<script async src="http://it.globalvoicesonline.org/www.instagram.com/embed.js"></script>In realtà la cosa è parecchio ironica. Dopo aver abbandonato il dottorato con fierezza, sono finita con l'essere invitata in quello stesso ambiente universitario per parlare proprio di ciò di cui avevo cominciato a occuparmi.
Per me ha tutto senso adesso, perché stavo svolgendo una vera ricerca sul campo. Ma all'epoca non la chiamavo così; era qualcosa di più simile a dolore e lavoro per tutelare, onorare e tenere viva la cultura e biocultura di un luogo e di un popolo a cui appartengo e che è stato anche maestro di vita per me.
Quello che stavo cercando era, letteralmente, il sapore della mia infanzia. Ogni domanda che mi ponevo era più che altro una ricerca di ciò che desideravo fortemente. Come qualcuno che perde la persona amata e prova a ricostruirla attraverso i pezzetti che gli rimangono, capisce? È così che ho cominciato a collezionare diversi semi, tipo carote, fagioli, rucola o spinaci. Poi ho iniziato a condividere il progetto con il mondo e ho scoperto che non ero l'unica col cuore spezzato.
Tante persone vagano col cuore rotto perché il loro mondo è andato in frantumi e continua a esserlo. Oggi il progetto Library ha oltrepassato i confini della Palestina e mandiamo avanti, in sostanza, un'iniziativa popolare a livello internazionale. Penso che sia perché le persone, soprattutto i popoli indigeni e tutti quelli che sanno bene cos'è il dolore e l'oppressione, comprendono che stiamo vivendo una specie di Armageddon, in cui molto di ciò che amiamo sta morendo perché viene distrutto e sostituito intenzionalmente.
TI: È così dolce e triste allo stesso tempo. Ci sono vari punti che vorrei approfondire. Lei ha iniziato a muoversi per proteggere quei semi, così come le storie, la cultura e i ricordi connessi a questi. Purtroppo, devo ricollegarmi alla questione della Palestina: le ultime statistiche dell'ONU mostrano che la maggioranza delle terre agricole di Gaza è andata distrutta, mentre quelle che non lo sono risultano perlopiù praticamente inaccessibili. Al di là della produzione alimentare, che cosa comporta la perdita di quella terra in termini di storia, cultura e conoscenza dei sistemi alimentari?
VS: Prima di tutto, io non sto proteggendo niente. Penso, invece, che sia la gente che continui a parlarne; e lo trovo affascinante perché in realtà sono quei semi che proteggono noi. Voglio dire, siamo noi quelli che hanno bisogno di nutrirsi. Siamo noi che abbiamo bisogno di respirare ossigeno pulito. E, in un momento così pieno di perdita e di dolore, questi semi ci stanno tenendo in vita in un sacco di modi — dandoci un po’ di speranza e custodendo la nostra storia. Ecco perché stiamo provando a riprodurli e dargli spazio per germogliare dovunque sia possibile, perché sono custodi della nostra storia.
In secondo luogo, non mi interessa l'ONU. Che si fottano, loro e i loro report. E con loro, anche le organizzazioni internazionali che si fregiano di occuparsi di diritti umani e ambientali. Da persona spesso definita ecologista, mi sento profondamente tradita da queste organizzazioni. Per esempio, la nostra Biblioteca dei Semi si trova a Battir, un villaggio agricolo inserito tra i siti Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. Eppure mi sembra che l'UNESCO non faccia niente per proteggere quel luogo. Anzi, ogni giorno abbiamo nuove incursioni da parte dei coloni.
Quindi, vi prego, ascoltate la mia rabbia, perché il mondo è piombato in un silenzio tombale — fatta eccezione per le persone comuni, che sono come semi che provano a sopravvivere in ambienti totalmente ostili, da New York alla Birmania o in qualsiasi altro posto. Sono loro che stanno facendo sentire le loro voci, mentre tutte queste istituzioni sono state progettate per tenerci zitti e buoni.
Ora arrivo anche alla domanda sulle terre palestinesi, ma è fondamentale per me sottolineare che vogliamo che la Seed Library sia un luogo di libertà e un'iniziativa per conquistare autonomia sul nostro cibo, ma anche sulle nostre anime, pensieri e parole. Ecco perché ho sempre respinto qualsiasi supporto proveniente da istituzioni governative.
E quando si parla della terra e della distruzione di massa a cui è stata sottoposta, beh, come possono sopravvivere questi semi? Specialmente le varietà che consumiamo maggiormente, come le zucchine, i pomodori e quant'altro, sono sviluppate attraverso un metodo scientifico, immaginativo e creativo incredibile, in un contributo armonioso tra suolo, terra, acqua e aria. Parliamo di semi che hanno migliaia di anni.
Il gombo, anche chiamato okra, è un ortaggio non autoctono della Palestina, eppure è arrivato fin qui e qui è stato domesticato; e attraverso quegli anni di domesticazione è diventato un caposaldo della nostra cucina, al punto che abbiamo una cosa chiamata “ba’al okra”, dove l'appellativo “ba’al” di riferisce al dio simbolo della fecondità nella religione cananea.
Ancora oggi definiamo quelle varietà che crescono senza irrigazione proprio “ba’al”. Si tratta di specie vegetali che hanno imparato a conoscere il suolo e le mani della gente che le coltiva. Tutto quello che mangiamo, quando siamo abbastanza fortunati da avere qualcosa nel nostro piatto, è il risultato di un legame tra terra e suolo, tra elementi umani e non umani. Quindi quando rubate e distruggete la terra e il suolo, state distruggendo il legame che garantisce continuità di vita nel tempo.
Ovviamente c'è stata una pianificazione precisa dietro la distruzione delle nostre colture. E, tra l'altro, va avanti da un po’.
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TI: Ma si deve pur cominciare da qualche parte, no? Lei si occupa di questo da molto più tempo di quanto io ne abbia dedicato alla mia attività giornalistica, ma la mia idea è che se rinunciassi a quello che faccio, li lascerei vincere — che siano i dittatori militari della Birmania (o Myanmar), o coloro che antepongono il profitto personale al bene pubblico in termini di cibo e clima. Però certamente sento che quello che sto facendo non è abbastanza.
VS: Vede, per me la Palestina non è una storia isolata. Non è questo il fulcro della mia missione, del perché vivo e faccio quello che faccio. Viviamo su un pianeta dal clima rovente, non solo in termini di innalzamento delle temperature — anche se, sicuramente, questo aspetto è parte del problema —, ma soprattutto per via della violenza e delle iniziative senza precedenti che lo caratterizzano. L'avvento dell'IA, l'avanzamento della tecnologia e della sorveglianza militare, e l'ipercapitalismo nel quale siamo totalmente immersi hanno reso questo pianeta quasi inabitabile, giusto?
Perciò non mi sembra che quanto stia accadendo a noi palestinesi sia isolato da tutto questo. Lo vedo come un microcosmo, che riproduce in piccolo qualcosa di più grande.
A tal proposito, l'altro giorno stavo parlando con un amico in Palestina e mi ha detto: “Forse siamo noi quelli fortunati, nel senso che, considerata la direzione che stiamo prendendo rispetto all'ascesa dell'IA e del cambiamento climatico, l'inferno che stiamo vivendo noi potrebbe sembrare meno terribile di fronte all'inferno che il mondo potrebbe stare attraversando.”
Il presidente della Colombia, molto lucidamente, ha ripetuto svariate volte che la Palestina è un progetto pilota. Quindi, mondo, svegliati e fai attenzione. Per me, e per tutti alla Seed Library, l'idea è sempre stata quella che magari non saremmo riusciti a cambiare il mondo nel corso delle nostre vite, ma quello che possiamo fare — il massimo nelle nostre possibilità — è creare più spazi di umanità nel mondo ed espanderli il più possibile, così che la prossima generazione abbia qualcosa. L'idea non è mai stata: “Sì, libereremo la Palestina”.
Il nostro lavoro serve a ricordare alle persone che c'è ancora una vita per la quale vale la pena lottare. Qual è quel detto che dice che si pianta un seme per far sì che un giorno dia ombra agli altri? È proprio questo.
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