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Il documentario ‘Troppo nera per essere francese’ è una conversazione onesta sul tema razziale in Francia
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano
“Troppo nera per essere francese” [fr, come i link seguenti] è un documentario diretto da Isabelle Boni-Claverie, una scrittrice e regista franco-ivoriana. Il suo obiettivo è quello di dibattere su temi non ancora esplorati e intavolare una discussione sulle diseguaglianze e sulle discriminazioni nella società francese.
Il documentario include il commento e le analisi da parte di intellettuali francofoni quali Eric Fassin, Pap Ndiaye, Achille Mbembe, Patrick Simon ed Eric Chalaye, nonché testimonianze di persone anonime nere. Alcuni degli argomenti principali nel documentario sono la cospicua mancanza delle minoranze nei mass media, la mancanza di un riconoscimento della storia coloniale in merito alla costruzione della nazione e l'assenza di dati quantitativi sulle discriminazioni nei luoghi di lavoro.
Il documentario ha lanciato un hashtag di tendenza nei social media francofoni: #TuSaisQueTesNoirEnFranceQuand (cioè Sai di essere nero in Francia quando…).
La sola miniera di Mulondo trabocca con oltre 6000 scavatori artigianali
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Gli scavatori artigianali nella cava mineraria di Mulondo. Immagine magazinelaguardia.info, usata con licenza.
Grazie ad un sottosuolo ricco i minerali rari, necessari alla produzione delle vetture elettriche, la Repubblica democratica del Congo (RDC) [it] gioca un ruolo cruciale nella transizione energetica mondiale. Ma lo sfruttamento delle miniere, talvolta selvaggio o artigianale, è al contempo anche la causa di gravi problemi socioeconomici.
Nella provincia di Lualaba [it], nel sudest del Paese, vicino alla città di Kolwezi, [it] una miniera di cobalto e rame, denominata Mulondo, è il posto di lavoro di oltre seimila scavatori artigianali [fr, come i link seguenti se non diversamente indicato]. Il termine “scavatori” identifica i minatori artigianali che operano a titolo individuale, con minime attrezzature e nessuna garanzia di sicurezza, nelle miniere africane.
A Mulondo questi scavatori coabitano con un'impresa cinese, Pajeclem, posta sotto la protezione dei militari della guardia repubblicana, l'ente ufficiale che si occupa della protezione del Presidente della Repubblica e della sua famiglia.
La Cina è il primo partner economico della RDC, come testimoniano i volumi di scambio commerciali tra i due paesi. Il 28 aprile 2025, in occasione di una conferenza stampa, Zhao Bin, ambasciatore cinese in RDC ha affermato:
La République populaire de Chine a importé de la République démocratique du Congo des produits d'une valeur de plus de 21 milliards USD contre des exportations de marchandises d'une valeur de plus de 4 milliards USD en 2024.
La Repubblica Popolare Cinese, nel 2024, ha importato dalla Repubblica Democratica del Congo prodotti per un valore di oltre 21 miliardi di dollari, contro un'esportazione di merci per un valore di oltre 4 miliardi di dollari.
L'azienda cinese sfrutta il sito minerario di Mulondo dal lunedì al venerdì; durante i fine settimana gli scavatori sono autorizzati a lavorarvi anch'essi. Ma nel fine settimana del 15 novembre 2025 un incidente è costato la vita a diverse persone.
l 15 novembre, come al solito, gli scavatori hanno avuto accesso alla miniera ma, contro ogni abitudine, hanno incontrato la resistenza dei militari della guardia repubblicana. Ne sono seguiti tumulti con colpi di arma da fuoco da parte dei militari. In questo clima di tensione – gli spari hanno ferito dei partecipanti scatenando un movimento di paura – un piccolo ponte di fortuna montato sopra uno scavo fangoso di due metri è crollato.
La miniera si è allora trasformata in una scena di orrore : scavatori tra i 16 ed i 45 anni sono caduti nella trincea. Secondo il bilancio fornito dalle autorità provinciali, il dramma ha causato 35 morti e due feriti da arma da fuoco - questi ultimi presi in carico dal Governo provinciale.
Il bilancio fornito dalle autorità viene però confutato dalla ONG IBGDH della città di Kolwezi, che stima un bilancio più alto. L’ Initiative pour la bonne Gouvernance et les Droits Humains (IBGDH, Iniziativa per il buon governo ed i dritti umani) precisa nel suo comunicato stampa, di cui una copia è pervenuta a Global Voices, di aver registrato più di quaranta morti. Me Donat Kambola , coordinatore di IBGDH, riporta :
[…] déplore quarante-quatre cas de décès survenus au site minier de Mulondo […] ces décès sont directement attribués aux Militaires appartenant à la Garde Républicaine et travaillant pour le compte de l'entreprise chinoise PAJECLEM.
[…] lamentiamo quarantaquattro casi di decessi avvenuti nel sito minerario di Mulondo […] Questi decessi sono direttamente attribuibili ai militari appartenenti alla guardia repubblicana che lavora per l'impresa cinese PAJECLEM.
Questo malaugurato incidente non è un avvenimento isolato nella provincia di Lualaba. Secondo un articolo del giornale congolese Actualité.cd, il 27 luglio 2021 una frana ha causato la morte di due scavatori artigianali in una cava della Mutoshi, nella città di Kolwezi. La stessa fonte riporta che casi simili accadono regolarmente nelle cave di Lualaba. Di conseguenza si tratta di una pratica costante in tutta la RDC, così come nelle miniere d'oro, e che dimostra una mancanza di buongoverno nel settore minerario.
A tal proposito Roy Kaumba, Ministro dell'Interno, Sicurezza, Decentramento ed Affari Tradizionali di Lualaba, ha parlato a favore dell'impresa cinese qualificando gli scavatori artigianali come clandestini:
Face à ce drame, nous avons pris la décision de suspendre temporairement l'exploitation artisanale pour des raisons de sécurité. Et le renforcement des éléments de force de l'ordre dans le site de Mulondo.
Davanti a questo dramma abbiamo preso la decisione di sospendere temporaneamente lo sfruttamento artigianale per motivi di sicurezza. E rinforzeremo la presenza delle forze dell'ordine sul sito di Mulondo.
Questa decisione viene avversata da Ngombe Petit Petit, Presidente degli scavatori artigianali e delle cooperative minerarie, che sottolinea a Global Voices :
on ne peut pas interdire à une personne affamée de manger. Nous fustigeons cette décision car elle ne résout en rien le problème. Il faut d'abord trouver des zones d'exploitation viables aux creuseurs avant de prendre une telle décision.
Non si può vietare ad una persona affamata di mangiare. Siamo contrari a questa decisione perché non risolve in alcun modo il problema. Bisogna in primo luogo trovare delle zone di scavo accessibili per gli scavatori prima di prendere una decisione di questa portata.
D'altra parte la ONG IPDHOR qualifica come irrispettosa la comunicazione delle autorità locali. Richiede un’inchiesta che permetta di stabilire le responsabilità e provvedere all'arresto di coloro che hanno causato la morte di decine di scavatori.
Per pacificare la situazione, il Ministro delle Miniere, Louis Watum, ha dichiarato in una riunione tenutasi il 18 novembre presso il governatorato di Lualaba, di fare una promessa ai rappresentanti degli scavatori:
Nous allons finalement vers la présentation des zones d'exploitations artisanales viables dont vous avez besoin. Je dois vous dire vraisemblablement aujourd'hui que nous avons 64 zones identifiées et disponibles pour les creuseurs artisanaux.
Stiamo andando verso la presentazione delle zone di sfruttamento artigianale accessibili delle quali avete bisogno. Vi dirò che, ad oggi, abbiamo identificato 64 zone disponibili per gli scavatori artigianali.
Le vittime del dramma di Mulondo sono state sepolte il 19 novembre 2025 a Kolwezi alla presenza dei parenti e delle famiglie, nonché delle autorità provinciali.
Una fonte anonima riporta a Global Voices che, dal giorno del dramma, gli impiegati di Pajeclem e i militari hanno disertato la miniera. Ormai, il sito minerario è completamente nelle mani degli scavatori artigianali. Zoro Yav, scavatore di 19 anni, ha dichiarato a Global Voices :
Après la vie, c'est la mort. Les amis sont morts, mais nous les vivants nous devons vivre.
Dopo la vita c'è la morte. Gli amici sono morti, ma noi vivi dobbiamo vivere.
Questa situazione riflette la realtà economica di tre milioni di scavatori che non dispongono di zone di sfruttamento ufficiali. A Lualaba, dove il Ministro Louis Watum è venuto a promettere agli scavatori 64 zone, pochi credono alle parole del governo: in occasione della sua ultima visita nella città di Kolwezi nel giugno 2025 il Presidente della Repubblica, Félix Tshisekedi [it], aveva fatto la stessa promessa.
Ad oggi, gli scavatori continuano a rischiare la vita ogni giorno in un paese in cui circa il 73% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Se la transizione ecologica è necessaria ed urgente per il mondo, non deve poter avvenire a costo della vita degli africani.
Una regista birmana affronta il tema dei diritti umani e della promozione del femminismo
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Attraverso i film, Verse ha iniziato a tradurre le idee femministe in narrazioni visive. Foto di Exile Hub. Uso legittimo.
Exile Hub è uno dei partner di Global Voices nel Sud-Est asiatico, nato in risposta al colpo di Stato del 2021 in Myanmar e incentrato sul rafforzamento dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani. Una versione rivista di questo articolo [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] viene qui ripubblicata in base a un accordo di partnership sui contenuti.
Come regista birmana plasmata dalla silenziosa ribellione di sua nonna, Verse usa la narrazione per sfidare i pregiudizi di genere e dare voce alle donne che troppo spesso vengono messe a tacere.
Verse ha iniziato il suo percorso professionale nel 2018 come reporter presso un'agenzia di stampa locale in Myanmar. Sognava di occuparsi di cronaca politica, ma ben presto si è scontrata con pregiudizi di genere sistematici. Durante un incarico importante, i giornalisti uomini sono stati inviati a Nay Pyi Taw per seguire le questioni relative al parlamento, mentre a lei è stato detto di farsi da parte.
Nel ricordare quel momento, dichiara: “Mi è stato detto che alle donne non venivano date quelle opportunità. Non potevo accettare un ambiente di lavoro che negava la mia crescita semplicemente perché ero una donna”.
Così, ha lasciato il giornalismo e si è unita a un'organizzazione per i diritti delle donne, spostando la sua attenzione sui diritti umani e sulla promozione del femminismo.
Prima ancora di mettere piede in una redazione giornalistica o di prendere in mano una macchina fotografica, Verse è cresciuta osservando sua nonna sfidare silenziosamente le regole del suo tempo. Una donna Rakhine [it] forte e rispettata che gestiva una segheria, lavorava quotidianamente tra uomini e si rifiutava di piegarsi alle norme di genere che le venivano imposte.
Verse parla con orgoglio di sua nonna: “Non mi ha mai detto: ‘Sei una ragazza, quindi non puoi farlo’. Mi ha insegnato che le azioni hanno delle conseguenze, ma che il genere non dovrebbe mai essere un limite”.
La filosofia di sua nonna è diventata la colonna portante della visione femminista del mondo di Verse. Anche nei piccoli gesti quotidiani, sua nonna andava contro le aspettative della società. Mentre il vicinato insisteva che le donne dovessero nascondere la biancheria intima sotto il longyi quando stendevano il bucato, sua nonna la pensava diversamente. Da un punto di vista igienico, diceva che la biancheria intima aveva bisogno della luce del sole per prevenire i batteri. Quindi la stendeva semplicemente davanti alla casa. Non ha mai creduto che essere donna significasse avere meno dignità.
Crescendo sotto tale influenza, Verse ha assorbito il femminismo non attraverso i libri, ma attraverso l'esperienza vissuta con una donna che le ha dato un esempio di resilienza, orgoglio e uguaglianza molto prima che Verse imparasse la parola “femminista”.
Nel 2020, Verse ha frequentato la Yangon Film School, dove ha iniziato a tradurre le idee femministe in narrazioni visive. L'aula stessa è diventata un altro fronte di battaglia contro i pregiudizi di genere. Il corso era frequentato da sei studenti e sei studentesse. Un giorno, un compagno di classe le ha posto una domanda inappropriata, basata su un mito culturale tossico secondo cui le ragazze con i peli sulle braccia o un leggero baffetto sarebbero “sessualmente provocanti”.
Verse era ferita e arrabbiata, ma ha scelto di rispondere diversamente.
Durante una discussione di gruppo in classe, ha portato alla luce l'incidente, provocando una conversazione schietta su come gli studenti dovrebbero reagire quando si trovano di fronte a molestie verbali. Il suo coraggio ha portato la scuola di cinema a introdurre la sua prima politica di tolleranza zero sulle molestie sessuali.
Da allora, la produzione cinematografica di Verse è diventata un'estensione della sua eredità femminista. La sua narrazione è incentrata su donne che spesso non vengono ascoltate o viste.
“Attraverso il cinema, voglio che le persone provino empatia e vedano le emozioni, l'esistenza e l'oppressione delle donne in modi nuovi. Penso a loro costantemente”.
Una delle sue opere più significative è il film d'animazione “Exit,” un ritratto delle esperienze di vita delle lavoratrici del sesso in Myanmar, che devono affrontare stigma, violenza e criminalizzazione. Sostenuto dal Goethe-Institut Myanmar, il film è stato proiettato alla Shi Exhibition e al DVB Peacock Film Festival 2024.
Verse ha scoperto Exile Hub nel 2022, dopo aver ricevuto una borsa di studio per la produzione da Critical Voices. Nel 2025 è stata nuovamente selezionata come beneficiaria della Feminist Storytelling Grant, grazie alla quale ha realizzato il documentario “Fight for Freedom.”
Il film racconta la storia di una donna in esilio che resiste al patriarcato militare del Myanmar, una storia di coraggio e di feroce determinazione che scatena una rivoluzione ideologica. Non esiste una gerarchia dell'oppressione in cui una forma sia maggiore o minore di un'altra. Ogni forma di oppressione deve essere combattuta e smantellata.
Sebbene le sue opportunità professionali siano cresciute, Verse continua a vivere in Myanmar. Sua nonna sta invecchiando e ha bisogno di cure.
Lei ne parla semplicemente in questi termini: “Non mi ha solo cresciuta. Mi ha insegnato il mio valore. Ha fatto in modo che non credessi mai che il mio genere fosse un limite. Come potrei mai lasciarla?”
Il femminismo, per lei, è un'esperienza vissuta fondata sulla resilienza e sul coraggio di sfidare l'oppressione ovunque si manifesti. Attraverso i suoi film, Verse onora la sua convinzione rimodellando le narrazioni, abbattendo le barriere e immaginando un mondo in cui le voci delle donne non solo siano ascoltate, ma anche onorate.
La vita di Verse è plasmata da una semplice ideologia: “Le donne meritano uguaglianza, dignità e la libertà di definire la propria vita”.
Molti si chiedono se le restrizioni siano una buona idea e se effettivamente funzioneranno
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot: video YouTube della CNN – Milioni di ragazzi australiani hanno appena perso i social media. Cosa sta succedendo?
L'attesissimo divieto dei social media per i minorenni è entrato in vigore in Australia il 10 dicembre 2025. Un anno fa, al momento dell’approvazione parlamentare, era stato accolto con favore [en, come i link seguenti], ma aveva anche acceso forti polemiche tra molti australiani. In molti si interrogano ora sulla sua reale efficacia e sui possibili effetti collaterali indesiderati.
Finora il governo federale, con il supporto della Commissaria per la sicurezza online Julie Inman Grant, ha individuato dieci piattaforme: Facebook, Instagram, Kick, Reddit, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X e YouTube. Queste sono obbligate ad adottare misure ragionevoli per impedire agli australiani sotto i 16 anni di aprire un account.
WhatsApp e Roblox non rientrano invece nel divieto. Tra le piattaforme meno conosciute, Yope e Lemon8 stanno registrando una crescita di utenti, ma sono sotto osservazione e sono state invitate a svolgere un’autovalutazione. Yope è un’app di condivisione fotografica, mentre Lemon8 propone foto e video e si presenta come un potenziale concorrente di Instagram. L’app Coverstar, infine, si promuove come “uno spazio pensato per creatività, positività e sicurezza”, senza messaggi privati né comportamenti molesti.
La campagna Social Media Minimum Age (SMMA, età minima per i social media) prevede 4 criteri di selezione:
I divieti si applicano a tutti gli utenti di età inferiore ai 16 anni. Il divieto riguarda sia gli account esistenti che quelli nuovi.
All'estero l’attenzione è alta. Il Congresso degli Stati Uniti ha invitato la Commissaria per la sicurezza online a testimoniare davanti alla Commissione Giustizia. Il presidente della commissione, Jim Jordan, le ha inviato una lettera accusandola di essere una “integralista”, richiamando la sua doppia cittadinanza australiana e statunitense. Non è ancora chiaro se comparirà davanti alla commissione. Si è inoltre ipotizzato che Donald Trump possa adottare misure di ritorsione contro i divieti sui social media e altre normative che regolano l’economia digitale.
Le voci degli adolescenti hanno invaso il web. Zoey, quattordici anni, ha conquistato un ampio seguito grazie alla sua posizione contraria al divieto. Un post di SBS News su TikTok che la riguarda ha superato 1,6 milioni di visualizzazioni. Zoey chiede ai genitori di aiutare i ragazzi a gestire i loro account.
@sbsnews_au All eyes are on Australia to see how our world-first social media ban plays out in the coming days. All users under the age of 16 will be barred from a wide range of platforms. From 10 December, companies will need to show they're doing enough to eject or block children under 16 or face penalties of up to $50 million. But teenagers, parents and experts are divided, with many saying the new law is far from perfect. Read more @sbsnews_au (link in bio)
<script async src="https://www.tiktok.com/embed.js"></script>
Teach Us Consent, organizzazione impegnata nella prevenzione della violenza sessuale, chiede al governo di intervenire con misure più incisive.
The social media feeds that once connected us are now driving us apart. Social media algorithms are flooding young men’s feeds with radical misogynistic content, inciting real-world harm.
We’re calling on the Australian Government to act, and introduce an opt-in feature for social media algorithms so we can bring affirmative consent to our screens, and turn our feeds on and off at will.
I feed dei social media, che un tempo ci univano, oggi ci stanno allontanando. Gli algoritmi, in particolare, espongono molti giovani uomini a contenuti misogini e radicali, con effetti concreti e potenzialmente dannosi.
Chiediamo al governo australiano di intervenire introducendo una funzione di adesione volontaria per gli algoritmi delle piattaforme social, che consenta agli utenti di esprimere un consenso esplicito e di controllare l’attivazione e la disattivazione dei propri feed in modo consapevole.
Molti degli account che hanno diffuso contenuti contrari al divieto vengono rimossi dalle piattaforme e, con essi, scompaiono anche le opinioni espresse.
Nel frattempo, le piattaforme stanno sperimentando diversi sistemi di verifica dell’età degli utenti. Cam Wilson, reporter tecnologico di Crikey, segue da vicino la vicenda. Sebbene il sito sia accessibile solo tramite abbonamento, Wilson è molto attivo su Instagram, dove ha pubblicato numerosi contenuti dedicati al divieto.
<script async src="http://it.globalvoicesonline.org/platform.instagram.com/en_US/embeds.js"></script>
Cosa stanno perdendo gli adolescenti con il divieto dei social media. Con le loro stesse parole, come raccontato a Wilson.
Ho chiesto ai ragazzi cosa pensano del divieto di accesso ai social media. Qui, su @crikey.news, raccontano con parole loro cosa temono di perdere e come si sentono.
Wilson è attivo anche su BlueSky, dove ha segnalato uno dei tanti stratagemmi usati per aggirare le restrizioni:
Teens are posting online about using VPNs to get around the under 16s social media ban, as VPN makers and people selling these services target Australians with advertisements and how to guides. But the government has told tech companies they need to thwart these efforts.
www.crikey.com.au/20…
— CAMERON WILSON (@cameronwilson.bsky.social) December 8, 2025 at 11:17 AM
Molti adolescenti stanno condividendo online metodi per bypassare il divieto dei social media per gli under 16, soprattutto tramite l’uso di VPN. I fornitori di questi servizi, insieme a rivenditori terzi, stanno inoltre prendendo di mira il pubblico australiano con pubblicità e guide pratiche. Il governo, però, ha avvertito le aziende tecnologiche che dovranno bloccare anche questo tipo di pratiche.
Accanto alle molte voci che esprimono preoccupazioni sul fronte dei diritti umani e della libertà di espressione, sono state avviate anche azioni legali contro il divieto. Tra i ricorsi presentati figurano quello di Reddit e quello di due adolescenti; entrambi i casi sono stati rinviati all’Alta Corte.
Behind the News (BTN), il programma informativo della ABC rivolto a ragazzi tra i 10 e i 13 anni, ha dedicato l’ultima puntata del 2025 alle esperienze e alle opinioni dei giovani direttamente coinvolti:
BTN riporta: “La maggior parte di voi, il 70%, dice che non è una buona idea e che non funzionerà”.
L’interesse dei media internazionali è stato molto forte. In questo video, Reuters ha raccolto le opinioni di alcuni adolescenti australiani, dando loro spazio per esprimere il proprio punto di vista.
Anche la BBC ha realizzato una copertura video simile.
L’agenzia AAP ha analizzato i sistemi di verifica dell’età adottati dai principali colossi tecnologici, insieme ai meccanismi di ricorso disponibili. Tra le soluzioni esaminate ci sono il riconoscimento facciale, il controllo dei documenti d’identità e la verifica tramite carte bancarie. L’analisi sottolinea inoltre i rischi di errori di identificazione: “Crescono le preoccupazioni che i giganti della tecnologia possano identificare erroneamente i minori come adulti quando entreranno in vigore i controlli sull'età…”.
Leo Puglisi ha fondato quella che sarebbe poi diventata 6 News su YouTube all’età di 11 anni, nel 2019. L’organizzazione Public Interest Journalism Initiative lo ha intervistato prima dell’entrata in vigore del divieto.
Puglisi warns harmful online content will still be visible to young people browsing without accounts, or with their parent’s log-in details.
He also thinks the ban risks pushing young people to ‘underground’ platforms that are less monitored than mainstream social media, and is concerned about what kind of personal information Australians will be forced to hand over to companies like X and Meta for age-confirmation.
Puglisi avverte che i contenuti online dannosi resteranno comunque accessibili ai giovani che navigano senza un account o utilizzando le credenziali dei genitori.
Evidenzia inoltre il rischio che il divieto spinga i ragazzi verso piattaforme alternative, meno regolamentate rispetto ai social media tradizionali, ed esprime preoccupazione per la quantità e la tipologia di dati personali che gli australiani potrebbero essere costretti a fornire a società come X e Meta per la verifica dell’età.
Nel 2024, Maggie Perry, reporter per 6 News specializzata nelle elezioni transgender, ha condiviso la sua opinione sul divieto durante il podcast delle 7:00 con Daniel James:
I think it can harm a lot of people. Like thousands of kids would be left alone and disadvantaged and kind of stranded because a lot of them already use social media as their home. You know, somewhere they could connect with people. So when you cut that off from a lot of these kids, it'll be very shocking and very disruptive to their lives, especially if they don't have many friends in person or are a bit of an outsider in their community or something. Social media is just so vital.
Penso che il divieto possa avere conseguenze negative per molti ragazzi. Migliaia di ragazzi rischiano di sentirsi soli, svantaggiati e, in un certo senso, abbandonati, perché molti di loro considerano i social media una vera casa, un luogo dove entrare in contatto con gli altri. Escluderli da questo canale sarà sconvolgente per le loro vite, soprattutto se non hanno molti amici nella vita reale o si sentono marginalizzati nella loro comunità. Per molti, i social media sono semplicemente vitali.
Su The Conversation, Joel Scanlan dell’Università della Tasmania ha discusso di come rendere le piattaforme più sicure:
…we need safety by design. This principle demands that safety features be embedded in a platform’s core architecture. It moves beyond simply blocking access, to questioning why the platform allows harmful pathways to exist in the first place.
…Platforms can start making meaningful changes today by considering how their platforms could facilitate harm, and building in protections.
…Serve la sicurezza progettata fin dall'inizio. Questo principio implica che le funzionalità di protezione siano integrate nell'architettura stessa della piattaforma. Non si tratta solo di bloccare l’accesso, ma di interrogarsi sul perché la piattaforma consenta l’esistenza di percorsi potenzialmente dannosi.
…Le piattaforme possono iniziare a introdurre cambiamenti concreti già da oggi, valutando come il loro sistema potrebbe facilitare danni e costruendo protezioni adeguate.
I primi problemi legati all'entrata in vigore del divieto, come i tentativi degli adolescenti di eludere le restrizioni, non stanno scoraggiando le autorità:
Australia’s eSafety Commissioner Julie Inman Grant declared she’d “play the long game” on compliance as teens bragged about already circumventing the restriction.
Julie Inman Grant, commissaria australiana per la sicurezza online, ha affermato di voler “adottare una strategia a lungo termine” per assicurare il rispetto delle norme, mentre molti ragazzi si vantano di essere già riusciti a bypassare il divieto.
Concludiamo con una nota di humour: gli Honest Government Ads di Juice Media restano accessibili agli under 16 nonostante il divieto su YouTube, perché per guardare i video non serve avere un account. Ecco come interpretano il divieto sui social media:
Il commento pubblicato da Juice Media assume un tono molto più serio:
Look out for your young people as the social media ban comes into effect on Dec 10. We've pulled the rug out from under them and some will need help. So please talk to your kids and keep a caring eye out for the young people in your life We know many Australians, especially parents, support this ban. Their concern for their children on social media are valid (as parents ourselves, we share those concerns) and something absolutely needs to be done. But our kids deserve better than this; they deserve leaders who'll fight for them against industries that profit from their harm – and not just Big Tech, also the gambling and fossil-fuel industries. So let's keep pushing for reforms that do that; and which protect not just our kids but all of us, our societies and democracy. We can do this. But right now, the main message we want to get out is: look out for the young people in your life as the ban comes into effect.
Prendetevi cura dei giovani, perché il divieto sui social media entrerà in vigore il 10 dicembre. Abbiamo tolto loro la sicurezza a cui erano abituati, e alcuni avranno bisogno di supporto. Parlate con i vostri figli e osservate i ragazzi nella vostra vita.
Sappiamo che molti australiani, in particolare i genitori, sostengono il divieto e che le loro preoccupazioni per i figli sui social media sono legittime – come genitori, le comprendiamo
Ma i nostri figli meritano di più: meritano leader che li proteggano dalle industrie che traggono profitto dal loro danno. Non solo le Big Tech, ma anche il settore del gioco d’azzardo e dei combustibili fossili.
Continuiamo a spingere per riforme che salvaguardino non solo i nostri figli, ma anche le nostre comunità e la democrazia. Possiamo farcela. Ma, soprattutto, il messaggio di questo momento è chiaro: prendetevi cura dei giovani intorno a voi, perché il divieto sta per entrare in vigore.
Matt Golding, vignettista politico dell’anno 2025 secondo il Museum of Australian Democracy, ha commentato su BlueSky:
Australia’s world-first teen social media ban begins.
— goldingcartoons.bsky.social (@goldingcartoons.bsky.social) December 10, 2025 at 8:48 AM
L’avvio storico in Australia: il primo divieto al mondo di social media per gli adolescenti è ufficialmente in vigore.
Le ONG locali in Congo affermano che le aziende cinesi non rispettano l'ambiente e i diritti delle popolazioni indigene
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Foresta tropicale vicino a Sibiti, Dipartimento di Lékoumou, Repubblica del Congo. Immagine di Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0.Deed).
La regione centro africana, nota anche come Bacino del fiume Congo [it], è la più grande foresta pluviale del continente [it] con 300 milioni di ettari, seconda solo all'Amazzonia, la più grande foresta pluviale al mondo. Ospita molte popolazioni indigene, i cui nomi variano a seconda del paese della subregione in cui vivono. Molte di queste fanno affidamento sui prodotti della foresta per sostenere il loro modo di vivere.
Alcune di queste popolazioni indigene, che occupano le foreste [fr] di paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Gabon, l'Angola, il Ruanda e il Congo, non sono mai venute a contatto con forestieri, se non attraverso i bantu [it] (un gruppo etno-linguistico di circa 350 milioni di persone che occupa aree dell'Africa sub-sahariana) o altre comunità che vivono in villaggi confinanti con le foreste. Altre popolazioni indigene vivono invece all'interno delle foreste [fr], lavorano in villaggi limitofi e tornano nella foresta dopo il lavoro.
Le popolazioni indigene, inizialmente designate come “pigmei” alla fine del 19° secolo, si sono viste bandire il proprio nome dal governo della Repubblica del Congo [fr] che considera il termine “pigmeo” un epiteto spregiativo, con una connotazione sia negativa che degradante nei confronti delle popolazioni indigene [fr] della subregione.
In un'intervista con Global Voices, la ONG Association pour le Respect des Peuples Authoctones, du Développement Durable et des Droits de l'homme (APRA2DH [fr]) ha affermato che il modo di vivere di queste popolazioni indigene è a rischio. La Repubblica del Congo ha concesso licenze per il taglio di alberi ad alcune aziende cinesi, che hanno accelerato la deforestazione [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] e che, in base a una ricerca di Mongabay, stanno mettendo a rischio le tradizioni e il modo di vivere di questi gruppi.
Il degrado forestale dovuto alla deforestazione, all'espansione dell'attività agricola, al taglio e al trasporto illegali di legname e ad altre attività condotte nelle aree forestali del Congo, sta restringendo l'habitat delle popolazioni indigene [fr].
Questa riduzione delle aree forestali ha anche sminuito la capacità delle popolazioni indigene di applicare le loro conoscenze tradizionali alla protezione dell'ambiente, contribuendo ulteriormente a danneggiare la foresta. Le loro competenze vengono contrastate dalla produzione ed estrazione sovraindustrializzate, soprattutto negli ultimi anni.
In Congo, come in altri paesi africani, le relazioni con la Cina hanno raggiunto l'apice a seguito di una serie di progetti che rientrano nell'ambito della Nuova via della seta (BRI) [en], il piano di investimenti internazionali e di connettività su vasta scala di Pechino. La Cina ha fatto molti passi avanti per ciò che concerne le relazioni diplomatiche, le attività estrattive, gli investimenti , l'edilizia e le attività in molti altri settori in Africa. È difficile stimare quanti progetti o investimenti la Cina abbia avviato nella Repbblica del Congo, ma la sua presenza in questo paese di 6,2 millioni [fr] risale agli anni in cui la maggior parte dei paesi africani stava conquistando la propria indipendenza.
Con relazioni che risalgono agli anni '60, la Cina è diventata uno dei principali partner economici e diplomatici della Repubblica del Congo. Secondo il Ministro degli esteri del governo congolese, Jean-Claude Gakosso, nel 2023 il volume degli scambi commerciali aveva raggiunto 6,57 milardi di dollari.
Nella Repubblica del Congo le aziende cinesi sono particolarmente interessate all'agricoltura, ai minerali, al legno, ma anche alla tecnologia digitale.
Tuttavia, i gruppi per i diritti civili della regione hanno condannato [fr] la mancata adozione da parte del governo congolese di regolamenti o barriere di protezione che salvaguardino le popolazioni locali, come ha fatto notare Blanchard Cherotti Mavoungou in un'intervista con RFI [fr]. Ha anche aggiunto che spesso le aziende cinesi non sono monitorate o regolamentate e che ciò ha un impatto negativo sui gruppi indigeni, che in alcuni casi sono stati espulsi dalle proprie terre.
Le cooperative create dai bantu e da altri partner, tra cui cittadini cinesi, sono riuscite a dare lavoro alle popolazsioni indigene del paese, aiutandole così a sostenersi economicamente a seguito della scomparsa del loro tradizionale modo di vita. In qualche modo, tali popolazioni rimangono però cittadini di serie B e vengono trattati come subumani o schiavi o perfino “animali da compagnia“.
Nei media cinesi raramente si accenna a come le aziende cinesi riconcilino i loro interessi con quelli delle popolazioni indigene in Africa. Il 9 settembre, i media congolesi hanno riportato che una figura locale di spicco [zh] di Bolomba, nella Provincia dell'Equatore [it] , aveva chiesto al governo congolese di sequestrare oltre 3.000 metri cubi di legno, appartenenti a due aziende cinesi che lo avevano raccolto senza debita autorizzazione.
Una delle aziende coinvolte nella raccolta è la cinese Wanpong Group (万蓬集团) [zh]. La vision [zh] sulla pagina principale del sito ufficiale dell'azienda, recita “Wanpong è l'azienda cinese che meglio conosce l'Africa”.
A differenza di alcuni indigeni, che hanno accettato di lasciare le foreste per stabilirsi nelle città o nei villaggi limitrofi, questi gruppi autoctoni sono riluttanti ad accettare pratiche non allineate al loro tradizionale modo di vivere e che mettono sotto pressione le loro famiglie nelle foreste interne.
La divisione dei compiti tra le popolazioni indigene [fr] significa che, per tradizione, gli uomini e spesso i bambini si occupino di raccogliere miele e cacciare, mentre le donne abbiano il compito di raccogliere e trasportare i frutti della raccolta.
Negli ultimi anni, è emerso però un movimento insolito tra le comunità indigene del Congo: la tendenza a tornare a vivere nelle aree più profonde della foresta. La Cina dal canto suo ha appena investito nell'industrializzazione della produzione di miele. Un'iniziativa accolta con favore dal governo congolese che, secondo la Cina e il governo congolese [fr], porterà indubbi vantaggi economici aumentando le riserve in valuta estera dello Stato, sebbene manchino stime certe al riguardo.
In un comunicato stampa, il Ministro cinese degli Affari Esteri in Congo ha affermato che la Cina [zh] ha donato forniture alle cooperative locali che producono miele e che rafforzerà la sua cooperazione con il Congo per ridurre la povertà, offrendo maggiori benefici agli agricoltori e promuovendo lo sviluppo sostenibile in futuro. Non è tuttavia stata fornita alcuna indicazione su come si articolerà tale cooperazione, soprattutto in merito al rispetto dei diritti e degli interessi delle popolazioni indigene locali.
Benché il miele rimanga un elemento fondamentale nella vita delle famiglie indigene, è al tempo stesso un prodotto esportabile, apprezzato da consumatori locali e stranieri: motivo per cui i difensori dei diritti delle popolazioni indigene considerano questa iniziativa una mossa malevola per allontanare tali popolazioni dalle loro terre ed eliminare le loro conoscenze sulla raccolta del miele dagli alberi della foresta.
Maixent Animba Emeka [fr], un membro del Forum per la governance e i diritti umani [fr], nonché difensore delle famiglie autoctone, ha dichiarato quanto segue in un'intervista con RFI:
Honey is one of the primary sources of protein for indigenous peoples and one of the economic sources for them. But, they exploit it rationally, in reasonable and sustainable quantities.
Il miele è una delle fonti primarie di proteine per le popolazioni indigene oltreché una risorsa economica. Loro però lo sfruttano in modo razionale e lo raccolgono in quantità ragionevoli e sostenibili.
Ha poi aggiunto che l'uso di sistemi di raccolta industriali rischia di creare penuria di miele nella foresta e di conseguenza avere un impatto sul sostentamento delle popolazioni indigene, aggravando la loro povertà. Emeka ha infine concluso che gli indigeni sono famosi per la loro tecnica tradizionale di raccolta, che consiste nell'arrampicarsi su alberi alti e scacciare le api senza l'uso di fumi tossici prima di estrare il miele e che teme quindi che questa pratica possa scomparire.
Contrariate dalla disponibilità del governo congolese verso gli operatori cinesi, le ONG locali hanno sostenuto [fr] che alcune aziende cinesi non rispettano l'ambiente e i diritti delle popolazioni indigene.
Blanchard Cherotti Mavoungou, Presidente di ARPA2DH, sta lanciando l'allarme:
Indigenous populations do not benefit from the agreements signed between Congo and various partners, including China. On the contrary, if these companies come, they are in complicity with certain authorities, such as in the mining sector. These companies do not carry out environmental and social impact studies. Indigenous populations are not taken into account.
Le popolazioni indigene non beneficiano degli accordi stipulati tra il Congo e i numerosi partner stranieri, tra cui la Cina. Al contrario, se autorizzate, queste aziende operano in complicità con alcune autorità, come nel settore minerario. Non effettuano studi d'impatto ambientali e sociali né tengono conto delle popolazioni indigene.
Il leader del gruppo di difesa dei diritti civili ritiene che non tali aziende non rispettino le specifiche scritte perché non è previsto alcun follow-up. “Le nostre popolazioni indigene vengono messe da parte e non beneficiano dalle relazioni tra la Cina e il governo congolese”, ha aggiunto. È questa situazione che spinge i nativi a decidere di rifugiarsi nelle foreste [fr]. Tuttavia, sono proprio loro i primi a proteggere le foreste grazie al tradizionale know-how su come contrastare il cambiamento climatico. Inoltre, ai nativi non viene fornita alcuna forma di indennizzo. Spesso, vengono allontanati dalle loro terre e abitazioni, come avviene nel Congo settentrionale, dove i nativi sono stati cacciati per consentire l'estrazione dell'oro.
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