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Gli esperti temono che lo scambio bilaterale possa erodere le tutele dei rifugiati
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot del video sul ‘dibattito del Parlamento britannico sul disegno di legge volto a contrastare l'immigrazione irregolare’ caricato su YouTube da Al Jazeera English. Uso consentito.
Il controverso accordo [en, come tutti i link seguenti, salva diversa indicazione] detto “uno dentro, uno fuori”, stipulato tra il Regno Unito e la Francia, che prevede l'accettazione legale nel Regno Unito di un migrante dalla Francia per ogni migrante irregolare, arrivato clandestinamente via mare e rimpatriato dal Regno Unito in Francia, ha suscitato forti critiche da parte degli esperti in diritti umani delle Nazioni Unite. In una lettera, pubblicata agli inizi di febbraio 2026, gli esperti hanno richiamato l'attenzione su alcuni casi documentati di persone vittime di guerre, torture e tratta di esseri umani (tra cui rifugiati provenienti dal Sudan e dalla Striscia di Gaza), che sono state detenute e sottoposte a coercizione prima di essere rimpatriate in Francia ai sensi di tale accordo.
I difensori dei diritti umani sostengono che l'accordo pilota, mirato a ridurre il numero di migranti irregolari che attraversano il Canale della Manica, equipara di fatto i richiedenti asilo a “merce”, trasformando i diritti umani individuali in beni scambiati tra gli stati per convenienza politica.
In base allo schema “uno dentro, uno fuori” stipulato tra il Regno Unito e la Francia, chi arriva irregolarmente nel Regno Unito via mare e viene selezionato per il rimpatrio, può essere rimandato in Francia. In cambio, il Regno Unito si impegna ad accettare un numero equivalente di persone che provengono dalla Francia tramite canali sicuri.
La legge internazionale sui rifugiati considera il diritto di richiedere asilo come un diritto individuale garantito a chiunque tema per la propria vita o sia vittima di persecuzione, non una quota negoziabile o una sorta di “esercizio contabile”. Le voci critiche sostengono che associando l'ammissione legale a ogni deportazione, l'accordo mercifica i richiedenti asilo.
I timori, espressi per iscritto da nove esperti in diritti umani dell'ONU, compresi i relatori speciali, si riferiscono a casi di persone in attesa di espulsione, detenuti prima della deportazione. Secondo loro, questa procedura solleva interrogativi sull'arbitrarietà dei criteri di selezione e sull'idoneità. Nella loro lettera avvertono che il processo “in sè equivale a un trattamento crudele, disumano e degradante”.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno anche documentato il preoccupante trattamento dei rifugiati durante la detenzione e il rimpatrio. In una dichiarazione congiunta i gruppi di sostegno per rifugiati fanno presente che persone, già vittime di torture, tratta di esseri umani o gravi episodi di violenza sono state detenute in centri simili a carceri e sottoposti a contenzione, isolamento e uso della forza in attesa dell'espulsione. Pratiche che rischiano di causare nuovi traumi e aggravare la salute mentale di chi è già sopravvissuto a precedenti traumi.
Il rapporto di un'organizzazione per la difesa dei diritti umani ha descritto casi di sopravvissuti a torture e violenze estreme, costretti a subire procedure di espulsione senza adeguate garanzie. Tra questi, persone provenienti da zone di conflitto, come il Sudan e la Striscia di Gaza, dove guerre e genocidi hanno sfollato milioni di persone.
Le organizzazioni della società civile, sia nel Regno Unito che in Francia, hanno esortato le linee e compagnie aeree coinvolte nei voli di deportazione a riconsiderare il loro ruolo in tale schema. In una serie di lettere coordinate, 28 ONG hanno sollecitato i vettori a interrompere la collaborazione all'espulsione, classificando le deportazioni come “crudeli e forzate” ed evidenziando che spesso si tratta di sopravvissuti alla tratta di esseri umani e alla moderna schiavitù.
Un portavoce di una coalizione di tali organizzazioni ha affermato che questa politica “è un modo disumanizzante di trattare le persone che hanno scelto di migrare per fuggire a guerre e persecuzioni”, sostenendo che di fatto questo scambio di persone risponde a obiettivi politici ma non protegge i loro diritti.
I governi che hanno implementato l'accordo affermano che è conforme alle leggi nazionali e internazionali, e che può contribuire a scoraggiare i pericolosi attraversamente illegali della Manica. Tuttavia, i gruppi di difesa dei diritti umani si domandano se le principali misure di protezione vengano rispettate e se la necessità di protezione sia stata adeguatamente valutata prima dell'espulsione.
Gli esperti dell'ONU hanno posto a entrambi i governi domande dettagliate sugli aspetti non divulgati dello schema pilota, tra cui su come vengono prese le decisioni di rimpatrio e quali tutele vengono adottate per impedire l'ulteriore respingemento, ovvero il rimpatrio di persone in paesi dove la loro vita potrebbe essere in pericolo.
Le voci critiche sostengono che, quando le politiche in materia di asilo sono articolate attorno a scambi bilaterali anziché alla necessità di protezione dei singoli, lo stesso concetto di diritti umani universali ne esce indebolito. I moniti degli esperti delle Nazioni Unite e le reazioni della società civile rimandano a un dibattito più ampio sull'allineamento di tali schemi pilota con la Convenzione sullo stato dei rifiugiati del 1951 e con gli obblighi in materia di diritti umani correlati.
Pur continuando a essere in vigore, l'accordo tra Regno Unito e Francia non mette a tacere i dubbi su fino a dove possono spingersi i paesi per bilanciare il controllo dei flussi migratori con gli obblighi di tutelare la dignità e i diritti dei rifugiati. Se la protezione diventa subordinata a uno scambio politico, il diritto di asilo potrebbe trasformarsi in una registrazione contabile anziché continuare a essere un diritto individuale inviolabile.
‘Il mondo dell'editoria è un percorso lungo, e gli scrittori devono avere pazienza.’
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

L'agente letterario indiano Ambar Sahil Chatterjee alla Fiera del Libro di Londra del 2026. Foto dell'autore. Utilizzata su autorizzazione.
Ambar Sahil Chatterjee è un'agente letterario di A Suitable Agency [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] con sede a Delhi, India, che ha lavorato nel settore editoriale per oltre un decennio. In precedenza ha ricoperto il ruolo di redattore capo presso una delle principali case editrici indiane, dove ha curato l'acquisizione e la pubblicazione di una prestigiosa collana di classici e di un'eclettica selezione di narrativa contemporanea. Nel corso degli anni ha lavorato a stretto contatto con una vasta gamma di scrittori e traduttori.
Nella sua visita alla Fiera del Libro di Londra, Sangita Swechcha di Global Voices ha incontrato Chatterjee presso il quartiere fieristico, ed ha parlato con lui del ruolo di agente letterario e in che modo eventi come questo sono utili per gli scrittori dell'Asia meridionale ad orientarsi nel mondo della rappresentazione letteraria.
Sangita Swechcha (SS): Dal tuo punto di vista di agente letterario dell'Asia meridionale, cosa rende la Fiera del Libro di Londra particolarmente importante, e come si differenzia, ad esempio, da quella di Francoforte o da altre fiere più vicine a casa sua?
Ambar Sahil Chatterjee (ASC): The London Book Fair is important because London is a major hub of literary and publishing activity. The fair provides an excellent opportunity to meet publishers, and as literary agents we present the work of writers to the international publishing community.
In comparison, the Frankfurt Book Fair is much larger and has its own significance in the global publishing calendar. However, book fairs in general whether London, Frankfurt, or those closer to home, create valuable opportunities for connection. For instance, today I have several meetings scheduled with publishers, and the manuscripts we represent may soon find a home with the right publisher.
Ambar Sahil Chatterjee (ASC): La Fiera del Libro di Londra è importante, in quanto la città è un importante centro di attività letteraria ed editoriale. La fiera offre un'ottima opportunità per incontrare gli editori, e come agenti letterari presentiamo il lavoro degli scrittori a una comunità editoriale internazionale.
In confronto, la Fiera del Libro di Francoforte, è molto più grande ed ha una sua importanza nel calendario editoriale mondiale. Tuttavia, le Fiere del Libro in generale – che si tratti di Londra, Francoforte o di quelle più vicine a casa nostra – offrono preziose opportunità di incontro. Ad esempio, oggi ho in programma diversi incontri con editori, e i manoscritti che rappresentiamo potrebbero presto trovare una casa presso l'editore giusto.
SS: Hai notato un vero e proprio cambiamento nel modo in cui gli agenti e gli editori internazionali interagiscono con gli scrittori dell'Asia meridionale negli ultimi anni, o ti sembra che l'interesse continui a manifestarsi a ondate?
ASC: From my understanding, there is definitely interest in voices from South Asia because publishers want their lists to be more diverse. However, there are also challenges. When publishers speak of South Asia, they often treat it as a single entity, while in reality the region has many facets — Nepali, Sri Lankan, Pakistani, and within India itself, which abounds in so much regional diversity.
I am also not referring only to South Asian literature written in English, but literature in regional languages that could be translated into English. For international publishers, however, there are limited slots, and South Asia is often seen broadly as one category.
Individual editors may recognize these differences, but decisions are rarely made by editors alone. Sales teams and acquisition teams are also involved, and questions about market suitability or logistics often arise. So while there is genuine interest, there are structural constraints as well.
ASC: Da quanto ho capito, c’è sicuramente interesse per le voci provenienti dall’Asia meridionale, perché gli editori vogliono che i loro cataloghi siano più diversificati. Tuttavia, ci sono anche delle difficoltà. Quando gli editori parlano dell’Asia meridionale, spesso la trattano come un’unica entità, mentre in realtà la regione presenta molte sfaccettature: nepalese, srilankese, pakistana e, all’interno della stessa India, che abbonda di tanta diversità regionale.
Non mi riferisco solo alla letteratura dell'Asia meridionale scritta in inglese, ma anche a quella nelle lingue regionali che potrebbe essere tradotta in inglese. Per gli editori internazionali, però, i posti disponibili sono limitati e l'Asia meridionale è spesso vista in senso lato come un'unica categoria.
I singoli editori possono riconoscere queste differenze, ma le decisioni raramente vengono prese solo da loro. Sono coinvolti anche i team di vendita e di acquisizione, e spesso sorgono domande sull'idoneità del mercato o sulla logistica. Quindi, sebbene ci sia un interesse genuino, ci sono anche dei vincoli strutturali.
SS: Quando partecipi alla Fiera del Libro di Londra, le tue priorità riguardano più che altro la conclusione di accordi sui diritti, scoprire opportunità di co-edizione, o semplicemente rafforzare i contatti con gli editori ed agenti nel mercato occidentale?
ASC: I don’t think these priorities can really be separated because they tend to work together. Each aspect supports the others. One is always looking to discuss rights, explore collaborations, and strengthen professional relationships.
ASC: Non credo queste priorità possano essere distinte dato che tendono a funzionare insieme. Ogni aspetto è legato agli altri. Si cerca sempre di discutere sui diritti, esplorare possibilità e rafforzare accordi professionali.
SS: Cosa dovrebbero sapere gli scrittori emergenti dell'Asia meridionale su come si presentano effettivamente le opportunità in una fiera come la LBF? È davvero il luogo in cui si costruiscono le carriere, o gran parte del lavoro preparatorio viene svolto molto prima che qualcuno prenda un volo per Londra?
ASC: The London Book Fair offers an opportunity for agents or publishers from South Asia to showcase the writing and literary talent on their lists to editors and publishers internationally. These opportunities remain important and continue to grow as participation expands.
ASC: La Fiera del Libro di Londra offre un'opportunità per gli agenti o editori dell'Asia meridionale per presentare, a livello internazionale, le loro liste di talenti letterari e narrativi agli editori e redattori. Queste occasioni restano fondamentali e continuano a crescere all'aumentare delle partecipazioni.
SS: In genere, cosa ti spinge a decidere di occuparti di un manoscritto, e quanto lavoro di revisione svolgi prima che il Libro venga presentato ad agenti e editori internazionali?
ASC: I used to be an editor before becoming an agent, so my editorial instincts are activated when I consider signing a writer. It’s important that the work speaks to me in some way or makes an impact.
Because of my editorial background, I do look at whether a manuscript might need editing or polishing before it is sent to a publisher, whether in India or internationally. Ultimately, the work needs to speak to me because we all respond to stories as readers first. If something has a strong impact, it becomes something I want to explore further.
I don’t necessarily look for specific genres. Personally, I focus more on fiction than non-fiction, though we have another editor who works on non-fiction. As a literary agency, however, we are genre-agnostic. Writers can send us what they have, and if the writing or concept appeals to us, we are interested in taking it further.
We usually take on books where we see clear potential and where we feel we can do justice to the work. It would be unfair to take on something if we did not believe we were the right fit for that book.
ASC: Prima di diventare agente lavoravo come redattore quindi il mio istinto editoriale entra in gioco quando valuto la possibilità di rappresentare un autore. È importante che l’opera mi tocchi in qualche modo o mi colpisca.
Grazie al mio background editoriale, valuto se un manoscritto necessiti di revisione o rifinitura prima di essere inviato a un editore, sia in India che all’estero. In definitiva, l’opera deve toccarmi perché, in primo luogo, siamo tutti lettori che reagiscono alle storie. Se qualcosa ha un forte impatto, diventa qualcosa che voglio approfondire.Non cerco necessariamente generi specifici. Personalmente, mi concentro più sulla narrativa che sulla saggistica, anche se abbiamo un altro redattore che si occupa di saggistica. Come agenzia letteraria, tuttavia, non abbiamo preferenze di genere. Gli scrittori possono inviarci ciò che hanno e, se lo stile o l’idea ci piacciono, siamo interessati a portarli avanti.
Di solito accettiamo libri in cui vediamo un chiaro potenziale e in cui sentiamo di poter rendere giustizia all'opera. Sarebbe ingiusto accettare qualcosa se non credessimo di essere la scelta giusta per quel libro.
SS: Come collabori con i traduttori letterari, pensi che la traduzione sia ancora sottovalutata nel percorso che porta la letteratura dell'Asia meridionale ai lettori mondiali?
ASC: I don’t think translation is undervalued. Increasingly, publishers and readers recognize its importance in bringing stories to a wider audience. Prizes such as the International Booker Prize (formerly Man Booker International Prize) have helped highlight translated works, and two Indian books have already won the award.
The mood around translation is optimistic. The primary challenge is finding the right translator for the right project. If they are not well matched, all other constraints and challenges, of which there are many, will be exacerbated.
ASC: Non credo che la traduzione sia sottovalutata. Sempre più redattori e lettori riconoscono la sia importanza nel portare storie ad un pubblico più ampio. I riconoscimenti come International Booker Prize (inizialmente conosciuto come Man Booker International Prize) hanno aiutato a dare luce ai lavori tradotti, e due libri indiani hanno già vinto il riconoscimento.
Il clima nel settore della traduzione è ottimista. La sfida principale consiste nel trovare il traduttore giusto per il progetto giusto. Se l'abbinamento non è adeguato, tutte le altre difficoltà e i vincoli, che sono numerosi, risulteranno aggravati.

Ambar Sahil Chatterjee alla Fiera del Libro di Londra. Foto dell'autore. Utilizzata su autorizzazione.
SS: Quali sono le principali difficoltà strutturali che gli scrittori dell'Asia meridionale devono affrontare quando cercano di affermarsi sui mercati editoriali internazionali? Si tratta di budget destinati al marketing, dell'accesso alle reti di contatti o di qualcosa di più fondamentale, legato al modo in cui gli editori occidentali percepiscono le storie dell'Asia meridionale?
ASC: These challenges exist across publishing in many parts of the world. As agents, we try to remain true to the books we represent and present them as authentically as possible. At the same time, we try to understand what publishers are looking for through ongoing conversations. If there is a match, it works; if there isn’t, it doesn’t. In many ways, it becomes a process of trial and error. But one has to keep sustaining these efforts, because publishing can seem like one long endurance test and so determination is key.
ASC: Queste sfide sono diffuse in molte parti del mondo nel settore editoriale. Come agenti, tentiamo di restare fedeli alle opere che rappresentiamo e le presentiamo nel modo più autentico possibile. Allo stesso modo, cerchiamo di capire cosa gli editori stanno cercando attraverso varie conversazioni. Se c'è una corrispondenza, funziona; se non c'è, non funziona. Ad ogni modo, questo divento un processo di tentativi ed errori. Si deve continuare a sostenere questi sforzi, dato che il settore dell'editoria può sembrare una lunga prova di resistenza, quindi la determinazione è fondamentale.
SS: Esistono generi o trame sud-asiatiche particolari che secondo te che stanno riscuotendo maggior attenzione a livello mondiale, e cosa consiglieresti ad una/o scrittrice/ore che vuole raggiungere un pubblico internazionale?
ASC: Fiction in translation has certainly received more attention than non-fiction, and within that, literary fiction tends to travel more easily than commercial fiction.
Publishing is a long game, and writers need patience. Conversations with publishers often take a long time before anything materializes. Sometimes, after months of discussion, a publisher may still decide they cannot take the project, and then the process begins again elsewhere.
Occasionally things fall into place more quickly, but that is not the norm. Writing a book itself takes a great deal of time, effort, and energy, and the publishing journey can take just as long. Patience and persistence are essential.
ASC: La narrativa tradotta ha sicuramente ricevuto maggiore attenzione rispetto alla saggistica e, all’interno di quest’ultima, la narrativa letteraria tende a diffondersi più facilmente rispetto a quella commerciale.
Il mondo dell'editoria è un percorso lungo, e gli scrittori devono avere pazienza. Spesso le trattative con gli editori richiedono molto tempo prima che si concretizzi qualcosa. A volte, dopo mesi di discussioni, un editore può comunque decidere di non accettare il progetto, e allora il processo ricomincia da capo altrove.
Di tanto in tanto le cose si sistemano più rapidamente, ma non è la norma. Scrivere un libro richiede di per sé molto tempo, impegno ed energia, e il percorso verso la pubblicazione può richiedere altrettanto tempo. Pazienza e perseveranza sono essenziali.
‘In sostanza, si tratta di un modello basato sul rafforzamento delle comunità locali’
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Immagine di copertina realizzata da Janine Mendes-Franco utilizzando Canva Pro.
Di Zahiris Priscila Francisco Martínez
Secondo il Rapporto sullo sviluppo delle piccole centrali idroelettriche nel mondo del 2022 [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] (WSHPDR), la Repubblica Domenicana si colloca tra i paesi caraibici con un accesso all'elettricità del 98% nelle zone rurali, lasciando un due percento senza fornitura. “Solo Cuba, la Repubblica Domenicana, e Haiti hanno grandi impianti di centrali idroelettriche” nel report si cita, ” mentre Granada e Santa Lucia hanno una mancanza totale di capacità idroelettrica. Nei restanti paesi della regione, tutta la capacità idroelettrica esistente è costituita da piccoli impianti.” In particolare la Repubblica Domenicana, dispone di una capacità pari a 623 megawatt.
Molte zone isolate della Repubblica Domenicana riceve elettricità da microcentrali idroelettriche comunitarie, un modello che ha reso il paese un punto di riferimento negli ultimi 27 anni. Attualmente 48 progetti parte del programma Luz de Agua [es], sono operativi. Altri stati sostengono progetti basati sullo stesso modello, ma legati a diverse organizzazioni, raggiungendo un totale poco più di 50 [es] impianti di microcentrale idroelettrica.
Luz de Agua, un modello di sviluppo finalizzato a fornire elettricità alle comunità difficilmente raggiungibili dalle reti elettriche convenzionali, è attivo da quasi trent'anni ed è portato avanti dalle comunità delle zone montane isolate. È nato dall'idea dell'ingegnere statunitense Jon Katz, che si trovava nella Repubblica Dominicana alla fine degli anni '90, con l'obiettivo di fornire sostegno sociale e allo sviluppo.
Fin dalla sua nascita, il Programma di piccoli finanziamenti (SGP) del Fondo mondiale per l'ambiente (GEF) ha promosso l'iniziativa, che il Programma delle Nazioni Unite [es] (UNDP) poi attuato a livello mondiale con l'obiettivo di fornire sostegno finanziario e tecnico alla società civile e ai progetti comunitari per “preservare e ripristinare l'ambiente, migliorare le condizioni di vita e ottenere benefici ambientali a livello globale attraverso azioni locali”.
Nonostante il progetto sia stato effettuato principalmente nella parte orientale dell'isola, come le comunità haitiane nelle zone di confine che ne hanno tratto beneficio: l'accesso all’elettricità per più di 22,000 persone in oltre 5,000 famiglie, una riduzione di oltre il 60% delle spese energetiche, e il riassorbimento di oltre 25,000 tonnellate di diossido di carbonio (CO₂) all'anno grazie all'uso di energie rinnovabili. Quest’informazione si basa sul report di Guakía Ambiente [es], una delle organizzazioni che sostiene il progetto.
Il primo impianto di micro centrale idroelettrica ad essere stato installato con successo nel 1998, era la “Centrale idroelettrica comunitaria di El Limón” situato nella provincia di San José de Ocoa. L'impianto, guidato dal Consiglio comunale El Limón, ha una capacità di 3.5 chilowatt (kW) e si raggiunge 70 famiglie della zona.
Michela Izzo, laureata in scienze ambientali e attuale direttrice esecutiva di Guakía Ambiente — la principale organizzazione no profit coinvolta nel programma — ha spiegato che gli abitanti di El Limón hanno coniato la famosa espressione “Luz de Agua” per descrivere come, partendo da una piccola sorgente d’acqua, siano finalmente riusciti ad avere accesso all’elettricità.
Izzo è entrata a far parte del progetto nel 2006 in qualità di responsabile degli studi di fattibilità tecnica, ruolo che ha ricoperto fino al 2019. “Tutto è iniziato come un progetto pilota, qualcosa di nuovo su cui nessuno aveva mai lavorato prima, soprattutto a livello comunitario qui nel Paese. C'erano state altre esperienze nel campo della micro-idroelettrica, ma erano state sviluppate direttamente dalle aziende o dallo Stato, senza il coinvolgimento diretto dei residenti locali”, ha spiegato.
“A partire dal primo impianto, si è iniziato a individuare aree simili e da lì è scaturita un’indagine su altre 30 o 35 comunità rurali in tutto il Paese, dove sono state individuate in via preliminare fonti idriche in grado di soddisfare il fabbisogno energetico delle comunità”. Secondo Izzo, attualmente ci sono 10 progetti in fase di realizzazione, con uno stato di avanzamento che va dal 35 al 90 per cento.
Nel corso del tempo, le microcentrali idroelettriche di Tres Cruces, Pescado Bobo, Palma Herrada, La Vereda, Los Lirios, Los Mangos e La Lomita sono state collegate alla rete elettrica nazionale come fonte di generazione complementare per far fronte alla diminuzione della portata d'acqua, specialmente durante i periodi di estrema siccità.
Questo modello va oltre la semplice crescita locale: promuove lo sviluppo e la tutela del territorio, impedendo uno sfruttamento indiscriminato. Inoltre, favorisce il decentramento della produzione di energia elettrica rispetto al regime convenzionale basato sui combustibili fossili e diversifica la gestione delle fonti di produzione nel quadro della sicurezza energetica nazionale.
“Il valore di questi progetti”, ha concluso Izzo, “è legato a un modello alternativo di utilizzo delle risorse naturali e rappresenta un impulso alla sostenibilità. Si tratta davvero di una grande risorsa che la Repubblica Dominicana può offrire al mondo, e per questo motivo è diventata un punto di riferimento globale per questo tipo di modello basato sulla comunità, favorendo gli scambi con diversi paesi dell’America Latina come Colombia, Haiti, Messico e Venezuela, che hanno cercato di approfondire la conoscenza di questo modello di gestione comunitaria che ha resistito nel tempo e ha dimostrato la propria sostenibilità per oltre 20 anni”.
Una delle sfide poste dal cambiamento climatico è rappresentata dalla siccità, che è diventata più intensa e prolungata e ha un impatto diretto sugli impianti microidroelettrici. Poiché il funzionamento di queste strutture dipende dalle fonti idriche in cui sono installate, alcune di esse — a seguito di periodi di siccità — vengono utilizzate solo durante le stagioni piovose. Per tali impianti si stanno attualmente implementando soluzioni di generazione ibrida volte a integrare la produzione microidroelettrica e garantire la continuità del servizio.
L'energia idroelettrica trasforma l'energia cinetica dell'acqua in energia elettrica sfruttando la dispersione dell'acqua, la differenza di quota tra due punti genera il movimento. “Il meccanismo primario di ogni impianto idroelettrico,” spiega Izzo, “[cioè] l'acqua in movimento aziona una turbina, secondo un principio simile a quello della dinamo di una bicicletta. Questa turbina fa ruotare un generatore dotato di una bobina all'interno di un campo magnetico; durante la rotazione, viene generata una corrente elettrica.”
Per far funzionare il sistema, c'è bisogno di un constante flusso d'acqua e un sufficiente dislivello tra il punto di aspirazione e il punto di installazione della turbina. Nel caso specifico di un'impianto di una micro-centrale idroelettrica, Izzo ha osservato, non si riscontra quel tipo di “elevato impatto ambientale negativo solitamente associato alle grandi centrali idroelettriche”, dato che i livelli di energia sono di solito al di sotto dei 500 kW. Inoltre, non vengono costruite dighe, evitando così le inondazioni. “Negli impianti idroelettrici, viene deviata e convogliata solo una parte dell'acqua fluviale disponibile, utilizzando solo una percentuale della portata e mantenendo al contempo una portata ecologica che consente alla fonte idrica di rimanere vitale. La stessa acqua viene reimmessa nella fonte dopo aver attraversato la turbina, a una distanza non superiore a 2,5 chilometri dal punto di prelievo.”
La durata media del processo di costruzione — che può arrivare fino a sei anni — dipende in gran parte da fattori economici, dalla disponibilità delle attrezzature, dalla formazione tecnica e, naturalmente, dalla disponibilità della comunità locale. Le microcentrali idroelettriche nella Repubblica Dominicana servono da un minimo di cinque famiglie a più di 280. La centrale idroelettrica di Arroyo Frío, ad esempio, rifornisce le comunità di El Arraiján, La Ciénaga e Arroyo Frío, tutte situate nella provincia di La Vega.
Anche i costi di investimento possono variare in modo significativo, oscillando tra i 13.800 e i 1.350.000 dollari, mentre le spese per le attrezzature di generazione vanno dai 3.600 ai 180.000 dollari, secondo i dati riportati da Guakía Ambiente. L'85% delle 48 centrali idroelettriche installate è attualmente in funzione, alcune con oltre 25 anni di servizio, e sono interamente gestite dalle comunità locali.
Prima che gli impianti microidroelettrici entrassero in funzione, alcune famiglie utilizzavano altre fonti energetiche, come generatori alimentati a combustibili fossili o pannelli solari. “Nelle comunità in cui operiamo”, ha affermato Izzo, “all’inizio stabiliamo una situazione di riferimento e, in realtà, pochissime famiglie dispongono di generatori. Nelle comunità meno povere, ce ne può essere uno o forse due, che di solito vengono accesi solo una volta alla settimana per lavare i panni in lavatrice, ma non è una pratica comune, dato che i livelli di povertà sono molto elevati”.
Nei casi in cui la siccità che colpisce le fonti idriche impedisca l'utilizzo di microcentrali idroelettriche, gli impianti fotovoltaici [it] complementari sono in grado di generare energia solare. Ciò risulta particolarmente utile quando, a causa delle condizioni climatiche, non è possibile utilizzare gli impianti esistenti. Tra le comunità in cui sono in fase di realizzazione impianti fotovoltaici figurano Vuelta Larga nella provincia di María Trinidad Sánchez, Fondo Grande a Dajabón, El Jengibre a Santiago Rodríguez e Los Naranjales a Peravia.
Una collaborazione tra il Ministero delle Finanze e dell'Economia (MHE) e il Ministero dell'Energia e delle Miniere (MEM) sta attualmente valutando la realizzazione di impianti solari fotovoltaici in almeno otto comuni della provincia di Elías Piña, dove le condizioni non consentono l'installazione di centrali idroelettriche.
Sebbene al momento non vi siano progetti eolici comunitari in corso, Izzo ha riconosciuto il potenziale dell'eolico e altre energie rinnovabili come fonti di approvvigionamento. “In sostanza”, ha spiegato, “si tratta di un modello basato sul rafforzamento delle comunità locali: lavorare con le persone, assicurandosi che siano parte integrante del processo, coinvolte in ogni fase, assumendosi le proprie responsabilità, contribuendo con il proprio lavoro e le proprie risorse e, infine, mantenendo la capacità di gestire il sistema sia dal punto di vista amministrativo che tecnico”.
Per quanto riguarda il proseguimento di questa linea di produzione e distribuzione di energia rinnovabile, esiste la possibilità che, a seguito del graduale ampliamento della rete elettrica nazionale, le comunità un tempo isolate possano collegare i propri impianti esistenti alla rete nazionale tramite un contatore bidirezionale. Ciò non solo consentirebbe loro di ricevere energia elettrica anche in caso di scarsità d'acqua, ma permetterebbe anche di vendere l'energia elettrica in eccesso alla rete
La Centrale idroelettrica comunitaria di El Palero [es], inaugurata il 14 dicembre 2023, fornisce energia alle comunità prevalentemente agricole di El Palero, Auqueyes, La Sierrecita, Cenoví e La Cabirma, nella provincia di Santiago Rodríguez. Il Consiglio per lo sviluppo comunitario di El Palero (CODECOPA), responsabile per le micro-centrali idroelettriche, fornisce energia elettrica a 180 famiglie, microimprese rurali, una scuola, chiesa, e illuminazione pubblica.
L'impianto, costruito dagli abitanti nel corso di un decennio, è parte del programma Luz de Agua, che nonostante le limitazioni economiche, ha permesso loro di restare nelle loro comunità, spinti dalle radici familiari, dall'amore per la terra ereditata e dal desiderio di promuovere lo sviluppo locale. Nonostante le infrastrutture carenti, i servizi di base limitati e le scarse risorse economiche, l'accesso all'elettricità ha aiutato la comunità a compiere progressi significativi. Tra le esigenze più urgenti figurano il miglioramento del sistema di approvvigionamento idrico, la costruzione di un policlinico e la riparazione definitiva della strada, poiché gli spostamenti verso i centri sanitari sono lunghi e pericolosi.
Guakia Ambiente ha riportato che il costo totale delle costruzioni di questo impianto in particolare, è stato di 84.767.311,40 peso dominiciani (1.353.037,18 dollari). Elvin Collado, uno dei principali tecnici di manutenzione dello stabilimento, ha detto che i residenti hanno contribuito nei lavori al progetto. L'iscrizione per ogni famiglia che desideri partecipare è stata di 1000 peso dominiciani (15.96 dollari) e un canone mensile di 100 peso dominiciani (1.60 dollari). In aggiunta, ogni famiglia ha contribuito almeno a 180 giorni di manodopera non qualificata, per un valore complessivo di 20.659.271,99 peso dominiciani (329.758,75 dollari).
Altre entità private e pubbliche hanno contribuito finanziariamente al progetto, per un importo pari a 64.108.039,41 RD (1.023.278,43 dollari). Questi fondi sono stati destinati all'acquisto di tubature, all'installazione di reti elettriche e agli impianti domestici da parte dello Stato, che, secondo Collado, ha impiegato fino a due anni per coprire solo alcune parti della comunità. La CODECOPA si è quindi assunta la responsabilità di gestire correttamente il sistema e di far rispettare le norme di utilizzo, in modo che le future richieste di energia possano essere soddisfatte in base alla capacità installata.
D'altra parte, alcune famiglie hanno scelto di non partecipare e, ancora oggi, non sono allacciate alla rete elettrica alimentata dalla microcentrale idroelettrica. In base al regolamento d'uso approvato, queste famiglie hanno la possibilità di usufruire del servizio se, previa richiesta, versano l'importo stabilito tramite un accordo di pagamento sottoscritto sia con il comitato idroelettrico che con l'organizzazione comunitaria.
La tariffa di pagamento stabilita per il consumo energetico di ciascuna famiglia, che comprende l'uso domestico, le attività scolastiche e altre attività produttive, nonché l'illuminazione pubblica, varia da 400,00 RD (6,38 USD) a 700,00 RD (11,17 USD) al mese. Per le strutture turistiche, tale importo può aumentare fino a 1.500,00 RD (23,94 USD) al mese.
Secondo Collado, la condizione per ottenere l’energia era il lavoro. “Chiunque voglia l’elettricità deve lavorare”, ha affermato. Raccontando quanto fosse difficile per la comunità trasportare i tubi in salita, spostandoli a pezzi e a mano attraverso le montagne, la comunità aveva bisogno di quante più mani possibili. L'accesso alle comunità avviene tramite una strada asfaltata fino al settore di La Leonor, seguita da una strada lastricata da lì in poi; una fitta rete di sentieri rurali — percorribili a piedi o a dorso di animali — collega altri insediamenti su entrambi i versanti della cordigliera centrale del Paese.
Ogni famiglia è stata dotata di un impianto elettrico e di una rete di distribuzione su misura per le proprie esigenze specifiche, garantendo un utilizzo sicuro e affidabile dell'energia, con un interruttore da 4 o 6 ampere a seconda delle esigenze individuali. L'impianto microidroelettrico consente alla comunità di disporre di elettricità 24 ore su 24, facilitando notevolmente le faccende domestiche, con particolari benefici per le donne. Consente inoltre di conservare gli alimenti in frigorifero, mantiene in funzione gli elettrodomestici e amplia l'accesso a risorse quali Internet, favorendo lo sviluppo educativo.
Un piccolo gruppo di tecnici locali supervisiona il funzionamento dell'impianto, mentre le comunità hanno ricevuto una formazione sull'uso efficiente dell'energia e su vari temi ambientali, quali il cambiamento climatico, la gestione delle risorse naturali, il rimboschimento e la gestione dei bacini idrografici, rafforzando così le loro conoscenze scientifiche in materia ambientale e contribuendo alla riduzione dei rischi climatici.
Oltre a chiedere giustizia, la manifestazione ha evidenziato record di denunce per violenza domestica e la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le donne
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Striscione con la scritta “Non c'è libertà senza donne libere” durante la marcia dell'8 marzo 2026 a Skopje, Macedonia del Nord. Fotografia: Meta.mk, uso legittimo.
Questo articolo si basa su un servizio dell'agenzia di stampa Meta.mk pubblicato l’8 marzo 2026 [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione]. Una versione rivista viene qui ripubblicata in virtù di un accordo di condivisione dei contenuti tra Global Voices e la Metamorphosis Foundation.
Centinaia di cittadini hanno partecipato alla marcia di protesta dell’8 marzo a Skopje all’insegna dello slogan “Non scompariremo”. Secondo gli organizzatori, l’evento di quest’anno è stato il più grande mai tenuto finora per celebrare la Giornata internazionale della donna. I partecipanti hanno sfilato con striscioni che chiedevano maggiore responsabilità istituzionale.
La marcia è iniziata con un minuto di silenzio per Ivana e Katja Jovanovski, madre e figlia recentemente decedute dopo aver subito a lungo violenze domestiche [mk] da parte del marito e del padre; i relatori hanno sottolineato che il femminicidio inizia molto prima dell’atto finale di violenza: “ben prima dell’atto fatale”. Esortando a considerare la questione della violenza domestica una priorità, hanno aggiunto: “Spesso sentiamo i responsabili dire con un sorriso: ‘Se l’è cercata lei stessa’. Come possono le istituzioni chiedere alle donne di denunciare la violenza se poi ritirano le denunce o non agiscono?”
Tra un discorso e l’altro, i partecipanti hanno ripetutamente chiesto giustizia per le vittime di femminicidio Jovanovski, così come per Rosica Koceva e Ramajana Asan, entrambe uccise dai loro partner. Hanno fischiato [mk] il primo ministro Hristijan Mickoski e il ministro dell’Interno Panche Toshkovski per non aver fatto abbastanza per prevenire e punire il femminicidio, e per le loro dichiarazioni in cui esortavano le donne a denunciare la violenza e a non ritirare le denunce presentate alla polizia.
La questione del ritiro delle denunce da parte delle donne è ora irrilevante, tuttavia, poiché una nuova legge obbliga la polizia ad agire d’ufficio nei casi di violenza, anche se la vittima non vuole sporgere denuncia.

Piedistallo che ospitava il busto rubato dell'eroina nazionale Vera Jocić e uno striscione con la sua immagine e lo slogan “Non scompariremo”. Fotografia: Meta.mk, uso legittimo.
La marcia si è conclusa nei pressi della sede del governo, presso il piedistallo dedicato alla combattente antifascista Vera Jocić (1923–1944), la cui statua è stata rubata nel dicembre 2025 e non è stata ancora sostituita. I partecipanti hanno interpretato questo episodio [mk] come parte di un più ampio fenomeno di abbandono istituzionale e di emarginazione dell’eredità storica antifascista e delle donne.
La tragedia più recente, in cui una madre e sua figlia sono state uccise nonostante le ripetute segnalazioni di violenza domestica, ha messo ancora una volta in luce le carenze sistemiche nella protezione delle donne in Macedonia del Nord, dimostrando che quando le istituzioni non intervengono in tempo, la violenza può portare alla morte.
I dati provenienti dai registri della polizia e dei tribunali [mk] indicano che la violenza domestica rimane diffusa, con quasi tre casi segnalati ogni giorno e migliaia di episodi registrati negli ultimi anni. La stragrande maggioranza dei carnefici è costituita da uomini, mentre le vittime sono per lo più donne, e negli ultimi quattro anni decine di omicidi sono stati collegati alla violenza domestica.
L'ultima tragedia ha posto al centro del messaggio principale della protesta per la Giornata internazionale della donna la questione della mancanza di sicurezza di base per le donne. Gli organizzatori hanno sottolineato che “le istituzioni competenti che hanno ignorato, minimizzato, relativizzato, incoraggiato e permesso la violenza contro le donne sono colpevoli”, mentre qualsiasi comunità che “sceglie di credere a chi commette il reato invece che alle vittime è anch’essa da biasimare”. In un annuncio diffuso via e-mail prima della marcia, gli organizzatori hanno affermato che le donne sono “lasciate da sole a proteggersi e a cercare aiuto invano”.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno reperiti da Meta.mk, che comprendono reati, contravvenzioni e denunce di violenza domestica, nel 2025 in Macedonia del Nord si è registrato un numero record di 4.745 donne che hanno denunciato episodi di violenza domestica. Se si analizzano i dati e la serie di casi [mk] degli ultimi cinque anni, la situazione è preoccupante. Le mogli sono solitamente il gruppo più colpito, il che fa scattare l’allarme per l’introduzione di misure rafforzate a loro tutela e sostegno.
Meta.mk scrive che la violenza contro le donne in Macedonia sta riemergendo, con diversi casi [mk] segnalati in un solo giorno, secondo un recente bollettino quotidiano del Ministero. A Skopje e Delchevo, diverse donne hanno denunciato aggressioni fisiche, minacce e abusi psicologici da parte dei loro partner o ex partner. La polizia è intervenuta in seguito a diverse segnalazioni di violenza di genere, il che è un'ulteriore prova del fatto che molte donne sono esposte al pericolo dietro le porte chiuse delle loro case.
Negli ultimi cinque anni, il Ministero dell’Interno ha registrato 26 femminicidi: quattro nel 2021, due nel 2022 e nove nel 2023, compreso l’omicidio di una ragazza di 14 anni. Nel 2024 sono state uccise cinque donne, tra cui una bambina di due anni, e sei donne sono state uccise nel corso del 2025.

Parte delle persone riunitesi al Parco delle Donne Combattenti di Skopje per la manifestazione dell’8 marzo 2026. Fotografia: Meta.mk, uso legittimo.
Ana Avramoska Nushkova, della Rete nazionale contro la violenza contro le donne e alla violenza domestica, ha affermato che, sebbene le denunce siano aumentate grazie alle campagne di sensibilizzazione, molte donne le ritirano, privando i casi di conseguenze legali. Ha inoltre indicato la dipendenza economica e la pressione sociale come ostacoli principali, sottolineando la necessità di un sostegno istituzionale più forte:
Многу пати, жените кога пријавуваат насилство знаеја и да се повлечат, поради економската зависност, заедничкото живеење, многу од нив живеат во семејни куќи со свекор, но и од останатите патријархални норми и родови стереотипи кои сè уште постојат во нашето општество и притисокот од првично најблиското семејство, па потоа од пошироката средина. За кривичното дело телесна повреда каде најчесто се случуваа овие повлекувања на жртвата сега со последните измени на Кривичниот законик при пријава на ова дело ЈО ќе го гони сторителот по службена должност. Но, многу е важно што ние како систем имаме да ѝ понудиме на жртвата за да ја заштитиме. Мора да е да имаме јаки институции и воспоставени, одржливи и географски соодветно распределени специјализирани сервиси, за да можеме соодветно да ја заштитиме жената-жртва која пријавила насилство.
In molti casi, le donne ritirano la denuncia a causa della dipendenza economica, della convivenza, nonché di altre norme patriarcali e stereotipi di genere ancora presenti nella nostra società, comprese le pressioni esercitate dai familiari più stretti. Grazie alle recenti modifiche al Codice penale, la Procura persegue d’ufficio i reati di lesioni personali, anche se la vittima ritira la denuncia. Ma è fondamentale ciò che il sistema è in grado di offrire per proteggere la vittima. Dobbiamo disporre di istituzioni forti e di servizi specializzati consolidati, sostenibili e distribuiti in modo adeguato dal punto di vista geografico, in modo da poter proteggere adeguatamente le donne che denunciano le violenze.
Tuttavia, nell’ultimo caso di violenza domestica che ha portato alla morte delle Jovanovski, queste modifiche legislative non sono state applicate. Secondo quanto riferito, la polizia avrebbe interrotto il procedimento dopo che la vittima aveva firmato una dichiarazione in cui affermava di non aver subito aggressioni fisiche da parte del marito.

Cartello con la scritta “Voglio una vita senza paura” alla manifestazione dell’8 marzo a Skopje, Macedonia del Nord. Fotografia: Meta.mk, uso legittimo.
In un contesto del genere, l’8 marzo ci ricorda che l’impunità istituzionale e la tolleranza sociale nei confronti della violenza creano le condizioni per nuove tragedie. Il femminicidio, lo stupro, le minacce e lo stalking non sono episodi isolati, ma la conseguenza di un sistema che per anni ha ignorato i segnali d'allarme e ha lasciato le donne da sole a lottare per la propria sicurezza.

Marta Stevkovska, giornalista, scrittrice, femminista e attivista per l’uguaglianza di genere della rete Stella. Fotografia: Žarko Čulić, uso legittimo.
Marta Stevkovska, giornalista, scrittrice, femminista e attivista per l’uguaglianza di genere della rete Stella, ha affermato che la lotta contro la violenza di genere è collettiva e richiede un impegno attivo sia da parte delle istituzioni che della società: “È ora che gli uomini si uniscano alla marcia, che chiedano anch’essi che venga fatta giustizia, che condannino la violenza e si rifiutino di distogliere lo sguardo quando si verificano episodi di violenza […] È ora che le autorità competenti ci ascoltino davvero e ci proteggano, che facciano il loro lavoro come previsto dalla legge. Non basta dire ‘stop alla violenza’ o pronunciare discorsi che incoraggino a denunciare”.
Sottolineando che senza responsabilizzazione le donne rimangono indifese ed emarginate, Stevkovska ha proseguito: “Le istituzioni devono fornire protezione e sostegno concreti. Anche la comunità ha una responsabilità quando normalizza la violenza e incolpa le donne sulla base di stereotipi e pregiudizi, rendendo ancora più difficile per le vittime denunciare gli abusi”.

Striscioni con le scritte “Non scompariremo” e “Non c’è libertà senza donne libere” durante la marcia dell’8 marzo 2026 a Skopje, Macedonia del Nord. Fotografia: Meta.mk, uso legittimo.
Oltre alle carenze istituzionali, gli esperti avvertono che la disinformazione di genere distorce ulteriormente la percezione pubblica della violenza e rafforza stereotipi dannosi. Un’analisi condotta dal Media Diversity Institute e dalla Metamorphosis Foundation sulla disinformazione di genere nei Balcani occidentali evidenzia come tali narrazioni prendano sempre più di mira le donne nella vita pubblica e minino la parità di genere.
Un precedente sondaggio dell’OSCE mostra che molti cittadini percepiscono ancora la violenza domestica come una questione privata, contribuendo alla mancata denuncia dei casi e a una risposta istituzionale limitata. Insieme, questi fattori creano un ambiente in cui la violenza è normalizzata e più difficile da contrastare.
In Afghanistan l'istruzione è diventata una forma di resistenza contro l'oppressione
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

1 Ragazze afghane durante un esame universitario. Screenshot dal video “Ragazze afghane sostengono gli esami universitari due settimane dopo l'attacco alla scuola”’ del canale YouTube dell’agenzia di stampa AFP . Uso consentito.
Questo articolo è stato scritto da Fareshtah nel 2025. Viene pubblicato con il suo consenso nella copertura speciale che racconta le storie delle giovani donne e ragazze afghane a seguito della salita al potere dei talebani nell'agosto 2021.
Conosco molto bene il concetto di “guerra tra talebani e governo” perchè sono stata testimone dei compromessi e dei conflitti tra le due parti sin dall'infanzia. Il nostro destino è sempre stato fluttuante a causa delle loro azioni e decisioni.
Sono nata l'ultimo anno del primo regime talebano (1996-2001) nella provincia di Ghor dell'Afghanistan centrale. Per fortuna, ho ottenuto accesso all'istruzione dopo la caduta del primo regime. Ricordo ancora l'eccitazione del mio primo giorno di scuola, indossando la mia uniforme nera ed una sciarpa bianca. Una sensazione incredibile!
Non ero ancora andata all'università quando abbiamo appreso la notizia degli accordi di pace tra Stati Uniti e talebani [it] del febbraio 2020, e si è accesa la speranza di pace ed un futuro migliore.
Infine, dopo aver passato l'esame di ammissione, sono entrata all'università. Gli anni 2020 e 2021 sono stati tra gli anni più soddisfacenti della mia vita, avevo trovato la mia strada e stavo per raggiungere tutti i traguardi che mi ero prefissata.
Studiavo Sharia e scienze islamiche, e volevo diventare un procuratore di successo, per cui mi sono iscritta al programma biennale di apprendistato legale dell'Asia Foundation e del Ministero dell'Istruzione Superiore.
Al contempo, la guerra tra talebani e forze di governo si stava intensificando. La situazione della sicurezza peggiorava, ed a causa delle ondate di calore estremo i corsi dell'università e di arti legali venivano tenuti sia di persona che online.
Ho letto le notizie della caduta delle province, una dopo l'altra, ma continuavo a pensare ai miei traguardi e volevo raggiungerli. Il 13 agosto 2021, la guerra aveva raggiunto le porte della mia città natale, Herat. Il giorno seguente stavo cercando di connettermi con il mio corso online dalla mia stanza, quando mio fratello ha aperto la porta e mi ha detto “metti giù, è finita.”
Con la caduta di Herat non c'erano più esami, presentazioni o notizie di corsi o del loro proseguimento. Tutte le mie speranze evaporavano sotto i miei occhi, come se fosse solo stato un bel sogno e qualcuno mi avesse svegliata all'improvviso.
Che colpo! Talmente forte che non riuscivo più a parlare ne’ a piangere. Sentivo la mia anima separarsi dal corpo, e ciò che restava era semplicemente un corpo senza vita.
Il cuore bruciava dal desiderio di continuare i corsi universitari e di tirocinio legale, ma con totale disperazione. Non potevo fare altro che piangere.
Passati alcuni mesi le università private hanno riaperto, ma della riapertura delle università pubbliche non c'erano notizie. Dopo sei mesi anche le università pubbliche hanno finalmente riaperto. Per tre semestri ho studiato intensamente e terminato la mia tesi, che dovevo discutere un sabato (il 24 dicembre) per laurearmi il lunedì (26 dicembre).
Ma, martedì 20 dicembre 2022, è stato emesso un decreto [en, come i link seguenti] che proibiva alle ragazze di frequentare l'università.
Ho contattato il mio professore che mi ha detto “vieni, discuti la tua tesi perchè ti sei laureata.”
Il sabato mattina sono andata all'università felice di aver ottenuto il diritto di discutere la mia tesi, ma anche triste per le tante altre ragazze che avevano dovuto ritirarsi.
Arrivata al cancello dell'università, un talebano mi ha bloccata rifiutando di lasciarmi scendere dal risciò che avevo preso per arrivarci.
Finalmente sono riuscita a scendere e sono corsa ai cancelli, ma mi si è piantato davanti con un fucile.
L'ho ignorato e mi sono avvicinata al cancello. Ha afferrato la cinghia della mia valigetta porta computer, tirandola, e mi ha detto con violenza: “Non capisci cosa sto dicendo?! Devo farti saltare il cervello?!”
Ha sparato un colpo in aria e uno strano e spiacevole ronzio ha riempito le mie orecchie.
Uno spettatore mi si è avvicinato ed ha detto “va, sorella.” Era una delle guardie dell'università che conoscevo. Sono andata via e sono andata alla casa editrice Shame Danesh. Appena entrata la mia rabbia è esplosa e mi sono messa a piangere. Un fiume di lacrime che non riuscivo a trattenere.
Non mi interessava se la gente mi vedeva piangere mentre me ne andavo. Stavo tornando a casa piangendo quando è suonato il telefono.
Era mio padre, che mi ha chiesto: “Hai discusso la tesi, com'è andata?” Piangendo, gli ho raccontato tutto d'un fiato cos'era accaduto. Mi ha consolato raccontandomi delle difficoltà e delle torture che aveva subito e consigliandomi di essere paziente e di perseverare.
Tornata a casa ho dormito un po’, poi ho iniziato a cercare corsi online ed opportunità ma, non trovandone, ho iniziato a leggere.
Ho preso parte ad un gruppo di lettura femminile bisettimanale. Leggevamo diversi libri, ma stavolta avevo veramente bisogno di un libro motivazionale e psicologico.
Frequentando il gruppo ho visto il titolo del libro “Cime tempestose.” Leggerlo mi ha dato la motivazione per ripartire e mi ha aiutato a ricominciare. Dopo circa un anno dalla mia laurea sono riuscita a discutere la mia tesi online.
Ma non avevo più entusiasmo, perché i miei traguardi avevano completamente deviato dalla via originaria. Dovevo trovarne degli altri. Ho iniziato a studiare, ricercare e partecipare a programmi online.
Ho iniziato corsi di computer ed inglese online, ma, dopo pochi mesi, sono stati di nuovo cancellati a causa delle restrizioni imposte dai talebani, e da allora non ci sono state nuove notizie.
È stato emesso un decreto che permetteva alle ragazze di seguire corsi di istruzione, e mi sono anche registrata per un corso di presenza, ma poco dopo hanno rimangiato la promessa e li hanno di nuovo cancellati.
Negli ultimi tre anni ho preso parte a diversi programmi online, corsi di formazione e conferenze, perchè il lavoro dei miei sogni non è ancora disponibile per me.
Ho compreso come la radice di questi problemi sia la mancanza di coscienza. Ho insegnato in scuole online a ragazze a cui è stata negata per almeno due anni l'istruzione, ed ho anche iniziato a tenere corsi di cultura islamica all'università.
Voglio combattere l'ignoranza e l'ingiustizia a modo mio. Che sia trasferendo quel poco di conoscenza che ho, leggendo online da un libro, scrivendo, o persino cercando di creare una radice di fiducia e fare crescere nel mio cuore e in quello dei miei compagni umani le sue gemme tremolanti.
Spero in un futuro migliore e più luminoso per il mio paese. La nostra generazione, che ha sofferto quest'ingiustizia e quest'ignoranza, non partorirà mai un figlio che si sottometta all'oppressore ed all'ignorante. Non permetterà che si ripeta per la terza volta la storia di quest'amara esperienza.
AgoraVox Italia