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Sono passati quattro anni da Alpha Games, ma i Bloc Party non sono stati certo con le mani in mano. Tra celebrazioni per i vent’anni di Silent Alarm e una serie di show monumentali, la band londinese ha trovato il tempo per tornare in studio. Il risultato? Anatomy of a Brief Romance, è presentato come un album che suona come una ferita aperta e insieme come un atto di liberazione. Sarà anche la prima uscita di Contagious Ltd., nuova etichetta del gruppo Virgin Music.
A produrlo c’è nientemeno che Trevor Horn, leggendario artefice del suono degli Yes, dei Frankie Goes to Hollywood e dei Seal. Un nome pesante, che promette svolte e cesure nel dna post-punk della band.
Ma il vero motore del disco è personale, doloroso, crudo. Kele Okereke lo racconta senza filtri: “Tutto quello che sentirete in questo album è successo davvero. Ogni parola. Ho dovuto raccontare la storia, dall’inizio alla fine.” La storia, spiega, è quella della fine di una relazione durata più di dieci anni. Un’anatomia, appunto: sezione per sezione, cicatrice dopo cicatrice.
Il primo assaggio è “Coming on Strong”, che potete ascoltare qui sotto. Un brano che parte sussurrato e cresce come un’urgenza repressa a lungo.
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New York si prepara. Dal 3 al 14 giugno 2026, il Tribeca Festival torna a invadere ogni angolo della città – schermi, palchi, vicoli, studi televisivi, teatri sacri e profani. Ma dimenticate il tappeto rosso da manuale. Quest’anno, il vero cuore pulsante della rassegna batte dove il documentario si scioglie in una jam session, e la premiere diventa un’orgia collettiva di musica e sudore.
Il programma completo è ancora avvolto nel mistero, ma i primi annunci hanno già il sapore di una dichiarazione di guerra alla noia. Ecco cosa ci ha fatto drizzare le antenne.
Si parte il 3 giugno al Beacon Theatre con Earth, Wind & Fire (To Be Celestial VS That’s the Weight of the World). Il titolo è già un manifesto. Il premio Oscar Questlove – ormai maestro nell’arte di dissezionare l’anima nera americana – firma un doc che non è solo la storia della band leggendaria e del suo fondatore visionario Maurice White. È un viaggio alchemico tra metafisica, fuochi d’artificio e corni che squarciano il cielo. Dopo la proiezione? Earth, Wind & Fire condividono il palco con The Roots. Portate i fazzoletti per il sudore, non per le lacrime.
Il 13 giugno, sempre all’OKX Theater, un’altra newyorkese doc si racconta senza filtri: Alicia Keys in Girl From Hell’s Kitchen. Il regista One9 (già dietro la macchina da presa per Nas) trasforma l’infanzia tra le strade dure degli anni ’90 in un tributo crudo e lirico a una città che distrugge e resuscita. Dopo la proiezione, lei sale sul palco. E basta questo.
Ma il cuore indie del festival batte altrove. Il 4 giugno a Spring Studios, Magdalena Bay presenta Imaginal Disk, un “companion film” del loro album eclettico, una narrazione visiva psichedelica che promette di far saltare gli schemi del music film. E poi, una performance acustica e una chiacchierata con Amanda Kramer. Roba da brividi per chi ama il pop che si fa liquido.
Lo stesso giorno, ma all’OKX Theater, Frampton mette a nudo l’uomo che perse tutto e si rialzò più volte, fino a un tour finale segnato da una diagnosi degenerativa. Non è un documentario sul rock. È un documentario sulla sopravvivenza. E sì, dopo la premiere ci sarà Peter Frampton in persona. Portate le chitarre immaginarie.
Il 12 giugno, sempre all’OKX, Mumford & Sons: The House Band si prende la scena con un concert movie che ha il sapore di un viaggio in treno tra amici. Ospiti: Noah Kahan, Darius Rucker, Lainey Wilson, Maggie Rogers. Poi, un’acustica intima con la band. Una boccata d’aria fresca per chi temeva che il folk fosse morto.
Nel fitto programma spuntano gemme che profumano di culto assoluto:
Tribeca 2026 non è solo un festival. È una dichiarazione d’amore alla musica che si fa carne, alla polvere che diventa palcoscenico, ai corpi che si riprendono la scena. I pass sono già in vendita. Il full lineup è ancora un’ombra. Ma con questa roba qui, noi ci siamo già.
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Con la release di questo nuovo lavoro sulla nostra etichetta FreakHouse Records, la nostra redazione celebra una collaborazione che nasce tra le proprie mura. Un disco ‘in da house’ nel senso più profondo del termine: un progetto firmato da Luigi Ferrara e Marco Sica, entrambi collaboratori di lunga data di Freak Out Magazine, che insieme a Francesco Addati ci raccontano la loro personalissima ricerca sonora, stavolta non attraverso le righe di questa rivista, ma con le onde di un nuovo disco in uscita.
Il full-lenght ADDATI – FERRARA – SICA è una convergenza magnetica tra l’avanguardia e l’oscurità, dove ogni nota sembra l’ultima vibrazione di un mondo che svanisce. Un viaggio sonoro che si muove nelle zone d’ombra della percezione.
Questo lavoro rappresenta un’intersezione tra la tradizione ambient obscure e la ricerca timbrica del jazz contemporaneo, filtrata attraverso una lente minimalista. Non è solo musica, ma una cartografia sonora di paesaggi interiori e architetture dimenticate.
L’uso di fiati, samples e corde non segue strutture canoniche, ma emerge come n’improvvisazione spettrale, un dialogo tra strumenti che sembrano fluttuare nel vuoto. In un’epoca di saturazione digitale, questo album sceglie la via della sottrazione. È un manifesto di resistenza sonora che invita a riscoprire il piacere dell’ascolto lento, consapevole e, soprattutto, profondo.
L’artwork è un’illustrazione disegnata a mano dall’artista visivo conosciuto come The Analog Dimension.
L’uscita ufficiale è prevista per il 15 maggio, inizialmente su piattaforme digitali e successivamente su supporto in vinile.Questa produzione esce in collaborazione con i nostri partner e amici KĀLA JUNGLE e Rockalvi Festival.
ADDATI / FERRARA / SICA – Tracklist:
Side A (16:47)
Side B (16:44)
Full Version (35:33)
Francesco Addati – Sax, Flauto
Luigi Ferrara – Electronics & Cosmic Devices
Marco Sica – Synth Modulari, Biarnel Oligarch, NS/Stick, Basso
Missato da Luigi Ferrara
Masterizzato da Giovanni Roma
Grafiche e Cover di The Analog Dimension
Prodotto da Addati-Ferrara-Sica
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Scontroso, ostinato, orgogliosamente snob. Caratteristiche che in chiunque altro risulterebbero respingenti, ma che in Joe Jackson diventano il carburante per un talento cristallino. Alla soglia dei 72 anni, l’artista di Burton upon Trent siede stabilmente in quell’olimpo di songwriting frequentato da giganti come Costello, Byrne, Ferry, Sting, Hitchcock e Parker.
Proprio come loro, nel decennio dei settanta viene travolto dal vento del punk per poi dribblare negli anni attraverso vari generi, diventando sempre più elegante e raffinato senza mai perdere l’originalità e il taglio pungente. Passando per reggae, swing, pop, new wave e jazz, in questi ultimi anni ha fatto qualche passo indietro musicalmente, ritornando al periodo d’oro degli ottanta. La dimostrazione limpida di questo “mestiere” è il suo 24esimo album, Hope and Fury.
Nove canzoni che passano in rassegna l’enorme bagaglio musicale di un Jackson che pare fregarsene di ciò che lo circonda, dimostrando di essere ancora sul pezzo con una voce che non cede di un niente. L’apertura è affidata al pop d’alta scuola di Welcome To Burning-by-Sea e i suoi rimandi allo stile anni ’80, per poi proseguire con I’m Not Sorry, dove l’ombra degli Steely Dan si allunga su un arrangiamento perfetto. È un piacere ritrovare la sua voce in grande forma in Made God Laugh, un pezzo che pare uscito da Body and Soul e che ti spinge a rialzarti perché nella vita, prima o poi, si cade.
Come strappata al bellissimo Beat Crazy arriva la spumeggiante Do Do Do, che avrebbe potuto tranquillamente appartenere al repertorio di Costello, seguita da Fabulous People, tra le più ispirate del disco. Sul finale c’è tempo per After All This Time, con quella affascinante ritmica vagamente jazzy che ricorda i momenti più riflessivi di Blaze of Glory.
È poi il momento di sfoggiare la chitarra: qui Jackson dimostra di essere andato oltre il concetto di pop, elaborando al piano — insieme ai fidi collaboratori Graham Maby, Teddy Kumpel, Doug Yowell e Paulo Stagnaro — melodie che sono vere opere architettoniche, come testimonia la poetica The Face. Incredibile il lavoro di Stagnaro nella successiva End Of The Pier, a mio avviso la canzone da “cerchiolino rosso” dell’album, che si chiude poi con la teatrale e malinconica See You In September.
In definitiva, non siamo di fronte a Look Sharp!, Night And Day o al più recente Fast Forward, ma rimane un album dignitoso che ci riconsegna un artista in ottima forma. Joe Jackson non ha più nulla da dimostrare, eppure continua a parlare perché ha ancora qualcosa da dire. In un’epoca di rumore di fondo, il suo “garbato cinismo” e la sua impeccabile scrittura sono una risorsa preziosa. Un ritorno in forma per un artista che non ha mai smesso di essere se stesso e non è roba da poco per uno che ci ha regalato almeno cinque capolavori da isola deserta.
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Ci sono progetti che sfidano il tempo, e poi c’è Nirosta Steel, il lungo viaggio in songwriting di Steven Hall. Dopo quasi quattro decenni passati a riordinare il suo archivio personale, Hall tira fuori un doppio album che sembra una capsula del tempo impazzita: si intitola My Skyscraper e arriva a circa 40 anni dal primo, caotico inizio della raccolta.
Cosa lo rende speciale? Basta fare due nomi: Arthur Russell e Allen Ginsberg. Fu proprio il poeta della Beat Generation a presentare Hall al violoncellista e compositore geniale nel crogiolo della New York a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Da lì nacque una collaborazione intensa, durata fino alla morte di Russell nel 1992, le cui tracce emergono ora in pieno splendore.
My Skyscraper contiene infatti diversi inediti scritti a quattro mani con Russell, più altri brani che ne ospitano il tocco inconfondibile al violoncello. Non è la prima volta che Hall pesca dal Russell postumo: lo avevamo già sentito nei cori di “A Little Lost” e “My Tiger, My Timing”, e la raccolta Love Is Overtaking Me del 2008 attingeva a palate da un album collaborativo tra i due finito nel dimenticatoio.
Ma come descrivere il suono di questo nuovo lavoro? La stampa lo definisce senza mezzi termini: “queer love songs, nightlife hallucinations and post-rave comedowns”. Canzoni d’amore queer, allucinazioni da vita notturna e sbornie post-rave. Un manifesto.
Formalmente, My Skyscraper è un doppio LP che gioca con le versioni: ogni brano si moltiplica, oscillando tra arrangiamenti folk e mix dance, in un costante rincorrersi tra intimità acustica e pista da ballo. Il tutto è curato da ULYSSA, la label già attenta dietro la compilation Contrahouse e le riedizioni di Julie Ragbeer e Sam Gendel.
L’annuncio è accompagnato da due antipasti che già spiazzano. Da un lato “BOSS TRIX (BENNY’S SONG)” , un tributo downtempo-disco a un ex fidanzato. Dall’altro la B-side “YHEMA” , un pezzo folk in versione dub che spinge il falsetto di Hall fino al punto di rottura.
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