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La religione Pixies si arricchisce di una nuova, attesissima reliquia. Fra polverose bobine analogiche e scatti d’archivio rimasti chiusi nei cassetti per decenni, la band di Black Francis annuncia una riedizione corposa e definitiva di “Complete B-Sides 1988-97”, la compilation che già nel 2001 raccoglieva i frammenti più eccentrici, distorti e malinconici delle loro prime due vite.
L’appuntamento è per il 26 giugno 2026 via 4AD, e la notizia che farà tremare i collezionisti è una sola: per la prima volta, questa miniera di inediti su singolo e facciate nascoste approda in vinile. E non in una versione qualsiasi: chi è sveglio potrà accaparrarsi la variante “seaweed green” (verde alghe), esclusiva per noi del settore.
Cosa contiene esattamente questo scrigno? Oltre ai classici oscuri come “Manta Ray”, “Wave of Mutilation (UK Surf)”, “Bailey’s Walk” e la celeberrima cover di “In Heaven (Lady in the Radiator Song)” colonna sonora del Lynchiano Eraserhead, il reissue aggiunge sei tracce bonus dal vivo – un vero e proprio set clandestino dell’epoca d’oro.
Ma il dettaglio che fa la differenza è il lavoro di restauro: tutti i brani sono stati rimasterizzati dai nastri analogici originali, con quel calore e quella dinamica che i Pixies non hanno mai tradito. A impreziosire il tutto, una nuova veste grafica firmata dal designer Chris Bigg (v23), che ha riesumato foto di Simon Larbalestier – lo storico fotografo dei primissimi artwork – scartate all’epoca proprio dalla band. Uno sguardo su un futuro che non fu, diventato oggi copertina.
E siccome i Pixies non sono mai stati una band da poltrona, ecco che il ritorno in scena è già tracciato. Dopo le date nordamericane di settembre (con il passaggio al Sea.Hear.Now Festival il 20 settembre), arriva un tour europeo di 26 tappe che toccherà le capitali del culto: Londra, Madrid, Parigi, Berlino.
E per i fan italiani, segnatevi questa data col sangue: 14 luglio 2026 – Milano – Parco della Musica di Milano
Ad aprire le danze, i britannici The Pale White, giovane promessa del rock nervoso e garage.
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Ci sono dischi che ti prendono per mano e ti accompagnano dentro il loro mondo; e poi ci sono dischi che aprono la porta di colpo, ti spingono in una stanza già in movimento e ti chiedono di tenere il passo. L’esordio omonimo degli Station Model Violence appartiene alla seconda specie: una macchina a moto perpetuo costruita su pulsazioni motorik, chitarre in loop che scintillano e graffiano, innesti di sassofono e improvvise apparizioni di pianoforte, il tutto tenuto insieme da una voce asciutta, quasi monotona, che non cerca mai la teatralità ma inchioda il senso delle canzoni al pavimento.
Dietro questa compattezza c’è una storia di migrazioni, stasi forzate e nuove urgenze. Daniel “DX” Stewart (Total Control, UV Race) si sposta a Sydney dopo i lunghi anni di lockdown e, invece di ripartire da un progetto solista, mette in piedi un gruppo vero: Buz Clatworthy e Alan Gojak (R.M.F.C.), Micky Grossman e Michael Hassett (Den), più Nick Kuceli (Gaud) al sax. Il materiale nasce da tre vene che finiscono per intrecciarsi: demo che non trovavano spazio altrove, canzoni rimaste sospese in una band “non nata” (KX Aminal) e brani scritti collettivamente dalla formazione definitiva. È un album che suona, coerentemente, come un ricominciare senza cancellare nulla: somma e sintesi di vite spese nel punk australiano, ma con una fame di forma e di dettaglio che guarda oltre la semplice urgenza.
Il loro lessico è quello del post-punk, ma parlato con una grammatica aggiornata. La dodici corde di “Learn to Hate” evoca per un attimo la luce obliqua della new wave più melodica (e inevitabilmente il fantasma di certo jangle alla Joy Division), salvo poi rivelare una minaccia sottopelle: la ripetizione non è un vezzo, è un’arma. Le chitarre si inseguono come in un duello controllato, tra il clangore nervoso dei Wire e la disciplina ritmica dei Gang of Four, mentre il feedback assume il ruolo di paesaggio — a tratti con quell’eleganza “Eno/Fripp” capace di trasformare un riff in atmosfera. E sotto, costante, scorre la benzina kraut: non tanto citazione quanto metodo, un modo di pensare la tensione come trance, la corsa in avanti come stato mentale.
Non sorprende allora che il manifesto si chiami “Heat”. Nella versione album dura oltre otto minuti e funziona come un monolite con una propria gravità: parte da un groove serrato, accumula strati, lascia che il sax strisci tra le pieghe e che la chitarra apra fenditure sempre più larghe, senza mai concedere un’esplosione risolutiva. È un pezzo che ti costringe a ricalibrare l’attenzione: se cerchi la gratificazione istantanea, “Heat” ti lascia fuori; se accetti la logica della progressione, diventa un evento, un viaggio a densità crescente in cui la band dimostra quanto sia possibile essere epici senza gonfiare i muscoli.
Intorno a quel centro, la scaletta gioca di contrasti e di false sicurezze. “Leisure” è forse la canzone più “contagiosa”, ma proprio per questo la più inquietante: doppio tintinnio di Rickenbacker, synth che offusca l’aria, immagini in cortocircuito (“svago totale / guerra totale”) cantate senza alzare la voce. “Drip Away” è una palla di cannone: death-rock in accelerazione, punk ridotto all’osso e poi riacceso, come un allarme che non smette di lampeggiare. Quando l’album sembra sul punto di scivolare fuori dai confini in “Two Eyes For An Eye” — deviazione che sfida i generi con una sicurezza quasi giocosa — “Crepe Throne” lo riporta al cuore: compatta, costante, con una muscolatura appena accennata che rimette a fuoco l’etica della band.
Il punto forte, però, è la sensazione di controllo dentro la complessità. Il sax non è un ornamento “arty”: entra quando serve a cambiare la temperatura del brano, a renderlo più carnale o più sinistro. Il pianoforte compare come un oggetto estraneo che improvvisamente risulta inevitabile (in “Cliffs”, ad esempio, apre una prospettiva più ampia, quasi da ballata deformata). Le parti di chitarra si ripetono abbastanza a lungo da diventare ipnotiche, ma ogni ripetizione sposta qualcosa — una sfumatura armonica, un accento ritmico, un feedback che si allarga — come se la band stesse regolando lentamente le manopole fino al punto esatto. Succedono molte cose, eppure nulla diventa confuso: è tensione che si organizza, non caos che deborda.
Anche i testi lavorano per accumulo e attrito: ansia da sorveglianza, trame della vita moderna, immagini di degrado e di futuro prossimo (l’apocalisse a guida IA di “Drip Away”, la claustrofobia “mould music” di “Immolation”), fino a una morale che non suona mai come slogan. DX canta “impara a odiare alla luce del giorno” come si enuncia una regola di sopravvivenza: senza enfasi, senza catarsi, con una frustrazione controllata che rende più credibile ogni parola. È una scelta cruciale: se la voce avesse cercato l’isteria, l’album sarebbe diventato un esercizio di stile; così, invece, resta umano dentro la meccanica.
Gran parte del merito va anche alla produzione: le registrazioni tra Melbourne e Sydney e il mix di Mikey Young (figura chiave dell’underground australiano) riescono a far convivere densità e leggibilità. È davvero una “bestia densa”, ma non una muraglia indistinta: senti il metallo delle corde, l’aria attorno ai tamburi, la grana del sax, e soprattutto percepisci come la band giochi con lo spazio, lasciando che certi riff restino sospesi “in un angolo dell’orecchio” anche quando la canzone si è già spostata altrove.
Il finale, “Falling Down”, chiarisce cosa rende speciale questo disco: la band può permettersi un’accelerazione punk distorta e insieme tornare a quelle spirali di chitarre che si avvolgono l’una sull’altra come coreografia, con un’energia cinetica che non chiede di essere “compresa” ma solo seguita. È uno di quegli album che restano vicino al giradischi per settimane: ogni ascolto fa emergere un dettaglio, un incastro ritmico, una linea che prima sembrava semplice e poi si rivela ossessiva, studiata, inevitabile. In un’epoca in cui il post-punk rischia spesso di vivere di tropi consumati, gli Station Model Violence non lo “rilanciano” con un colpo di teatro: scavano canali nuovi dentro solchi vecchi, e la corrente torna a scorrere. Forte, tesa, stranamente luminosa.
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Station Model Violence by Station Model Violence
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C’è un posto dove il death metal diventa cosmogonia, i riff si piegano al tempo e lo spazio, e un album ti risucchia dentro per mesi. Quell’album si chiama Absolute Elsewhere, l’ultima creatura dei Blood Incantation, e il viaggio per metterlo al mondo è stato talmente epico da meritare un film. Anzi, un rito collettivo.
Il 20 maggio, per una sola notte, i maghi del death psichedelico di Denver si alleano con i templi del cinema alternativo Alamo Drafthouse per proiettare All Gates Open: In Search of Absolute Elsewhere, documentario che scava nelle viscere della creazione del disco che Heavy Consequence ha incoronato come miglior album metal del 2024.
Ma non sarà un semplice “dietro le quinte”. Il film è costruito come un’esperienza sensoriale totale: la colonna sonora è un tappeto ambient partorito dalla band stessa, e il pre-show da 20 minuti include il videoclip di “The Stargate” – uno dei due mastodontici brani dell’album. Roba da perdersi in una galassia di feedback e sintetizzatori.
I Blood Incantation, da veri maniaci del controllo creativo, hanno voluto spiegare a loro modo perché questa proiezione è necessaria:
“La creazione di Absolute Elsewhere è stato un processo monumentale – anni di lavoro, decine di persone – e vederlo continuare a espandersi ci riempie di umiltà. Siamo fanatici dei music documentary, quindi sapevamo che per raccontare tutto questo serviva uno sforzo titanico. Nell’estate del 2023 a Berlino, avere la troupe con noi durante le sessioni è stato un piacere puro. Hanno catturato prove, pre-produzione, collaborazioni con i nostri idoli musicali e le filosofie più intime dietro i suoni. All’inizio avevamo paura di ‘seppellire’ il doc nell’edizione deluxe 4 dischi, ma ora finalmente lo portiamo dove merita: al cinema. Con la colonna sonora su doppio LP e CD, e il film su Blu-Ray. Grazie ad Alamo Drafthouse per aver reso possibile questo evento.”
E già che ci siete, preparate il portafoglio: ci saranno magliette esclusive disegnate per l’occasione e una tiratura limitatissima del doppio vinile All Gates Open (Original Motion Picture Soundtrack) in “gold black ice”, comprensivo di Blu-Ray. Un pezzo da collezione per chi vuole portarsi a casa un frammento di quel buco nero creativo.
Chaya Rosenthal di Alamo Drafthouse commenta con entusiasmo:
“Siamo elettrizzati di portare qualcosa di veramente cosmico nei nostri cinema. Non capita tutti i giorni di sperimentare un’odissea death metal che ti espande la mente stando comodamente seduto in poltrona.”
Non è la prima volta che Alamo Drafthouse si lancia in partnership del genere: quest’anno hanno già ospitato i Gorillaz col loro The Mountain, The Moon Cave and the Sad God e i NOFX con 40 Years of Fucking Up. Ma il viaggio dei Blood Incantation promette di essere il più lisergico e pesante di tutti.
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Dopo un decennio di silenzio discografico, gli Anthrax rompono l’attesa. Il nuovo album si intitola “Cursum Perficio” e uscirà il 18 settembre su Nuclear Blast. Il primo estratto è la traccia “It’s For The Kids“.
“Cursum Perficio” – dal latino “Completo il mio viaggio” – è la frase incisa sull’ingresso dell’ultima dimora di Marilyn Monroe. Per la band, però, non è un presagio funesto, ma un inno alla resilienza: il viaggio continua, sempre.
Registrazioni e mix sono stati fatti in parte al mitico Studio 606 di Dave Grohl (Foo Fighters). Dietro al banco di controllo c’è Jay Ruston, già produttore di “Worship Music” e “For All Kings” ed è descritto come “una lettera d’amore ai fan”: dritto, thrash, senza sconti.
Charlie Benante promette un album senza compromessi: “Ogni traccia regge sulle proprie gambe”.
L’estetica del disco è firmata da Mark Stutzman (collaboratore di David Blaine), con atmosfere dark tra Houdini e visioni psichedeliche.
Gli Anthrax presenteranno il nuovo album live il 14 giugno al Ferrara Summer Festival mentre a settembre 2026 saranno in tour in Nord America di supporto, insieme ai Megadeth, degli Iron Maiden.
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Ecco la tracklist:
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S’intitola “311“, come la band, il terzo album in studio della band del Nebraska. I 311 che nel giugno del 1995 lo pubblicarono per la Capricorn Records. Nell’album c’erano singoli di enorme successo in America: “Don’t Stay Home“, “All Mixed Up“, e “Down“,quest’ultimo certificato singolo di platino (quando questi premi erano reali!) con oltre tre milioni di copie vendite.
Sono passati trent’anni, ma Nick Hexum, Chad Sexton, Tim Mahoney, Doug “SA” Martinez e SA Martinez ricordano ancora quell’attimo in cui tutto cambiò. “Era il ’95, i 311 erano rintanati da qualche parte su Mulholland Drive, con vista sull’Hollywood Bowl, appena scesi da un tour infinito. Il motto era “tour ‘til gold” – arrangiati fino al disco d’oro – ma l’oro non era ancora arrivato. In compenso, erano arrivati i chili di gavetta: venti date di fila senza riposo, corpi messi a dura prova, feste fino all’alba. Poi, finalmente, il rientro a L.A. per scrivere nuove canzoni.”
Hexum aveva in mente un riff distorto, cattivo, modellato su un preset del suo rack chitarristico che chiamava affettuosamente “Alice” – perché ricreava quel suono “wah” di Man in the Box degli Alice In Chains. Ma c’era anche Helmet, tanto hip-hop West Coast (Souls of Mischief, Pharcyde) e un’idea bizzarra di ritornello dancehall che SA Martinez non ha mai capito fino in fondo.
Nacque il brano “Down”: “Ci rivolgemmo al nostro spacciatore di fiducia”, racconta Hexum senza peli sulla lingua. “Gli ho chiesto: ‘Preferisci il riff con l’effetto acceso o spento?’. E lui: ‘Lascialo acceso’.” Quella conferma informale, quasi surreale, sigillò il destino del brano.
Nonostante le insistenze dell’etichetta – che avrebbe voluto qualcosa di più melodico come “Don’t Stay Home” o “All Mixed Up” – la band premette: “Down, deve essere ‘Down‘”. Alla fine, come terzo singolo, glielo concessero. MTV lo fece diventare un “Buzz Clip”, in rotazione ogni ora. E il resto è storia: numero uno nella Alternative Airplay, disco di platino, l’album triplo platino in due anni. E una seconda vita per “All Mixed Up”, rilanciata con un video e andata persino meglio della prima volta.
Il video – girato a Downtown L.A. da Josh Taft, con un budget faraonico di 50mila dollari – non usava CGI. Per la scena della meditazione, un vero Buddha hawaiano dipinto d’argento veniva sollevato con cavi rimossi in post-produzione. I 311 indossavano giacche silver trapuntate (una delle quali Hexum ha ritrovato anni dopo in un container, in una busta di plastica dall’odore inquietante, ora esposta nel museo allestito per il 311 Day di Las Vegas).
L’approdo al David Letterman Show fu la ciliegina. “Mentre Dave ci presentava, diceva: ‘Questa è la numero uno del paese. In città non va fortissima, ma questi ragazzi vengono dal Nebraska‘”, ricorda Hexum. Rifiutarono di suonare con Paul Shaffer: “Noi rockiamo e basta.”
Oggi, a trent’anni di distanza, i 311 sono più di una band: sono un’istituzione. Tra musei, crociere caraibiche (la nona edizione è già in programma) e un pubblico che si è allargato dai teenager incollati a MTV ai veterani con i testi stampati in mente. Il segreto della longevità? Hexum lo spiega così: “Rispettare la democrazia. A volte non ottieni quello che vuoi, vieni messo in minoranza. Ma tieni viva un’attitudine grata. Siamo migliori insieme che separati.” SA Martinez aggiunge: “Le umili origini di Omaha. Da lì non avevamo modelli rock. Non diamo mai nulla per scontato.”
Nel ritornello di “Down”, c’è già tutto: un ringraziamento ai fan, ai compagni di viaggio, persino a quel pusher sulla Mulholland Drive che, con un semplice “lascialo acceso”, aiutò la storia a prendere la piega giusta.
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