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C’è un universo, là fuori, che gira attorno a un basso fretless suonato da qualcuno che sembra uscito da un circo psych-rock degli anni ‘70. E quel qualcuno è Les Claypool, che sta per scatenare l’ira funky degli dei del groove con il tour “Claypool Gold”. Sul palco, insieme ai suoi Primus, ci saranno anche gli psico-spaziali The Claypool Lennon Delirium e la leggendaria Fearless Flying Frog Brigade. Roba da brividi suonati con le dita.
Ma Claypool non è tipo da annunciare solo un tour. No. Lui ti tira fuori dal cilindro un EP. Si chiama “A Handful of Nuggs” – già disponibile in streaming – e arriverà in vinile il 22 luglio. Dentro, chicche rare: un’inedita title track dal futuro decimo album dei Primus (ancora senza nome, ma già si vocifera di un certo brano intitolato “The Ol’ Grizz”), una cover del “Holy Diver” di Dio cantata con l’incredibile Puddles Pity Party (il clown triste dalla voce d’oro), il delirante “Little Lord Fentanyl” del 2025 con Maynard James Keenan, e una versione live di “Duchess (and the Proverbial Mind Spread)” registrata al TD Pavilion di Philadelphia.
E noi di Freakout ci mettiamo del nostro: due varianti esclusive in vinile – “gold splatter” e “black & gold blend” – limitate a 500 copie ciascuna, disponibili per il pre-order nel nostro shop. Sì, proprio quelle che vuoi.
Nel frattempo, Claypool ha voluto elogiare pubblicamente gli Angine de Poitrine, una band math-rock microtonale canadese con tanto di pois e attitudine da incubo. A Bass Magazine ha dichiarato: “I Primus sono un gusto acquisito. Negli ultimi tempi, 40 persone mi hanno mandato sti ragazzi pensando fossero una sorta di derivazione dei Primus. Io lì ho pensato: geniale! Il mondo si sta finalmente adeguando alla roba che piace a me.”
Insomma, tra EP imperdibili, polpette sonore e un tour che sa di follia controllata, Claypool si conferma il grande burattinaio del groove alieno. Qui sotto tutte le date del tour, e sopra – se hai un giradischi e un cuore che batte in 7/8 – il link per lo streaming e per quell’esclusiva su vinile che non sai ancora di volere.
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Lo storico Anfiteatro romano di Pompei (Pompeii per dirla alla latina), il 2 luglio 2026, ospiterà, nell’ambito della terza edizione di B.O.P. – Beats of Pompeii, il concerto dei Beat di Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey. INFO https://www.instagram.com/beats_of_pompeii/ Per la biglietteria clicca qui .
Il progetto “Beat” nasce dalla volontà di riproporre dal vivo il repertorio anni Ottanta dei King Crimson (a cui presero parte gli stessi Belew e Levin, con Robert Fripp alla chitarra oggi sostituito da Steve Vai e con Bill Bruford alla batteria oggi sostituito da Danny Carey); repertorio incentrato sui brani contenuti in “Discipline” (del 1981), “Beat” (del 1982) e “Three of a Perfect Pair” (del 1984).
All’alba dell’uscita di “Neon Heat Disease LIVE in Los Angeles 2024”, disco che, come suggerisce il titolo, riporta appunto registrazioni dal vivo dei Beat, si era fatta una recensione del live con specifico approfondimento (a cui si rimanda).
Ed ancora, in occasione dello speciale “La ‘frammentazione e reinvenzione’ dei King Crimson. Una retrospettiva per uno dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi” e della recensione di “Sheltering Skies”, si era avuto modo di elogiare non solo la musica dei King Crimson degli anni Ottanta (affermando che “Discipline” aveva codificato un nuovo linguaggio musicale, assorbendo gli umori degli anni ottanta, riscrivendoli in una chiave unica), ma anche le loro peculiari capacità performative dal vivo di quegli anni, definendoli: “la perfetta macchina live” (per economicità di scrittura si rimanda a entrambi gli articoli).
– L’intervista
Ebbene, in previsione del concerto del 2 luglio, e del più ampio tour che i Beat terranno in Italia abbiamo partecipato all’intervista collettiva a cui hanno preso parte dei Beat Adrian Belew, Tony Levin e Steve Vai.
Preme evidenziare l’estrema disponibilità, cordialità e simpatia dei tre Beat intervenuti, che non si sono limitati solo a rispondere alle domande loro poste nei limiti delle stesse, ma hanno dialogato con i presenti in modo colloquiale e “aperto”.
Per restare in tema con la nostra trattazione, e con il concerto del 2 luglio, va subito detto che non poteva non emergere dall’intervista la particolare “suggestione” che accompagna l’esperienza live in Italia, con i suoi siti di interesse storico e archeologico come, appunto, l’Anfiteatro di Pompei.
Attestata la passione e dichiarato l’affiatamento dei musicisti coinvolti nel progetto Beat, è stata “certificata” l’indiscussa attualità, anche a 40 anni di distanza, della musica proposta, ancora oggi fortemente amata dal pubblico.
Di pregio è stato, poi, il riferimento alla frase detta da Miles Davis di non suonare ciò che c’è, ma di suonare ciò che non c’è… di suonare in sostanza le note che non ci sono; dalle dichiarazioni rese è emerso che tale principio è calzante anche per la musica dei King Crimson degli anni Ottanta che (sebbene sia in parte fortemente schematizzata – considerazione questa personale) lascia margini di improvvisazione, forte di una ricerca e di un “nuovo” che non si rigenera solo nelle “note” ma anche nel “suono”: i Beat suonano nel rispetto dei brani originali, ma in modo personale.
Interessante è poi il parallelismo, nelle parole di Steve Vai, tra la musica dei King Crimson (nello specifico la chitarra di Robert Fripp) e quella di Frank Zappa (ricordiamo che Vai ha suonato e collaborato con Zappa); Vai, oltre ad elogiare entrambi i musicisti, ha descritto da una parte come “unica” la tecnica di Fripp mentre dall’altra ha sottolineato come l’approccio di Zappa fosse da compositore, circostanza questa che inevitabilmente si riverberava anche nelle esecuzioni delle parti di chitarra stessa, in ragione di una scrittura non necessariamente “pensata” e nata specificatamente sulla chitarra.
Steve Vai ha poi avuto modo di chiarire come abbia sì suonato le parti di chitarra di Fripp, ma che lo abbia comunque fatto secondo anche il suo stile, scelta che lo stesso Fripp ha condiviso; non è mancato ovviamente l’apprezzamento di Vai per come Fripp e Belew abbiano costruito assieme le loro partiture di chitarra.
Adrian Belew ha, invece, chiarito il perché dell’ordine dato ai brani in scaletta, spiegando che nella prima parte del concerto ha preferito lasciare spazio a brani meno suonati dal vivo in passato, sopratutto quelli contenuti in “Three of a Perfect Pair”.
Allo stesso modo Belew ha spiegato che la scelta di aver incluso in scaletta anche “Red” (brano del 1974, e quindi non rientrante nel repertorio in studio dei King Crimson degli anni Ottanta), nasce dal fatto che dei pezzi del “passato”, “Red” e “Larks’ Tongues in Aspic, Part Two” erano composizioni che erano soliti suonare dal vivo anche negli anni Ottanta; tra le due, la scelta è ricaduta su “Red”.
Belew ha anche raccontato come sia stato Fripp a suggerire il nome Beat, quando Belew gli annunciò di aver messo su il gruppo.
Alla domanda se i Beat abbiano in animo la pubblicazione di materiale “inedito”, la risposta è stata che la produzione di nuova musica richiede tempo e “prove”, così come lo fu anche per i King Crimson, e che allo stato i Beat sono concentrati sui live; personalmente, da appassionato e da fan dei quattro musicisti, non posso che auspicare che Belew, Levin, Vai e Carey riescano a trovare ispirazione, “spazio” e “tempo” per regalarci un disco di nuova musica a loro firma.
Tony Levin ha, intanto, anticipato che darà alle stampe un libro di foto scattate da lui (è nota la passione di Levin per la fotografia) dei Beat in tour.
Al di là dei tanti interessanti spunti strettamente musicali, l’emozione più grande che (mi) ha trasmesso questa intervista è stato il profondo lato umano e la grande semplicità con cui Belew, Levin e Vai si sono rapportati e di come abbiano saputo far emergere anche aneddoti e fatti legati prima al loro essere “persone” che musicisti.
Ora non resta che attendere di assistere dal vivo al loro concerto.
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Salutata dalle migliori riviste americane di settore come la nuova stella nascente del folk americano, Haylie Davis giunge al suo album di debutto per etichetta Fire Records con una lunga esperienza di song writing davvero itinerante e raminga come dice il titolo del suo disco, Wandering Star, con quattro stelle dalla rivista Shindig, salutato nella sua recensione come “una delle apparizioni più luminose della California di oggi”.
Haylie Davis è nata come Hallie Davis Hostetter in una piccola città agricola vicino San Francisco, ma la sua non è tanto musica da West Coast quanto musica da deserti e vallate interne americane, quelle che hanno fatto la storia del country e del folk, nella scia del cantautorato al femminile di Carole King, Joni Mitchell, e, per la tradizione britannica, Joan Armatrading.
“Ho lasciato casa e tutto quel che sapevo per seguire i miei sogni. E’ stata la cosa più sfidante che abbia mai fatto, ma anche la più importante”. In questa sua dichiarazione non c’è solo la sua biografia personale e musicale, ma anche la trama del disco, come il titolo richiama.
Davies ha trovato la sua casa musicale nella West Coast, accolta dai produttori Sam Burton e Alex Amen, che troviamo in quasi tutte le canzoni del disco a suonare la chitarra acustica, o la armonica, o comunque nella produzione. Di loro e del contributo che hanno dato al suo debutto la giovane Haylie ha detto: “Sono così grata alle persone che hanno creduto in me su questo progetto. Senza di loro sarebbe stato impossibile. Questo album ha dietro un grande sforzo di gruppo. Queste persone sono davvero il tessuto della storia che mi ha portato ad essere l’artista che sono oggi”.
La storia di questo disco d’esordio è anche la storia di questa ragazza che si è formata ascoltando la mamma cantare le canzoni country alla radio Froggy 92.9, ma che per realizzare il suo sogno ha dovuto lasciare la scuola a 19 anni e lavorare in giro per ristoranti e bar, facendo ogni tanto qualche show nei club, registrando i demo di quel che è ora Wandering Star qua e là dove poteva, finché appunto Burton e Amen non l’hanno portata in sala di incisione presso la Fire Records, non mancando di offrirle collaborazioni e partecipazioni, con la sua bellissima voce, nei loro dischi, Dear Departed di Sam Burton, Hiding in Plain Sight di Drugdealer, e California Blues di Alex Amen, dove la loro pupilla si è esercitata per le infinite sfumature di voce che ascoltiamo nel suo debutto.
Wondering Star è appunto la storia autobiografica di questa vita di Haylie, con tutte le vittorie (Golden Age), le sconfitte (I was wrong), la gente incontrata (il Country Boy ad esempio della prima bellissima traccia), i posti in cui è stata (Lily of the Valley).
Non c’è solo country folk in questo disco, anche se banjo, chitarra acustica, armoniche, senza dubbio prevalgono, come per esempio in Young Man o Lily of the valley, che sono qui a mostrare la più classica delle inclinazioni country di questo disco: ma I Was Wrong è una dolce ballata pop, Born to Be Blue è un meraviglioso andazzo soul, Give me a Rainbow è un soft rock alla Eddie Brickell,
Horns of Time è un piccolo capolavoro folk, mentre la title track Wondering Star torna allo spiritual e al soul, rendendo il piano protagonista dell’accompagnamento vocale, mentre Mourning Dove chiude nel modo più classico e tipico, con una ballata tutta acustica, un album che vuole essere senza tempo, e senza confini precisi.
Il disco è vestito tutto di una grande devozione per il folk americano anni ’70: questo è il suo massimo pregio, ma anche un possibile difetto, nella misura in cui non c’è alcun cenno di innovazione o ibridazione del genere. I puristi lo apprezzeranno tantissimo, ma anche coloro che sono in cerca di talenti non potranno non notare le doti canore, da pura sirena dolcissima, di una ragazza che si presenta invece con look aggressivo e agguerrito.
Di certo per la musica dei deserti americani, è nata una nuova stella che per definizione non poteva che essere girovaga e senza una casa precisa.
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Wandering Star by Haylie Davis
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A distanza di quindici anni – ok, quindici e spiccioli, ma chi li conta quando si parla di leggenda? – la band del New Jersey annuncia l’edizione deluxe di Danger Days: The True Lives of the Fabulous Killjoys, quell’album del 2010 che molti hanno sottovalutato e che il tempo ha trasformato in un cult post-apocalittico, glam e disperatamente libero.
L’uscita è prevista per il 10 luglio via Reprise, ma i veri fuorilegge sanno già che non potranno aspettare. Si potrà preordinare in tre formati da collezione: vinile “green sludge” (melma verde, ovviamente), cassetta “petrol blue” e CD. Niente compromessi, niente edizioni standard. Solo roba che i Killjoy avrebbero rubato da un convoglio della Better Living Industries.
Il vero tesoro, però, è nei nove brani aggiuntivi. Tutti mai apparsi prima su supporto fisico, e alcuni destinati a fare il loro debutto assoluto sulle piattaforme streaming. Dettaglio non da poco per una band che ha sempre visto nel supporto fisico un’estensione dell’immaginario.
Per aprire le danze, i MCR hanno già rilasciato la prima gemma: una versione live di “Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na)” registrata nel 2010 per BBC Radio 1. Sì, proprio quella. L’energia da studio londinese, i capelli di Gerard Way al vento immaginario, e quel senso di pericolo imminente che solo loro sanno regalare. Potete rivedere l’esecuzione qui sotto (e preparatevi a cantare ogni “na-na” come se foste in fuga su una Trans Am).
E già che l’agenda è calda, parliamo del resto. Il 2026 non è solo l’anno di Danger Days, ma anche la ripresa del monumentale The Black Parade Tour poi il tour europeo parte ufficialmente il 30 giugno da Liverpool (Anfield Stadium), fa tappa a Londra per tre serate, e il 15 luglio arriva in Italia: Firenze, Visarno Arena. Unico appuntamento nel nostro paese.
Dopo Madrid e qualche altra data, il tour si sposta negli USA il 9 agosto da New York (Citi Field), con l’apertura dei i Franz Ferdinand. Poi Detroit, Minneapolis, San Diego, e il gran finale a tema horror: 31 ottobre, Halloween, Los Angeles, Hollywood Bowl – ben cinque date conclusive.
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Sono passati sette anni da For the Cause, ma l’attesa sta per finire; ne aveva dato notizia lo scorso novembre. I leggendari veterani dell’NYHC, i Madball, tornano a fare sul serio con Not Your Kingdom, decimo album in carriera, in arrivo il 24 luglio su Nuclear Blast. E se pensavi di averli già inquadrati, ripensaci.
Il disco – prodotto e ingegnerizzato da Andrew Baylis, Aiden Thompson e Grady Saxman, con mix e mastering finali firmati Lee Rouse – è stato descritto da Freddy Cricien come “di gran lunga il Madball più vario, eclettico nel modo migliore”. Parole pronunciate durante un’intervista su Hardlore all’inizio del mese, che già facevano presagire un cambio di marcia.
E la prima avvisaglia si chiama “Rebel Kids”, primo singolo accompagnato da un video diretto da Dave Causa e dallo stesso Cricien. Il frontman racconta: “È stato il primo brano scritto per questo album, più o meno due anni fa. L’atteggiamento, l’atmosfera e il messaggio sono diventati il catalizzatore di tutto ciò che è venuto dopo. Amavamo il pezzo all’istante, ma non sapevo che sarebbe diventato il primo singolo. Diverse canzoni potevano uscire per prime, ma alla fine ‘Rebel Kids’ aveva più senso, musicalmente e liricamente”.
Not Your Kingdom arriverà il 24 luglio (c’è anche un’edizione in vinile “oxblood and sky blue split”, limitatissima a 200 copie) ma i Madball sono già pronti a macinare polvere sul palco. Il 22 maggio suonano al Brooklyn Monarch per la 2026 edizione del BNB Bowl, con date già fissate tra Messico, Europa e festival nordamericani.
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