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Il viaggio lunare di Peter Gabriel prosegue, tra ritmi dispari e pazienza da monaco. L’ultimo tassello di *i/o*, l’album che sta svelando canzone dopo canzone in sincronia con le fasi lunari, si intitola A Hard Lesson. E dietro questo titolo si nasconde la creatura più antica e ribelle del progetto.
Il pezzo, che Gabriel stesso definisce “strambo” (quirky), affonda le radici tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando il musicista si trovava in Senegal. Fu lì che si innamorò della musica locale, e in particolare della tensione generata dalle poliritmie, con il loro gioco di terzine e quartine. Da quel seme è nato un brano che per decenni è rimasto nel cassetto, rimaneggiato, ripreso, accarezzato e infine lasciato maturare.
“A volte le cose richiedono tempo – ammette Gabriel –. La maggior parte delle persone è molto più veloce, ma io non ho problemi a comprendere il mio processo. Alcune cose evolvono spontaneamente, altre restano nascoste in una scatola finché non arriva il loro momento di luce”.
A Hard Lesson è stata scritta da Peter Gabriel e prodotta insieme a Mike Elizondo. La prima versione diffusa è il Bright-Side Mix firmato da Mark ‘Spike’ Stent. Nel video che accompagna l’uscita, Gabriel spiega: “È un brano strano, lungo, ma è un viaggio. Parla del tentativo di trovare un posto, il proprio posto, come ci si inserisce nel mondo. Mi sono divertito a giocare con riferimenti all’R&B old school e al folk”.
E proprio in questi giorni cade il quarantesimo anniversario del quinto album in studio di Gabriel, So. Per l’occasione, l’artista ha rilasciato un nuovo mix in Dolby Atmos di Don’t Give Up, l’indimenticabile duetto con Kate Bush. A rimaneggiare il brano è stato Kevin Killen, lo stesso ingegnere del suono che curò il mix originale di So, questa volta al lavoro nei Real World Studios.
“È un incredibile onore e privilegio essere stato incaricato di lavorare su questa canzone iconica in formato immersivo – ha dichiarato Killen –. Peter ed io abbiamo discusso molto su come far risaltare il contrasto tra la freddezza della strofa e il calore dell’abbraccio di Kate. In questa versione, credo che quel contrasto sia più evidente che mai”.
Ascoltate A Hard Lesson e il nuovo mix di Don’t Give Up: due facce della stessa luna, una appena emersa dopo quarant’anni di attesa, l’altra che torna a brillare con nuova luce.
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Ci sono voluti tre anni di silenzio apparente, ma il sound dei Gilla Band sta per riecheggiare di nuovo sui palchi di mezzo mondo. La formazione di Dublino – composta da Dara Kiely, Alan Duggan Borges, Daniel Fox e Adam Faulkner – ha rotto l’attesa con il singolo “Giraffe”, accompagnato da un video animato firmato da Cuan Roche e Chanthila Phaophanit, visivamente irrequieto quanto la loro musica.
Dall’ultimo album Most Normal (2022) e dall’inedito sparsi “Sports Day” del 2023, la band aveva tenuto un profilo basso. Il nuovo brano Kiely lo racconta così: «La mia mente può essere un posto disperso e a volte solitario. Sentirsi non amati e fare fatica a dire cosa sto davvero pensando. Nell’outro della canzone accenno a una presa di coscienza: l’affetto verso di me esiste. Ma anche se lo apprezzo, faccio ancora fatica a crederci».
La notizia non si ferma al singolo: i Gilla Band hanno svelato un’estesa lista di date che li porterà in giro per il mondo fino al 2027. E l’Italia non è stata dimenticata.
La tappa italiana
Milano li attende il 2 giugno 2027 presso l’Arci Bellezza. Un appuntamento da segnare per chi ama il noise rock viscerale e sincero.
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L'articolo Gilla Band: il rumoroso ritorno dopo tre anni, nuovo singolo “Giraffe” e tour mondiale fino al 2027 con tappa a Milano. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
La notizia è di quelle ghiottissime: gli amatissimi e acclamati Ghinzu hanno lanciato il loro quarto album in studio, il primo dopo ben 17 anni, When Other Worlds Await, uscito per Play It Again Sam il 29 maggio 2026. L’album è stato presentato da due singoli, Forever, e Snow White.
In particolare l’uscita del secondo singolo, Snow White, è costruita su tre storie intrecciate. Il frontman John Descamps spiega: “La prima affronta la dipendenza dagli schermi dei computer e dai social media. La seconda storia la mette a confronto con la tossicodipendenza. E la terza si concentra su Biancaneve: vieni avvelenato da una mela e ti risvegli con l’amore. Ma si tratta più che altro di lampi, di immagini nella tua mente. Tutte e tre convivono all’interno della stessa canzone.”
Un brano che esalta la libertà creativa, incapace di essere definito in un unico stile, con quei cori provocatori in falsetto e una dinamica velocissima al fulmicotone. “L’indie rock, per definizione, implica la manipolazione dei riferimenti. E questo significa che puoi prendere il folk, puoi prendere il punk e puoi prendere l’elettronica, e tutto si unisce attraverso una sorta di libertà grezza. E penso che questa sia la musica che facciamo”.
Giustamente salutati agli inizi del 2000 come i nuovi Deus, anche per la comune origine belga, considerabili anche per certi versi come gli Interpol europei, i Ghinzu tornano dopo 17 anni e dopo aver venduto oltre 100.000 copie e condiviso i palchi con Muse, Placebo e Iggy & The Stooges. W.O.W.A. è il risultato di un lungo processo creativo che ha visto la band sviluppare quasi 90 brani (nelle sessioni registrate in Belgio ma anche nello studio ad Atlantic City, dall’altra parte dell’oceano, fino allo studio di Los Angeles Hillside Manor, dall’altra parte della costa USA) prima di arrivare alla tracklist definitiva, e segna un ritorno caratterizzato da una rinnovata urgenza espressiva, con un suono più complesso, potente ma strutturato, a volte quasi manieristico e sperimentale, frutto di una nuova maturità artistica, come dimostra in maniera spiazzante la title track, When Other Worlds Awaits, che regala un intro potente di chitarre, e dopo, curiosamente un coro di voci simil-artificiali, scandite da un basso inquietante e lobotomico. Una canzone vicina allo stile dei Muse di Drones, per capirci, una canzone che sembra provenire da un futuro distopico che incombe. Al quinto dei 7.44 minuti emozionanti e inquietanti, la canzone passa a un crescendo dettato dalla voce di Descamps, mai così evocativa. La canzone è certamente la più complessa e furiosamente espressivista del disco, anche forse la più lontana, per sonorità, a quelle che i Ghinzu producevano quando la band era composta da Sanderson Poe, Fabrice George, Kris Dane, che adesso sono sostituiti da Mika «Nagazaki» Hasson – al basso, chitarra, sintetizzatore – Greg Remy – chitarra, basso – Jean Montevideo – chitarra ritmica, sintetizzatore,cori – e Antoine Michel alla batteria.
Alle prime due spiazzanti, energiche, potentissime canzoni, le citatte W.O.W.A e Snow White, fa seguito Out of Control, dall’intro punk di chitarra e batteria marciante, che incarna lo spirito dell’album, fondendo energia e voglia di sperimentare. Altro pezzo che ricorda i Muse, ma molto più melodico e “tradizionale” degli altri due, Out of Control è una corsa dal sound epico dall’inizio alla fine: “l’idea era contestualizzare un rock che tira dall’inizio alla fine in qualcosa che provochi un po’ di più il pensiero. Ma è anche una canzone semplice, che parla al cuore”. Delle tre iniziali, è certamente quella meno futurista, quella che sarebbe destinata a singolo, se i Ghinzu volessero puntare solo a essere famosi, dato il suo ritmo e melodia decisamente irresistibili. Forse anche la più vicina alla discografia precedente.
Come altro singolo viene scelto invece Forever, un coro quasi mistico/ecclesiastico accompagnato infatti inizialmente dal solo organo, sul quale solo dopo si inserisce un riff semplicissimo di chitarra e il basso e la batteria a fare da versione ritmica. “Il nostro piano era di scivolare, creare canzoni evolutive che potessero cambiare da una settimana all’altra, scomparire e poi riapparire”: Forever è una delle canzoni del disco che rappresenta al meglio questa ambizione.
Morning Lights riprende ritmo e melodia di Out of Control, confezionando un altro ipotetico singolo del tipo di disco che i Ghinzu erano capaci di fare agli inizi del 2000.
“Volevamo raccogliere 10 tracce che rappresentassero davvero tutti questi anni di lavoro condensato. Avevamo tutti questi hard drives ovunque,” per cui il disco è stato un work in progress per molto tempo, con 90 idee sparse qua e là prima che i Ghinzu le compattassero in 10 canzoni.
Apologies a metà del disco è un’altra sorpresa spiazzante, qualcosa che va tra soul, blues, acid jazz, per la quale i Ghinzu rinunciano alle chitarre, cercando una sonorità quasi da anni ’50.
La seconda parte del disco è affidata anzitutto a It’s the Law, con potente ritorno dell’intera strumentazione e di tantissimi effetti di post-produzione, in pieno stile alt-rock. In questo pezzo, più che la new wave degli Interpol, sembra sentire la ultimissima versione della new wave capitanata dagli Editors. Segno che i Ghinzu, pur nell’incredibile silenzio di 17 anni, si sono tenuti aggiornati su tendenze ed evoluzioni del sottogenere da loro praticato e amato. Segue New Fool, la prima delle due uniche ballate, la prima canzone in cui il ritmo si riposa, e la voce canta in maniera soffusa, appoggiata al piano, altra scelta di mettere da parte il furioso trionfo di chitarre e effetti che hanno caratterizzato la prima parte del disco. Ma ciò solo per metà pezzo perché poi improvvisamente la canzone esplode in drammaticità e la voce si alza di una tonalità, entrano le chitarre a segnare un momento narrativo di svolta della canzone, quasi isterico, in cui Descamps inizia a cantare come il Roger Waters dei tempi di Final Cut. L’esplosione si chiude ritornando al malinconico assolo di piano nel finale lasciando l’ascoltatore scioccato, come se avesse sentito qualcosa di cui si fa fatica a comprendere la portata, tanto i cambi di ritmo e potenza della canzone sono avvenuti rapidamente. Altra ballata al piano, più classica, è Breathless, con cui il disco si chiude, in luce offuscata e notturna.
La penultima traccia, Deathrace, entra invece subito potentissima con un sintetizzatore, che scandisce il ritorno, a disco quasi concluso, alle sonorità futuriste e distopiche iniziali. Il disco insomma si chiude come si era aperto, con i Ghinzu trasformati rispetto alla musica degli inizi 2000, e qui proiettati quasi a cercare la musica del futuro, non solo del futuro della loro ispirazione musicale, ma anche proprio del futuro della civiltà. Deathrace, non solo per il titolo, sembra infatti la colonna sonora frenetica dei nostri tempi sempre più folli, in alcuni momenti ricordando la medesima freneticità folle da rave collettivo dei Fat Dog.
Un album sorprendente, in cui i Ghinzu invece che tuffarsi nel recupero nostalgico dei suoni a suo tempo creati, sfidano se stessi e il loro passato cercando un sound nuovo, dove solo a tratti fanno capolino le melodie di un tempo: una sfida ampiamente vinta, peraltro. Non sembra di ascoltare una band degli anni ’90 dopo 17 anni, ma al contrario una nuova band che ha lanciato il disco d’esordio. Complice anche il rinnovo quasi completo della band, W.O.W.A. è un incredible capitolo totalmente nuovo della loro discografia, tanto che più che essere un atteso lungo ritorno è in pratica un nuovo promettentissimo inizio.
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Il bassista più irrequieto d’America non si ferma un attimo. Mike Watt, ex-Minutemen, vulcano del post-punk e mentore di generazioni, sta portando avanti una serie di split sette pollici via Red Parakeet Records. L’ultimo capitolo è una gemma per nostalgici e collezionisti: Watt e J Mascis si scambiano gli anni Novanta, covers incrociate tra Dinosaur Jr. e Dos.
Da una parte Watt che attacca “The Little Baby”, lato B oscuro dei Dino Jr. tratta dall’EP Whatever’s Cool With Me del ’91. Dall’altra J Mascis che si misura con “Formal Introduction”, un pezzo del 1996 firmato Dos — il progetto minimal-bass di Watt con l’ex compagna e bassista dei Black Flag, Kira Roessler, contenuto nell’album Justamente Tres.
Niente piattaforme digitali, né spotifyzioni scontate. Il disco esiste solo in vinile o in copia digitale su Bandcamp. Come un tempo, quando la musica si cercava sotto la polvere dei negozi.
E Watt non è certo in pensione: lo troverete presto sul palco con tre formazioni diverse — i roots-punk Jumpstarted Plowhands (con Todd Congelliere e Jimmy Felix dei Toys That Kill), i soul-sperimentali Mike Watt & The Secondmen (Pete Mazich, Jerry Trebotic), e i garage-hardcore Mike Watt & The Missingmen (Tom Watson, Raul Morales).
Intanto J Mascis & co. si preparano a celebrare Everything All The Time in tour con Band of Horses quest’estate, con una tappa già calda: il Total Bummer al Knockdown Center di New York, condividendo il cartello con JAMC, Blonde Redhead, Meat Puppets, Julie, TAGABOW e altri spiriti affini.
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C’è un ritorno, e poi c’è il Ritorno. Quello dei Durutti Column ha il sapore di un paradosso affettuoso: la cult band di Manchester che sembrava esistere in una dimensione sospesa, eccola tornare proprio mentre stavamo ancora assaporando il reissue del loro esordio. Sì, perché “The Return of the Durutti Column” – riedito a gennaio – ora si fa davvero profetico. Il trio guidato dal chitarrista visionario Vini Reilly ha infatti annunciato un nuovo album di inediti: Renascent, in uscita il 31 luglio via London Records.
Ad anticiparlo c’è il singolo “Liars”, che trovate in fondo all’articolo. Una traccia che non tradisce mai l’eleganza nervosa, la chitarra liquida e il senso di spaesamento lirico che da sempre abitano il DNA della band. E la cura per l’immagine resta maniacale: la copertina porta la firma di Mark Holt e Hamish Muir, due degli illustratori originali di 8vo, lo studio che disegnava per la mitica Factory Records.
Reilly, affiancato dal fido percussionista Bruce Mitchell e da Keir Stewart (player-producer multistrumentista), è tornato in sala di registrazione in un momento di sorprendente riscoperta. Il nome dei Durutti Column circola ovunque, persino in playlist inaspettate: Frank Ocean, Yung Lean e Harry Styles li hanno citati come fonte d’ispirazione. A proposito di Styles, Reilly ha commentato con la sua bonaria schiettezza: “Non so chi sia Harry Styles, ma lo Googlerò”.
Tra gli ospiti di Renascent spicca Caoilfhionn Rose, giovane artista che parteciperà al tributo ai Durutti Column durante il Meltdown Festival di Londra, proprio curato da Harry Styles. L’ultimo album di materiale originale della band risaliva al 2010 (A Paean to Wilson). Da allora, silenzio e riverberi. Ora, con Renascent, Vini Reilly sembra volerci ricordare che alcune chitarre, quando ricominciano a parlare, dicono più di mille mode.
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