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Ci sono festival che inseguono le mode e festival che le plasmano. Le Guess Who?, appuntamento annuale che dal 2006 trasforma Utrecht in una mappa del suono che verrà, apparteneva già alla seconda categoria. Con l’edizione del ventennale, però, alza ulteriormente l’asticella.
Dal 5 all’8 novembre 2026, la città olandese ospiterà una nuova edizione già annunciata come storica, affidata alle cure visionarie di quattro guest curator: la poetessa e musicista aja monet, il drone/ambientalista keniota KMRU, la forza tellurica della scena psych cumbia colombiana Los Thuthanaka e gli australiani deliranti Tropical Fuck Storm. Ognuno di loro porterà un proprio ecosistema di artisti, collaborazioni esclusive e performance pensate appositamente per LGW, naturalmente esibendosi anche sul palco.
Ma il bello viene adesso. Il primo pacco di nomi appena svelato è un concentrato di furia, grazia e sperimentazione. Troviamo Dirty Three (con Warren Ellis in stato di grazia), il sax giapponese Yasuaki Shimizu, lo sciamano jazz Shabaka, i post-rock eroi Tortoise, la poetessa sperduta Kelsey Lu, i grindcore nipponici Melt-Banana, l’egiziana Maryam Saleh, i dream-pop visionari A.R. Kane e poi Ana Roxanne, Loraine James, la leggenda vivente The Ex & Brass Unbound, Low Jack, e un incontro esplosivo: la Harriet Tubman trio con Georgia Anne Muldrow per “Electrical Field of Love”. E ancora Water Damage, Billy Fuller (BEAK>), Ibex Band e il progetto Chuquimamani-Condori presenta DJ E.
Tra gli eventi speciali spicca la delirante 24 Hour Dub: 24 ore di bassi e pressione sonora ininterrotta, dal 7 all’8 novembre, al KABUL à GoGo. Un rituale che mette insieme pionieri del suono, poeti, ingegneri del suono e nuovi esploratori delle frequenze più profonde: da Aba Shanti-I a Mad Professor, passando per Scientist, il poeta Mutabaruka, Tash LC e il collettivo Touching Bass.
A completare il quadro, COSMOS, la piattaforma ibrida di LGW che quest’anno darà voce alle scene indipendenti di Osaka (NAKID), Amsterdam (OCCII) e Capo Verde (Tabanka Records) attraverso mixtape, film, radio dal vivo, conversazioni e performance.
Biglietti già in vendita sul sito ufficiale. Per il resto, preparatevi a perdervi. Perché Le Guess Who? non è mai stato un festival per chi cerca risposte, ma per chi ama smarrirsi tra le domande giuste.
https://leguesswho.com/
https://www.instagram.com/le_guess_who/

Le Guess Who? 2026 Initial Lineup
24 HOUR DUB
Aba Shanti-I
Azu Tiwaline
CARISTA
Chinnamasta
Dubplate Pearl
Greentea Selecta
Habesha x Empress Black Omolo
Introspekt
Kelman Duran live mixed by Chernosyl
Mad Professor & Sista Aisha
Mutabaruka
Nakibembe Embaire Group live mixed by Mad Professor
Nyahbinghi feat. Ras Asheber, Teshay Makeda and Watusi 87
ojoo
Sa Pa
Scientist performing ‘Scientist Rids the World of the Evil Curse of The Vampires’
SEEKERSINTERNATIONAL
Tash LC
The Bug feat. Warrior Queen
The Bug vs Ghost Dubs
Touching Bass DJs
Curated by aja monet
AFRICA IS THE FUTURE (Nicolas Premier)
aja monet
BLKNWS: Terms & Conditions (Kahlil Joseph)
ESINAM
Georgia Anne Muldrow presents The Windgrease Session
Harriet Tubman & Georgia Anne Muldrow
King Ayisoba
Lillian Allen
Palestinian Sound Archive
SHABAKA
Tshegue
Curated by Los Thuthanaka
Chuquimamani-Condori presents DJ E
Comunidad Sikuris Berlin
Gigi Masin – Movement for
Joshua Chuquimia Crampton
Los Delfines del Amor
Los Thuthanaka
Melt-Banana
Curated by Tropical Fuck Storm
أحمد [Ahmed]
Amparo Heredia “La Repompilla”
Bill Orcutt
Chuck Roth
Dirty Three
Etran de L’Aïr
FUJI|||||||||||TA
Gareth Liddiard
goat (JP)
Ishaaq Aarkistra & Ustad Hassan Haider Khan
Lost Animal
Mark Fell & Pat Thomas
Palm Springs
Tropical Fuck Storm
ZÖJ
KMRU presents WAI8
Aho Ssan
Carmen Villain
Elvin Brandhi
KMRU
Koshiro Hino
NEXCYIA
ouri
Samora Ogeda-Chemba Obyerodhyambo
Whatever The Weather
Curated by Le Guess Who?
A.R. Kane
Ana Roxanne
Ángeles Toledano
Arsenal Mikebe & Valentina Magaletti
Aunty Rayzor
BBBBBBB
Billy Fuller
CALID
Carmen Villain
Deafkids
EDU & JUDGITZU
Gabe ‘Nandez
GENA feat. Liv.e & Karriem Riggins
Grouper
H31R
Heith & Tarawangsawelas
Holy Tongue
Ibex Band
Jessica Moss & Tony Buck
Juana Molina
Kelsey Lu
Khadija Warzazia & Bnat el Houariyat
Loraine James
Low Jack presents Lacrimosa with Ensemble vocal Voix des Outre-Mer
Maalem Houssam Guinia
Maryam Saleh
Mazaher
Mohammad Syfkhan
Nakibembe Embaire Group
OOIOO
Posuposu Otani
Pra Gira Girar
Radwan Ghazi Moumneh & Frédéric D. Oberland
Rai Tateishi (live processing by Koshiro Hino)
Raúl Monsalve y Los Forajidos
Tainá e i o u
TENGGER
The Ex & Brass Unbound
Tony & Billa
Tortoise
Ustad Hassan Haider Khan
Water Damage presents Static Ecstatic
weed420
Yasuaki Shimizu
Yerai Cortés
COSMOS Embassies
NAKID (Osaka, JP)
OCCII (Amsterdam, NL)
Tabanka Records (Cabo Verde, CV)
L'articolo Le Guess Who? compie 20 anni e celebra il caos bello con curatori d’eccezione e una line-up da brividi proviene da Freak Out Magazine.
Chi non conosce gli Of Monsters and Men ha sicuramente passato gli ultimi 15 anni con la testa sotto la sabbia. Sin dall’esordio con il loro album My Head Is an Animal, che li ha consacrati sulla scena internazionale, sono stati capaci di conquistare i cuori di milioni di persone in tutto il mondo con una musica avvolgente e accattivante, capace, soprattutto in quel primo lavoro, di conciliare le atmosfere tipiche della loro terra, l’Islanda, con un sound più internazionale.
Oggi quei ragazzi, allora poco più che ventenni, hanno compiuto un lungo percorso: sono diventati padri e madri di famiglia ma, nonostante tutto, non dimenticano quella che è la loro seconda famiglia, la band con cui hanno vissuto – e vivono tuttora – una parte fondamentale delle loro vite.
I loro lavori in studio raccontano un’evoluzione del sound: una ricerca che, nel corso degli anni, partendo dai suoni più “casalinghi” del debutto del 2012, ha spaziato verso il pop più aggressivo e ricercato di Beneath the Skin (2015), fino alla sperimentazione synth/elettronica di Fever Dream (2019). Il loro ultimo lavoro discografico, All Is Love and Pain in the Mouse Parade, uscito nell’ottobre 2025, sulla scia dell’EP Tíu del 2022, rappresenta la sintesi musicale di tutto ciò che la band è stata in passato, traendo il meglio dalle esperienze precedenti e dalla maturità acquisita nel tempo.
Il Mouse Parade Tour, iniziato negli Stati Uniti poco dopo l’uscita dell’album e che ha già toccato l’Europa con una prima leg invernale, per poi proseguire in Australia e in Asia, sta riscuotendo grande successo, ottenendo apprezzamenti sia dalla critica sia dal pubblico, cresciuto negli anni insieme alla band.
Ora, dopo quasi sette anni di assenza dal loro ultimo concerto in Italia – tenutosi nel 2019 a Milano – gli OMAM torneranno finalmente nel nostro Paese. Per l’occasione, la band ha scelto di far partire il proprio ritorno da una location d’eccezione: l’iconico Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei, dove si esibirà il prossimo 24 giugno, inaugurando tra l’altro l’edizione 2026 del festival Beats of Pompeii.
In vista del grande evento, abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con la cantante e storica frontwoman della band, Nanna Bryndís Hilmarsdóttir, che ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo per parlare del nuovo album, del tour e, naturalmente, del prossimo appuntamento a Pompei.
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Questo 2026 si sta rivelando per voi un anno ricco di soddisfazioni tra tour, nuovo album e la recente vittoria di “album dell’anno” e “canzone dell’anno” agli Icelandic Music Awards. Adesso siete appena tornati dalla leg del tour in Australia ed Asia, dove mancavate da 10 anni: com’è stata l’accoglienza del pubblico dopo tutto questo tempo? La vivete come un’esperienza diversa rispetto all’esibirvi di fronte ad un pubblico europeo o statunitense?
Penso che ci sia sempre qualcosa di diverso in qualsiasi posto che visitiamo. Ad esempio, quando suoniamo in Islanda, sentiamo che le persone tendono ad essere un po’ riservate: sappiamo che si stanno divertendo, ma dall’altro lato tendono a non essere così espressive; invece, quando l’altro giorno eravamo in Corea del Sud, il pubblico era molto espressivo, e ci mostrava chiaramente che si stava divertendo. Poi vai in un posto come il Giappone e ti accorgi che lì le persone sono più simili agli Islandesi, quando vanno ai concerti. Quindi, c’è sempre questa variabile per la quale vai in tutti questi posti, con la consapevolezza di incontrare persone che si esprimono così diversamente: puoi essere di fronte ad un pubblico molto espressivo e allora pensi “Oh, ci amano!”, poi vai da qualche altra parte, non lo fanno e ti chiedi “Ci odiano?”. Ma devi sempre ricordare da dove vieni: sono Islandese, e quando amo qualcosa incrocio le braccia e magari annuisco un po’ con la testa…ma sai, è così che mostro di aver apprezzato qualcosa.
Ora, nemmeno il tempo di rilassarsi che tra pochi giorni il tour ripartirà per la sua fase estiva europea. Cominciando con la prima data di Bergen, toccherete luoghi naturalisticamente e storicamente mozzafiato. Una delle location più significative sarà sicuramente l’Anfiteatro di Pompei: un luogo pieno di storia, che duemila anni fa ospitava le battaglie dei gladiatori ma che, a partire dallo storico film dei Pink Floyd del 1971, è diventato un punto di riferimento per la musica mondiale. Oggi è un posto suggestivo in cui musica e storia si incontrano, creando un’atmosfera irripetibile. Quali sono i vostri sentimenti al pensiero di suonare in una location così unica?
È incredibile. Non sono mai stata a Pompei, quindi già quella sarà una grande esperienza. E poi suonare, come dicevi tu, in una venue storica, sarà sicuramente molto bello e anche un po’ surreale. Davvero non vedo l’ora di essere lì. Sarà sicuramente molto bello.
Specialmente di notte, sarà una location meravigliosa.
Devo essere onesta, non ho ancora visto la venue, ma ora sono curiosa.
L’anfiteatro, certo. Lo mostrai già a Kiddi [bassista della band, ndr] quando ci siamo incontrati qualche mese fa alla data di Berlino, e fu davvero molto sorpreso.
Succede spesso che non riesco ad inquadrare i posti in cui suoniamo finché non ci troviamo effettivamente lì per il sound check e abbiamo l’effetto “wow”. [Guarda le foto] Oh, wow, aspetta, suoneremo lì al centro? È proprio fantastico, incredibile! Sono ancora più emozionata adesso.
È un luogo magico, distrutto dall’eruzione del 79 D.C. e poi riscoperto nel diciannovesimo secolo, quando hanno cominciato a scavare, ed è stato ritrovato intatto. Ci sono natura, storia e disastri naturali che si intrecciano tutti insieme in un solo luogo.
Parliamo adesso del nuovo album: All is Love and Pain in the Mouse Parade è un lavoro profondo, un concept che attraversa il tema delle difficoltà e delle insicurezze della vita: uno tra tutti il tema degli addii affrontato in Fruit Bat, il brano di punta di questo disco. Quanto di voi e delle vostre esperienze si riflettono all’interno delle canzoni di questo nuovo album? Si tratta di spunti di riflessione autonomi di ognuno di voi, oppure la fase di scrittura è stata più collettiva?
Principalmente io e Raggi [Ragnar Þóralsson, cantante della band] abbiamo scritto i testi, quindi il più delle volte si tratta di nostre riflessioni su questi temi. In questi anni siamo passati attraverso molti cambiamenti, ed è questo ciò che si riflette nel disco. E anche forse tutte queste idee…sai, molti dei ragazzi hanno messo su famiglia o le loro famiglie crescevano, e quindi da questo viene l’idea di “casa”, della tua strada: questo è stato il vero punto di partenza. E questo anche se, lo sai, personalmente non ho ancora messo su famiglia, ma perché proprio questi ragazzi sono la mia famiglia. Questo è il tema che ci connette, e quindi trovo che le loro esperienze facciano da effetto a cascata su come e cosa scriviamo. Quest’album è prevalentemente rappresentativo di noi come band e del percorso che abbiamo fatto negli ultimi anni, le nostre esperienze etc.

Dopo quattro album, tanto diversi tra loro quanto simili, ormai possiamo parlare di un genere OMAM. In particolare, il sound di All is Love and Pain in the Mouse Parade è spesso definito come “maturo”. Una maturità sicuramente arrivata da 15 anni di esperienza in studio e sul palco, ma che secondo me nasconde anche qualcosa di più: si sente dire spesso “il primo dopo Fever Dream [del 2019, ndr]” ma la gente dimentica TÍU.
Certo! Appunto, è abbastanza dimenticato: quell’EP è…anche quando parliamo del fatto che siamo tornati con un album, un sacco di conversazioni iniziano con “sono tornati dopo sei anni”, ma la realtà è che in mezzo c’è TÍU, la sua musica e il percorso che c’è stato tra Fever Dream e All is Love and Pain in the Mouse Parade.
Un lavoro che trovo straordinario nella sua intimità, ma che lascia una grande eredità. Infatti ritengo che musicalmente ci sia molto di TÍU in All is Love and Pain in the Mouse Parade, e che quell’EP sia stato un passaggio fondamentale nel determinare chi sono gli Of Monsters and Men oggi. Quindi volevo chiedervi, quanto pensate che quel lavoro vi abbia influenzato nella creazione del nuovo album? E, ancora, quanto invece hanno aiutato le vostre esperienze soliste degli ultimi anni?
Penso che abbiano aiutato molto, sai: ritengo che ogni volta in cui ti avventuri fuori dal tuo spazio e sei curioso di cose diverse, questo ti porta a nuove esperienze, ti fa sentire diverse emozioni, diversi sentimenti. Ritengo che sia molto importante l’essere curiosi quando si è creativi: è quello l’ingrediente numero uno, avere gli occhi spalancati e guardare alle cose che ti emozionano. Questi album di cui stai parlando hanno rappresentato il modo in cui abbiamo inseguito qualcosa che ci sembrava eccitante in quel momento, lo abbiamo sempre fatto. Anche con Fever Dream è stato così: eravamo eccitati di vedere dove ci avrebbe portato un approccio più elettronico, uno stile differente dal solito. È una cosa che insegui, ti dici “perché no?”, ti immagini cosa possa essere…e poi arriva qualcos’altro da cui sei ispirato. Tutti questi elementi hanno un grande, grande impatto e, non saprei, penso che sia molto importante inseguire il sentimento che provi in quell’esatto momento.
Magari anche i 10 anni di My Head is an Animal, che avete celebrato nel 2021 possono aver aiutato a scrivere il futuro.
Certo, è come se fosse un pentolone in cui tutto va dentro.
Il concerto di Pompei segnerà il vostro ritorno in Italia dopo quasi sette anni dal vostro ultimo live nel nostro Paese. Ricordo che quella volta ci incontrammo e ci demmo appuntamento all’estate successiva, poi sappiamo tutti com’è andata… Finalmente ci siamo, e il vostro pubblico in Italia non vede l’ora di rivedervi. Per questo motivo voglio chiedervi come vedete il vostro rapporto con i fan italiani.
Lo sai, ci conosci, amiamo venire in Italia. È un peccato che, visto che lo hai ricordato, abbiamo dovuto cancellare molti impegni negli ultimi anni. E anche andare in tutti questi posti in cui non siamo mai stati, come Pompei, è grandioso. Visto che stavamo parlando di come diverse persone mostrino le loro emozioni, penso che gli Italiani siano molto espressivi: ed è molto bello, molto divertente.
Aavrete un caloroso benvenuto.
Certo, davvero non vedo l’ora, sarà bellissimo.
Visto che venite per la prima volta nel Sud Italia, c’è una domanda da fare. All’apparenza Napoli e l’Islanda possono sembrare così diverse tra loro, ma abbiamo una cosa che ci accomuna, ed è il vivere vicino ad un vulcano. Quello stesso vulcano che distrusse l’antica Pompei e che oggi ancora fa paura a tutti noi ma che, allo stesso tempo, consideriamo parte della nostra identità. Nei secoli, il Vesuvio è stato il protagonista di arte, musica e poesia, ed è ancora oggi visto come un custode che veglia sulle nostre terre. So che anche in Islanda avete un rapporto simile con i vostri vulcani e la vostra natura che tutto il mondo apprezza. Consapevoli di questo, come sarà per voi esibirvi ai piedi del Vesuvio?
Incredibile, semplicemente incredibile. Anche perché quando ti esibisci nella natura, sai, senti qualcosa di diverso. Come hai giustamente notato, siamo un’isola vulcanica, quindi siamo molto connessi su quello, sul non poter avere quell’aspetto sotto controllo, in un modo o nell’altro. Ci può essere un’eruzione all’anno per alcuni anni (ora accade abbastanza di frequente, più o meno dalla pandemia) ed è così interessante: qualsiasi cosa accada, è sbalorditivo che sia qualcosa che accade nella natura. Ma fortunatamente per noi, il nostro vulcano non è così pericoloso: spesso si parla di “eruzione turistica”, con tutti i turisti che vanno a vederla…è incredibile.
Sì? Qui è un po’ più pericoloso, con più di un milione di persone che vivono nelle vicinanze.
Ma è attivo? Può eruttare in qualsiasi momento?
Diciamo di sì. Il termine appropriato è “quiescente”: l’ultima eruzione è stata nel 1944, quindi l’abbiamo vissuta solo attraverso le storie dei nostri nonni, ma sì, sulla carta è ancora attivo e un’eruzione può sempre accadere. Ci sono molte persone, quindi sarebbe davvero difficile da gestire.
Quindi le persone si sentono nervose su questo, giusto?
Certo. O meglio, cerchiamo di non pensarci tutti i giorni, altrimenti non si vivrebbe più. È la linea sottile tra l’essere coraggiosi e l’essere spaventati, un mix di tante emozioni.
Sì, capisco: vivete la vostra vita, ma comunque dovete convivere col fatto che c’è un fottuto vulcano.
La vostra scelta dei brani da suonare live e le vostre scalette sono sempre state attente a valorizzare l’album appena uscito, ma sono sempre capaci di accontentare anche i fan storici con i brani più amati dei precedenti lavori come My Head is an Animal del 2013 o per il tour di Fever Dream (2019).
Wow, che ricordi nel 2013, quando suonavamo solo il primo album, che era tutto il materiale che avevamo.
Ovviamente, la cosa diventa sempre più difficile man mano che si va avanti con gli album, e ciò porta a fare delle scelte. Cosa si potranno aspettare gli spettatori di Pompei? Ci sarà qualche sorpresa?
Potrebbe essere. Cioè, tu sai qual è più o meno la scaletta, ma ora che abbiamo così tanti album l’abbiamo leggermente cambiata. È stato interessante: stiamo portando quest’album in tour, nel quale c’è un certo tipo di feeling; e da lì cerchi di prendere, tra le altre canzoni, quelle che pensi possano meglio entrino in quel mondo, che è esattamente il posto dove vuoi portare con te le persone che assistono al concerto. Ma comunque sì, a volte abbiamo tirato fuori un po’ di cose…ad esempio, tu cosa vorresti ascoltare? Qual è la canzone che ti piacerebbe sentire al concerto tra quelle che attualmente non suoniamo?
Sicuramente, Destroyer [dall’EP TÍU, ndr].
Oh certo, Destroyer! Sì, quella ci azzeccherebbe sicuramente, Destroyer ci entrerebbe bene…Non l’abbiamo mai suonata molto, sai…
Infatti. Penso ci sia solo un video di un live streaming durante la pandemia.
Sì, ricordo. Dai, sarebbe una sicuramente da suonare. Ok, prendo nota!
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L'articolo Of Monsters and Men live a Pompei: il 24 giugno apre Beats of Pompeii 2026. Abbiamo intervistato Nanna proviene da Freak Out Magazine.
L’isola islandese trema ancora, ma questa volta non è per un’eruzione. È Björk che torna a farlo, con la grazia aliena di sempre. Nel weekend scorso, durante l’inaugurazione della sua mostra Echolalia alla National Gallery of Iceland di Reykjavík, l’artista ha offerto al mondo un primo, folgorante assaggio del suo prossimo capitolo discografico: un brano intitolato “Nerve Bloom”.
La traccia, presentata in versione demo all’interno di un’installazione audiovisiva che lascia senza fiato, non fa ancora parte di alcun progetto ufficialmente annunciato. Ma secondo le prime voci (e qualche indizio lasciato cadere dalla diretta interessata), l’album che la conterrà dovrebbe vedere la luce nel 2027.
La mostra Echolalia è un trittico di installazioni su larga scala, profondamente personali. Due di esse rielaborano brani tratti da Fossora (2022), mentre la terza è interamente dedicata al futuro: un’anticipazione visiva e sonora di ciò che verrà. È lì che “Nerve Bloom” si è materializzata, in un tripudio di forme organiche e digitali.
Björk non si è limitata a lasciare parlare le immagini. Ha raccontato di aver lavorato per sette mesi fianco a fianco con la pittrice Natalia Kleszczewska e la graphic designer Natalie Liu, per trasformare l’energia grezza della registrazione in un paesaggio visivo all’altezza. Il risultato è un cortocircuito sensoriale che ricorda i suoi exploit più visionari.
L’artista, presente all’inaugurazione, ha poi condiviso un frammento del brano sui social. “Nerve Bloom” è ancora acerba, forse volutamente, ma promette di essere un nuovo, audace innesto nel suo immaginario fatto di vulcani, funghi e inni all’instabilità umana.
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L'articolo Björk svela “Nerve Bloom” tra visioni ipnotiche e misteri futuri: il nuovo album è atteso nel 2027 proviene da Freak Out Magazine.
Ci eravamo quasi dimenticati delle sue note di chitarra, di quella voce che sembra un sussurro inciso nel legno. Ma Kristian Matsson, meglio noto come The Tallest Man on Earth, ha deciso che era ora di risvegliarsi.
A distanza di due anni dal bellissimo Henry St. (2023), il cantautore svedese rompe il silenzio con un nuovo singolo, “Colors”. E il titolo, in questo caso, è già un manifesto. Perché Matsson non è mai stato uno da mezze misure: la sua musica è sempre stata un gioco di luci e ombre, di boschi innevati e crepuscoli folk. Stavolta, però, il ritorno in studio – se così si può chiamare il suo rifugio casalingo, dove le pareti probabilmente sanno a memoria ogni suo accordo – restituisce un suono vivo, quasi tattile.
“Colors” – pubblicato da Anti Records – arriva accompagnato da un video che porta la firma dello stesso Matsson e della sua crew, immagini che sembrano sviluppate in una camera oscura emotiva. E già che c’era, l’artista ha deciso di regalarci anche una copertina del singolo che è un piacere per gli occhi, piccola opera d’arte a sé.
Ma la sorpresa non finisce qui. Perché un ritorno che si rispetti non può restare chiuso tra quattro mura. The Tallest Man on Earth annuncia infatti un nuovo tour nordamericano per l’autunno, preceduto da una serie di date europee che profumano già di avventura. Le tappe partiranno dal 26 giugno dalla Svezia per proseguirea luglio e agosto in Irlanda e Galles. Restiamo in attesa di altri annunci per un tour più croposo.
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L'articolo The Tallest Man on Earth torna a colorare il mondo: singolo, video e tour dopo due anni. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
“Di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno” (Divina Commedia – I Canto del Purgatorio).
Già altre volte su queste pagine si è parlato di “coincidenze”; ebbene, sempre per una strana coincidenza, mentre iniziavo a scrive quest’articolo, mi trovavo in aereo, destinazione Edimburgo, ad ascoltare gli scozzesi Boards Of Canada.
Ma le coincidenze non terminano qui; la mattina della partenza, dalla libreria di casa, ho preso “La linea d’ombra” di Joseph Conrad come lettura per impegnare il tempo di volo. Ho scelto questo romanzo sia perché non ne ricordavo più la trama (spesso mi accorgo di possedere più libri di quanti oramai la mia memoria ricordi, tanto da avere il dubbio se li abbia effettivamente letti o solo comprati in preda a qualche crisi compulsiva), sia per le sue dimensioni “tascabili” e quindi per la comodità nel trasportarlo. Ebbene, iniziata la lettura, ecco comparire nel testo ripetuti riferimenti alla Scozia!
Edimburgo è una città che amo particolarmente (in Europa è tra le mie preferite) a cui sono anche legato per due motivi: uno letterario/cinematografico e uno “musicale”; Edimburgo è la città di “Trainspotting”, romanzo di Irvine Welsh del 1993 e successivo film del 1996 diretto da Danny Boyle, film che vidi a cinema appena uscito (solo successivamente lessi il romanzo) e che per me, che sono nato nel 1977, è “generazionale” per contenuto, trama e colonna sonora!
Ad Edimburgo mi lega anche un altro ricordo. La prima volta che la visitai, avevo poco più di vent’anni, era la tappa di partenza di quello che sarebbe poi stato un viaggio in treno e autobus verso e attraverso le Highlands. In un negozio di dischi della Old Town vidi il vinile di quel gioiello che è “Nail” di Foetus (o più correttamente accreditato a Scraping Foetus Off the Wheel). Date le ristrettezze economiche dell’epoca (quando si girava l’Europa “in Interrail” lo si faceva con la massima parsimonia) e soprattutto per le non comode condizioni di viaggio, non lo comprai; di quel mancato acquisto mi sono lungamente pentito, considerando che in quegli anni non era facile reperire simili LP. A Berlino, pochi anni dopo, non commisi lo stesso errore quando costeggiano il Großer Tiergarten, ad un mercatino di vinili, vidi e senza esitazioni acquistai “Space Ritual” degli Hawkwind. Durante la mia attuale visita a Edimburgo, percorrendo quella strada in salita della Old Town, ho ritrovato quel negozio di dischi (in verità la mia mente lo collocava su quella strada ma alcuni metri più “a monte”) e in vetrina, esposto in tutta evidenza ecco “Inferno” dei Boards of Canada.
Correvano gli anni Novanta e l’elettronica viveva la sua ennesima “rinnovata giovinezza”, giovinezza che vedeva nella Gran Bretagna un’ispirata patria capace di produrre, a 360°, dischi di elettronica “fondamentali” grazie anche ad etichette specializzate (Ninja Tune, Warp Records, Mo Wax, Rephlex Records…).
Limitandoci alla sola terra di Albione (e a un disco per autore, anche se alcuni meriterebbero più menzioni), se i Coldcut avevano chiuso gli anni Ottanta con “What’s That Noise?” del 1989, i The KLF avevano pubblicato nel 1990 “Chill Out” e i Plaid “Trainer”.
Nel 1991 gli Orbital daranno alle stampe lo storico omonimo disco, gli LFO “Frequencies” e gli 808 State “ex:el”, nel 1992 i The Orb licenzieranno “U.F.Orb” e i The Irresistible Force “Flying High”.
Mentre gli Autechre nel 1993 consegnavano alla storia “Incunabula”, μ-Ziq pubblicava “Tango N’ Vectif” e i Black Dog “Bytes”; i 4 Hero, i The Future Sound of London, gli Underworld, Aphex Twin e i Global Communication, nel 1994, davano invece rispettivamente alle stampe gli iconici “Parallel Universe”, “Lifeforms”,“dubnobasswithmyheadman”, “Selected Ambient Works Volume II” e “76:14”.
Nel 1995, i The Chemical Brother stampavano “Exit Planet Dust”, A Guy Called Gerald “Black Secret Technology”, Goldie “Timeless”, i Nightmares On Wax “Smokers Delight”; Plug, nel 1996, pubblicava “Drum ‘n’ Bass for Papa”, Squarepusher nel 1997 “Hard Normal Daddy” e Roni Size con i Reprazent “New Forms”; se nel 1999 vedrà la luce “Remedy” dei Basement Jaxx, il 1998 (come successivamente meglio dettaglieremo, sarà l’anno di “Music Has the Right to Children” dei Boards Of Canada.
Marc Augé ha mirabilmente descritto i non-lieux… e i “nonluogo” sono lo spazio esatto in cui ascoltare i Boards Of Canada (come mi è capitato ultimamente tra gli aeroporti di Napoli e di Edimburgo), nel loro incedere tra umori sospesi tra Kosmische Musik, Vangelis, Tonto’s Expanding Head Band…. ambient anni Settanta, Autechre… e elettronica da Warp Records.
Seguendo la scia della succitata elettronica made in GB, gli scozzesi Boards Of Canada, nel 1998, dopo cassette registrate in casa e alcuni preliminari EP (da segnalare “Hi Scores” del 1996 con “Everything You Do Is a Balloon” e “Turquoise Hexagon Sun”), esordivano con LP “Music Has the Right to Children”, lavoro che recuperava in parte anche materiale già edito (tra cui tracce contenute nel disco autoprodotto del 1996 “Boc Maxima” come la citata la “Turquoise Hexagon Sun”) e si distingueva per brani come “Telephasic Workshop”, “An Eagle in Your Mind”, “Rue the Whirl”, “Turquoise Hexagon Sun”, “Aquarius”…
“Music Has the Right to Children” risultava caratterizzato da tempi sincopati e suggestive ambientazioni … per un lavoro che sarebbe destinato a fare “storia” contenendo una serie di composizioni di ottimo livello, ma che girava come rullaggio di aereo (solo) prossimo al decollo.
Il bel EP del 2000 “In a Beautiful Place Out in the Country” chiuderà il decennio e inaugurerà gli anni 2000 che vedranno in “Geogaddi” del 2002 un’esatta evoluzione, per un disco che confermava tanto i pregi quanto i limiti del precedente LP, pur compiendo però un (più maturo) passo avanti rispetto a “Music Has the Right to Children”.
Ad oggi, “Geogaddi”, con il suo messaggio oscuro, rappresenta l’apice compositivo dei Boards Of Canada come dimostrano tanto i brani più lunghi ….“Music is Math”, “Sunshine Recorder”, “Julie and Candy”, “Alpha and Omega”, “You Could Feel the Sky”… quanto i più brevi intermezzi come “A Is to B as B Is to C”.
Il successivo “The Campfire Headphase” del 2005, se da una parte rendeva la “forma” dei brani più lineare, dall’altra impiegava anche un utilizzo più definito di “strumenti tradizionali” come le “corde” di “Dayvan Cowboy” (tra le composizioni più interessanti), di Chromakey Dreamcoat”, di “Satellite Anthem Icarus” e di “Hey Saturday Sun”… per un lavoro che suonava (fin troppo) “pacato”, pur conservando interessanti momenti di ascolto come “Oscar See Through Red Eye”, “’84 Pontiac Dream” la cupa “Slow This Bird Down”…
Passeranno otto anni prima che i Boards Of Canada tornino a pubblicare un LP, quando nel 2013 verrà dato alle stampe “Tomorrow’s Harvest” la cui “Gemini” in apertura evoca fantasmi Kraut; e a ben ascoltare tutto il disco è perverso da un’aura “spettrale” e da “arpeggi retró” come testimoniano da subito“Reach for the Dead”, “White Cyclosa” e ancora “Collapse”… non mancano richiami al passato (“Sick Times”, “Nothing is real”, quest’ultima restituisce anche un po’ di luce all’ascolto…); di particolare interesse suona l’ottima “Jacquard Causeway” (tra le migliori composizioni del Boards Pf Canada); se “Geogaddi” è oggettivamente il loro lavoro più riuscito, per un gusto puramente personale gli preferisco “Tomorrow’s Harvest”.
Quando si recensì lo splendido “The Love It Took To Leave You” di Colin Stetson, citando Dante Alighieri, si scrisse: “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente” (dal Canto III dell’Inferno); ciò in ragione del fatto che Stetson aveva degnamente celebrato la sua catabasi.
Ora, ascoltando l’atteso “Inferno” dei Boards Of Canada, (troppo) poca è la dannazione eterna raccontata in musica, essendo la narrazione sonora più prossima alla mestizia propria del purgatorio.
Mike Sandison e Marcus Eoin sembrano, infatti, aver cantato “di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno” (dal Purgatorio I Canto), restando sospesi nella loro “riflessione” senza compiere quel necessario ulteriore passo che conduce nel male all’inferno o nel bene al cielo!
Messo il primo vinile sul piatto, “Inferno” riparte da quel senso “di cupezza” che aveva caratterizzato il suo predecessore (“Hydrogen Helium, Lithium, Leviathan”) ma appare essere ora più “asettico” e “cibernetico” (come nella bella “Prophecy at 1420 MHz” e in “The Word Becomes Flash”), ora più trascendente (“Age of Capricorn”), ora più “pop” (“Father and Son”), ora più malinconicamente delicato (“Somewhere Right Now In The Future”), ora con richiami etnici (“Naraka”).
Il secondo vinile conferma le sensazioni del primo, girando tra esercizi retrò (“Into The Magic Land”), atmosfere grigie con risonanze etniche (“Blood In The Labyrinth”, “All Reason Departs”), malinconici landscapes (“Deep Time”, “The Process”, “I Saw Through Platonia”), robotiche aperture (“Arena Americanada”); tra i solchi trova spazio anche la spaziale “sacralità” di “You Retreat In Time And Space”.
Terminato l’ascolto, si può serenamente affermare che i Boards Of Canada con “Inferno” abbiano mantenuto costante la qualità della loro produzione con un lavoro che si colloca nella giusta “media” della loro discografica, senza tradire se stessi, senza spingersi “oltre”, senza una reale evoluzione rispetto al (prossimo) passato ma fedeli al loro suono… suono che però nel 2026, dopo tre decenni, comincia ad essere “datato”.
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L'articolo Più Purgatorio che “Inferno” per i Boards Of Canada. Abbiamo recensito l’ultimo album proviene da Freak Out Magazine.
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